Mitteilungen des Kaiserlich Deutschen Archaeologischen Instituts, Roemische Abtheilung = Bullettino dell'Imperiale instituto archeologico germanico, sezione romana

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Mitteilungen des Deutschen archaeologischen Instituts, Roemische Abteilung=
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Mitteilungen des Deutschen Archaeologischen Instituts, Roemische Abteilung
Art index Avery index to architectural periodicals. Second edition. Revised and enlarged. Supplement Some no. issued combined Vol. 59 (1944) issued 1948; v. 60/61 issued 1953/54 Special supplements accompany some vols 26 26

Mitteilungen des Deutschen Archaeologischen Instituts, Roemische Abteilung
Title also in Italian: Bullettino dell'Instituto archeologico germanico, Sezione romana, 1925- Some no. issued combined Vol. 59 (1944) issued 1948; v. 60/61 issued 1953/54 Special supplements accompany some vols

Mittheilungen des Kaiserlich Deutschen Archaeologischen Instituts, Athenische Abtheilung
Book digitized by Google from the library of Harvard University and uploaded to the Internet Archive by user tpb. Vols. for lack issue numbering Bd. 6 (1886)-Bd. 10 (1891) 1 v.; Bd. 11 (1892)-Bd. 20 (1901), 2 v

1047 1151 01492 LIBRARY

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THE EISEnYoWER

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Cambridge.

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LIBRARY

JOHNS HOPKINS UNIVERSITY

PRESENTED BY

Lady Walston

MITTEILUNaEN DES KAISERLICH DEUTSCHEN

ARCHAEOLOGISCHEN INSTITUTS ROEMISCHE ABTEI I.ÜNG Band XXV.

BULLETTINO DELL' IMPERIALE

ISTITÜTO ARCHEOLOGICO GERMANICO SEZIONE ROMANA Vol.

XXV.

ROM

LOESCHER (W.

REGENBERG) 1910

&

G,

"PC

SDOS"

ZA (^

Gift ov

LaW

Wamton,

INHALT

M. Bang, Die Herkunft der roemischen Sklaven S. 223-251. J. B. Carter, Die Etrmker und die roemische Religion S. 74-88. A. Del Vita, Dove fu trovata la Chimera di Arezio S. 293-297. E. FoELZER, Eine bronzene Athenastatuette aus

Neumagen

S.

305-313.

Häuser, Der Sarg eines Maedchens^ Bemerkungen zum Sarkophage von Torre Nova S. 273-292 und S. 323. V. Macchioro, Per la cronologia dei Vasi Canosini S. 168-196. F.

A. Maiüri, Viscrizione del Tempio di « Aphaia » in Egina S. 197-205. B. NoGARA, Viaggio epigrafico del Settemhre- Ottohre 1910 per i lavori preparatorii del

rum B. Face,

S.

/

Corpus Inscriptionum Etrusca-

314-322. gioielli nel

nuovo Menandro

Pareti, Per la storia

S.

252-255.

topografia di Gela S. 1-26. E. Petersen, Septizonium (Taf. I) S. 56-73. G. E. Rizzo, // sarcofago di Torre Nova. Contributi alla storia dell'arte e della religione antica (Tav. II- VII) S. 89-167. L.

e la

G. E. Rizzo, Rilievo ellenistico di Genova (Taf. VIII) 298-304. G. RoDENWALDT, Mosaik im Wiener Hofmuseum S. 257-262. T. Sauciuc,

Neue Inschrift des Mithraskultes auf Andros

S.

263-

272. L. Savignoni,

Aphaia

S.

Nuove osservazioni sulV

iscrizione e

sul

206-222.

F. Stüdniczka, Zur Augustusstatue der Livia S. 27-55.

Sitzungen

S.

323.

Berichtigung S. 323. Register S. 324-329. Tafeln

S.

330.

tempio

dt

PER LA STORIA E LA TOPOGRAPIA

fondamentale per molte questioni topografiche siilcom'e noto, qiiel passo di il suo territorio, e,

II testo

l'antica

Gela ed

Diodoro

(^)

405

del

a.

C.

tentata

la

e

(^),

difesa

dei

pei' parte di Dionisio.

Tutta

di

serie

iina

bring (3) allo

Holm (%

ad

studiosi, al

Freeman

incominciare

(^),

al

Busolt

dallo

(«),

furono concordi, se non in altro, nel dedurne che nei tichi

di

in cui descrive l'assedio di quella cittä per parte

Imilcone nell'estate Geloi

GELA

DI

il

fiiime

f ),

tempi

an-

Gela sboccava nel niare non colla sola foce attuale

del Maroglio, raa anche con

Maroglio

Schu-

all'Orsi

e scorrendo per

im

la

altro ramo, al

pianura

che

nord

staccandosi di

dal

Terranova da

Diodoro, XIII, 108-111. Diodoro ne parla sotto l'arconte del 405/404, e da XIII, 108,4 risultache Tassedio incominciö neirEcatombeone, ossia circa il luglio o l'agosto. {')

O

Quanto airanno risulta chiaramente da tutto l'andamento della guerra che non puo trattarsi che del 405. L'Interpolatore di Senofonte, Elleniche, II, 3, 5, parla della cosa come avvenuta nello stesso tempo del fatti di Tessaglia, circa Feclisse del 3 settemhre 404. Egli erra evidentemente. Probabilmente dei fatti di Sicilia ch'egli ricorda in gruppo, solo gli ultimi sono dell estate 404: egli unisce insieme sotto la stessa data anche fatti precedenti. (^) Schubring, Historisch- geographische Studien über Altsicilien, u

Rhein. Mus.

»,

N.

F.,

28 (1873),

p.

82 sgg. 23; II, p. 220 e sgg. 402 sgg. III, p. 562 sgg. 1. Vedi anche Meltzer, Geich,

(*)

Holm, Storia della Sicilia,

I,

p. 278, n.

{^)

Freeman, History of Sicily,

I,

p.

Busolt, Gr. Gesch., P, p. 413, n. Karth., I, 274. («)

C) Orsi, Gela, di storia ant. »,

N.

« S.,

Mon.

XI

ant. »,

XVII, 1906,

(1907), p. 132.

;

c.

10. Cfr.

Giuliano,

«

d-

Riv.

2

L.

PARETI

Oriente ad occidente unitosi col torrente Cattano sboccava con esso

mare

in

ai piedi del

Ma

Monte Longo.

recentemente

Cultrera

il

(*)

convinse della tesi opposta e tentö di dimostrare che non vi sono motivi sufficienti per credere che il

ritornato sulla questione,

Gela

fiiime

si

tempi dell'assedio Cartaginese avesse un corso

ai

verso dairattuale; e qiiesta io credo sia la tesi giusta, pur

nendo utile riesaminare

la questione per assodar

rite-

fatti.

i

meglio

di-

Diodoro (XIII, 108, 2) narra adunque come linilcone dopo d'aver presa e distrutta Agrigento movesse sig ttjv twv rtXuiwv Xiogav stisXSmv dh ravrrjv 7iä(fav xal ttjv Ka^aQivaCav, nXfjQsg sTToirj(Ts

FsXav

To (TTQccTSVina Travroiag wcpsXsiag.

fiSTcc

JTOQsvOslg nagcc röv öiLicovvf^iov noiccjudv

auvta inl

S^ Tfj

noXsi

xars-

aTQaTOTiedevasv. In seguito, lasciando per ora gli altri elementi del racconto, narra (109, 4 sg.) l'attacco da parte di Dionisio ai Cartaginesi, e risulta chiaramente dal contesto ch'egli veniva dalla

parte d'oriente, e che passando a nord, a sud, e nel mezzo della cittä

il

suo esercito doveva scontrarsi

col

ad occi-

Cartaginese,

dente di Gela.

Fu per

due

che

parevan discordanti, di Diodoro, che lo Schubring (^) pensö che il fiume Gela presso di cui Imilcone aveva posto Taccampamento, non potesse identificarsi conciliare

col Maroglio, raa con

i

passi,

un altro ramo del fiume, ora non piü

esi-

stente che aiidava ad unirsi col Cattano. Corroboravano la sua tesi,

secondo

modo di Manna una

suo

il

donna della

spondere a quell'antico

vedere, due

depressione

fatti,

del

letto fluviale (^),

che cioe presso la terreno e

che

Ma-

corri-

potrebbe estremitä

sulla

nelVassedio di Gela (*) Cultrera, Intorno alV accampamento Cartaginese 405 a. C., e al corso del fiume omonimo, « Rendic. deU'Acc. dei Lincei ", XVII (1908), p. 257 sgg. Anche maggior precisione per de(«) Schubring, o. c, p. 82 e sgg. terminare il corso suppcsto del fiume Gela ha posto il Freeman, I, 402-407, del



cfr. III, il

p.

562. Quanto al tempio di Apollo sul moiite Longo, sostiene anche l'idea dello Schubring (p. 81). Si veda anche Cannarozi, Dissert.

Freemann

sulla situazione di Gela, Licata, 1871, p. 44 sg., per le discussioni contro la teoria del Cluverio che sosteneva essere accarapati Imilcone a ovest e Dionisio ad est di Terranova. Nella cartina n. 1 riproduco quella dello Schubring. (")

Si noti

che rOrsi,

ramento

col.

che verso ponente v'ä

un

rilievo

marginale

di

10

metri,

10, crede effetto di antichi rigurgiti, in seguito

ad uno sbar-

Vedi invece come spiega la questione della

depressione

artificiale.

CaRTA 0^

I

A PAG.

2.

5

3TS*

PER LA STORIA E LA TOPOGRAFIA

GELA

DI

8

Orientale del Monte Longo vi sono dei riideri, che corrisponderebbero per liii al tempio di Apollo Archageta, il quäle a sua volta si dovrebbe collegare con quel colosso di Apollo preso dal

Cartaginesi al principio dell'assedio (Diodoro, ibid., 108, 4). Ma come ben vide il Cultrera {^) tiitta questa costruzione e infondata. Essa infatti e posata

presupposti fallaci. In primo

che

oltre

luogo non

sii

prove

su

incerte,

e

punto probabile quel riteneva per certo ai tempi dello Schubring, che la cinta delle mura di Gela comprendesse tutta la collina di Terranova:

che

si

rOrsi

(*)

mura

di

ed

il

Cultrera

sostennero con buoni argoraenti che le

(^)

ad un dipresso corrispondere della cittä medievale. In secondo luogo quei ruderi

Gela dovevano

cinta

alla

del

Monte

ch'egli riteneva appartenenti al tempio di Apollo Archanon sono probabilmente che di una chiesa bizantina (*), e geta, a poi rigore, dal testo di Diodoro non risulta l'esistenza di un

Longo

tempio,

ma

unicamente

possibile che

il

di

un colosso

campo Cartaginese

Ciö posto e im-

di Apollo.

fosse a nord-ovest dell'ipotetico

ramo scomparso del fiume Gela, ad una distanza veramente surda dalla cittä cui

si

voleva dar l'assalto,

e

su

steso

as-

una

di

linea enorme.

Per il primo lo Holm (^) vide alcune difficoltä, derivanti anche da Diodoro (XIII, 110, 1) da cui risulta che i Cartaginesi il

Cultrera, p. 259.

Non

escluso inoltre, ove

h

un ramo

tere ch'essa provi Fesistenza di

si

voglia ad ogni

del Gela, che per

modo arametcol.

10,

sarebbe di origine antica, preistorica, che appunto in epoca storica non stesse piü, tranne forse nelle piene. Ma anche questo e insicuro.

esi-

Cj

0.

c, p. 257 sgg.

(^)

o.

c,

col.

l'Orsi,

11 seg.; 557.

259

e sgg. 11 Beloch, Bevölk., pp. 487 e 488 dando per p. Gela un'estensione di ha. 200, si attiene ancora ai conceiti dello Schubring e dello Holm. La cittä compresa nelle mura doveva esser minore della metä. Giä il Beloch stesso, « Arch. st. sicil. », XIV (1899), p. %Q (estr.), («J

0.

c,

la cittä di

ripetendo i calcoli sulla cartina dello Holm, aggiungeva: incertezza intorno al giro delle mura ». (*)

Orsi, 0. c, col.

(*)

Holm,

749 seg.; Cultrera,

St. della Sicilia,

I,

p.

«

Vi

^

perö molta

259.

278, n. 23;

II,

p.

222,

n.

1

e in

Bei-

trage zur Berichtigung der Karte Siciliens, p. 30. Si attiene invece allo Schubring il Meltzer, « N. Jahrb. », 1873, p. 283. Si veda anche Siefert, Gelon, Alt., 1867,4, p. 20.

Holm.



Nella cartina

n.

2,

riproduco la XII dello

L.

PARETZ

non eran lungi dal mare: xal yag ovo' (hxvQooiisvov rb fxsQog el^ov artav to naqoi rov alyiaXov Trjg dTqatoTtsSsCctg^ e perciö suppose che il campo cartaginese fosse piü a sud, in modo da aver il mare presse l'ala destra, sulle peiidici del Monte Longo. La tesi dello Holm era meno improbabile di quella dello Schubring, ve-

O'ONapoli • Ansi.Y.

Gart. 2 (da

Holm,

*S'^

nendo a diminuire l'estensione

J.

C.fcach,

Li*

p;

della Sicil, carta XII).

deH'accampamento ed

dolo un po' piü alla cittä assediata;

ma

si

avvicinan-

basava ancora sugli

stessi presupposti, specialmente su qiiello della cinta delle

mura

circondanti Fintera collina.

Per ultimo

Cultrera

il

sull'estensioDe delle

campamento

mura

(^),

rifacendosi

di Gela,

alla

nuova

cercö di dimostrare

opinione

che

l'ac-

cartaginese assalito da Imilcone era posto sulla parte

occidentale della collina di Terranova, nella localitä di Capo Soprano. Egli e confortato

C)

0.

c,

p.

262

e sgg.

nella sua

opinione

dai

seguenti

fatti:

PER LA STORIA K LA TOPOGRAFIA

GELA

DI

5

che cioe l'esercito di Dionisio diviso in tre schiere, miiove parallelamente al mare, e quindi in tal direzione doveva trovarsi l'esercito nemico,

mare

presso al

;

tanto piü per

fatto che delle tre

il

schiere g\i Italioti, che costeggiavano mare, giunsero pei primi a destinazione, e quindi la loro via doveva esser la piü corta per il

andare contro

il

nemico. Inoltre

troppo chiaro che se la regione

e

Oapo Soprano non era inclusa nelle mura, o Imilcone, o Dionisio dovevan pensare di occuparla, e poiche non la occupö certa-

di

mente quest'ultimo doveva giä averlo

fatto

duce cartaginese

il

:

e

la opinione del Cultrera e certo convalidata dal luogo in cui Diodoro (XIII, 110,4) dice: ol 6k FsXijioi, iisxqi tivoq ins^iovTsg sns-

ßorj^ovv xara ßqaxvv tonov Totg 'iTaXiiaTaig, evXaßov^evoi XmeTv TTjv twv rsix^ov (fvXaxrjv, da cui deriva che lo scontro fra gli Italioti ed

Cartaginesi avvenne presso le miira della cittä;

i

conferma

si

ha nel

nisio,

coUa tripartizione

i Cartaginesi s'intenderebbe tutto

dell'esercito giä

Quanto all'accampamento esser a Bittalemi, ad

non

che se

fatto

vicinissimi alla cittä non

di Dionisio

Oriente

ad

del Maroglio

stati

di

Dio-

di

secondo

(*).

im'altra

fossero

l'attacco

Oriente

doveva

e

il

Gela

(^).

Cultrera

In conclusione

il

Cultrera crede che nel racconto di Diodoro ei sia una lacima nell'esposizione degli avvenimenti, in questo

torio

modo: prima

Camarinese

si

e

che

si

debban

ricostruire

i

fatti

Cartaginesi che provenivano dal terrifermarono ad Oriente della cittä, e poi dini

nanzi all'avanzata di Dionisio

e dopo essersi assicurati della fapensarono ad occupare il Capo Sovrano. « Nella sia che fosse poco chiara la sua fönte narrazione di Diodoro e avesse generato nel suo concetto un po' di confusione, sia per

cilitä dell'impresa «

« « «

«

«

altra ragione





questo ulteriore spostamento delle truppe farebbe cenno e si parierebbe invece con anticipo di palizzate e di opere di trinceramento, che con magcartaginesi non

di

si

giore probabilitä debbono riferirsi al

campo primitivo

»

(p. 268).

C) Infatti egli avrebbe dovuto senza dubbio evitare in tal caso la suddivisione delFesercito in marcia, ch'era sempre pericolosa per la difficultä di ottenere l'isocronismo nelle azioni delle varie parti. (»)

nione.

Cultrera, p. 267.

Lo Schubring era

a ragione

Anche THolm

(II.

cartina XII) era di

incerto fra la contrada di Volada e

S.

quest'opi-

Lucia (che

il Cultrera, 267, n. 1, dice troppo distante) e la Piana del Signore, piü vicina a Bittalerai (dalla parte di nord-est) p. 84.

6

L.

PARETI

Ma

anche contro questa opinione del Cultrera credo vi siano ostacoli per alcuna parte, oltre quello ch'egli stesso nota nelle parole soyra esposte, relative alla costriizione delle trincee. Infatti 30 il campo dei Cartaginesi non restö per tutto il tempo dell'asil tiume, a nord-est della cittä, mal s'intende perche Dionisio siasi fermato col suo esercito per venti giorni, prima dell'attacco, ad Oriente del fiiime, senza porger subito aiuto alla cittä

sedio presso

assediata eäg

Dice infatti Diodoro (XIII, 109, 2 sg.):

(^).

rjyyKfs r^g

tav. 'ECtisvSs Tonov

n aq a

ä aXa ilov avtov

TToiovfisvog xaTcc y7]v afxa xal xajcc

^ocXarTav

*

ßhv yag

xoTg

äycavC^eadai si'a

il'iXoTg

fjycovi^STo xal Tr]v

7iQovofX€V€(T-^m, zoTg d' tmievtSi xal taig

ayoqcxQ hcipaiQsXa^ai tag xopu^oatvag roTg Idiag sTiixQaTsiag. 'EcpfjfjiSQag fi^v

ovdhv a^iov Xoyov

ngciTTovTsg.

Ed

schiere in cui divise l'esercito per

xal ToTg fxhv utofirjfiävovg, X.

TTCC^Sifx^ai

(Dionisio)

'cr]v

yccQ

Trjv ÖQfxrjv

...

ccXX' ix

xaTSdtQaTonsSsvcSs SiuCrtav ttjv (TTQaviav, {xyj

Ttolscog,

/w^ar ovx

vavalv sTTsigaTO vag

Raq^r^dovCoig

sx

Ttjg

ovv Sixodi diäzgißov

in

seguito,

parlando

delle

Tassalto

aggiunge (109, 5): l'dcaCi xovg ns^ovg TiaQijyysiXsv, Sia ßrjv ai rbv ttot a fibv xal to nsdiov xa^ m-

insiSav

trcTVsvfSi

T.

X.

Quindi e, che condivido col Beloch l'opinione che le cose vadano spiegate im po' diversamente. La soluzione di qiiesto pro-

blema

ci

deve esser suggerita dall'analogia coU'assedio

che pre-

cedentemente Imilcone aveva posto ad Agrigento. Secondo quello che risulta in modo abbastanza chiaro da Diodoro (XIII, 85. 87), i Cartaginesi avevan presa la cittä tra due accampamenti, uno posto ad Oriente e l'altro ad occidente della cittä stessa (^). Per Gela credo debba esser successa la stessa cosa, e mi pare che nel

racconto di Diodoro,

il

quäle al solito ha ben poco attentamente

trascritto sunteggiando dalla sua fönte, si conservino pur tuttavia

degli elementi tali da confermare la nostra tesi. Imilcone dopo d'aver scorrazzato, dice Diodoro, per il territorio di Gela e Cama-

(^)

La

ferraata di Dionisio prova

evidentemente che

subito

dall'altra

parte del fiume Gela v'era il nemico che ostacolava le mosse. Se cosi non fosse mal si intende anche come Dionisio non cercasse di dominare i Campi Geloi,

rendendo (")

difficile

Non

e

il

qui

vettova^liamento il

'assedio di Agrigento,

al

nemico.

caso di ferraarrai sulle questioni sollevate intorno al-

PER LA STORIA K LA TOPOGRAFIA liua,

andato verso Gela pose

siio

il

DI GEI

A

campo presso

7

omo-

fiume

il

nimo (108, 3), diinque probabilmente a nord-est della cittä. nella pianiira e viciuo al fiume, posizione necessaria per fornir d'acqiia Diodoro aggiunge ancora sii questo accampamento Orien(108, 5) ot S' ovv KaQxrjSovioi dsvSgoTofiovV'

l'esercito.

tale alcune notizie:

rsg

yuuoQav Täg>gov tt

T'r]v

71 ooasSb/ovTO

yceg

sqis ß dXovi

tov Jiovvcfiov

o

rjj

jusTce

7]^€iv

aTgatonsSsia* SvrduscDg

TioXXTig

ßnrj^i]aoiTa loi; xivdvvsvovaiv. Pol passa a parlare delle decisioni prese dai Geloi (108, 6-7) e qiiando torna ai Cartaginesi ci parla giä della parte delle mura, senza dubbio occidentali di Gela, ch'essi attaccano; si tratta di quella stessa localitä dove piü tardi

av7ieno la

battaglia(0*

Diodoro

e

passato

senza

accampamento, posto su Capo Soprano:

all'altro

accorgersene lior dh

(108,8)

ij noXti xal TOig ysvvcciwg rjfxvvovjo ;c. r. X. Anzi xQioTg xaraßaXXoi'Twv su quel che supponeramo per la ci conferma stesso qiiesto passo KaQXf]^ovi(ov ccTvb

jusQovg

TTQotTßaXXovTdov

tcc tsix^j

posizione deH'accampamento Orientale, un po' a nord-est della cittä,

perche cosi

si

spiega quell'

änb

fxägovg

poiche dallaccampamento Orientale

ciö

viva iuvece pel vettovagliamento e la

vedemmo

Ma

:

dice Diodoro stesso (108, 5). intanto sopraggiunse Dionisio coU'esercito

(109, 1-2), e da quel che giä

prima

rf] rroXei,

nqnaßaXXovToav

non poteva farsi esso serdifesa da Dionisio, come

notammo,

colle

e

si

vede

navi

che

si

accampö rragcc rrjv OdXattav (109, 3), e ad Oriente del fiume Gola (109, 5). In quella posizione adoprandosi dall'una parte colle navi, dall'altra coi cavalieri, si fermö per 20 giorni (109, 3-4), spiega benissimo perche oltre che dalle navi Cartaginesi e dciiraccampamento su Monte Soprano, era tenuto a bada dalil

che

si

l'accampamento Orientale, posto presso il fiume tovg ns^ovg dispose per l'attacco (109, 4 sg.) :

Xsv, sr fi^v Tccyfia 7ioir](jag

tmv

('*).

slg

Ma rgia

finalmente iLUQrj

Sist-

2ixsXi(0fu)v, oig 7iQo
dgi(TT€na trjv noXiv syovxag snl xbv ;faoaxa twv sraviiojv noQevtfTOai' xb 6' 6T€qov Tccyincc (Tvu/tax^v xavaaxrjaag sxäXevdsv

(^)

XrjdoyliDy (^)

4: aixbg (Dionisio) (f'e/wv rb r&v fJta9ocp6Q(t)v nöXeojg ägurjaev inl xbv x6nov, ol xä fitj/ay^fiaxa xßy Kag-

Cfr. XIII, 109,

a^yrccy/ua

ifiä rfjg rjv.

Vedi indietro.

8

L.

PARETI

(ßvy Ss^ia T7]v TToXiv ^xovcug STisiysa^cct, nccQ^ ambv tov myiaXov avTog 6' s^mv tb tSjv fHKfS^ocfoQcov (Svvxayfxa 6ia rfjg 716Xsoag MQiiirj(Tsv inl tov vicov f^v

xal ToTg [xir

.

tonov, ob %a iiri%avri\iaTU riov KaQ%rj6o' InnevCi naQTqyysiXsv^ ineiöäv iSfodl

Tovg 7i8^ovg mg ixi] ßävovg, dia ßf^v ai tov Ttotaiiov (^) xal tb neSiov xaOiTuia^sffOai, xccv f^uv ÖQ&ai rovg ISiovg ngoTSavv€nilaiißccvtax)ai T^g

Qovvtag,

d' SXaiTcofUbVovg^

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liidxr^g, '

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'

daxsd^ai tovg ^Xißofierovg loTg ' nqbg Z'rjv tmv Itahcotwv s(fo6ov

ratg vaval TiagrjyyeiXe

naq€}.ißoXfj

rrj

twv

noXf-jUiMV

iniTikstxtai.

Ora im

e chiaro

che tanto

ufficio ausiliario che non

i

cavalieri,

quanto

le navi

riferisce piinto contro

si

compiono

l'accampa-

di Capo Soprano: come le navi devon difendere gli Itanon dai Cartaginesi del campo ovest, ma dalle navi, cosi gli tTTTTstg davon difendere i Sicelioti durante la loro marcia per la

mento

lioti

pianura a noid di Gela da qnalche ossia

dallaccampamento

vero, che gli inneTg

devon attender

la :

fiume.

il

Orientale, presse

daU'altra del fiume, e poi giiadarlo Sicelioti

distaccamento nemico,

altro

zuffa

e troppo

dei

E

ciö e tanto

pedoni

stando

chiaro quindi che

i

dovevan correr rischio di esser attaccati precisamente in

liiogo vicino al

dallaccampamento Orientale (^): Diodoro che cosi assume un signiHcato

fiume, e quindi

altrimenti questo passo di perspicuo ditficilmente si intenderebbe. E cosi per quel che segue. Diodoro (110, 1) continua: ivxaigoog 6' amStv [la fiotta di Dionisio] 7ioirj(TdvT(ov tb TiagayysX&e'v^ ol }ikv Kagxrj66vioi ngbg ixsTvo To nsgog nagsßorjOovv, ccrsigyovtsg tovg ex

ßaCvovtccg'

TO

ccTtav

Ora anche

t&v vs&v

octto-

xal ydg ov6' mxv go) ftiärov zb /Litgog tl^ov naga tbv alyiaXbv Tfjg C t gaton e d sCag. male

quest' ultimo particolare

si

accorderebbe con quel

(M Qui e chiaro che si parla del Maroglio attuale. Questa e un'altra prova che il fiurne Gela di Diodoro non e che l'attnale Maroglio, perchö infatti non s'intenderebbe come egli non faccia alcuna distinzione tra il fiume presso cui vien posto il campo cartaginese, e quello guadato dagli Innas di Dionisio:

egli

scrive

Sarebbe assurdo

in

modo che

infatti,

a Capo Soprano per attaccare

il

ove

i

si

nemico,

loro insieme. Essi potevano servire invece iisciti

dal

campo

vicino al fiume.

devon identificare senza dubbio.

Sicelioti avessero

che

i

assai

Orientale avessero attaccato

i

dovuto marciare fino

cavalieri

bene

Sicelioti

non marciassero

contro

i

durante

nemici, che la

marcia,

LA STORIA E LA TOPOGRAFIA DI GELA

PF.K

9

che diaDzi aveva detto deiraccampamento posto accanto al fiume, il

quäle parrebbe trincerato tutto intorno: (108, 5)

liovvteg tjjv

veva

xccipQov

x<ö(>av

...SsvSqoto-

argaTO-

tfj

spiega colla nostra tesi dei due accampaintende infatti come raccampamento Orientale, che doe la cosa

nsSeCa^ menti:

Tisqis ß aXovTO

si

difenderli

si

dalle

contemporaneamente

dall'attacco di Dionisio

(108, 5)

raccampamento occidentale posto

dei

iiscite

tutto

fosse

Geloi,

naturalmente

in luo;:o giä

e

mentre

trincerato;

forte,

e meno minacciato potesse esser indifeso dalla parte di mare, per cui era in comunicazione colla flotta.

Ed

altri

elementi probatori troviamo ancora,

esaminiamo

se

seguono suUe azioni dei dice che da parte loro non venne aiuto

nel racconto di Diodoro le notizie che Sicelioti.

Cosi prima ci

agli Italioti (110, 4):

xaOvaTs'povv Tu)v xaiQoJv,

Qsvoiisvoi,

dato che

si

6)

€x 6^

che

il

Ma

fiägovg ot

&aTbQov

ci

si

aXXovg

dentemente l'orientale]

*

ävetXoVj

vede da quanto precede che

si

Tovg [evi-

sn

rSiv 6h 'Ißrjgwv xal KaiiTiavSn',

si

(110,

rovg änavzrjdav-

Ct QaroTisd sCav avvsdCw^av

slg xr^v

KaQxr]6ovi(ov [i quali

benissimo, trovavan nel-

restan notizie piü diffuse

^ixsXiwtai nqbg

%ag Aißvag diayoaviüctfxsroi (fvxvovg fusv aviwv d'

tisSCov tto-

8'intende

trovassero alle prese coi nemici che

l'accampamento Orientale. :

tov

re yccg ^ixsXiwrai Siä

ol'

6h

trovavan

nell'accampamento occidentale], naQccßorjd^Tqaavxdav %6tg ACßvci [che dovevan quindi esser nel campo Orientale], tisqI s^axoaiovg ccTioßaXovTsg jiQÖg ttjv ttoXiv ä7t€%(i)Qr^Cav ot 6' InTisXg (ag si6ov xal avtol Tigög Tr^v ttoXiv oc7r7]XOov, sttirjirrjfjisvovg, .

tovg l6Covg

x€ifi6V(ov avioTg

t&v

TToXtfiiwv,

Ora tutto questo ipotesi.

Si

spiega

aiutare gli Italioti

non

si

come ;

spiega i

come

assai

Sicelioti essi si

bene,

non

credo,

giungano

colla in

nostra

tempo ad

trovino a lottare coi Libii, che

compaiono alle prese cogli Italioti e la flotta, e che quindi dovevan esser distaccati altrove da Monte Soprano; come i Carci

tagineöi dei

campo

occidentale, dopo d'aver superato gli Italioti,

ch'erano stati respinti nel

potessero accorrere in difesa dei Libi, loro

accampamento, che per la piauura

coi Sicelioti

;

come

nella cittä, insieme

al

nord di Gela

lottavan

infine questi Ultimi riparassero a mezzogiorno,

cogli InTtsTg

che

azione nell'assalto dei Capo Soprano.

anch'essi

non troviamo

in

10

PARKT

L.

I

Qiiindi e che io sono convinto che Imilcone pose due accamiino a nord-est e l'altro ad ovest di Gela, e che Diodoro,

pamenti

simteggiando dalla sua fönte, non intese che solo

Orientale presso

accampamento

natamente

fiiime

il

si

non

parlava

Gela(');

egli ci couservö nella sua descrizione,

ma

del

fortu-

avveder-

senza

sene, gli elementi che posson servire a corregeila ed a ricostruire

l'andamento dell'assedio: ricostruzione, credo, tanto piü probabile quanto abbiamo l'analogia del precedente assedio di Agrigento. « Monum. (Vedi la cartina n. 3, presa da qnella data dall'Orsi,

in

Line. », XVII, tav. III, colle aggiunte mie).

ant. d.

II.

Diodoro (XIII, 108, 4 Cartaginesi,

Gela,

e

dopo d'aver parlato dell'arnvo dei

sg.)

della costruzione

deiraccampamento presso

da queste altre notizie: sxövtmv di tSn' FsXdjwv

ci

7t6

Xecog 'AnoXlcorog ärSgiavTcc xaXxovv avkrjGavtsg aviov ccTtsCrsiXav dg rrjv Tvqov

Tf]g

acpoSgcc

jovtov

.

[iiirne

il

sxTog fibyar, ^itv

ot

Sh TvQioi xQr^afxov aisOrjxav, ot FsXdjiOi xaO- ov xaiQov vCrsqov vir ^AXs^avdqov nov Maxtdovog srroXiooxovvTO, xaOvßqi^ov wg dvvaymvi^oßsvov xoTg TioXs^ioig' 'AX^^avxavcc

lov tov

Bsov '

'

'

6qov d iXovTog YjpiSQctv

ttjv

xal trjv

nsql FsXav

noXiv wg Tipiaiog

vnb r&v

f]

xara

'^EXXrjrwi',

(hg

ahiov

trjv d/nunvinov

tov

KaoxrjSovioi

Ttjur^OTjvai ävaCaig

(Tvi'äßrj

savXrj(Sccv,

Tatg iisyiüTaig

sv

avtr^v wqccv

cprjai,

xctl

AnoXXcova nQo(s66oic

ysy€VTqf.isvov

irjg

aXwaeiag.

Ora sulla posizione di questo colosso d'Apollo, dopo quanto abbiam detto suUo svolgimento dell'assedio, par chiaro che si deve dedurre non solo ch'era

sxxog

noXbmz^

tfjg

ma

anclie

Oriente di essa, in posizione non lontana dal luogo in cui

taginesi avevau posto

(^)

Chi conosca

il

1'

accampamento

modo con

Orientale, del quäle

i

ad

Car-

appunto

cui Diodoro attingeva alle sue fonti, non tesi. E presupponibile che orinai piü

avrä difficoltä ad amraetter la nostra

nessuno possa sul serio credere aH'infallibilitä si tratti di

cose siciliane.

di

im

siraile

aiitore,

anche se

CaRTA

VII, tav. III]

III

A PAG. 10.

PER LA STORIA K LA TOPOGRAFIA

DI

GELA

11

Diodoro sta parlando (^). Ma non si pu6 specificar meglio dato suUa topogratia qiiel che sappiamo, per merito precipuo dell'Orsi su di alcune identificadi Gela? Qiii e forse il caso di feimarsi

ad

zioni proposte dei templi trovati

est di

Gela.

E

noto come sulla parte Orientale della collina di Terranova, sian trovati dei resti, purtroppo assai miseri ora, di im tempio

si

di Stile dorico (^).

Dalle colonne

esso ancor

di

in

erette

epoca

liume delle Colonne, ed e interessante veder

araba prese il nome il il cenno che ne fa a mezzo lonne « n

(^)

secolo tredicesimo

il

In hac igitur terra

tt

:

dudum

delle Co-

Guido

a barbaris exarata, et data

penitus in ruinam, adhuc supersunt quaedam columpne, quae vulgo columpne Herculis nuncupantur; et in ea quondam Fedefecit construi

n

ricus

«

diernum dicitur Terranova

II...

di

il

capitello, con

»

.

L'Orsi pote ricostruire ancora una di quattro blocchi

m. 7,75, forraata

intera colonna dorica, alta

ed

terram... (quae) usque ad ho-

quandam

una rastremazione

di

stucco bianco, e cosi pure una parte

Vs^ ^d origine ricoperta dei

Che

basanaento.

si

abbia da fare con un tempio e fuor di dubbio, ma di quäl divinitä esso fosse non risulta in modo alcuno per dati archeologici. L'Orsi fece prima l'ipotesi che si trattasse di un tempio di Demeter e e vero da Erodoto (VII, 153) che a Gela un doveva esistere culto per tali divinitä, il che par confermato da tipi di monete sul cui verso ricorre, insieme coUa scritta fEAÜIXlN

Cora

Ora risulta

(*).

una testa

lo

il

fronte

Erodoto

tempio di Gela

(^),

e

o

una

testa

di

Gera

senza dubbio anteriore

in questione;

e inoltre

(®),

ai

ma

tempi

come non

al cambiamento di posizione dei fiume Gela, poneva colosso d'ApolIo ad ovest di Terranova. Vedemmo indietro

Chi credeva

naturalmente

come

di

riferisce

si

in cui sorse

(*)

Demeter

di

l'epoca cui

il

Schubrino^, p. 81, lo ponesse a

Monte Longo. L'Orsi non

e esplicito

?ulla sua posizione: ora, coli. 10, ]9 e 749, accogliendo la tesi dello Schubring sul fiume Gela dovrebbe porre il colosso anch'egli ad ovest; altrove, col. 557, ritiene ch'egli sorgesse isolato,

dei

V

secolo, (*) (_^)

(*)

2, p.

H

ed in luogo piü lontano dei tempio

est di Terranova.

Vedi specialmente Orsi, « Mon. ant. », XVII, col. 547 sgg. Historia destructionis Trojae (ed. Gozza). Vedi Orsi, Gela,

(*)

UI,

dunque ad

Mon. ant. », XVII, C. B. M. Sicily, 74, u

col. n.

col. 548.

557.

77

flg.,

e 78

;

Holm, Storia della Sicilia,

113, n. 157. C. B.

M.

Sicily, 75, nn. 84, 85;

Holm,

ibid.,

p.

233,

n.

589.

12

PARETl

L.

vi sono ragioni intrinseche

fosse dedicato

il

supporre che

per

a

santuario trovato suUa collina

Demeter

Cora

e

Bittalemi

di

ad

(^), non vi sono neppiire per il tempio dorico, assai poco le figurine muliebri fittili col porce dicono ne perche cellino trovate nei dintorni (^). Ma recentemente l'Orsi stesso ha

est del fiiime

Gela

cambiato opinione sulla divioitä cui sarebbe stato dedicato il tempio. Egli infatti, com'e notissimo, trovö iiltimamente ad un centinaio di metri da qiiesto, alla

del

fine

V

altro tempio, che

pare

secolo av. Gr., e che abbia cessato

stando al materiale cipio del

im

traccie di

le

VII

secolo

trovatovi forse col av.

Cr.

(^).

Ora

risalga

di

essere,

del VI. o col prin-

finire

scoperta fortunata

la

di

im

pezzo di pithos colossale coUa scritta

AOANAIA ed inoltre di ima piccola testa elmata della

stessa Dea, lasciano

supporre in modo abbastanza verisimile che quel tempio arcaico fosse dedicato ad Athena. L'Orsi poi si e convinto che qiiesto

tempio fosse demolito dai Geloi

V

cipio del

stessi sul finire del VI, o sul prin-

qiiando costriissero

secolo,

1'

altro

tempio piü recente,

sia perche esso toglieva la visuale, sia per la

mancanza

di pietre;

tempio aicaico era dedicato ad Athena, anche il che recente lo sostitui doveva esser dedicato alla stessa divipiü nitä ("). Ora senza negare la possibilitä di queste cose, non ne se

il

adimque

scorgo bene la probabilitä. stati i Geloi a demolire il

Prima non vedo perche debbano tempio

arcaico

Qiiest'identificazione deH'Orsi e solo

(*)

per

possibile.

costruire

essere

Taltro

L'altra proposta da

un santuario del fiume Gela divinizzato, non h comprovata neppur da un frammentino, ma non e in opposizione con un frammento di .Timeo, come scrisse l'Orsi stesso (fr. 118): Top de rof> ^cdägidog xafiQoi' ol !4xQayavtLvo(, xaxenövtiaav, &g qirjai, Tlfxaiog. Töv yäg iv rfi nökei, deixviB' lui,

che

si tratti

di

dW

eixibv fievov fif] elvai tot) 4>akdQidog, xa^Aneg rj no}.kr] xaTs'xet dö^a, iati riXoavog [corr. TeXo] tot noxafxofi. KaxaaxevAaai de airöy (paai JIbqIkaof xal ngiöToy iv aiiz^ xaraxafjt^ai,. E troppo chiaro infatti che la cittä

in questione

p.

38

non

C)

Orsi,

«

(3)

Vedi

u

b Gela.

Mon. Mon.

Vedi invece

ant. »,

XVII,

ant. «,

XVII,

c. c.

sg. (*)

u

Not. Scavi

«,

1907, p. 40.

«

Mon.

ant. »,

557, n. 558, n.

1

XVII,

col.

728.

2. ;

«

Notizie degli seavi

^,

1907,

PEK

LA.

STORIA.

E LA TOPOGRAFIA

GELA

DI

13

tempio quando in mancanza d'ogni acceuno tradizionale sulla questione, possiamo pure supporre che il tempio sia andato distrutto in qualche occasione sia di rivolte interne, quali nou mancaron certo nel corso del

V

qualche guerra. Sarä stato ai (0? o durante la guerra

secolo, sia di

tempi della rivolta di Sabello a Cleandro

per noi oscura coi Cartaginesi che forse fu condotta da Ippocrate (^)? o nelle lotte coi Siracusani (^)? o in qualche altro fatto connesso coi tiranni? o infine nella lotta coi mercenari (^)? Noi

non ne sappiamo nuUa. Sarä stato distrutto tanti terremoti? da

un incendio

Certo

(^)?

il

e

tempio da uno dei che tutte queste

cose sono possibili e che vien quindi a perder assai di probabilitä la tesi, giä poco convincente

per scopi edilizi dai Geloi. tare sulla

di per se,

E

di

una demolizione voluta

quindi mi permetto anche di dubitempio del V secolo con un

nuova identificazione del

tempio di Athena, che si basa su quei presupposti, tanto piü ove badi che assai poco sappiamo di sicuro suU'epoca precisa in cui fu distrutto il tempio arcaico, e sorse il recente nulla prova che

si

:

le

due cose siano contemporanee

Ed

(^).

ora soffermiamoci su di un

prima corae

fra

i

altro

tanti meriti dell'Orsi,

Notammo

punto.

relativi

a Gela,

anche quello d'averci dato un concetto piü esatto di avesse prima sulla estensione delle

mura di Gela; e mura antiche con

giä

ci

sia

quel che

si

la tesi della

corrispondenza ad un dipresso delle quelle della cittä medie7ale, sostenuta dall'Orsi, e risostenuta dal Cultrera, e senza dubbio molto probabile. Se non che l'Orsi inclina a credere

{')

Erodoto, VII, 153 sgg.; Polieno, V,

(^)

Cfr.

ant. »,

Freeman, llistory of Sicily,

II,

6.

105; Giuliano,

«

Eiv.

di st.

1907, p. 255.

(«)

Vedi esposti

i

fatti,

e

notate le fonti, in Holm, St. della Sicilia,

I,

385, e n.

C) Oocyrh. Pap., IV, 665; De Sanctis, « Riv. Filol. », Pais, « Rend. Lincei », 1908, 329 sgg. (*j

Che avvenissero terremoti

1905,

66 ggg.;

in Sicilia anche in quei tempi,

non puö non si

esser che molto probabile. Dai miseri resti del tempio trovati, credo

possa neppur escludere la possibilitä di un incendio. (^) Si osservi ancora che manca, credo, ogni analogia, che avv.alori la ipotesi deirOrsi. Sarebbe una cosa inaudita che i Greci distruggessero i loro templi per rifabbricarli altrove.

14

L.

che

tempio del

il

V

secolo fosse dentro

osservi che quella localitä era e

PARETZ la

cittä (^).

Se perö

si

della cinta medievale, che non

fiiori

punto necessario che tutti i templi fossero entro le mura (d'algi veda l'analogia del santuario di Bittalemi), tanto piü

tronde

che la cinta di Gela piü che cinta della cittä intera doveva esser dell'Acropoli (^), non si tarderä a convincersi che i templi del pendio Orientale della coUina di Gela potevano benissimo esser

mura.

fuori delle

Ed

allora tolta la difficoltä delle identificazioni, e quella del

posizione relativamente alle mura, puö senza dubbio acquistare maggior carattere di verisimiglianza l'opinione, non nuova per altro (^), che il tempio del V secolo fosse dedicato contrasto per la

Per5

(')

come

(c.

557), concede: « II tempio attuale se non era dentro la cittä, pochissimi passi dalle mura». Vedi anche col. 542 in

io credo, era a

princ. a proposito della torre sud-est, che

come

parte

anche secondo

l'Orsi

doveva far

della cinta medievale, cosi pure della classica.

che abbiamo C*) Non e qui il luogo di fermarsi a lungo sulle notizie SU Lindioi. Noto solo come da Tucidide, VI, 4, 3; Erodoto, VII, 156, e Stef.

nome era considerato come nome di localitä. nome primo dato dai Greci alla colonia, e pol sopraffatto

Biz. {Alvdog), risulti che quel

Se poi

si

tratti del

dal nome locale di Gela puö esser dubbio; ma pare piü probabile che Lindioi fosse l'acropoli di Gela, la parte entro le mura. Per la parte fuori le mura vedi Orsi, Gela, col. 12. Lo Schubring, p. 93, credette che Lindioi fosse a

sua

Capo Soprano, ma la cosa cade naturalniente ove non si condivida la mura di Gela. L'Orsi, Gela, col. 14, dice che Rodii e Cretesi fon-

tesi sulle

darono la cittä nel luogo di Terranova « imponendole il nome di Lindioi, " forse dal quartiere dei Rodii soverchianti, nome che ben presto scomparve, «

assumendo

la cittä unitä, oltreche politica, topografica

propendo a credere che Lindioi fosse Tacropoli contenuta nelle mura. C*)

L'Orsi,

doveva essere

c.

ed onomastica

». Io

di Gela, vale a dire la parte

557, ne accenna per combatterla: secondo lui il colosso piü lontano. Vedi invece il Cultrera, p. 259, Non

in sito

credo sia obbiezione sufBciente quella dell'Orsi, c. 557: « ...se i Cartaginesi « avessero raggiunta, e comodamente occupata la posizione del Molino a « Vento, avendovi tutto l'agio di togliervi, indisturbati, il colosso di bronzo sarebbero stati anche padroni della cittä ». Essi infatti non lo furono neppure subito quando ebbero occupato il Capo Soprano, ch'era posizione l^en piü importante railitarmente. D'altronde la parte della coUina ad est « essi

me fuori delle mura era troppo piccola per prestarsi a porvi un accampamento da parte di Imilcone, e non della cinta medievale oltre ad esser secondo

dominava

la cittä

come Capo Soprano.

L'Orsi,

ibid.,

combatte l'opinione,

PER LA STORIA E

ad Apollo,

e

LA.

TOPOGRAFIA

come

lina di Gela,

GELA

15

Dio, che

qiicl colosso del

che con esso fosse collegato

vedemmo doveva appunto

DI

trovarsi sulla parte Orientale della col-

dice Diodoro sxtbg rrjg noXfoig.

III.

Diodoro, com'e noto, parla a diie riprese in modo discordante della distruzione di Gela come opera o del tiranno di Agrigento

Finzia (xtiCsi d^ (PuTiag ttoXiv, ovopiccaag ccvtrjv (Pivriada, Fe€(TtI cF^ avrr] iragaXajovg ävaffTavovg bvTceg olxi(Tag sv avTfj .

O^aXacaiog. xa^aiQwv ta Tsixr] xai rag olxCag, tovg Xaovg Ttjg Ftlag sk trjv (Pivtidda ^srrjvsyxs, xiCactg rti^og xal ctyoQav a^ioXoyov xai vaovg Bs&v (XXII, 4)) (^), o dei Mamertini (o db ^Is'qmv ansxQivccTO dioti Mcc^sqtTvoi Kafiagivav xai Fe'Xav ava(TtaTovg nsnoirjxoTsg^ MeatfrjvriV 6^ ädsßadiaTa xaT€iXrjg)6rrjg, dixaiiog

TvohoQxovvxai, ^PwaaToi sorta, fis'vrjv

282

(*)

se,

come

i'(Tfi€v

ovT€

viiole

x. t. X. (XXIII, 2)). Se Gela sia poi riStrabone (VI, p. 272: ov sto awoixov-

FäXav

x.

t.

non sia piü stata abitata,

bene che

e

essendo

c'intratteniamo,

depo la

essa

X.),

distruzione

sulla quäle recentemente sostemita

qiiestione

stata

del

credo

cosi l'una che l'altra opinione.

senza dubbio indimostrata, degli eruditi locali che nel tempio dorico videro un tempio di Zeus Atabirios. Vedi anche « Notizie Scavi », 1907, p. 40. Quanto all'ubbiezione che Diodoro parla

solo di

un colosso

e

non del tempio,

evi-

dentemente ha poco valore come tutti gli argomenti ea: silentio. D'altronde e difficile imraaginnre che quel colosso non fosse connesso con un xifxevog, data la povertä di analogie: ed allora tanto vale pensare al nostro tempio. Anche le dimensioni del tempio quali possiamo credere fossero, e le dimensioni dei colosso, SU cui poco specifica Diodoro, non sono in contrasto. di due tradizioni diverse: una (') Si tratta evidentemente giusta, l'altra lalsa. Si tratta

rOrsi, col. 21,

il

accordi presi fra

di

scegliere,

quäle crede che la distruzione sia i

Mamertini

e

Finzia».

E

Lo Schubring pone

di Finziade nel 281

o 280.

dev'esser

combinare, come fa avvenuta « forse per

di

delle due tradizioni devesi senza

dubbio seguire la seconda: Schubring, o. c, 515; Beloch, Gr. Gesch., III, I, 559-560. (^)

non

e

la distruzione di

p.

69 sgg.

:

Holm,

Gela nel 282,

la

St.

Sic,

II,

fondazione

16

PARETI

L.

Furono

trovate

1685, 1778

a Licata

rispettivamente

negli

1811 quattro iscrizioni, che senza tengono ad una stessa classe, ed in diie di esse ricorre la fräse: o Sa^ioc tcöv Fsld^otv,

che

si

anni 1680,

dubbio

e

P

(la

si

appar-

e

la 3^)

debbon consi-

derar corae decreti di quel dcifiog. (Furon quelle stesse iscrizioni, che tempo addietro diedero tanta materia agli scrittori di cose Gelesi, per la posizione geografica di Gela antica, giacche parvero

per un certo tempo prova sicura che quella cittä doveva sorgere dove ora e Licata) (^). Ora di queste quattro iscrizioni secondo lo

Schubring

due prime spetterebbero ad epoca posteriore alla

le

struzione di Gela, le due ultime a tempi precedenti.

una prima base per chi

occiipö della questione.

si

rifacendosi a Strabone, che

dopo

la distruzione,

struzione

— come

si

sostenne che

come

e logico e

si

i

vecchio

il

FsXiimi^ si che s'intende e di

FsXd^oDv,

indurrebbe anche dalla terza iscrizione

nome come

la

si

;

vissero a Finziade,

sede,

Geloi e

di



dissero ot sv Oivriadi

prima iscrizione trovata a Licata,

epoca senza dubbio posteriore alla distruzione di Gela abbia

(*)

p. 9;

della di-

della fräse o Safxog

quando condotti da Finzia nella nuova non lasciaron

esistita

sia

come prima t&v

Geloi,

di-

questa fu

Lo Schubring

vedemmo nega che Gela

valevan nei decreti

E

M.

Quella trovata nel 1660 fu pubblicata dal Maffei, Ant. Gall. Sgl, V., p. 239, e dal Pizzolanti, Delle memorie istoriche delVantica

cittä di Gela, Palermo, p. 230,

il

quäle la descrisse, e ne diede una copia La ritroviamo in C.I. Gr.,

in incisione, assai notevole: poi via via fu riprodotta.

5475; in Cannarozi, Dissert., Diäl. Inschr., III,

in

gitore, cod. Pan. 99,

XIV, 257

= Dial

1,

5,

D. 203

p.

4250.

131; in I.Gr.,Xiy, 256 in Michel n. 552 e La seconda, del 1685, ö nelle schede Mon-

= Dorville,

Jnschr., III,

1, 5,

Sic, 11,587

4251.

La

=

CL

Gr.,

5476

=

/.

Gr„

terza trovata nel 1778 (V.: Can-

narozi, p. 128) fu pubblicata dallo Schubring, p. 75. Cfr. Cannarozi p. 128 259. L'ultima trovata nel 1811, fu anch'essa pubblicata dallo /. Gr., XIV,

Schubring, ibid.; Cannarozi,

p.

129;

/.

Gr.,

;

XIV. 258.

[Ringrazio pubblicamente degli aiuti che mi porsero cortesemente, colrinforniarmi sullo stato presente delle cose il sindaco di Licata avv. Gigante prof. Luigi Vitali, studioso di cose licatesi, ed il sig. Giovanni BarCannarozzi, nipote deU'autore della dissert. citata. Ad essi devo la notizia che attualmente a Licata non restano che due delle quatiro iscrizioni

Ke,

il

rile

di cui rai fornirono calchi e fotografie S.

Angelo

pale

(/. Gr.,

:

quella giä incastrata nella chiesa di

XIV, 256) ed ora murata nel salone

del palazzo munici-

— e quella trovata nel 1778, attualmente ancora presso gli

eredi Trigona].

PER L\ STORIA E LA TOPOGRAFIA anch'essa la fräse ö

däiioz twv rsXcnwv

GELA

DI

17

Qiianto alle

(').

diie

iil-

che sarebbero d'epoca anteriore, lo Schubring proche i Geloi le abbiano portate con se venendo a credere a pende e risosteniita tesi dello Schubring fu seguita La Fiuziade (^).

time

iscrizioni

Holm f ),

dallo

Mommsen

dal

dal Beloch

(^),

e

(^),

recentemente

dairOrsi (^), ma a due riprese f ), tornato suirargomento tentö di dimostrare che la teoria dello Schubring era insosteniPais

il

Credo utile tornare sulla questione. tutto vediamo i dati monuraentali.

bile.

Anch'io

Innanzi

opportuno

riferire le

parole

«saurienti scavi di Gela (^): «

e

mesi nelle due

chi

fece

e

Camarina)

credo

fortunati ed

i

lo ho passato », egli scrive,

«

(= Gela

cittä

di

testuali

«

mesi

percorrendone

:

il

ia ogni senso, esaminandane ogni recesso, studiando tutte le raccolte di materiali da esse provenienti. Ne mai mi e acca-

* suolo «

M «

duto di trovare sepolcri romani o di tarda etä greca, mai frammenti epigrafici, mai lucerne o tegole bollate all'infuon di tre

«

miseri frammenti di boUo a Bitalemi;

«

romana ne a Camarina, ne a Gela,

le

mai

Analogie non mancano. Vedi Schubring, Messana spesso son detti Mamertini:

(*)

una

abitanti di

o.

moneta

sola

trovansi invece

quali

c

76 sg.

p.

,

ad

cfr.

es.

Cosi

a

gli

Strabone, VI,

p. 268: xakoVat de MafxsQiivovg f^äXXov änayreg ^ Msaarjvlovg. (Jos! pure si ßa come spesso gli abitanti di Thermae, prendano il norne originario di Imeresi: Thermae stessa e detta Imera da Zonara (VIII, 14, p. 3'^3), ed '^1^8-

n6hv da Plutarco {Pomp.

qaioiv «

Hermes

«, 18,

fondendo

p.

157

=

/.

Gr.,

10,

Eimer a cum

al solito da:

5).

(•)

0. c, p. 76.

(•)

Holm, Storia della Sicilia,

(*)

Mommsen, Beloch,

(*)

^ Arch.

estr.

st.

L„

Bevölk.,

Sicil. »,

XIV

Monum.

X,

p,

p.

Pais, Osservaz. sulla storia

Testr.;

e

Per

I,

La

326;

(')

Arch.

ant. »,

stör, sicil. »,

XVII, N.

la storia di Gela, in

Gela,

«

Kaibel,

Plinio,

con-

Naupatto,

che

nelle

iscrizioni

Syll.^, 31).

278.

popolazione

antica

della

Sicilia,

col. 21.

e

S.,

«

sulVamministrazione

Mon.

ant. »,

della Sicilia,

XIII, 1888, p. 128^€ sgg. p. 136 delStudi storici per Tantichitä classica »,

I, 1908, p. 577 e sgg. (») Orsi,

iscrizioni:

X, 7345.

(1889), p. 75 deU'estr.

Orsi, «

«

L.,

737.

(«)

dair

di

Meaaaviot (Dittenb.,

C. I.

le

pure

L

Poraponio Mela, II, 118. Cosi nomi di Megaresi ed Iblei. Fuori della

troviamo usati contemporaneamente i il caso dei Messen! detti ancora

C.

fluvio, cfr.

Sicilia si cfr. ad es.

vengono

Cosi

XIV, 315;

XVII,

col. 21.

18 K

«

L.

PARETI

centinaia nelle cittä sopravvissiite nei tempi romani. Per me la come unitä politica cessa completamente col 280,

vita di Gela,

ne mai piü risorse essendo solo rimaste di essa le ruine ed il nome della contrada (« Campi Geloi », Virg., En., III, 701) ». Poi v'e la qiiestione delle epigrafi trovate a Licata. Due di esse (^) « «

dicemmo fiuono di Gela, e

dallo Schiibring credute posteriori alla distruzione

due anteriori:

queste ultime, secondo

come arguisce

Pais

il

«

(^):

dei titoli, in cui

liii,

sarebbero

andando a Finziade. Ed ecco invece

State portate dai Geloi stessi

...dacche e necessario riconoscere che

fa

menzione del da^oq twv FfXcimv, non vedo che cosa

«

iino

«

e

*

ci

«

dei Gelani, bensi, piü tardi (^); e che cosa ci vieti credere che,

«

allo stesso

«

dell'etä

n

rsX(j)(ov ».

si

stato trasportato da Terranova a Licata, io

trattenga dal pensare che ciö sia avvenuto, non giä per opera

Ma

modo

romana secondo

sia stata trasportata, piü tardi, l'altra iscrizione

cui

in

me

e

parimente

nominato

il

Safiog

twv

tanto la tesi dello Schubring

quanto quella un presupposto indimostrato, ossia che trovate a Licata, e pubblicate dallo Schu-

del Pais sono basate su di le

due ultime

iscrizioni

bring siano state incise in epoca anteriore alla distruzione di Gela. Vediamo infatti quel che si potrebbe dedurre anche dalle copie pubblicate.

La

terza nella copia dello Schubring, e cosi: Kaibel 259 ?

EniTlMoD.T.»n-

OAAMoCTONrEAOloNLa aspetto

ancora

quarta,

secondo

lo

Schubring,

ha

il

seguente

:

Kaibel 258

EnilEPAnOAOYTEAlNE..O.Ar....

(»)

riori nn. («)

anteriori al

256

280 sarebbero

/.

Gr..

XIV, nn. 258

e

259

;

le poste-

e 257.

Pais, « Arch.

st.

sicil. «,

XIII, p. 130 estr,

Pais, infatti nelle pagine precedenti si k fermato a dimostrare spesse volte le epigraü cambino luogo perche prese come zavorra nei

{^)

come

Le

II

bastimenti. Giä zione C.

I.

il

Franz, C.

Or„ 5476 (==

7.

I.

Gr., III, p.

Gr.,

XIV, 257).

592 Taveva sospettato per

l'iscri-

PER LA STORIA E LA TOPOGRAFIA

La prima

cosa da

notaie

e

che

in

DI

GELA

19

qiiest'ultima

epigrafe,

nel]o stato attiiale e arbitrario sostenere esistesse la fräse ö Safiog

T&v Fslü^mv

ÜQ

(^).

secondo punto

che

e

nulla

deriva

natural-

mente per la cronologia di essa epigrafe dal fatto che di un Teline di Gela parla Erodoto (*), perche non v'e la minima possibilitä per mettere le due cose in relazione. Chi poi osservi senza preconcetti le due iscrizioni vedrä che non vi e alcun elemento valido per sostenerle anteriori al 280 c. Cr. Per noi quella che piü importa e la peniiltima. Giä il Kaibel sostenne ch'essa era non solo anteriore al 280, ma posteriore alle altre che pure sono del I secolo av. Cr. indubbiamente.

av.

Ed

e chiaro

che nell'epigrafe abbiamo elementi tali che

obbli-

ci

scender parecchio per la cronologia. Mentre nella prima gano iscrizione (/. G., XIV, 256) troviamo il Z nel prescritto ed il c a

decreto, qui troviamo

nel

il

solo c,

e

poi

e

noto come

forma della lettera in Sicilia sia molto tarda.

questa

Inoltre v'e

il

fl

con le due aste uguali (^) l'o minore delle altre lettere, la mancanza del magistrato religiöse che nelle altre epigrafi compare civile. Di fronte a tutto questo non sta che il fatta che sarebbe davvero assai strano deiro per w nelle parole tov ysXoiov (gen. plur.). Ma qui e troppo chiaro che non dovrebbe trat-

prima del

tarsi

che di dimenticanza del lapidario, o almeno e che s'avrebbe da fare con o

denza della pietra,

(*)

Qunökov

Pais,

1.

c, p. 128.

TBXLV^..r'^o[ji']

(^).

poca

evi-

ün

utile

Kaibel

II ,

i4[_

di

(n. 258) Integra ad esempio: 'EttI lexaxeviavaiov xoV ^alva x. x. A.]. Inoltre non

h sicara la lettura dei resti in fine della prima, linea. II Cannarozi, Dissert., p.

e

principio

della

seconda

129 legge:

EnirEPAnOAOlOEAlNE-.O.A.r (•)

VII, 153.

(^)

SuUe monete

dlClHOAlC

genda II, p.

Gela del periodo a quel che pare 430-360 coUa legancora il p. Vedi Holm, Storia della Sicilia, III,

113, nn. 154 e 155. n.

588

233,

II

Kaibel, n. 258, da:

(*)

Lo

stesso in

monete posteriori

Si badi che anche di questa epigrafe

Cannarozi

EfllTlM

al 241.

Holm,

ibid.,

retro.

p.

il

di v'ä

nella

non abbiamo nna copia

sicura.

EniTiMOA.r//n oaamoctonteaoion Dissert., p. 128, legge: OAAMoCTONTEAoIoN

OE..n.

|

A.d

un errore deirincisione o

;

della copia pensa eviden-

20

PA RET I

L.

potrebbe slabilire con monete che sembrano indubbia-

confronto

si

mente

epoca romana, ossia posteriori al 241 av. Cr., in cui

di

legge la scritta

Ora

TEA^Ion

si

(0-

che se nessuna delle quattro iscrizioni risale ad HD periodo anteriore al 280, vengono di molto spostati i presupposti e chiaro

della questione

temente

il

TeX[(h'\i[(o]v

{^).

Kaibel quando

utile

coraparisce nella prima linea, G.

(>)

B.M.

L'Hill, Goins

«

ma

elemento lo

ö

Holm,

of ancient Sicily, 1903, themselves Geloans,

^Rfxog

r[ö)]v

potrebbe ricavare dairxi che

si

Schubring dubita della

Sicily, 75, nn. 81-85;

« Phintias still called «

per la seconda linea:

interpreta

un

Si badi che

.

p. 219, scrive:

and

time

in

lettura.

233, nn. 588-589.

III, II, p.

«

The people

some of them

of re-

turned to their old home in the Roman period both eitles existed. Presumably the late coins reading fEAXlIllN ,
is that of a youth about to sacrifice a ram (compare fig. 51, p. 167), belong to Gela and not to Phintias ». Per quali ragioni, egli iion dice, ma la cosa mi par sommamente improbabile. Quanto a questo o frainleso accemiando alle monete in si badi che il Cannarozi, p. 91, e creduto o e cosi pure a proposito che la dice hanno questione leggenda TEACloN

«type

«

,

5

maggior iscrizione (/. Gr., XIV, 256) egli la riporta ad epoca anteriore a Simonide (!), perche in essa mancano i segni (o, t], ^{sic) e \p, mentre Tiscrizione stessa ha molti esempi di (che ancora il Canna(p.

135

e sgg.)

della

^

rozi crede siano degli

molti di

e

»y,

non uno solo di

C.

E

sperabile infatti che dopo questo, nessuno vorrä risostenere che tutte, furono portate a Licata da Terranova. II fatto si e che lutte

(^)

una,

furono

Non

o),



si

dicono



trovate

a

Licata,

nessuna simile

a

Terranova.

quel che il Linares, Gela in Licata, Palermo, 1845, p. 58, dice del marmo su cui e incisa l'iscrizione maggiore (/. Gr., XIV, 256): «E la pietra durissima, di colore bianco (ed anco del «

privo

di

Interesse

h

ricordare

turchino se ne osserva nella montagna di Licata) e dai Licatesi appellasi non si vede alcun vestigio nelle cam-

«

pietra di ciäcinu, della di cui natura

«

pagne

di

Terranova».

Un

altro utile

cavare da due iscrizioncelle su materia p.

elemento per la questione fittile

si

deve

pubblicate dal Cannarozi,

o,

ri-

c,

109, n. 60:

AAMoZ rEAoloN.. e p. 110, n. 62:

OAAMO Senza tema

di errare si

genuine. Anche qui

ma

nessuno

si

si

E

TEAoloN.

puö riconoscere che esse sono malintese se sono creduto che o od .^ corrispondessero ad

sarä

O

,

nasconderä la stranezza delle formole e della loro presenza in

PER

I.A

STORIA E LA TOPOGRAFIA DI GELA

Tiitto qiiesto si piiö dediirre

finora piibblicate. far

molte

altre

Ma

21

anche dalle copie deU'iscrizione

chi ne osservi la copia che riproduco. dovrä

constatazioni.

o6.AM<'tT O

N

In

realtä

Tiscrizione

ha

tre

o

22

E quanto

/.

1779

I

alla seconda parte e interessante notare

ma

1778

l'iscrizione si dice trovata nel

nel

PAKET

L.

come mentre

non fu edita che nel 1871,

rinvenne a Licata un manico d'anfora {C. Gr., XIV, 2393, n. 481 c. con la scritta: si

Gr.

I.

5488

=

EniTIMOAO KOY ArPIANIOY Si tratta l'anfora e

un magistrato

di

Rodia

Ma

(*).

per Geloa come tutte

come neir

iscrizione

le

Rodi, e non di Gela, perche

di

gli scrittori locali ritennero

altre

ricorra

Ora

simili.

nome

stesso

lo

stesso errore dell'o nella sillaba

i

per

cJo,

iscrizione

1'

strano notare

assai

e

magistrato, collo il vuoto

di

[T«/toJ(t)xot;]

;

una lacuna nella nostra

della seconda linea, corrisponde ad

zione: evidentemente chi la compose

che

credette

iscri-

vuoto della

il

2^ linea sull'anfora fosse una lacuna, ch'egli riprodusse, riempiendola con segni di lottere. L'unica differenza sta nel xm per xov,

ma

Fn

non

il corrispondente del segno s o usava per T ov. Ciö posto senza troppa tema di errare si puö concludere che non solo 1' iscrizione in esame non e anteriore del 280 av. Gr., ma che probabilmente

probabilmente

simili che nei

XVIII,

e del

e che

tempi andati

XIX

o

si

secolo dell'era nostra.

Quanto alle monete dianzi accennai a tipi che si ritengono romana colla leggenda rEAolgN- Ora monete appunto

di epoca

simili devono essere quelle che, trovate a Licata, contribuirono a far sostenere nei

tempi andati, che

vine di Gela

Ne

romana siano

d' epoca

che

e

Quindi

non

(^).

d'altra parte

fu abitata

o

il

280,

(^).

monumentale risulterebbe che Gela e

che

la

di Finziade,

popolazione

almeno una, sicuramente genuina

delle quattro

iscrizioni di Licata, tutte posteriori aila distrnzione di Gela, e

confermano

le

le ro-

che simili monete

risulta

state trovate a Terranova

dall' esame

dopo

come vogliono due

doveano ricercare

lä si

mi

monete, conservarono

il

nome

vecchio

come

di Geloi.

Ma

resta l'esame delle fonti letterarie, a cui passiamo senz'altro. 0) Cfr.

ad

es.

:

7.

Vedi

(^)

ö^r.,XIV, 2393, nn. 481-483;

gli scritti

Cannarozi,

(®)

supporre

Le 11

p.

97

/.

Gr., XII, 1, n. il

;

1193 (Rodi)

Cluverio.

suirargomento, precedenti Linares, p. 22 e specialmeiite 55-56.

relazioni dell'Orsi, che

contrario. Vedi anche

il

non ne

fa alcnn

brano della

col.

cenno mi

E

etc.

poi ancora

pare lascino 21 sopra riferito.

PER LA STORIA K LA TOPOGRAFIA

23

GELA

DI

Vedemmo come

Diodoro (XXII, 2, 2) parlando dei fatti di Gela Finzia dica per xavaiQojv ra tsi'x^ xal tag olxi'ag; e come Strabone (VI, p. 272) dica esplicitamente ov... sti awoixovjutvrjv ovT€ räXav

Xa^sv

x.

Priraa

X.

%.

luogo di Strabone che cni

di

coi neide

considerar

cosi

bene

sufficienti.

Diodoro

(XXII,

2,

Finzia diee a proposito della nuova patria

nohv

xTtt«* ^^ (PiVTiag

admetiantur vel Phintiam

maxume

inter se

summi

ancor

ün

passo di suona cosi:

192)

iuris

di

Geloi:

ai

frumentum

est,

Catinam, ioca

vel

die quo iusseris,

deportabunt ». riferiscono alla cittä di Finziade, dandole

Ma

Cicerone stesso (ibid., 103) dice: « Audietis Agriquaerimonias, cognoscetis Entellinorum... dolorem

gentinorum...

Heracliensum, Gelensium, Soluntinorum incommoda Ma qui si parla non piü della cittä, ma della

et iniurias,

proferentur

si

libro III,

Halaesam

(^) vel

eodem

diversa,

questi due passi

quel nome.

parlando che diede

2)

dvo/xa(Tag avtrjv <^ivTiccSa.

Cicerone [In C. Verrem, Actio II, « Coge, ut ad aquam tibi, id quod

etc. »

.

che

popolazione, e troviamo quel

nome

questo

conclusioni

pur deve venire dall'esame monumentale, vediamo se ve ne siaa

si

delle prove

E

errato

colle

dovevamo

dei Geloi per gli abitanti di Finziade.

ossia

attenderci,

come troviamo

il

nella

iscrizioue greca di quella cittä in epoca allincirca identica.

In Cicerone quindi non v'e punto la prova che Gela e Finziade esistettero contemporaneamente

(^), egli,

unicamente, da uomo

ben informato sulle cose siciliane sapeva che la cittä si chiamava Finziade, ma gli abitanti conservavano il nome primo di Geloi. Ma quel che sapeva Cicerone non seppero altri: chi sapeva che in Sicilia v'era una cittä di nome Finziade poteva indurre, come fecero i moderni, che la sua popolazione fosse unicamente detta dei Fiuziensi; chi sapeva che una popolazione in Sicilia aveva

sapeva di un'antica cittä

di Geloi. e d'altra parte

veva indurre ch'erano

(') I

(^)

codici

Finziade che li

cittadini di questa^ cittä

i

«

Arch.

st.

suoi abitanti

nome do-

Erano indu-

p.

I,

581.

XIII, p. 130 (estr.) deduce dal nome di chiamavau Finziensi, e non Gelani. E Finn. 2 dei Pseudo Falaride. Soltanto io ne de-

sicil », si

dice an che la lettera

doco collo Schabring,

76, che

i

Geloi, abitanti a Finziade potevan indif-

fercntemente esser delti Finziensi o Geloi. tro).

(^).

il

Gela,

danno Plutiam.

Pais, « Studi storici »,

(3) II Pais,

ziensi

i

di

Peru tutto porta a credere che

ufficialmente fosse generalmente

il

il

(Vedi

le

analogie

nome che davano

secondo.

a

addotte indie-

sc stessi

almeno

24

PA RET!

L.

ziooi cosi facili che le rifecero

che avesseio

niilla

i

ma

moderni,

fondamento di

iin

ciö

non prova per

veritä.

Cosi forse si spiega come Plinio {?i. h., III, 91) nomini gli uni e gli altri, nel suo catalogo alfabetico, i Gelani ed i Phtinthienses

(^)

;

come Tolemeo

cosi pure

FsXa

tia come

(III, 4,

7) ricordi cosi (Ptr-

(^).

Quanto a Plinio, fii giä da tempo notato (^) come ci dia im numero maggiore di cittä stipendiarie di qiiel che dovesse: una senza dabbio il duplicato ch'egli da dei dei Phtinthienses, (ove con qiiesto nome abbia voliito parlare degli abitanti di Finziade), mentre i Gelani erano appimto di quelle aggiunte e

Gelani

e

i cittadini di Finziade. Quanto a Tolemeo basti notare com'egli poteva dar benissimo la posizioiie anche di una cittä di ciii a tempo suo non esistevano che i ruderi: in parte la cosa poteva dipendere dalle sue fonti antiche. II Pais scrisse e vero che « la

« K «

piü superficiale lettura deH'opera di Tolomeo convince chiunqiie che questo scrittore nomina soltanto le cittä esistenti al suo tempo e che la sua geografia non ha punto un carattere ar-

» sta il fatto perö che Tolemeo non una volta ('*), cheologico soltanto nota nella sua opera delle cittä non esistenti come tali «

ai suoi

Che d'altronde

tempi

(^).

(*)

N.

III, 91.

(2)

Tolemeo anzi da

//.,

I codici

la fönte di

danno Phüinenses

Tolemeo

non

fosse

o Phtinthienses,

4) HiPila sul mare, e poi ^Lvii« e TsXcc

(III, cap.

neH'mterno. Dalla posizione che da per Tlivila verremmo a 10 iniglia ad est di forse non erra il Müller (ed. di Tolemeo, Didot, I, p. 395) avviSelinunte cinando il passo dell'Itiner., p. 91: ^ aquae Segestane sive Pintianao », donde



si

deriverebbe che la cittä era altrove da quel

Finzia

Gela

i

codici danno 4>tvfHa,

C*)

Beloch, il

nome

4>d^iy&la

(cfr.

che



Per

Phtinthienses);

yar

dice

Plinio:

Tolemeo

FeXka.

TeXcc, riXcci,

dandoci

o

«

Arch.

st.

XIV,

sie. »,

74.

Cosi

erra senza

dei Naxi, degli Zanclei, e parlandoci di

dubbio Plinio

Mile.

Da

togliere

dalla lista di Plinio sono anche probabilmente i Selinnnzi. Per Camarina, tutto porta a credere che anch'essa non esistesse dopo il 258, benche Plinio si parla di un prosseno parli. Se non che in Dialekt- Inschr.^ II, 2519, Camarinese a Delfi kell'anno delParconte Damosthene. Se si ammettesse che

ne

quest'ultimo fosse

in

carica

nel

182/81,

dovremmo, specialmente nel ]»rimo

ma

caso,

o

nel

232/31 come fu sostenuto, sia ancor

ammettere che Camarina

la dimostrazione dei Beloch, Griech. Gesch., III, 2, p. 329 che I)amosthene si deve porre negli anni 270-263. Ed allora non v'e prova che Camarina esistesse dopo il 258. « Arch. st. sicil. », XIII, p. 131 delPestratto. (*) esistita,

si

veda

sgg., e p. 350,

(*)

Cosi per la Sicilia oltre

il

nostro caso di Gela che Tolemeo nomina,

l'KR LA

STOKIA E LA TOPOGRAFIA DI GELA

molto precisa intorno a Gela, basti a provarlo

il

meditenanee {^saoyeioi) ammettendo che Tolemeo fosse

cittä vien posta tra le

Ma

anclie

denverebbe altro se

iion

che Gela ai

25

fatto

che quella

(').

iiel

vero,

non ne

era

siioi

tempi popolata, magari da poche deciüe di persone, e non se ne potrebbe pimto concludere che Gela foäse distretto amministrativo, come non de-

MvXai

riva per

che Tolemeo nomina (e che Plinio, ripetendo

enoie che per Gela enumera nel siio catalogo). Comunquo sia questi due passi di Plinio e di

lo

stesso

l'uno di

iiu

luogo in

ciii

di iin autore che si

di quel

che dovesse;

nome

della posizione delle localitä,

e

Tolemeo,

autore che commise molte gravi inesattezze, ed in un licorrono iudubbiamente un maggioi* niimero di cittä l'altro

raente da fonti del cui questi due passi, io

valore

che

e

acconteuta del

dipende

indubbia-

difficilmente

possiamo giudicare: credo, non souo punto tali da infirmare tutto

quelle che provano le altre fonti. E quindi in conclusione io credo che una delle epigrafi trovate

a Gela sono

di Gela,

rMioi.

A

tanti

dice

c^li

modo dimostrare

alcun

cittadini

li

stesso

indubbiamento posteriori

(tutte

in

al

282, e che non

importate),

continuarono

condotti a Finziade,

si

pos-

sta a provaro che

i

a chiamarsi

porta Cicerone che parlando degli abi(jelenses, parlando della cittä la dice Phiatia. Allo

questo stesso

ancora

ci

ci

portano le monete

(^).

da anche Camarina che, come dicemmo

e

molto dubbio

se

esistesse ai

A

Ceo dice esistente come cittä KoQrjaaög, meiitre si vcda Slrabone, X, 5, 6, p. 436; Plinio, A^ II., 4, 62. E cosi per 'EUxi] data da Tolemeo si veda Paiisania. VII, 24. Tolemeo da üucße Micene, e dei codici suoi tem}ii.

aggiun^^ono accMiito a Turi, Sibari. Notevole e pure che ricorda Pagase di fianco a Demotrihde: cfr. Strabone, IX, 436. E cosi via. D'altronde si potrebbe fare una lunga serie d'errori di Tolemeo derivanti Ündiscutibilmente dalle fonti di cui si valeva. Per errori e contraddizioni in Tolemeo derivanti dall'uso di varie fonti, combinate insieme si veda ad es,

Geograph]/ of Asia Minor, London, 1890, notano anche errori anacronistici in Tolemeo.

Ilistorical

(*)

W. M. Ramsay,

p.

Si e voluto spiegar la cosa coUMpotesi che egli si servisse di puo anche trattarsi di una fönte letteraria. Comunque

carta errata.

Ma

I'he

68 e sgg., dove

si

una sia

prova che non bisogna basarsi eccessivamente sulla autoritä di Tolemeo. Lo stesso errorc T(»lemeo ripete anche ])er Finziade, per Megara e Camarina: anche Plinio parla dei Gelani e dei Finziensi come cittadini dell'in-

ciö

come tali dice i Cetarini, i Drepanitani, i Galacteni, gli Haiesini, gli Herbulenses, i Naxi, i Seünunzi e gli Zanclei. Chi volesse potrebbe anche pensare ad una funte comuiie, cosa non iraprobabile, ove si osservi che dei codici di Tokinen danno 4>Siv^la, c dei codici di Plinio Phtinfhienses.

terno,

(«)

Vedi

iiidictro.

26

PARETI, PER LA STORIA K LA TOPOGRAFIA DI GELA

L.

che

Invece per Gela noi abbiamo un passo esplicito di Strabone dice ch'essa non fii riabitata, e ci manca ogni resto monu-

ci

mentale che provi il contrario. Tutte le epigrafi, le monete dei Geloi posteriori al 280 non furono trovate a Terranova ma a Licata; vedemmo come TOrsi, che pur ha girato in ogni senso Terranova non sia riuscito a trovare

minimo cenno che provi

il

ch'essa fosse abitata in quei tempi.

Quindi io non tardo ad affermare che non solo Gela, dopo il 282 non risorse piü come grande cittä, ma neppure probabilmente come villaggio (^). Che la contra da sia restata del tutto deserta sarebbe falso sostenere

(^)

ma

certo

e

che

la

collina di Gela.

per quanto sappiamo restö deserta lino al XII secolo. Non credo perciö sia da ammettersi col Pais, che Gela in epoca romana, come piccolo villaggio abbia pur continuato ad essere dütrelto

amministratiüo

distretto amministrativo

il

(^):

cui abitanti furono Geloi villaggio,

Finziade

non visse

se intorno a

:

di vita

autonoma,

fu

a

Terranova

LTtiner. Anton

mpm X

Plintis

,

p.

95-96

(Parthe}^

107 cercö dimostrare che

estremilä occidentale 587, n.

« ossia «

1,

dice:

«

della

p.

qualche di

dipendenza

44), nella

mpm mpm

Ghalis Calvisianis

(refugium)

Cinque codici danno Ghalis, uno Ghalas,

p

i

(*).

Agrigento a Siracusa nota: Daedalio mpm XVIII

p.

fu

vi

ma come

Pareti.

LrjiGi

(')

Finziade,

il

collina

Gela.

di

XVIII

Lo

II

(plagia) etc. o. c.

Schiibring,

deH'Itinerario Pais,

« St.

da

costiera

VIII (plagia)

gli altri Galis.

'refugium Ghalae'

via

cade

storici ",

Se in codesto Ghalae debba vedersi im avanzo

alla

1908,

di

j^A«t

oppure una defurmazione di Pefugium Gelae non oso rime pare che questa seconda opinioiie sia poco sostenibile

di porto,

solvere ».

A

linguislicamente. Essa fu sostenuta dal Cluverio per primo. 11 Cannarozi poi (p. 67 e sgg.) crede che si Iratti di un tempio (refugium) del Dio Calaj, figlio di Borea e di Orizia (!). Per parte mia credo che una cosa sia sicura, la fönte citata non parli punto di refugium. Ghalae: il termine unito col precedente Plintis. Di Ghalis si dice solo: plagia. va refugium {^) Vedi Orsi. Gela, col. 22. oss^ia

che

(3)

Pais, « Arch.

st.

sicil. »^

XIII,

p.

131;

«

Studi storici

»,

I,

p.

512

e

sgg.

«

giusta Topinione dello Schubring che i Geloi anche nella nuova sede continuassero a dirsi, ufScialmente almeno, coirantico nome. Gio non toglie,

(*)

« «

«

Beloch, «Arch. stör

sicil.»,

XIV,

p.

175

dell'eslr.

che l'antica Gela, nel corso del tempo, si sia ripopolata continuato ad esisterc come borgata di Finzia ».

di

:

« ...mi

sembra

nuovo, ed abbia

ZQR AÜGÜSTÜSSTATÜE DER

LIVIA.

Ein Meisterwerk und ein Eckstein der Kunstgeschichte wie die Auffustusstatue von Prima Porta muss immer wieder auf alle

Probleme hin neu geprüft werden, auch nachdem und ge-

seine

rade nachdem

Hauptbuch wie Amelungs Vatikankatalog

ein

die

bisherigen Arbeit in wohlüberlegter Darlegung Ergebnisse zusammenzufassen versucht hat. Mir ergab wiederholte Nachprüfung für mehr als einen Punkt abweichende Urteile. Diese öffentder

begründen wird nicht überflüssig sein, obgleich sich einige beim Nachsehen der älteren Litteratur (') bereits ausgesprochen oder angedeutet fanden. « Denn, was gestern und ehegestern ge-

lich zu

sproclien (')

— wer

hört's? ».

Hier die häufiger, nur mit dem Verfassernamen, angeführten Schriften Amelung, Die Skulpturen des vatikanischen Mu-

in alphabetischer Folge:

II S. 741 f. Babel on, Monnaies de la republique romaine. Römische Ikonographie. C a v e d o n La statua di Augnsto... illustrata colle medaglie, im Bullettino 1863 S. 174 ff. Cohen, Mddailles imperiales. Courbaud, Le bas-relief romain (ßibliotheque des dcoles fran9aises d'Athönes et de Rome LXXXI) S. 63 ff. Von Domaszewski, Der Panzer

seums

I S.

Bern

u

schmuck

19

1 1 i

u.

fi",

i

,

s. f.

in Strona

Helbigiana

S.

51

ff.

,

(neu gedruckt in des Verfassers

Abhandlungen zur römischen Religion S. 53 ff }. Garruc ci, Dissertazioni archeologiche I S. 1 ff. Grifi, La. statua di Augusto etc., in Dissertaz. della l.ontif. accad. Rom. di archeol. XXV, 1864, S. 419 ff. Heibig, Führer durch

Sammlungen kl. Altert, in Rom. 2. Aufl. I Nr. 5 S. 4 ff. Henzen, Scavi Prima Porta, im Bullettino 1863 S. 78 ff. G.F.Hill, Historical Roman coin«, London 1909. 0. Jahn, Aus der Altertumswissenschaft, S. 285 ff. W. K 1 e i n Geschichte der griechischen Kunst III S. 360 ff. ü. K o e h 1 e r Statua di Cesare Augusto, in den Annali XXXV, 1863 S. 432 ff. G. Loeschcke, Zur Augustusstatue von Prima Porta, in den Bonner Jahrbüchern 114/115, 1906, S. 470 ff. Michon, Motif central des reliefs de la statue etc., im Bulletin de die di

,

,

la soc. nat. des antiquaires de

Zeitg.

XXVII, 1869,

sculpture.

Nr. 1640.

S.

118

ff

France, 1900 S. 214 ff. Schlie. in der Arch. 1870, S 34 ff Mrs. A. Strong, Roman

XXVIII

Gipsabgüsse antiker Bildwerke habe ich den Directionen der Cabinette in

(Friederichsund) Wolters,



Für

Münzabgüsse

28

F.

Das

stolze

Marmorbild

STUDNICZKA.

war

für

einen

stolzen

Platz

ge-

dem

Tiber und der Hauptstadt zugekehrten Vorbau an der Hauptfa9ade der Villa ad gallinas, die sich Livia schaffen

(^):

für einen

Folge des bekannten Auguriums anscheinend bald nach ihrer zweiten Vermählung (38 v. Chr.) gründete, zugleich mit dem Lorbeerhain, dem die ersten Kaiser ihre Triumphalkränze entnahmen (^). in

Neuerdings freilich hat Löschcke sogar diesem bedeutenden Werke den Charakter einer Originalarbeit abgesprochen. Den Anstoss, es für eine Copie nach Bronze zu erklären, bot ihm eine auch anders wohlverständliche und wirklich verstandene Tatsache (^).

zwar die Rückseite der Statue, die ja in einer einer Nische verankert war, nur angelegt, Wand, vielleicht etwa wie Praxiteles die des Hermes. Aber sofern sie dem weit zur

Der Künstler

liat

in

Seite tretenden Beschauer sichtbar wurde,

namentlich unter

dem

Arme, musste er sie vollkommen ausführen, soweit also auch auf der Rückenschale des Harnischs die Forterhobenen

rechten

setzung des Reliefschmucks andeuten. Dass diese nicht mit einer ganzen Figur, sondern mit einem Teil, der Spitze eines Flügels, abbricht, entspricht nur der Sachlage. Für echt marmorgemässe

Conception des Werkes spricht es erst recht, dass auch der Panzerzierrat die volle Poljchromie erhielt, der in der wirklichen

Waffenschmiedekunst schwerlich ebenso bunte Emaillearbeit entsprochen hat (^). Vollends ohne Grund sclieint mir die dem rechten Bein anhaftende Stütze als Copistenzutat verdächtigt worden zu sein.

Ist sie doch,

ganz anders

als die

meisten

Baumstämme

bei

London, Paris und Wien verbindlichsten Dank zu sagen. Unsere Abbildungen von Münzabgüssen sind, nach photographischen Aufnahmen des Conservators Hackebeil in Leipzig, um die Hälfte des Durchmessers vergröszert.

Berlin,

— Die Detailanfnahmen von der Augustusstatue hat,

mit gefälliger Erlaubniss

des Herrn Directors Galli, Cesare Faraglia ausgeführt. C) Henzen, S. 73. Die Bedeutung des Fundortes betont auch Courbaud S.

66

gegen

f.

(»)

Sueton, Galba 1; Plinius, n. h. 15, 136.

{^)

Vgl.

Amelung

(*)

Wie

sie

s.

I S. 24 und II S. 741 gegen Loeschcke. noch Amelung H S. 741 (zu I S. 20) zu belegen sucht. DaLoeschcke S. 472 und Klein S. 362. Der von ihm vermisste Ver-

in ihren Farben herzustellen, liegt vor bei Fenger, Dorische Polychromie Taf. 8; wiederholt in Seemann's Kunsthist, Bilderbogen.

such, die Statue

ZUR AUGUSTUSSTATUE DER LIVIA

Nachbildungen Yon Erzstatuen, hinter

Parergon

plastisches

und, soweit sichtbar, als sinnvolles dessen

gestaltet,

Doch hierauf

herabgesetzt wird.

ihrem formlosen Teil sorgfältig

in

dem Standbein verborgen

29

ist

am

Ausführung mit Unrecht Schlüsse zurückzukommen.

Also gilt nach wie vor das Urteil: « hier fragt sich's nicht mehr, ob Original oder Copie » (^); diese schönste und reichste

von allen

erhaltenen Statuen

des Augustus

wirklich für die

ist

glänzende Villa seiner Frau aus erster Hand geschaffen. Wann dies geschah, darüber ist zunächst der Bildniskopf zu naher Kiinstcha-

befragen (*), dessen der Wirklichkeit ziemlich rakter jetzt besonders durch den Vergleich mit

dem

weit stärker

Boston hervorgehoben wird (^). Der Statuenauf die meisten Gelehrten, die sich hiefrüher machte nun kopf rüber bestimmt geäussert haben, den Eindruck, aus der « Blüte

idealisierten

Kopf

des Mannesalters

in

«

herzurühren

(Bernoulli S. 55). Henzen S. 73 Jahre und fand es (S. 77) schon

ihn auf rund vierzig nicht ganz unbedenklich, ihn nach den Saecularspielen (17 v. Chr.), das heisst in des Kaisers sechsundvierzigstes Lebensjahr zu datieren, worauf ihn die Panzerreliefs führten. Rayet nannte vierzig schätzte

und fünfzig

als die

Grenzen

Klein

Erst

(^).

nachdem Amelung

I

S.

361

geht

«

an

27

gar die Züge einem angehenden Fünfziger, das heisst der aus anderen Gründen ins Auge gefassten Bauzeit der Ära Pacis entspechend gefunden die Fünfzig

r

heran,

S.

hatte.

Aber diese Gelehrten erkannten

hatten noch

Kopf des Kaisers vom

nicht den von

Friedensaltar

Sieveking

vor Augen, bei

dessen Vergleich mit dem unseren ich kürzlich, ohne an die hier Frage zu denken, dem ersteren nachsagte, dass seine

erörterte

schärferen

Stirnfalten

deutlicher

Sorgen und Schmerzen verraten

(•)

Petersen,

Vom

alten

Eom,

»

«

die

(^).

Wirkung

der Jahre, der

Dass die Plastik den Kaiser

2. Anfl. S. 144.

Gut abgebildet bei Arndt, Portr. 702 3; Bernoulli Seeck, Augustus S. 51; Domaszewski, Gesch. d. röm. Kaiser I C»)

(=»)

(*)

II 1

Taf. 1;

Titelbild.

Arndt, Portr. 704/5.

Rayet,

Monum. de Part

antique II zu Taf. 71

S. 4.

Zur Ära Pacis (Abhandl. der sächs. Ges. der Wissensch. phil. Cl. XXVII 1909 Nr. 26) ß. 18 zu Taf 4. [Vgl. jetzt die neugefundene Pontifex Statue Nqtizie 1910, fasc. 6° (Pasqui), der nachträglich ein ältlicher Au(*)

30

F.

noch weiter

ins Alter

STUDMCZKA

begleitete, verrät wenigstens das

Bronze-

köpfchen aus Aquitanien im Louvre, welches freilich im Verdacht einer provinziellen, nicht sehr authentischen Arbeit steht (^). Doch

genügt meines Erachtens auch schon der Vergleich mit dem Kopf der Ära Pacis, um die von Henzen am bestimmtesten gefasste

Altersbestimmung: möglichst wenig nach vierzig, zu bestätigen. Erheblich weiter gehen kann man nur um den Preis der Annahme, der Meister habe in diesem eigens für die Kaiserin geschaffenen Standbild ihren Gemahl ähnlich verjüngt, wie es die traditionelle Massenproduktion der Münzen für die weiteste Oeffentlichkeit

Annahme

scheint mir zwingenderer Gründe zu bedürfen, als sie bisher den Panzerreliefs abgewonnen worden

tat

(^).

Eine

solche

sind (Abb. 1 und 2) (^). In möglichst frühe Zeit weist die

klappen, wenn

sie,

Siegel des Augustus zurückgeht.

Denn

auf den Achsel-

Sphinx

woran kaum zu zweifeln es

ist,

auf das bekannte

war das

älteste von drei

aufeinander folgenden Siegeln, dessen er sich nur im Anfang seiner Herrschaft, nach dem Zeugnis der Münzen sicher noch während der asiatischen Expedition bediente

Der parthische

{^).

Erfolg

dieser Reise, der unbestrittene

Hauptgegenstand des Panzerreliefs, fällt in das dreiundvierzigste Lebensjahr des Kaisers (20 v. Chr.). Ihm Messen Einige die Entstehung des Marmor Werkes unmittelbar folgen (^), Andere gingen mit Henzen S. 77, bis auf das Jahr der Saecularspiele (17 v. Chr.)

^

herab

(^).

Neuerdings jedoch hat A. von Domaszewski, im Anschluss

gustuskopf aufgesetzt worden (12

V.

ist,

vielleicht als der Kaiser Oberpontifex

wurde

Chr.)]. (^)

Froehner,

Musees de

Bernoulli II 1 S. 38; C.

f ) Vgl. Cavedoni,

I.

S.

France,

Taf. 1;

Kayet,

a.

a.

0. II Taf. 72;

L. XIII 1 Nr. 1366.

179. lieber die Münzbilder Bernoulli II

1

S.

12

if.

aus Strena Heibig. S. 51 entlehnt, dank dem Teubnerschen Verlag. Abb. 2 aus Jahrbuch d. arch. Inst. XI 1896 S. 85. Dio 51, 3, 6. Vgl. Gabriel (*) Plinius n. h. 37, 10; Sueton, Aug. 50; Cass. {^)

Abb.

und Milani Die

1

Sphinxe am Panzer

Grifi S. 429, {^)

(«)

und 172

ff.

auf das Siegel zurückgeführt von Garrucci S.

9,

in des letzteren Studi e materiali II

Klein

S.

1902

S.

157

ff.

364.

So Garrucci, Courbaud S. 67 und Michon S. 218. So auch Jahn S. 295 und Kekule, Griech. Sculptur

2. Aufl. S.

353.

ZUR AUGUSTUSSTATUE DER LIVIA

an

mehr

gelegentliche

Bemerkungen Köhlers

weisen versucht, dass es sich in

Abb.

jenen

einzelnen

historischen

dem Bildwerk

31 (S.

445),

nicht

nachzu-

sowohl

um

um

die

1,

Vorgang handelt,

sondern

ganze Stellung des Herrschers als restitutor orbis

Romani

(wie

32

man tet

F.

STLDMCZKA

später sagte), die ja erst zu der Zeit, als die Aia Pacis errichbis 9 v. Chr.) vollendet war. Seiner straffen Dar-

wurde (18

Abb.

2.

legung haben sich im Wesentlichen Anieliiiig

S.

25

f.

linJ

Klein

364 angeschlossen. Ich dagegen glaube, da^s die richtii^e Deutuug im Einzelnen für einen älteren Ausatz spricht. S.

33

ZUR AüGUSTUSSTATL'E DLR LIVIA

Ausser Zweifel steht allem Wesentlichen

die

von Anbeginn (Henzen S. 75 f.) in Benennung des Kranzes rein göttlicher fast

Domaszewski

Gestalten. Die von

(^),

nach einer Anregung Duhns,

im

Interesse seiner Gesamtansicht vorgebrachte Neuerung, zu Unterst sei statt der Allmutter Tellus nur der Orbis Komanus zu ist ganz unhaltbar. Wenn es ein solches Wesen, als Person gedacht, überhaupt geben sollte, dann wäre es doch wohl männlichen Gesclilechtes. Die an sich wenig wahrscheinliche üm-

erkennen,

gestützt werden durch die unerhört anaBeziehung ihrer beiden Kindlein, dieses durchsichtigen Symbols der xovgoTQÖipog, magna virum parens (^), auf die Säuglinge der römischen Wölfin. Wäre diese richtig, dann müssten

deutung der Göttin

soll

chronistische

wir dieselben

zwei Kinder

im

Tellusrelief der

Komulus und Remus nennen, obgleich anderen Stirnseite des Denkmals im richtigen

Amme

4em

die Zwillinge

Lupercalrelief,

auch an der

dort,

mit

ihrer

dem grossen Wiener (^). Auf als Stadtgründer winzige Bübchen dem

dargestellt waren

Cameo müssten gar die Triumph des Tiberius zusehen Augustuspanzer

Ära Pacis

ist

Nein, es bleibt dabei, auch

(*).

am

Tellus dargestellt; sie allein entspricht ja auch

internationalen Hauptvorgang seines Reliefs. Wohl aber wird auf den besonderen orientalischen Schauplatz

dieses Ereignisses die selten ausführliche Darstellung des

aufgangs

(^),

wozu auch der

rote

Sonnen-

Wolkenmantel des Caelus gehört,

zu beziehen sein, im Sinne des schon von Grifi verglichenen Verses der Aeneis Anroramque sequi Parthosque reposcere Signa (®). :

In der letzten

(^)

I

S.

(^)

Vergil, Georg.

Eroten bei

zwei ihre

Anmerkung

seines Aufsatzes. Gebilligt von

Amelung

25. 2,

174.

Vgl. immerhin die

Deutung auf Ge kaum sicher {')

Vgl. S. 29 der oben S. 29

(*)

Furtvvängler,

Taf. 41

S.

(^)

Frau mit Füllhorn und

Pagenstecher, Calenische Eelief-Keramik

Gemmen

steht.

Anm.

S. 54,

obgleich,



5 angeführten Schrift. 257; R. v. Schneider,

I Taf. 56, II S.

Album

16; BernouUi II 1 Taf. 29.

Der von Cavedoni

S.

175 zur Aurora verglichene Denar des L. Plauvielmehr zu den Wiederholungen

tius Plancus (Babelon II S. 326) gehört

von des Nikomachos «Victoria quadrigam in sublime rapiens» vgl. Michaelis in Springer's Handbuch I 7. Aufl. S. 249 mit Litteraturnachweis; S. 261 der 8. ;

Aufl. i«)

Klein

S.

Vergil Aen. 363.

7,

606; vgl. Grifi

S.

423; über den Mantel des Caelus

3

84

F.

-STUDNICZKA

Abb. 3

JAKl^

Abb.

4.

Abb.

ZUR AüGüSTUSSTATUE DER LIVIA

Abb.

Abb.

7.

35

G.

Abb. 9

36

F

STUDMCZKA

Denselben Zusammenhang in etwas anderem Sinn angedeutet fanden ältere Erklärer durch das mekwürdige Verfahren des Parthers mit dem Legionsadler (s. auch Abb. 6). Man kann wirklich nicht so einfach sagen, er stehe

im

Begriffe, das Feldzeichen

dem römischen

Krieger darzureichen, wie es Wolters. Heibig, Amelung und Andere tun. Dann wäre die Bewegung seiner Arme wohl derjenigen Arndt'schen Relief bruchstiick der verauf womit dem ähnlicher, meintliche Augustus sein (leider weggebrochenes) Feldzeichen im Rücken des Gottes von Actium hinhält ('). Statt dessen greift der Barbar mit der Rechten so hoch an den Adler, dass Henzen

ohne Weiteres annahm, er halte das Signum zum Himmel empor, was Garrucci mit einem Worte Herodians so erklärte, er tue das ccdncc^opLsvog tov "'HXiov, wg edoq amotg (^). Indess ist der Blick des Parthers kaum mehr erhoben, als um dem viel höher

gewachsenen Römer ins Auge zu schauen. So mag denn auch das erstaunlich weite Auseinandergreifen seiner beiden Hände nur den Zweck haben, dass der Empfänger das Feldzeichen bequem in der

Mitte des Stabes anzufassen vermöge. Jedenfalls ist damit erreicht, dass der Adler selbst genau in die Mitte der dekorativen Kom-

Magengrube des Harnischs zu stehen kommt. Dennoch bleibt der Gedanke Henzen's und Garrucci's beachtenswert. Hat doch L. Aquillius Florus auf die Vorderseite eines von seinen position, in die

Denaren, welche hinten die Rückgabe der Signa

darstellen,

den

Jedenfalls bestätigt das ausführliche Bild des im Panzerrelief, dass die Huldigung der OrienSonnenaufgangs talen sein Hauptgegenstand ist.

Solkopf gesetzt

(^).

doch

Natürlich blieb Sol für den römischen Beschauer

zu-

gleich sein Gott, der nichts grösseres bescheinen soll als die ewige Stadt, wie im Saecularlied gebetet wird. Und mit dem Eingang

desselben

Hymnus übereinstimmend schweben Apollo und Diana,

Brunn und Arndt, Denkm. Nr. 595, von Sieveking sonst trefflich Aber zum Augustus fehlt jenem Krieger doch gar zu viel: die charakteristische Form der Brauen und des Schläfenhaares, der Imperatorenharnisch und eine bevorzugtere Stellung zum Gotte sowie das höhere Relief der (*)

erläutert.

Hauptfiguren; vgl. Petersen in den Jahrb. Taf. 7, S. 39. C) Herodian, Hist. S. 2,

Henzen (3)

S. 76,

Babelon I

1,

4,

auch Jahn S. 217, 9;

f.

kl. Altert.

1906

103; vgl. auch Tacitus, Hist. S. 289.

Cohen

I S. 112, 258.

I S.

3,

922; Strong

24; Garrucci

ZUR AUGUSTl'SSTATUK DER LIVIA die vornehmsten Schiitzgötter

Staates herbei.

des

Princeps,

ä7

Hauses

seines

Jedoch bedurfte der Künstler dazu nicht

und

erst der

Anregung durch den Dichter, wie Henzen annahm. Er fand schon seit 28 V. Chr. die Letoiden mit gleicher Tracht und gleichen At-

dem

tributen in, das Viergespann des Sonnengottes auf

Auch

palatini-

dem

schen Apollotempel, vor

jenes Festlied zuerst erklang (*). die entferntesten Zeugen des parthischen Erfolges, die,

auf den Panzerseiten augebracht, von vorne kaum sichtbar sind (Abb. 2), die beiden trauernden Provinzen (^), fordern keine

über das Jahr 20 wesentlich hinabführende Deutung; ja sie sträuben sich eher dagegen. Die zur Rechten des Beschauers wurde

Anfangs von Köhler S. 443 als Gallia, die links erst neuerdings, von Heibig und Domaszewski S. 52, als Hispania erkannt. Zwar geben der letzteren Münzen des Augustus wie noch gleich

späterer Kaiser

(^)

einen oder zwei Spiesse in die Hand und Dosie statt dessen hier trägt,

maszewskis Deutung des Schwertes, das

zwingend. Wohl aber betont er mit Recht, dass ausser Gallien nur Spanien und das eben durch die Verhandlung an der Ostgrenze repiäsentierte als des gladius Hispaniensis ist an

Syrien von

dem Kaiser

sich

selbst verwaltet

nicht

wurde. Jedoch

Einrichtung so alt, wie die Organisation des Principats (27

ist

diese

überhaupt

V. Chr.).

Nach Köhler und Domaszewski

freilich

westlichen Landschaften in

lief die zwei

worin sie Augustus 18

wären

in

unserem Re-

dem Zustand gemeint,

Chr. verliess, als er nach eigener Aussage prospere gestis heimkehrte, so dass ihm der Senat die Ära Pacis widmete (*). Allein dem widerspricht der Eindruck v.

?^ebus

frisch

überwundener und entwaffneter,

noch

unmutig trauernder

Provinzen, den beide Figuren machen, Gallia nur noch die leere Scheide in der Faust, Hispania das abgenommene Schwert zu

(')

Carmen (^)

R. Heinze's Neubearbeitung des Kiessling*schen sacc. 9

Amelung I S. 25. Bierikowski, De simulacr.

deraufnahmen (=*)

;

öfter. (*)

vgl.

Bienkowski



zum

Amelung

I.

barbar. gentium S. 26

ff.

mit gulen Son-

S. 24.

0. S. 56 f. Fig. 48; Michele Jutta, Le rappr. figur. (1908) Taf. 2, 10 und 11 S. 21 Cohen, I, 79. 109 Garrucci S. 3 verwies auf Strabo 3, 154.

delle provincie

und

Conimeutars,

;

a.

a.

Romane

Mon. Ancyr. 2,37; 6,21.

;

38

F.

STUDMCZRA

iibergebeu bereit. Das passt vielmehr auf die Lage der beiden Gebiete um die Zeit des Parthertriumphs, als die Keltiberer von

Agrippa entwaffnet waren (21 v. obschon kurz vorher von Messalla

dem

noch (19

Feldherrn

grössten

des

Chr.),

als

Völker,

gallische

geschlagen (27), gleichfalls Kaisers zu schaffen machten

V.

Chr.) (0. nur für diese Zeit scheint mir auch die ganz persönliche Art zu taugen, wie in der Mitte das gefeierte Hauptereignis zur

Und

Darstellung kommt.

Für Domaszewski zwar herrscht auch hier

rein ideale, religiöse Auffassung. Nicht der

Princeps den

Mars Ultor übernähme

seiner Offiziere, sondern

nicht von einem einzelnen Parther,

von

sondern

Vertreter des ganzen Volkes. Aber an letzterer diese Ansicht.

Wenn

schon Köhler

S.

solch einen unbestimmten

«

441

in

dem

bärtigen

einer

oder

Adler

einem

und

idealen

Gestalt scheitert

Parther

(Abb. 6)

rappresentante di tutta la nazione

»

sah,

wohl im Bann eines Irrtums der meisten damaligen Erklärer der Reliefs, der gelegentlich bis in die letzten Jahre so tat er das

nachgewirkt hat. Die beiden sitzenden Provinzen galten, trotz ihrem ausgesprochenen Frauenhaar, als männliche Figuren, etwa als tt

Genii tutelares

»

der

betreffenden Völker

durch umfassende Sammlungen, dass

(^).

Heute wissen wir

alle solche Personifikationen

voü Ländern und Völkern ideale Frauengestalteu, nur in mehr oder minder ausgeprägtem Nationalcharakter, waren. So erscheint auch

Mün/e Nur eine allein die nächste Analogie anzuführen. Traians (^), solche Gestalt wäre für die von Köhler und Domaszewski vorausParthia

inschriftlich

bezeichnet

auf

einer

kretischen

um

gesetzte abstrakte Veranschaulichung des Volkes geeignet.

n (2)



25; Horaz Epist. 1, 12, 26 u. a. m. So deutlich Henzen S. 76. Cavedoni S. 177, Jahn 289, Wolters

Cass. Dio 54, 11; 19

u.

442 redet von «genii tutelares», S. 445 ablehnend von einem Daker, sonst freilich von Provinzen, Gallia u a. Diese Erklärung gab ganz unzweideutig wohl erst Heibig. Aber noch Courbaud S. 68 sieht nur rechts a.

m. Koehler

ein

S.

Weib, links einen Mann.

(») Bierikowski a. a. 0. S. 35 f. Fig. 14; Cohen II S., 328-330. Die barbarische Figur zu Füssen der Livia auf dem Camee de la Sainte Chapelle wird von Furtwaengler Gemmen II S. 269 und Jalta a. a. 0. S. 43, 2 auch

für eine Provinz, von früheren Erklärern für einen Prinzen erklärt.

ZUR AUGUSTLSSTATUE DER LIVIA

39

Wirklich dargestellt ist aber ein ganz konkreter parthiscber für diesen Maaszstab recht charakteristischen Zügen, einer

Mann mit

schrägen, kurzen, derben Nase und

unter herabgezogenen Brauen damit wirk-

(Abb. 10). Soll der Künstler

hervorstechenden Augen irgend einen Parther,

lich nur

nicht

den

gegebenen Repräsen-

tanten eines monarchisch regierten Volkes gemeint haben? Er hat, dünkt mich, letzteres klar genug ausgedrückt. Dem Manne fehlt die übliche asiatische Kopfbedeckung, wie sie doch auch die

vorhin angeführte Parthia trägt. Allerdings erscheinen am Septimiusbogen einige von den Barbaren, die für Parther gelten, in den mir vorliegenden Abbildungen barhaupt (0- Aber am Parther des Augustusharnischs macht die Mütze einem anderen Abzeichen Platz sein braun gemaltes buschiges Haar umschnürt ein weisses :

Band

(Abb. 10), das schon die Zeiclmung der Monumenti (Abb. 1) andeutet und die älteren Beschreibungen erwähnen (^), erst die neusten übergehen. Es ist zwar schmal, aber doch, stellenweise von zwei Rillen begrenzt, sehr deutlich hervorgehoben. Diese das rauhe Barbarenhaupt geschlungene Binde kann unmöglich

um

als blosser

Schmuck

geltcQ, wie die

das weisse

Königsdiadem

eigentlich

charakteristischen

('*)

ist

die dafür

Bandenden im Nacken unterdrückt

am

ist.

geschehen

Von

im Frauenhaar der Gallia. Es

obgleich der Künstler

sidonischen Sarkophag beim Alexander der Löund bei einer Anzahl hellenistischer Fürstenköpfe (^)

hat, wie es schon

wenjagd

(^),

dieser Vereinfachung des

Haar im Nacken abgesehen,

Diadems und dem verkürzten

gleicht der Kopftypus des Parthers

dem

allerdings sehr allgemeinen Schema, worin die wesentlich archaisch

gebliebene

Arsakidenkunst die damaligen Könige jenes Volkes,

C) Rossini, Archi Taf. 57

ff

;

S.

Reinach, Repert. des reliefs I

n

Mon. d. Inst. VI, YII Tf. 84; Henzen Für mich hat Dr. E. von Mercklin freundlichst

S. 76,

die

Koehler

am

Sache

S.

S.

441

261. u.

A.

Original genau

nachgeprüft. (»)

Mau

bei Pauly-Wissowa, Realen cycl. V. S. 303

f.

Hamdy und

Th. Reinach, Necr. royale ä Sidon Taf. 31; 32, 7; 37; S. 298; 299 f.; 309; 311. Zweifel an dieser Deutung zuletzt bei Schreiber, Studien über das Bildnis Alex. (Abhandl. sächs. Ges. d. Wiss. XXX Nr. 3) (*)

S.

121 und Bernoulli, Darst. Alex. S. 121 f. (*) Altertümer vou Pergamon VII Text

Purtr. 92 (Lysimachos)

;

94; 102 (Seleukos).

1

S.

144

f.

(Winter; Arndt,

40

F.

auch Pliraates IV.,

STUDMCZKA

auf ihren

Münzen

darstellt (Abb.

11)

(^).

Königs auf den mitabgebildeten und vielen anderen Reversen gibt ihm auch dieselbe einfache Tracht, sowie,

Und

die ganze Figur des

Abb.

10.

Abb.

11.

nach Art der alten Grosskönige, Bogen und Köcher als einzige Im Panzerrelief (Abb. 6) sind beide Waffen zusammen-

Waffen.

gebunden und hängen am Tragriemen

{')

Nach Wroth, Cat

Brit.

lose von der linken Scliulter

Mus. Parlliia Taf.

20, 6

nnd

9.

ZUR AUGUSTUSSTATLE DER

wenn nach der Fahne auch

herab, wie

werden sollten

41

I.IVIA

sie

dem Römer

dargereicht

(').

Die hier gegebene Deutung bestätigen andere üeberlieferungeu des Vorgangs. Die erste Nachricht darüber, die Horaz seinem

Freund Iccius nach Sicilien

gibt, lautet: ius

imperiumque Phraates

Ceasaris accepit genibus minor (^), wie denn auch nacli des Herrschers eigenem Bericht die Parther von ihm genötigt wurden « sup« (^). Dem Dichterwort entplices amicitiam populi Romani petere spricht genau das mit der Umschrift nsignis receptis-^

am

häufigsten geprägte Münzbild (S. 35, Abb. 7): unser bärtiger Parther, den Köcher an der linken Hüfte, der beim Cisellieren meistens als Zipfel eines Mäntelchens missdeutet

dar

(^).

Wunder

Nur

fehlt

ist,

auf seinem

reicht kniefällig ein

blossen Kopfe das

Manipelsignum Diadem, kein

bei so kleinem Maaszstab.

auf

Freilich,

dem 19/18

v.

Chr. durch Aurei und Denare

Juliustempel des Forums (Abb. 9) umstanden, Symmetrie wegen, zwei Parther das zu des dem jeder aufblickend ein Feldzeichen Kaisers, Viergespann emporhielt (^). Doch auch diese Zwei können bestimmte Ver-

veröffentlichten

Triumphbogen

beim

der

Nation gewesen sein, der rechts vom Beschauer, durch den Bogen in der linken Hand ausgezeichnet, der König, der Andere etwa der Thronfolger. Solche Unterscheidung bestätigt die

treter ihrer

Berliner Glaspaste (Abb. 8),

wo

die beiden Parther die Signa zu

Fasti 5, 593: Parlhe, refers aquila't, victos quoque porrigis (*) Vgl. Ovid, arcus; ebenso Trist. 2, 228. (*)

Horaz, Epist.

(3)

Mon. Ancyr.

1,

5,

12, 27.

41; 16,3.

Abb. 7 gibt ein Berliner Exemplar des Denars des M. Durmius, 428; vgl. ebendort S. 133 f. und Babelon I S. 216 f.; 4681; II S. 72 und 297 f. Zahlreiche Abgüsse von Wiener und Pariser Stücken, die mir vorliegen, zeigen, dass ein Diadem nirgends sicher zu erkennen ist. (*)

Cohen

I S. 122,

Der Denar des L. Caninius Gallus (Cohen I S. 116, 383; Babelon I S. 311, wie längst 3), den noch Seeck, Aug. S. 109 Abb. 80 hierherzieht, stellt, erkannt, die Uebergabe anderer Signa durch einen Gallier oder einen ähnli-

chen Barbaren dar; vgl. Mon. Ancyr. 5, 40; 16, 1. 9 nach dem Wiener Aureus Nr. 4700; vgl. Cohen I S. 75, 82, C*) Unsere Abb. Weitere gut ausgeprägte Stücke bei Jacob Hirsch, Katalog Nr. 24, Sammlung E. F.Weber, Taf. 4, 808, Hill, Taf. 14, 89 S. 139, 0. Richter im Jahrbuch d.

arch. Instit.

von Regling

IV 1889

S. 89.

S.

153, v. Sallet, Die antiken

Münzen, neue Bearb.

42

STUDNICZKA

F.

Victoria emporheben, indem der rechts (im Abdruck) wieder die Binde mns Haupt trägt (^).

Also

ist

am

der Parther

Augustuspanzer König Phraates IV.

in Person, jedenfalls ein ganz realer, kein

Damit

idealer

Vertreter

des

Domaszewski's Voraussetzung, die sich auch im Allgemeinen leicht als unaugusteisch, ja iinantik nachweisen Hesse es wäre « für das wahre und feine religiöse Empfinden des KaiVolkes.

fällt

:

sers eine

in

jene göttliche Umgebung einen aber auch sein Hauptgrund, in dem römischen Krieger (S. 34, Abb. 3), der den Adler entgegenzunehmen bereit ist, Mars Ultor zu sehen. Doch auch an

Blasphemie gewesen,

Menschen zu

stellen ».

sich betrachtet

Damit

fällt

widerstrebt die Figur dieser sie gefunden hat (^).

Benennung, so

viel

namhafte Vertreter

Zunächst: wie schlecht entspräche Mars an dieser Stelle dem, was für Augustus und die Seinen das Wesentliche an dieser Ruhmestat war und immer wieder laut betont wird dass er, der :

neue Princeps, die verlorenen Feldzeichen durch seinen Abgesandten ohne Schwertstreich zurückerhielt, er erst sie dem neuen Hauptgott des Heeres darbrachte (^). Dann aber gleicht der Krieger im Panzerrelief keinem von den beiden Typen des Mars Ultor. Das Cultbild im grossen Tempel

am

Augustusforum, in dessen penetrale die Fahnen ihren endgiltigen Platz fanden (^), trug zwar nach Ausweis der ungezählten C) Furtwaengler, Beschr. der geschn. Steine Taf. 24, 2816, Bulle in Eoscher's Lexikon IH S. 354 Abb. 25, vgl. S. 356; von dort ist, dank B. G. Teubner, unsere Abbildung entlehnt. Der in der Zeichnung deutliche Unterschied der Köpfe entspricht dem Original, das ich, mit Hilfe R. Zahns, daraufhin Dasselbe Schema zeigs der pompeianische Gladiatorenhelm ansehen konnte.



Mus. Borb. X, 31, dessen Deutung aber nicht ganz feststeht. (^) Die von Jahn S. 296 erwogene aber abgelehnte Deutung auf Mars finde ich erst bei Wolters, S. 664, dann bei 0. Richter in dem S.41 Anm. 5 citierten Aufsatz S. 153 A. 12.

Von Domaszewski übernahmen

sie

Michon

S. 246,

Furtwaengler (Abhandl. bair. Akad. I. Gl. XXII 1903 S. 475), Amelui.g I S. 22, Klein S. 363, Frau Strong S. 356 Anm. u. a. Widersprochen haben im obigen Sinn Petersen, Ära Pacis S. 62 A. 1 und ich, Trop. Trai. (Abhandl. sächs.

XXII Nr. 3) S. 9, Gardthausen, Aug. II 3 S. 720. Die vollständigste Stellensammlung wohl bei Schiller, Gesch. d. röm. Kaiser I S. 194, freilich mit mehreren falschen Citaten, Vgl. besonders

Ges. phil. Gl. (")

Mommsen, Res (*)

gestae D. Aug.

Mon. Ancyr.

5,

2.

42; 16,

Aufl. S. 5.

126 S.

ZUR AUGUSTUSSTATUE DER LIVIA

43

Nachbildungen den Offiziersharnisch, hatte jedoch, im Anschluss an alte römische Tradition, ein männliches, vollbärtiges Haupt (^).

war

Freilich

es erst 2 v.

Chr.

geweiht,

also

dem Künstler

der

Augustusstatue gewiss noch unbekannt. Aber bärtig erscheint Mars als Ahnherr seines Volkes bereits wieder an der Ära Pacis (^), und

wohl auch schon unser Meister diesen Typus wieder auf-

so hätte

um

greifen können,

den Römergott an

Würde

dem

nicht hinter

Parther zurückbleiben zu lassen. Allerdings stand vor seinen Augen ein jugendliches TempelMars ültor, das der Kaiser, nach Schriftstellern und

»bild des

Münzen

(S. 34, Abb. 4, 5), sogleich mit den wiedergewonnenen Feldzeichen in einer ßuudkapelle beim capitolinischen Juppitertempel

aufstellte

(^).

Allein diese Statue war, bis auf ein merkwürdiges und stützte mit der Rechten

.schurzähnliches Gewand, unbekleidet

den

Legionsadler

auf,

während

Linke

die

ein

Manipelsignum

schulterte.

Von

dieser stolzen Figur sticht unser römischer Krieger durch

•die augenfällige

Bescheidenheit seiner ganzen Erscheinung ab. In

scharfer Seitenansicht dargestellt, fasst er mit der eben noch sicht-

baren Linken an den Schwertgriff (dies wie der jugendliche GerS. 33 A. 4) und hält die Rechte

manicus am Wiener Cameo, oben

geduldig hin, bis es dem Parther genehm sein wird, den vielseinem Gotte erhobenen Adler hineinzulegen (oben S. 36). Solche Haltung steht einem Boten, aber nicht dem letzten

leicht doch zu

Empfänger der signa recepta an. Was als angemessenes Betragen der Fremden gegenüber einer römischen Gottheit galt, 4iat uns die Paste Abb. 8 S. 35 gezeigt. -göttlichen

So bescheiden wie möglich ist auch der knapp anschliessende, bis auf den schlichten Kamm schmucklose Helm, von gut griechischem

Nach der grundlegenden Arbeit Furtwaenglers, Samml. Somzee S. zu Taf. 35, besonders Gsell in der Rev. arch. 1893 I Taf. 2 S. 37 Petersen, Ära Pacis S. 184. Neue Bronzefiguren z. B. bei Walters, Catal. (^)

"59 Tff.

if.

und 1071, Cumont

of bronzes Br. Mus. Taf. 23, 798 soc. arch. Brux.

XVI

1902 Taf.

1

S. 11

ff,

in

den Annales

de

la

E. Foelzer im Eöm.-germ. Kor-

^respondenzblatt I 1908 S. 20. S.

\*)

Unsere Abb. 4 nach

selben .S.

zuletzt die oben S. 29

(2)

139

Münze des ff.

Vgl. auch

British

Cohen

Anm.

5 citierte Arbeit, S. 29

einem Berliner Exemplar,

Museum I S.

wie

bei

Hill,

Taf.

f.

Abb. 5

nach

der-

90,

vgl.

14 Nr.

89; 99; 101; Röscher, Lexik.

HS.

2392.

44

F.

STUDMCZKA

Mit solchem begnügt sich Mars kaum jemals, meines Mal in den zahlreichen Münzköpfen, wo doch oft den Busch unterdrückt, an dessen Stelle Raumzwang

Typus

(^).

Erinnerns nicht ein der

dann Federn, Flügel oder andere Verzierungen treten. Dagegen kenne ich diese Helmform im untern Streifen der Gemma Augu-

dem Offizier, der das Tropaeum aufrichten hilft, beim Germanicus des grossen Pariser Cameo (^), sowie an dem karthagischen Hadrian im Typus des Münchener Diomedes (•^) und am stea bei

im Typus des Ares Borghese (*), dessen eigener vielmehr einen hohen Busch trug (^). Der capitolinische Götterkopf Hadrian belegt auch das Uebergreifen der Schläfenlocken auf den capitolinischen

Stirnschild des Helmes, das Amelung S. 22 für Mars geltend macht, für das idealisierende Bildnis der Kaiserzeit, wie der Cameo Gonzaga zu St. Petersburg für die hellenistische, etwa für einen

der tapferen pergamenischen Fürsten

(^).

mir nicht gelingen, an einer Marsfigur halbwegs früher Zeit über dem Panzer die hoch um die Taille gelegte Feldbinde zu finden, wie sie, doch wohl als Rangabzei-

Umgekehrt

will

es

chen, seit Alexander so oft erscheint. Erwähnt sei der König selbst im pompeianischen Mosaik und in der britischen Statuette (^), die

meist auf ihn gedeutete herculanische Reiterfigur (^), pergameniC) B. Schröder im Jahrb. d. Inst. XX 1905, S. 22 Abb. 9 links. I Taf. 60;

Furtwaengler

(^)

Babelon, Catal. des cam^es Taf. 28; Ber-

noulli II 1 Taf. 30. Diesen verglich Schlie

XXVIII

Rev. arch. 1902 II Taf. 15; 5; 19,2

S.

25.

395 (Gauckler). 349. Die N. descr. d. mus. Capit. 1882-

(«)

S.

S. Reinach, Repert. stat. I S. 13 bezeichnet zwar mit Recht den Scheitel des Helmes als ergänzt, aber die Ergänzung ist richtig, wie die wohlerhaltene hintere Hälfte des (*)

S. 265,

Kammes

flachen

Dies bestätigt mir E.

lehrt.

v.

Mercklin

nach

genauer

Prüfung des Originals. unten

(^)

S. die

(«)

Furtwaengler,

S.

126

ff.

Die

S.

144

ff

(Winter).

S.

47 A. 2 citierten Werke.

Gemmen

I Taf. 53, 2; Bernoulli, Darst. Alex, Taf. 9,1

Deutung auf Alexander und Olympias scheint mir hier besonders unglücklich. Der oben geäusserte Vorschlag gründet sich auf den Vergleich mit dem schönen Kopf Altert, v. Pergam. VII Taf. 32, Text I alte

C) Six in diesen Mitt. XVIII 1903 S. 598, (»)

S.

427

S.

208, S. Reinach, Repert. stat. I

4.

Collignon, Hist.

ff

sc.

gr. II S. 403, vgl. Pottier in

M^langes Nicole-

ZUR AUGUSTUSSTATUE DER LIVIA

sehe Waffen reliefs

(^),

Rom

dann aus

Feldherr im Relief des

als

Domitiusaltars

45

früheste Beispiele

(den

ja

der

Doma-

freilich

szewski soeben auch auf Mars umgedeutet hat) (^), der junge Germanicus und der erwähnte Ofi&zier im untern Streifen des Wiener

Cameo, des ersteren kleiner Sohn und Begleiter auf dem Pariser,

im Allgemeinen

endlich

zahlreichen

die

sonders von Traian abwärts

Imperatorenfiguren be-

(^).

So bewährt sich durchweg der Eindruck der ersten Erklärer, S. 296, obgleich er einen starken Einfluss des Gedan-

den Jahn

kens an Mars ültor zuliess, in die Worte zusammenfasste

»

:

Die

Gestalt gleicht keinem Gott, sondern einem römischen Feldherrn » Der Künstler hätte den Beschauer irregeführt, wenn er trotzdem

.

Mars verstanden wissen wollte. Dennoch war Jahn der Urheber maszewski nachdrücklich

eines Irrtums, welchen

Do-

als Stütze seiner

Auffassung verwertet, iner den sonst von den Meisten bestimmt erkannten Hund des

dem

Römers

Wolf

was schon Schlie mit guZwar kennen wir kein Bild des (^). Gottes mit diesem Tier als Attribut. Denn ob die simulacra (S.

34) für einen

erklärt,

ten Gründen bekämpft hatte

luporum

bei Livius wirklich mit

dem

Cultbilde des Marstempels

vor Porta Capena zusammengehörten, dünkt mich recht zweifelhaft (^). Indess den augusteischen Dichtern ist der Wolf allerdings

das heilige Tier des Mars, würde also unsern Mann als solchen kennzeichnen, wäre nur eben sein Begleiter nicht ein unzweideu-

Altert. V. Pergara. II Taf. 43, 45, 48; VII 2 Nr. 302 und 350. Archiv für Eeligionswiss. XII 1909 S. 79; von Domaszewski, Abhandl. z. röm. Relig. S. 229. Die Deutung des Reliefrunds Pagenstecher, Calenische Pteliefkeramik Taf. 6, 3 S. 33 auf Mars kann nicht als gesichert (*}

n



gelten. {^)

1 S.

S.

Beispiele bei von

Rohden

in

den Bonner Studien für Kekule Taf.

6 und in meinem Trop. Trai. S. 107

574

f.;

S.

Reinach, Report,

stat.

2,

II

flF.

Mit Jahn oder vor ihm erkannte einen Wolf auch Huebner in der Arch. Zeitg. XXVII 1869 S. 120, dann auch Wolters. Durch Domaszewski Hess sich auch hierin Michon S. 216 überzeugen. Am ausführlichsten wi(*)

dersprach Schlie

XXVII

S. 119,

mit

dem

ich in einigen Punkten

zusammen-

treffe. C*)

Livius 22,

pogr. von

Rom

2.

1,

12; vgl. Röscher, Lexik. II S. 2430; 0. Richter,

Aufl. S.

345

if.

To-

46

STUDNICZKA

F.

Hund. Der Vergleich mit der Natur und mit

tiger

fen der antiken Kunst, von der altetruskischen

all

Lupa

den Wöl-

des Capitols

den späten Abbildern der ogulnischen (^), lehrt unzweifeldass das Tier am Panzer für einen Wolf zu klein und fein

bis zu haft,

Das Fehlen « der für dieses Tier charakteristischen sträubigen Haare am Hals » hat schon Amelung I S. 22 eingewandt. Der Schwanz ist zu dünn, die Schnauze zu lang, nicht spitz genug und von der Stirn zu wenig abgesetzt. Aber für das Raubtier soll nach Domaszewski « die ganze und glatthaarig

Haltung des

ist.

Tieres, die

vorgesetzten

Ohren, die vorgestreckte Schnauze gessen, dass

Wolf und Hund

»

Beine, die zurückgelegten beweisen. Dabei ist nur ver-

zur gleichen Familie der Raubtiere

gehören und dass innerhalb solcher Gruppen die Mimik wesentlich gleich ist, bei der Hauskatze z. B. nicht viel anders als beim Königstiger. So finden wir in der Antike zwar auch den jedoch ebenso den Hund in ähnlicher Gebärde wie hier.

Wolf

Am

(^),

ähn-

wohl auf einer schwarzfigurigen Vase zu Bologna den Or-

lichsten

der auf Herakles losgehen möchte, sich's aber nicht recht getraut (^). Der Hund am Augustuspanzer bewegt sich noch etwas zurückhaltender. Es ist das Bild des treuen Wäch-

thros des Geryoneus,

ters, der

misstrauisch knurrend mit hängendem Schwanz und zurück(^) an sich hält, um nicht ein fremdes, verdächtiges,

gelegten Ohren

dem Herrn mutmaasslich (')

S.

202

die

Es genügt

ff.;

feindliches

Münzen

bei

vorzeitig anzugreifen.

hier der Hinweis auf Eoscher, Lexik. I S. 1464

Petersen in der Klio

— Beiläufig

Wesen

Imhoof und

IX 1909

Keller, Tier-

S.

34

f.;

ff.

und IV

Strong Taf. 72 und 74;

und Pflanzenbilder Taf.

I,

27—30.

Zeichnung des Spiegels vonBolsena (Röscher I S. 1465) hat Furtwängler, Gemmen III S. 243, 2 mit Recht, gegen. G. Körte, für echt gehalten. Genaueste Prüfung des Originals im Museo artistico industriale, die der

:

die

Director Herr Ferrari

sehr liberal, erlaubte, erwies die Patina als

ganz unverdächtig. (^) Münze von Argos bei Imhoof und Keller a. a. 0. Taf. I, 27. (^) Atti e raemorie della R. Deputazione di storia patria per la Romagna 3.

VIII tav. I



Die Gesamthaltung ist ähnlich auch p. 13 (von Duhn). Hündin auf dem Grabstein der Eutamia (Conze, Grabreliefs I Taf. 28, Le Bas und S. Reinach, Voy. arch. Mon. fig. Taf. 73, 1); nur hängt Schwanz nicht und die Ohren sind aufgerichtet, die Stimmung des Tieres

ser.

bei der 63,

ihr

eben nicht ganz so feindselig. (*) Hierzu vgl. Darwin, Expression of the emotion in (1901) S. 116 ff; 129.

men and animals

ZUR AUGUSTUSSTATUE DER LIVIA

Diese Gebärde

ja

also kein Grund,

ist

Trotz, für einen

Wolf zu

47

das Tier, seinen

Formen zum

halten.

Nun sind ja freilich Hunde dem am Stirnschilde der borghesischen

griechischen Ares heilig (^), Statue und mehrerer Repli-

ken davon, durch Halsbänder von Wölfen unterschieden, in ähn-

Haltung dargestellt ("). Allein solche Gemütsbewegung steht einem attributiven Göttertier in so ruhiger Situation, wie sie das

licher

wie

Panzerrelief darstellt, gewiss nicht an,

Schlie bereits richtig

hervorhob.

Dagegen passt der Hund sehr wohl

zu

einem Führer

der

römischen Grenzwehr, und nicht blos in dem symbolischen Sinn, wie ihn die göttlichen Grundstückwächter, Silvanus und die La-

haben

Da

Kriegshund wie der Wachthund (^), dieser auch für Festungen (^), den Alten geläufig ist, versteht sich seine Verwendung am Limes von selbst. Sogar dass ren,

bei

sich

ein Feldherr seinen

(^).

Hund

der

zu solchem Zusammentreffen mitnimmt,

hat eine gewisse Analogie, nicht nur in heroischer Sitte. Zu Vergils Euander, der dem Aeneas mit zwei Hunden entgegengeht, merkt Servius aus « historia Romana » wahrscheinlich des Sal,

duos canes stans Scipionem appelSyphax Doch selbst wenn der Künstler diesen Zug erfunden

lust, an, dass

lavit

»

haben

(^).

sollte,

iiiter

«»

wäre

er

gut erfunden und zu

drucksvolle Gebärde des Tieres verrät

Römertums gegen den

verhassten,

Ostgrenze deutlicher, als es die

die

verstehen.

Die

aus-

wahre Gesinnung des

unheimlichen Nachbar

Würde dem Kriegsmann

an der selbst

gestattet.

Demnach fassung, dass

(')

bestätigt sich überall die früher

dem

realen parthischen

Wie Amelung

4. Aufl. I S.

I S.

22 bemerkt;

Mann

vgl. Preller

herrschende Auf-

ein römischer Offizier

und Robert,

Gr. Mythol.

341; 344.

H

S. 127; Baumeister, Denkm. I S. 117; C) Collignon, Hist. sc. Gr. Furtwaengler, Beschr. der Glypt. Nr. 212; Dilthey in den Bonner Jahrbüchern 1873 S. 37 Anm. (3)

5.

S.

Reifferscheid in den Annali 1866

1872; Domaszewski

S.

52 A.

et Saglio, Dict. I 2 S.

(*)

Daremberg

(^)

Veget. res milit.

4,

26, angeführt

126. (®)

S.

267 A. 3;

Röscher, Lexik. II

2.

Vergil, Aen. 8, 461 mit Servius.

887

ff.

(Cougny).

von 0. Keller, Antike Tierwelt I

48

STUDNICZKA

F.

gegenübersteht. Das kann noch weniger als der Barbar, den wir Phraates nennen zu müssen glaubten (S. 38), ein nebelhaft idealer

Kepräseutant des römischen Heeres sein, wie namentlich Köhler 441 meinte, sondern nur ein bestimmter Feldherr. Aber der

S.

nächstliegende Gedanke an Augustus selbst (^) wird zu nichte an schon gegen Mars angeführten, botenmässig bescheidenen Auftreten (S. 39) und an der stark betonten Jugendlichkeit des

dem

Koma

sogar zur Deutung auf die Göttin

Kriegers, die

konnte

verführen

{^).

Tatsächlich war es ja der zweiundzwanzigjährige Tiberius, der als Bote seines Stiefvaters und Herrn minister fulminis ales die Signa von Phraates holte (^). Ihn hat sogleich Griti S. 419 am





Augustuspanzer erkannt, ich glaube mit Recht, wennschon er dafür nur bei Cavedoni S. 176 Zustimmung gefunden zuhaben scheint.

Dass

unser

des

Figürchen des

ausgeprägte Profil

Mannes

nicht das (S. 34) wirklich kein Wunder.

Jünglings

zeigt,

ist

Hat doch noch dem

Dreissiger an der Ära Pacis der idealisierende Stil nicht wenig von seiner Individualität abgestreift {^), Auch seinem Bruder Drusus ergeht es dort ähnlich, und vollends die

Münzen, diese

freilich erst

nach seinem Tode geprägt, ebnen ihm

zumeist ganz die claudische Hakennase, die wir aus den sichersten Marmorköpfen kennen (^). Die wirklichen Züge des Tiberius Panzerfigur wenigstens in der etwas langen und in dem kurzen Kinn an. Die trotzdem un-

klingen an der

schrägen Nase sowie

leugbare Idealisierung des für schön geltenden Jünglings (^), wozu immodernen Schläfenlocken gehören (S. 44), ist beson-

auch die

ders verständlich an diesem Standbild, das vor allem für die

Augen

der stolzen Mutter bestimmt war (S. 28). Der Fundort hilft auch {')

So Garrucci

n

Huebner

daselbst

S.

XXVII

S.

1

f.;

Jahn

S.

S.

120,

XXVIII

(3)

Sueton, Tib. 9; vgl. Horaz, Carm. Petersen, Ära Pacis S. ISO

C*)

Taf.

S.

120

S.

f.

118

f.

Dagegen

Schlie,

S. 34.

(*)

11—14

XXVII

296; Schlie

XXVII 1869

in der Arch. Zeitg.

;

4, 4,

1.

vgl. die oben S. 29

Anm.

5 citierte Abhandl.

2, 4.

Die Münzen Bernoulli II

1

Taf. 33, 5-8; in

diesen

Mitt.

VI 1891

Taf. 9; Seeck, Aug. S. 111. Marmorköpfe Bernoulli Taf. 9 und Benndorf im Recueil des m6moires de la sociöte des antiquaires de France 1904 S. 12, wiederholt bei Koepp, Piömer in Deutschland. S. 12. («)

S.

besonders Vell. Pat.

2,

94, 97; Bernoulli II

1 S.

180

f.

ZUR AUGUSTUSSTATUE DER LIVIA

49

das Bedenken lösen, Tiberiiis gehöre nicht in ein zur Verherrlich-

img

seines Stiefvaters geschaffenes Bildwerk

(^).

Der berechtigte Kern dieses Bedenkens löst sich indess auf andere Weise. Man schwankte bisher, ob in die Linke der Statue ein

oder ein

Speer

fügt

eben

meines

sich

eines

von

Scepter

Erachtens

in

zu ergänzen sei. Besser als beides den dargelegten Zusammenhang

den zuriickerlangten

Feldzeichen,

natürlich

wieder das der Legionen. So hält der gleichzeitige capitolinische Mars ültor (Abb. S. 34) eine Manipelfahne im Arm, noch weit

Abb.

12.

ähnlicher aber Germanicus auf den signis recept(ts) devictis Germ{anis) geprägten Münzen (Abb. 12) einen der varianischen Adler,

Hand im Gestus der adlocutio vorgestreckt, auch in den übrigen Motiven unserer Statue verwandt (*). Der zur Linken des Kaiserhauptes emporragende Adler dünkt mich künstlerisch die rechte

ein erwünschtes

Gegengewicht für den so weit ausladenden rechten gegenständlich scheint es mir ganz in Ordnung, dass die ßeliefs am Harnisch erklärten, weshalb der Imperator als Si-

Arm und

gnifer erschien.

Solch Kaiserin

eine Darstellung des orientalischen Erfolges, die der zu Liebe so offen die Beihilfe ihres Aeltesten rühmt,

C) Koehler (')

ßegling

S. 441; Garrucci S. 1 f.; Jahn S. 296. Unsere Abb. 12 nach dem Abguss der Münze bei von Sallet und

a.

a.

0. (oben S. 41 A. 5) S. 92; vgl. Cohen I S. 225.

4

50

F.

STÜDMCZKA

gehört offenbar in die Zeit gleich darauf, Ehren der Senat ein Dankopfer beschloss

als (^),

dem als

Tiberins zu

Horaz seinem

Freunde schrieb:

Claudi virtute Neronis Ärmenius ceeidit, ius imperiumque Phraates Caesaris accepit genibus minor {^). Denn in den späteren Berichten ist, bis auf die schon angeführte kurze Notiz im Tiberius Suetons, nie wieder die Rede von dieser Mit-

wirkung. Augustus fand chen Erfolg allzu hoch

eben

sehr bald Anlass,

das

durch

Selbstbewusstsein

sol-

und

die geschwellte stolzen des Claudiers zu entsprechenden Hoffnungen dämpfen. Den Hauptgrund hierzu Hess er, wenn ich nicht irre, schon

an dieser für die Gattin, die ihm keine Kinder gebar, bestimmten Statue vernehmlich andeuten. Der kleine Delphinreiter Amor an

dem Baumstamm (Abb.

13), der ähnlich auch auf der Rückseite eines

augusteischen Denars (Abb. 14) unbestimmter Zeit vorkommt (^), diess freilich nur in Wiederholung eines republicanischen Münz-

typus ('*), bezeichnet ja zunächst mythistorisch den Kaiser als clarus Anchisae Venerisque sanguis (^). Die Ausführung dieses Beiwerks ist von Köhler und Anderen für nachlässig, flüchtig, ungeschickt,

plump

erklärt

worden

(^).

Mit wie wenig Recht,

sollen

Sonderaufnahmen zeigen (Abb. 13, 15, 16). Ungeschickt ist aber hier nach meinem Gefühl nicht die Arbeit des Künstlers, sondern die die

von ihm absichtlich wiedergegebene Bildung und Haltung eines ganz kleinen Kindes. Das ist keiner von den flotten, beweglichen, lustigen Putti, wie sie die hellenistische und römische Kunst sonst darstellt, in demselben Spiel unter anderem

am Tronk

der

mediceischen Venus. Das scheint mir vielmehr die

mit dem

Stil

im Vergleich der Kaiserstatue sehr naturtreue Nachbildung eines

Knäbleins von etwa zwei Jahren, mit seinen ungelenken Bewegungen und seinem ganz unentwickelten Gesichtsausdruck. An dem

(')

Horaz., Epist.

(3)

Babelon

{*)

Nach Gips

Cavedoni der

Cass. Dio 54, 9.

n

S.

Numism. C^)

1, 12,

26.

I S. 383, 3; II S. 153,3.

des Pariser Exemplars Cohen I S. 100, 268, schon von 174 verglichen. Kubitschek verweist mich dazu auf Bahrfeld in Zeitschr.

XXVIII

S. 155.

Horaz., Carm. saec. 50, citiert von

Henzen

S.

74; vgl. Horaz. Carm.

4,

15, 32, u. a. («)

Koehler,

S.

439

f.;

Heibig,

S. 6;

Amelung,

I S.

27; Loeschcke,

S.

471

ZUR AUGUSTUSSTATUE DER LIVIA

Abb.

13.

Abb.

II.

51

52

F.

STUDNICZKA

sehr tiefen Schädel hat schon Köhler die realistische Wiedergabe einer kindliclien Form erkannt. Und das von ihm als plump {goffo)

getadelte Gesicht hat, bei aller Unlebendigkeit, so durchgebildete,

Abb.

15.

charakteristische Züge, dass mich die Absicht, ein Porträt zu geben, unverkennbar dünkt. Die Kinderbildnisse an der Südseite des Frie>

densaltars sind

kaum

so individuell.

Dass Eltern und Grosseltern ihren Sprössling beinah von Geburt an Cupidinis os habitumque gereutem fanden (^), ist selbstverständlich. Dass sie dementsprechende Bildnisse von ihm machen (*)

Der Ausdruck von dem Mainzer Grabstein des

Chr. bei Buecheler, Carm.

lat.

epigr. II Nr.

1590.

2.

Jahrhunderts

n.

ZUR AUGUSTUSSTATUE DER LIVIA

53

bezeugt sein, als in dem einen mir gegenwärtigen Fall, der aber gerade hier ausreicht. Von einem früh ver-

Hessen wird öfter

storbenen, prächtigen

Bübchen des Germanicus setzten

die Urgross-

eltern effigiem habitu CupiöAnis, Livia in den capitolinischen A^e-

Abb.

IG.

nustempel, Augustus in sein Schlafgemach, wo er, auch sonst ein Freund kleiner Kinder, das Bild täglich geküsst haben soll (*). Es ist ein einleuchtender Gedanke des alten Peiresc, dass jenen Liebling der Amorin bedeutet, von dem am Camee de la SainteChapelle dem Divus Augustus der Pegasusreiter zugeführt wird, letzterer natürlich nicht der längst vergessene Marcellus, sondern

ant.

(*) Sueton. Galig. 7; vgl. im Allgemeinen Birt, de Amorum in simul. et de pueris minutis (Alarburg 1892), bes. S. 21 und S. II.

arte

54

F,

STUDNICZKA

der unmittelbare Vorgänger des Germanicus im Osten, Doch ist aus diesen Fällen gewiss nicht zu folgern, erst der

Tod solch

spielender

Gr,

Caesar

(^).

immer Apotheose vorangehen musste, am dass

wenigsten für Kinder des Kaiserhauses. Ist nun der Delphinreiter, der vom Tronk zu Augustus emporblickt, wirklich das realistische Porträt eines Babys, dann kann

mit ihm

Spross des Julierstammes gemeint sein. des Und gerade im Jahr parthischen Erfolges schenkte Julia, die meines Erachtens schon auf dem Relief aus San Vitale der Venus

auch

Genetrix

nur ein

angeglichen

ist (-),

ihrem Vater

den

ersten

direkten

Stammhalter Gaius. Er war sogleich der gegebene Thronerbe, auch bevor ihn Augustus, drei Jahre später, mit seinem neugeborenen Bruder Lucius adoptierte. Es ist sicherlich gewagt,

in den Zügen eines kaum dem SäugKindes die des Jünglings G. Caesar wieentwachsenen lingsalter derfinden zu wollen, die neulich, dank ihrer schlagenden Aehnseines Vaters Agrippa, in den Jahrhunderte liclikeit mit denen

lang auf Caligula missdeuteten Bildnissen erkannt worden sind (^). Immerhin scheinen mir im Antlitz des Kleinen die für solches Alter auffallend tief liegenden, beinahe schon düsteren Augen, die

wenig eingesenkte, verhältnismässig längliche Nase, die Oberlippe, welche die untere überwiegt, das bereits recht kräftige Kinn, auf

Gemmen II S. 270 rechts; zur Deutung Gaius vgl. (') Furtwängler, meinen Vortrag in der Berliner Archäol. Ges. Januar 1910, von dem ein Auszug im Arch. Anz. Heft 2 erscheinen wird. Friederichs und Wolters, Gipsab(2) Bernoulli II 1 Taf. 6 S. 254 ff.; güsse Nr. 1923; Petersen, Ära Pacis S. 183. Die Deutung bedarf der Revision. In der an Venus Genetrix angeglichenen Frau mit dem Amorin, neben Augustus, Livia zu sehen, scheint mir ausgeschlossen, schon weil diese in der Ehe mit dem Kaiser unfruchtbar war. Es ist Julia. Der unverkennbare Jüngling neben ihr wird Marcellus sein, durch das sidus Julium, wenn es wirklich vorhanden war, als Stammhalter dieses Geschlechtes bezeichnet.

Mau

hat ihn in demselben statuarischen Typus nachgewiesen (Arndt, Portr. 709). In dem Gepanzerten daneben erkannte schon Conze an seinen derben Backen

den Agrippa, obgleich Stirn und Augen genau demselben hellenistischen Ideal und ihre beiden angehören, wie das Gesicht des Jünglings (Marcellus). Livia Söhne werden auf der fehlenden Platte rechts von Augustus das Gegenstück zu den drei erhaltenen Figuren gebildet haben. (»)

S.

den Vortrag A.

1.

ZUR AUGUSTUSSTATUE DER LIVIA

den feinen

55

Charakterkopf des herangewachsenen Prinzen voraus-

zuweisen.

Der ungefähr zweijährige Gaius am Tronk würde, übereinstimmend mit den übrigen dargelegten Anzeichen: dem frühen Siegelbilde der Sphinx auf den Schulterklappen (S. 31), den frisch überwundenen, noch trauernden Provinzen Gallia und Hispania (S. 37 f.) und dem jugendlichen Legaten Tiberius (S. 48) am Har-

Nähe der parthischen Huldigung weisen, in bald nach der Heimkehr des Princeps aus dem Orient,

nisch, in die nächste die Zeit als der

demselben Erfolge geweihte Bogen vollendet wurde (18 v. Die Mitte der Vierzig ist ein Lebensalter, mit

Chr., oben S. 41).

dem sich das Gesicht der Statue noch gut verträgt (S. 30). Bis über die Saecularspiele, in deren Jahr (17 v. Chr.) L. Caesar zur Welt kam, hinabzugehen, besteht kein zwingender Grund (S. 37 36). ;

Vielleicht lässt sich eher

Festes und

sagen, dass unter des horazischen Liedes dazu die

dem

Einfluss dieses

bildliche Verherrli-

chung des Princeps anders, wohl auch religiöser gefasst, weniger auf den einen diplomatischen Erfolg im Lande der Morgenröte zugespitzt worden wäre. Jedenfalls

finden sich

am Panzer

keine

solchen Anklänge an die Münzbilder der ludi saeculares (0, wie die oben nachgewiesenen an die signis receptis geprägten. Der Zeit

der Ära Pacis entspräche alles Erörterte noch weniger.

Franz Studniczka. Leipzig, Januar 1910.

(*)

Dressel

Taf.; Hill S. 148

in ff.

der Ephemeris

Taf

14, 93, 94.

epigrapliica

VIII

1893,

S.

310

ft.

mit

SEPTIZONIÜM

(')

(Tafel I)

Von hervorragendem Werte

für unsere Kenntnis des Septi-

zonium, das Septimiiis Severus am Fusse des Palatin erbauen liess, sind zwei von E. Stevenson im Bullettino d, Commiss. arch.

com. di

Roma

Dokumente,

1888

S.

die bisher

269, mit. Taf. XIII-XIV herausgegebene benutzt wurden. Eines sind recht de-

kaum

mit beigeschriebenen Maassen, augenscheinlich yon der Hand eines Technikers mit der Feder hingeworfen, auf taillierte Skizzen,

einem Blatt des Codex IV 149 der Markusbibliothek in Venedig: auf der Vorderseite ProfilU^ d. h. die Seitenansicht des bis zum Jahre 1589 stehen gebliebenen Nordflügels, von Süden her gesehen; auf der Eückseite die Ünteransichten der Decken aller drei Stockwerke.

dem

Das andere Dokument sind

die von D. Fontana,

Architekten Sixtus' V., mit einem andern unterzeichneten Auf-

stellungen über

die Kosten, welche

der

Abbruch jenes

letzten

üeberrestes machte.

Die Rechnung setzt sich aus zehn Funkten zusammen, von denen 1-3 den Oberbau, einschliesslich der am Sockel noch vor-

handenen

Marmorteile, die übrigen, 4-10, steckenden Unterbau, einschliesslich des vom Sockels, begreifen. Schicht

um

Schicht,

von

den

der

der

in

Marmor

Erde

entkleideten

ersten

bis

zur

zehnten, steigt die Aufnahme hinunter, gibt von jeder ausgehobenen Schicht die Maasse von Länge, Breite, Höhe an; zuletzt

(*)

Diese Untersuchung wurde veranlasst durch eine Anfrage Th. Wie-

gands. Er suchte einen Ausweg aus Durms Dilemma: entweder die Cinquecento-

Ansichten, oder den Stadtplan aufzugeben, da sie zu sehr differierten, um beide auf das Septizonium bezogen werden zu können. Ich weise nach, dass die Differenz nicht so gross, und wie sie zu erklären ist.

57

SEPTIZONIüM

auch die Maasse der so entstandenen Grube, die nach vollendeter

Ausbeutung wieder zu

füllen war.

Obgleich die angegebenen Maasse dieser Rechnung, um ihres Zweckes willen, nicht wohl anders als etwas summarisch sein können, schwerlich so genau sind, wie es für einen aufzuführenden aufgeführten Bau gefordert werden dürfte, muss es doch

oder

möglich sein, das Grundmaass des letzten Septizoniumrestes damit annähernd zu bestimmen. Um so mehr, als die Rechnung in zwei Teile zerfällt, die von einander unabhängig, jeder für sich, geführt

werden können, Schicht 1-8 von oben nach unten, 9 und 10 von unten nach oben einzutragen. Ja, in gewissem Sinne kann letzt-

auch die Grube, obgleich ihre Maasse vielleicht nicht besonder zehn Schichten übernom-

lich

ders gemessen, sondern aus denen

men

zur Kontrolle dienen.

sind,

müsse

Trotzdem

es

hiernach

scheint,

Aufgabe sich von selbst lösen, spottete sie doch meiner immer neuen Versuche, bis ich erkannte, dass der summarische Zweck der Rechnung gewisse Freiheiten in der Zusamals

die

menstellung des Materials gestattete, die, ohne die Rechnung zu schädigen, ihr die Arbeit erleichterte, dem Archaeologen dagegen erschwerte. Schon

auch

um

um

dieses richtig beurteilen

zu

doch

können,

des Ganzen willen müssen die Posten 4 bis 10

lienischen Texte hergesetzt werden. Ein

sei

im

ita-

es des

paar Fehler, oder Urschrift, bessere ich gleich ; anderes wird weiterhin, zugleich mit Erläuterung des Grundrisses Druckes, sei es der

folgen: In

ihm sind

Ab

-

die zehn Schichten, von der

Grube umschlos-

Schwarz eingetragen nach dem Palm-Maass der Rechnung 0,223 m. vgl. Stevenson S. 286); darauf in Rot, nach dem (1 p. durch Rechnung gefundenen Maasstabe des Marcianus (als P. M. sen, in

=

bezeichnet), der Grundriss des ersten Säulenstockwerkes.

Den Herausgeber

um

interessiert das erste der beiden

Dokumente

nachzuhauptsächlich, Für er aus das selbst diesen sich, spüren. Septizonium begnügt und den ebenso aus deren Maasstab er, Zeichnungen, Rechnungen der Wiederbenützung der Materialien

wie wir sehen werden, unrichtig interpretiert, die piena conferma von Hülsen-Graefs (0 Herstellung zu erweisen. Nur dem Sockel,

(^)

Chr. Hülsen, das Septizonium des Septimius Severus. 46. Berliner

Winckelmannsprogramm 1886.

58

PETERSKN

E.

sieht er sich genötigt, grössere

Höhe zu geben.

Und

das

im

ist

Wesentlichen auch, was Hülsen im Topographischen Jahresbericht dieser Mitteilungen

phie

ISS.

1889

258 und

S.

in

Italienischer Text per haver levato

4.

Jordan-Hülsen, Topogra-

103, 139 aus jenen Dokumenten gewinnt.

{et)

4-10.

cavato di sotto terra no. 6

fili

di

peperini che erano sotto alla detta fabrica che faceano piatea sotto terra Ion. p. 45 lar. p, 37 alt. insieme p. 19 i (79 i ist Druckfehler; das Richtige findet sich leicht: S.

284 und 287) fanno

sc,

162,30. (Eine caretta

carette

= 30

per haver levato

5.

et

1082 a L 15

6X3^,

auch

steht

'per caretta

monta

p. cicbi).

cavato di sotto

di peperini che facea detta piatea

sotto

Li

terra un altro suddetti per

filo

esser

p. 45 alt. p. 3j fa carett, 248 ä 15 b. versteht sich wie bei 4). Preis 37,27 (Der haver tirato 6. per fora di sotto terra un altro filo de peperini et travertini insieme che faceva piatea sotto alla rietroIon. p.

piii largo,

p. 8...

51

lar,

sc,

detta per esser piii larga deValtri Ion. p. 51 lar. p. 51 alt p. 3 ^ fa carett. 303 p. 13... sc. 45,51 (Preis also noch b. 15). et cavato di sotto terra un altro pezso del detto che faceva la piatea simile et faceva resalto

per haver levato

7.

al paro

verso lorto Ion. p.

32

lar. p.

14

al. p.

3 1 fa carett. 52 p. 8

7,84 (wiederum zu 15 b). di trevertino 8. per haver cavato et tirato fora un ßlo sotto alli soprad. quäl girava intorno alla piatea fatta de seid sc.

da cavare quäle d Ion. intorno (d. h. ringsum, nicht ungefähr) p. 116 lar, p. 5 \ al, p. 3\ fa carett. 67 p. 20 a b. 40 per caret, monta sc. 27,06. durissimi

9.

et

cattivi

per haver cavato et se tagliato

tini (per) quäle

2 fa 1022 a

tirato fora Vultimo filo de treveril masiccio de seid che gli era din-

86 lar. [req.'] p. 11 alt. p. 3 i che fa 70 per caretta per esser andati piü a basso et cavati in fondo di detta piatea monta sc. 71,75. (Die Korrekturen caret. 110 p. 11 und sc. 77, 25 rechtfertigen sich selbst: iorno p.

Ion. p.

caret.

b.

requadrati Leseversehn

ist überflüssig,

entstellt).

der Geldbetrag nur durch Schreib- oder

SEPTIZONIUM

59

per haver falto la fossa [ef\ tornata a riempire dove se fatta Ion. p. 64 lar. p, 53 al. p. 24 se ne difalea per la piatea di seid quäle e restata in fondo che (e) Ion. p. 37 lar. p. 44 al. p. 6 ^ resta la detta terra ca 70 (über den Fehler s. unten) scudi 28,33. 10,

^'^ cavato la detta piatea quäle

Erläuterung. Der zum Unterbau gerechnete Sockel erscheint auf den Cinquecento-Zeichnungen (bei Hülsen), wo er noch die im J. 1589

abgenommene Marmorbekleidung hatte, grösstenteils in der Erde steckend. Diese spätere Aufhöhung des Bodens bemass sich bei einer sonst für das Septizonium ergebnislosen

Ausgrabung

in via

di S. Gregorio (^) zu m. 3,50, war also im Jahre 1877 geringer als drei Jahrhunderte früher, da von den zehn Schichten Fontanas

mindestens die obersten sieben, wahrscheinlich waren. Das Flächenmass der Schichten I-VI, zu

acht

überirdisch

dem man nur

für

Marmorbekleidung noch dasjenige der Schicht VII ganz oder teilweise hinzunehmen darf, also höchstens m. 11,50 (rund) X 10,15 ist von fundamentaler Bedeutung für die Herstellung: Hülsen-Graef die

17 gehen mit Halbmesser schon 5.

4

Säulenweiten zu je 1 m. und 0,90 für zwei über jenes Höchstmaass hinaus die, 1,50



m

um

wie wir sehen werden, sehr beträchtliche Ausladung des Sockelprofils noch gar nicht mal mitgerechnet. Es versteht sich von selbst, grössere Dimension der obersten piatea (I-VI) und der nächsten (VII) den vier, die kleinere den drei Interkolumnien des letzten üeberrestes entspricht. Jene, also die nordsüdliche, die

dass die

«

Länge

» ,

steht

als

die

grössere

bei

voran: erst in Posten 10 wird einmal

den

Maassbestiramungen

die kleinere vorangestellt,

was sich dort erklären wird. 5.

Die VII. Schicht sprang also in der Längenrichtung um um 8 p. vor. Trug dieser Vorsprung, wie es

6, in der anderen

ist diese Erweiterung in der zu verlegen, da am südlichen Längenrichtung auf die Nordseite -Ende ja der Bau abgebrochen war. Die Erweiterung in der Brei-

scheint, die

Marmorbekleidung, so

0) Notizie d. scavi 1877 S. 270 (im Citat bei Hülsen

139 ein Fehler).

Top.

I 3. 103,

60

E.

PETERSEN

müssen, wenn man nicht nur für die Ost-, sondern ursprünglich auch für die Westseite Marmorbelag für erforderlich hält. Ein Blick auf meinen Grundtenrichtiing dagegen wird

riss

man

teilen

wird es erklärlich machen, weshalb ich Schicht VII im Weim Osten dagegen um 4 p. vortreten lasse. Ebenso

sten nur 2,

kann

die weitere

Ausdehnung des Fundaments

Schicht, jetzt nur in der

«

Breite

»

in

der

nächsten

noch wachsend, lediglich an die

Ostseite verlegt werden.

6 und 7. Nach dieser Seite also dehnt sich VIII um 6 p. Während aber von dieser, wie von der siebenten, im Ganzen gesagt wird, dass sie unter der nächsthöheren jetzt

«

ein anderes Stück

»

genannt

gelegen habe, wird schon das lässt einen



weiteren Teil derselben Schicht erkennen

Ausdehnung stens, es lag 1.

32, br. 14

noch

p.,



dreierlei

von

dem

bemerkt

ausser der

wird:

er-

paro von 8, zweitens, faceva la jnatea si~ mile. Bedeutet jenes noch ausdrücklich Schichtgleichheit, so wird al

dieses auf das Material gehen. In I-VII

wird

nur

Peperin, der

Kern auch des Oberbaus genannt; in VIII zum erstenmal Travertin neben Peperin. Bleibt das dritte, dass dieser Annex von VIII, den ich auch im Grundriss Villa nenne, faceva resallo verso l'orto. Ohne sich über den Sinn des letzten Wortes zu

285 schlechtweg

äussern, erklärt Stevenson S.

risalto,

evidente

nella pianta capitolina, che avea 'per iscopo di contenere le esedre. Exedren nennt er die drei grossen Apsiden oder Nischen des Mittelbaus auf dem Severianischen Stadtplan. Dann müsste dieser

«

Aussprung

»

am

linken

also in ganz anderer

Richtung

sich erstreckt haben.

Das

den Maassen der

«

ist

Grube

»

südlichen

Ende gegen Westen,

als die bisherigen Erweiterungeö schlechterdings unmöglich, weil mit

10 durchaus unverträglich. besten die auf Hülsens Tafel I

in Posten

Die Cinquecento-Zeichnungen,

am

wiedergegebene, zeigen unwidersprechlich, dass am südlichen Abbruch mindestens noch eine, wahrscheinlich noch mehr Säulen nach

Süden

folgten, dass

auch die ßückenmauer noch mindestens

Westen umbog. Dieser

«

Aussprung

»,

um

zog, bevor sie nach selbst noch 14 p. in seiner

eine Säulenweite weiter gerade aus nach

Süden

geringsten Dimension messend, würde also weit über das Längenmaass der Grube von 64 p. hinausgehen. Stevenson selbst scheint diese Schwierigkeit empfunden zu haben, ohne sie offen einzuge-

SEPTIZONIUM stehn. Der Text gibt ja aber

zum

61

üeberfluss auch noch die Rich-

tung des resalto an verso lorto, was Stevenson « gegen den Garten » verstanden haben muss. Doch auch abgesehen davon, dass :

z.

B. Duperacs Ansicht (Hülsen, Fig. 10) nach verschiedenen Seiman zur Richtungsangabe am natürlichsten

ten Gärten zeigt, wird

«ine Himmelsgegend verstehen, sofern

es möglich.

Also

«

gegen was auch die heutige römische Topographie, wie jeder Sprachgebrauch, mehr oder weniger streng versteht. Wenn damit

Morgen

»,

auch dieser Zuwachs des Fundaments die bisherige Richtung einhält, so kann auch das nur zur Bestätigung unserer Auffassung dienen.

«

Aus-

oder

»

«

Vorsprung

»

heisst

das

Stück,

weil

es

neben sich ein Stück der zurückbleibenden Schicht VIII hatte. 9.

wenn

10.

Die nächsten Posten bieten mehrere Anstösse, und nur genügende Aufklärung geben lässt, wird die

sich darüber

Herstellung annehmbar sein. Schreib und Rechenfehler in 9 sind im schon Text verbessert. Auch in 10 ist die Zahl der carette

unannehmbar, und gegen den geringfügigen Betrag erhebt sich ohne weiteres ein Bedenken. Es ist ein Spiel des Zufalls, dass zweierlei Berechnung des Kubus, eine richtige, eine falsche, diemit verschiedener Kommasetzung ergibt (^).

selbe Zahl, jedoch

Uns kommt

es jetzt

nur auf die

Maasse

der

fossa,

und mehr

noch der piaiea di seid an, und diese Maasse werden durch beide

Rechnungen, also gewissermassen doppelt bestätigt. Nun aber die Steine. Als brauchbar, ausgehoben und abgeführt werden nur die Travertine genannt, in IX: laufende Palm

116

X 5|X3i,

in

X:

ebenso

p.

86X11 X3i.

Die schmäle-

ren, von p. 5 7, wie. die breiteren, von p. 11 waren, wie schon die

zeigen, mit der piatea di seid, dem Gusskern des incertum verbunden. Allerdings stimmen die Maasse nicht opus da dem nur 6 i p. Höhe gegeben werden, den TraGusskern ganz,

Höhenmaasse

vertinen

zusammen 6 f

p.

Das wird, wie noch

bei anderem,

zum

Ausgleich geschehen sein. Q) Richtig wird natürlich der kleinere Kubus von dem grösseren abgezogen; das ergibt car. 2360 p. 26, ä 12 b== sc. 283,30; falsch gerechnet wird, wenn der Kubus durch Multiplikation der drei MaassdiflFerenzen 27 9

X 17 I gewonnen wird Kann man

;

so ergeben sich

zweifeln, dass der in

auf dem falschen

nur

car.

141

p.

12 1 ä b. 20 ,

=

X

sc. 28,35.

Rechnung gestellte Betrag von sc. 28,33 ist, und dass statt ca. 70 zu lesen ba. 20?

Wege gewonnen

62

E.

In Schicht

IX

PETERSEN

(Posten 8)

der

umgab

maler Weise auf allen Seiten ausser

rum

in nor-

(Süd) den Giisskera, (Posten 9) der Fall zu sein ;

Das Gegenteil scheint bei Schicht X es, die Gussmasse sei

denn hier heisst

Travertinbord

einer

«

um

den

Travertin

he-

gewesen (^). Das kann jedoch nicht richtig sein, weil der Gusskern dann ein zweiteiliger gewesen wäre auch deshalb nicht, »

;

weil es gegen die Regel und unverständlich wäre. Im Grundriss, wie in den Schnitten (^), sieht man die «5 7 p.-Trayertine an drei Seiten, West, Nord, Ost, die breiteren von 11 p., teilweise mit

jenen zusammenfallend, nur auf zweien, Nord und Ost. Fasst

nun

Auge, wie der Travertinbord zum Gusskern korrekt freilich nur sagen, « dass der Travertin

ins

man

liegt, so

um

man kann

den Gass-

man

aber nicht diesen, sondern jenen als die Hauptsache an, so kann man zwar etwas ungeschickt, aber doch noch verständlich auch sagen, « rings liegt der Gusskern am Trakern liegt

»

;

sieht

und AusAllerdings ist diese ungenaue Anschauungs drucksweise für die nur an zwei Seiten liegenden breiteren Steine noch weniger zutreffend als für die an wenigstens drei Seiten lie-

vertin

»

.

genden schmäleren. Kurz der Ausdruck ist nicht gut, ungeschickt, wie überall in dem Dokument; die Sache selbst kann aber im

Allgemeinen nicht zweifelhaft sein. Um die Travertine vom Gusskern abzulösen, vermutlich auch um sie in der engen Grube aufkanten zu können, schlug man ringsum längs des Travertinbordes je 2

wo

Palm vom Gusskern ab. Damit komme ich zu dem

schwierigsten Punkt, eben dem, Versuche, die beiden untersten Schichten IX und X mit

alle

den oberen, und alle zusammen mit der Grube in Uebereinstimmung zu bringen, scheiterten, bis ich einsah, dass die Rechnung Fontanas füglich Steine von gleichen Maassen zusammenfassen konnte, auch wenn sie nicht zusammen in einer Schicht lagen, und dass zufolge solchen Zusammenfassens leicht auch die

wechselt

werden

konnten,

für die

Schichten

ver-

Berechnung der Kosten ohne

Der Grundriss, den man zunächst einmal als gegeben annehmen wolle, wird mitsamt den Schnitten dies anschaulich machen die 5 7 p.-Travertine, die im Westen in der IX. Schicht allen Belang.

:

Adverb, so könnte man dHnterno lesen und wie di (') Wäre interno dentro verstehen. Doch finde ich interno nicht so gebraucht. (^) Deren Höhenmaassstab ist nur ein Drittel des Längenmaasses.

SEPTIZONIUM

werden

liegen,

Steinen

63'

Posten 8 mit den in der zehnten liegenden 5 f p.zusammengefasst, als ob allesamt, in einem fortlaufend in

IX lägen. Dadurch kommen die 11 p.- Travertine, die jenem ersten kleineren Teil der 5^ p.-Travertine im 8. Posten, in der neunten liegen, in die zehnte Schicht. Es bezeichnet also (IX) 10 im Grundriss die angeblich neunte, in Wirklich(116

p.), in

doch, mit

keit zehnte Schicht; ebenso (X) 9 die angeblich zehnte, in Wirklichkeit neunte Schicht. Und dass ich die Steine in solcher Weise

ordnen, mithin jene Schiebungen in der

Rechnung statuieren musste, Weise zu erreichende VIII mit den unteren IX X,

rechtfertigt sich eben durch die nur auf diese

Kongruenz der oberen Schichten (Ibis) wie

sie der

Grundriss ersichtlich macht. Die schmäleren

Traver-

genau vom Südende der Ostseite, um die nördliche herum bis 1 p. vom Südende der Westseite; die breiteren noch genauer von dem gleichen Punkte bis an das Westende der Nordseite. tine reichen

Allerdings bedingt sich diese Kongruenz durch den auf allen drei Seiten in seiner ganzen Höhe (0 nm den Gusskern herumgelegten 2 p. -Streifen der weggeschlagenen Masse. Erwännt wird diese Abhackung erst bei der angeblich untersten Schicht, und könnte, wenn die Angabe genau wäre, nur an der Nord- und Ostseite längs den breiten Travertinen angesetzt werden. Der wörtlich

genaue Sinn dieser Angabe widerlegt sich indessen selbst die 2 p. Gussmasse konnten in der zehnten Schicht nicht weggeschlagen werden, wenn sie in der neunten, darüber, noch bestanden. Es ist :

also auch die

Erwähnung der besagten Abhackung mit einem Teil der wirklich neunten Schicht nur infolge jener Schiebung in die zehnte geraten. Wird man ferner bezweifeln, dass die Hauptaus-

dehnung dex piatea di seid, ii p., in Ost- Westrichtung lag? Nicht nur durch den Grundriss widerlegt sich jeder Zweifel, sondern auch dadurch, dass bei dieser piatea zum ersten Mal das (kleinere) Breiten maass vor dem Längenmaass genannt wird: es geschieht, weil es hier die Breite, nicht die

südnördlicher

Richtung

erstreckt,

Länge

ist,

die sich in

wie bei allen übrigen vorher

genannten Schichten die vorangestellte Längenrichtung. Sollte man endlich darin, dass die fossa zwar um 2 p. breiter, aber

um (*)

1 p.

Nor an

kürzer als das

Maximum

der Westseite reichte die

des

Fundaments

Abhackung

ist,

einen

nicht tiefer als IX.

64

E.

Grund

finden, nieinen

PETERSEN

Entwurf zu beanstanden? Mir scheint

die

Geringfügigkeit der Differenz vielmehr für dessen Richtigkeit zu sprechen. Die Differenz selbst, wozu auch das gehört, dass die

im

Grube

Westen nicht grösser angesetzt

ist

als das

Funda-

ment, während sie in Wirklichkeit sowohl hier wie im Osten grösser sein musste als das Fundament, erklärt sich einfach aus

summarischem Ausgleich: man setzte schätzungsweise das Oberflächenrechteck der Grube im Umfange etwas geringer an als es in

Wirklichkeit war, weil der Tiefenraum dieses

auch

ausserhalb

schon vor

der

der

in

Rechtecks doch

Abrechnung gebrachten Gusskernmasse

Wiederaufschüttung

allerlei

Füllmasse enthielt;

Böschung der Grubenwände, den p.- Streifen rings unter der IX. Schicht, aber doch wohl unten gelassene Material

so die intakte Südwestecke, die

nicht aufgehobenen 5 j das zwar zerschlagene

des Gusskernstreifens, endlich von selbst

wieder

hinabgefallenen

Schutt.

Jetzt stellt sich die Frage, wie

auf

diesem

so

ermittelten

Fundament der Oberbau angeordnet sein könne. Da hilft uns nun Stevensons zweites Dokument mit den Skizzen des Marcianus (M) und den beigeschriebenen Maassen sind wir zum erstenmal in:

stand gesetzt, einen Grundriss aufzuzeichnen. Die Skizzen geben nur die unterste genauer allerdings die Grundrisse der Decken





nicht der Fussböden.

Da

indes an Einwärtsneigung der Säulen

gewiss nicht zu denken ist, und nur die oberen Säulenstellungen je ein wenig einwärts gerückt scheinen, dürfen wir Decke und

Fussböden des ersten Stockwerks einander gleich setzen. Welches war aber der Maasstab, dessen sich der Anonymus bedient hat ? Stevenson äussert S. 286, 2, wie es scheint, unter dem Druck von

M

Hülsen-Graefs Herstellung, dass es ein Palm von 0,325 m, gleich dem französischen Fuss sei. Das ist unmöglich, weil die vier Säulenweiten der Ostseite dann um 1,50 über das Maximum

m

was oben ja auch gegen Hülsen-Graefs Herstellung eingewandt wurde (0- Der Anonymus gibt uns selbst das Mittel, seinen Maasstab zu berechnen die Höhe des Fundaments (51 p.)

hinausgingen,

:

(*) Nur die Teilung des P{iede) in 12 Oace oder 96 minuti ist anzunehmen, obschon in den Skizzen öfters mehr als 7 oder 8 minuti notiert sind.

65

SEPTIZONIUM

des Säiilenbaus oberhalb des Sockels, den

er so vollständig

wie ihn Fontana abbrechen

ohne die offenbar

sah,

frei betrug hinziigetaue Balustrade, P. 90 On. 10 Min. 3 f (0- Fontana gibt dieselbe Höhe zu 115 p. an, d. i. m 25,645. Geteilt durch M.'s

8723 miniUi, ergibt das diese Berechnung

Hess,

min.

1

= millim.

Wie

2,94.

verlässlich

zeigt sich sogleich an den

Hauptabmessungen, üeber die aus Fontanas Angaben berechnete Nord-Südausdehnung des Fundaments I-VI VII, von m 11,373 geht die nach berechnete Länge der vier Säulenweiten nur um 5 cm hinaus; ist,

M

+

die drei

m

Weiten der Ost- Westrichtung

lassen, ausser 2 p.

=0,446

gerade dem Marmorbekleidung Severianischen Palaste zugekehrten Westseite, noch etwa 0,50 frei. Bei diesen Ansätzen ist eine weniger bekannte Grösse die für die

der

vorauszusetzende

m

am

Ausladung des Puss- und Kopfpro files bedeutend zeichnet, doch ohne

die

Sockel,

Maassangabe,

weil

M

recht

er vermutlich

das Kopfprofil zu beschädigt und das Pussprofil, als in der Erde steckend, gar nicht sah. Im Grundriss habe ich es nach Verhältnis der entsprechenden Profile

im zweiten

mlnuti = m.

Stock, d. h.

182:222

=

222 :x, zu 270 0,79 angenommen. Vielleicht war das mittlere Maass von 0,65 m genügend. Mit dem grösseren Profil käme die Viersäulenfront auf m 9,68; mit dem kleineren auf m 7 cm. weniger als 32 römische Fuss, jenes um In ostwestlicher ßichtung würde derselbe Viersäulensah, mit dem grösseren flügel, wie ihn das Cinquecento noch Profil (einmal) nur um 13, mit dem kleineren um 40 cm unter

9,40. Dieses

21

ist

cm mehr.

32 römischen Fuss bleiben. Das grössere Minus möchte geeigneter scheinen, durch den vorausgesetzten Marmorbelag ausgefüllt zu werden, der ja doch irgend eines Fussprofiles nicht entbehrt haben dürfte. In

dem

einen Falle wäre der

im Grundriss

beliebte ßück-

sprung der Schichten I-Vl gegen VII nur um 4 cm, im andern aber um 31 cm zu gross. Um so viel also könnte das Fundament I-VI mitsamt seinen Marmorteilen auf VII nach

Vi7"esten

geschoben werden. So wenig wie die Maassbestimmung von M.'s minuto 2,94, ebensowenig sind die damit gemachten (*)

zweite

Die fehlenden Maasse habe

Gebälk

(3

Teile)

Kassettenunterseite zu

zu

2, 4,

P

ich

408 M

nach

6f;

zurück-

= millim.

Längen- und Brei-

Verhältnis berechnet:

das dritte von

oberhalb

3.

5

das der

66

E.

PETERSEN

tenbestimmuDgen des Septizoniumrestes absolut. Sie können aber doch durch doppelte Bewährung, einerseits an dem von Fontana gemessenen Fundament, andrerseits an dem

römischen

Fussmass

als leidlich gesichert gelten.

Wozu nun

aber das nach Osten liego.: 'e überschüssige Fundadem eben L-v.sagten noch 4, bezw. 31 cm

ment, das im Grundriss nach grösser sich erwies?

VIIHalso

Vlll

m

Ziehen wir

G5

p.

.

um

m

m

die Seiteuportiken noch

2,45

X

2

— m 4,90,

Gesamtausdehnung von einfach 32 römische Fuss, übrig. Das wäre gerade ge-

n der

= m 14,495

9,47 ab, so bleiben rund 5

nügend, Mittel

a, d.i.

um

zwei

Säulenweiten, im

nach Osten auszudehnen,

d. h.

so

wie das bekannte Fragment des Severianische Stadtplans den ohn^ Zweifel

dem

darstellt.

nördlichen symmetrischen Südflügel des Septizonium ist eine solche Verlängerung der Flügelportiken

Doch

durch alle Tatsachen ausgeschlossen, vor allem durch Weihinschrift, deren rechtes Ende vor dem Abbruch noch auf

ja

die

dem

Gebulk des kurzen Flügelbaus gelesen wurde. Der Stadtplan ist also wohl korrekt hinsichtlich der Ausdehnung des Vorsprungs^ inkorrekt dagegen, interpoliert

durch willkürliche,

besser

durch

gedankenlose Verlängerung auch der Portikus. Dass vor der auf hohem Sockel stehenden Säulenfront tiefer eine niedrige, separate

Kolonnade von zwei Säulenpaaren gestanden habe, wird ja niemand glauben. Also, wie es scheint, eine einfache Plattform, deren und Ausdehnung südwärts natürlich nach den zu Fontanas

Höhe Zeit

noch vorhandenen Resten nicht bemessen werden kann. Die Ostgrenze ist dagegen mit den damals gemessenen Resten gegeben. Das beweist erstens die nachgewiesene üebereinstimung mit dem Stadtplan; zweitens die Bordschwelle am Gusskern, ganz besonders die schmälere unterhalb der breiteren, die ja niemals breiter

gewesen sein kann. Ebenso beweist das Fehlen jeglicher Einfassung des opus caemeaticium im Süden, dass das Fundament, natürlich mit seinen Bordschwellen, weiter nach Süden sich erstreckte^ vor dem Südflügel die gleiche fand im Norden wie Begrenzung Wie hoch aber war diese Plattform? Die Beantwortung dieser Frage hat auszugehn von der Höhe des hinter ihr aufragenden

selbstverständlich soviel, bis es

= m 25,645 = m 3,49 der

Säulenbaus. Zu dessen von Fontana gemessenen 115 p. über dem Sockel kommen, mit diesem, noch 19 1 p.

SEPTIZONIUM

67

Schichten I-VI. Der Marmorbelag der auf dem Sockel und der, der vor ihm auf der Plattform lag, mag sich ausgeglichen haben.

Oberbau und Sockel, wären über der Plattum 44 cm unter 100 römischen

Beides zusammen,

form

m

Fuss

ist.



sein,

29,13 hoch, was nur

Das Septizonium scheint also ein Centenarbau gewesen wie solche bekannt sind, und wie die Marcus-Säule cen-

tenaria war und hiess. Es bleiben für die Plattform also die

von Schicht VII-X, 6

7

über

d.

i.

15^

p.

= rund

Höhe

wovon man

3 Meter,

d. i. die Höhe des oipm caementicium, unterhalb, den Rest dem Erdboden liegend denken mag. Also vor der grossen

p.,

Drei-Apsiden-Fassade eine gleich lange, vor der graden Hauptfront 5 m vorspringende Plattform von wenn wir sie zunäckst gleich-



massig erhöht denken Stellt

man

sich

— rund 1,50 m Höhe.

nun diese mit

drei

Säulenstellungen,

auch

den drei Apsiden bekleidete Fassade von 270 oder 300 römischen Fuss Ausdehnung, mit den schwach vorspringenden Flügeln in

und der vor dem Ganzen

sich erstreckenden Plattform

— ob ganz

m

Höhe vor

anerkennen, dass ihr

keine an-

ausgefüllt, wird sich noch zeigen

— von

etwa 1,50

das geistige Auge, so muss man dere Art von antiken Bauwerken auch nur

annähernd so ähnlich;

als die Prachtskenen der grossen Theater der Kaiserzeit: Skene, Paraskenia, Bühne, alles wäre vorhanden, und

gewesen sein kann, die Zuschauer?

Sitzreihen

nicht vorhanden

;

sum

zu denken.

um

rings

Bühne waren

freilich

aber stehend und wandelnd haben wir sie ringaber die « Bühne » ? Auf diese Frage

Wozu denn

geben und gaben schon vor mehr Ruinen ähnlicher Art und Anlage

und

die

seither auch in Milet. Die

als

Jahren

zwanzig

in Side,

Antwort

Aspendos, Lambaesis,

Bühne vor diesen Prachtbühnen-

gehörte den Nymphen, die darauf tanzten, d. h. ihre Wasser spielen Hessen. Ein vermutlich ähnlicher Bau in Antiocheia, das mit seiner Wasserfülle reich an solchen Wasserthea-

häusern

tern war, hiess

Trinymphon, natürlich von den

in üblicher

Drei-

zahl dargestellten Nymphen, die zusammen in einer einzigen, sehr wohl aber auch getrennt in drei Apsiden aufgestellt sein konnten.

Nymphentheater, -d^äaTQov Nvfitp&v, daneben auch vaog NvfjKpwv^ ein für Bauten Antiocheias bezeugter Name, ist für solche Anlagen äusserst zutreffend.

Viel philologische Kunst und Gelehrsamkeit

ist

aufgeboten

68

PETERSEN

E.

worden (0, um die von mir behauptete Einheit von Septizonium und Nymphaeum wieder aufzulösen: der ursprüngliche Name Septizonium, sondern Septizodium gewesen sein Fassadenbau und Wasserkunst sollten auch in Lambaesis zwei ver-

sollte nicht

;

schiedene, getrennte Dinge gewesen

am

sein;

der

dreistöckige

Bau

Unterbau gewesen sein, mit der zu Bestimmung, etwas tragen und weithin sichtbar zu machen « was dieses gewesen sei, sollte der auf die Tagesgötter Sonne, Mond Palatin endlich sollte

«

ein

;

und Planeten bezogene Name, Septizodium, anzeigen. Was etwa die Gestirne mit dem Bau zu tun haben könnten, wird nachher zu sagen sein. Zuvörderst muss gesagt werden, dass alle jene drei Aufstellungen von selber zerfallen. Zuerst zum Dritten, der architektonischen Idee:

und Sinn

nicht viel Blick

für Architektur zu haben,

man

um

braucht

einzusehen,

dass die lange dünne Passade mit ihren drei Halbkuppeln alles andere eher will als einem zu tragenden Gegenstand als Unterbau dienen; dass sie im Gegenteil durchaus selbst gesehen werden

und

will,

wenn

dass,

sie,

nicht entbehrte, diese nie

natürlich,

bekrönender Schmuckstücke

und nimmer

die

Hauptsache,

sondern

nur Nebensache sein konnten.

Zweitens:

in

Lambaesis sind

es allerdings zwei verschiedene

Inschriften, verschiedener Zeit, deren eine das

andere das

Nymphaeum

nennt:

Septizonium, deren aber beide stehen auf demselben

Architrav, die zweite nur etwa 10

bis

20 Jahre später zugefügt.

den beiden Teilen, Septizonium und Nymphaeum gemeinsam, einigt Avas Maass trennen will. Das unglaubliche Kreuzverhör der Zeugen das war das

Der Architrav

ist also





durch welches Septizodium als die Erste Form des Namens erwiesen werden soll,

che

echte hatte

ursprünglidiese

These

Hülsen (^) eine Zeitlang wahrscheinlich gemacht; später neigte er zum Widerruf. Die Entscheidung ist nur zu ein^ fach mögen die Handschriften zwischen d und n im Namen schwan-

allerdings für

:

(^)

liens

(^)

S.

E. Maass, Tagesgötter.

und Pisidiens

XX

Topogr.

I, 8,

Petersen

Städte

100 fand H. Maass' These sehr wahrscheinlich.

widerrief er wegen Schürers

mentl. Wissensch.

in Lanckororiski,

Pamphy-

I 139.

VI 29 und

lich angegriffen wurde.

63,

Im Nachtrag,

Ausführungen in Zeitschr. für neutestaobgleich die These hier gar nicht ernst-

SEPTIZONIUM

dem römischen

ken: der den

Bau von Lambaesis wird in zum einen Teil Nymphaeum, zum andern

gleichzeitige

Inschriften

otfiziellen

69

Septizonium genannt. Also sieben Zonen, und dass Zonen so viel

wie

Stockwerke

Maass S. 12 sei, bedeute, sma^Mvog gleich siebenstöckig In dann Schürer. diesem Sinne erklärte nun das aus, wiederholte «

führte

»

römische Septizonium des Septimius Severus sich auch in seinen Resten noch selbst. Septem solia major und S. s. minor hiessen

im

die beiden

Mittelalter allein noch übrigen Flügel, von denen 1589, nur der nördliche noch aufrecht blieb (*). Kann

zuletzt, bis

man zweifeln, men noch das

dass in diesem durch Volksetymologie entstellten Na-

alte Septizonium lautlich nachklingt? Später sprachen die römischen Antiquare von den sette legature di pietra und erinnerten mit dem Worte legature wieder an die Zonen. ist nicht genügend, wenn man ^uwcci, z. B. bei Pausanias (*), so etwa wie fasciae, nur von dem äusserlich streifenartigen Aussehen der Friese oder Gebälke versteht: weit reicht ja in Form und

Es

Wort

das Gleichnis. Das Band anzusehen, war nur zu natürlich. Diese Anschauung sprach sich in Namen imd Ornament der Tänie am doder Tektonik, besonders der Griechen,

Gebälk

als ein

dem Flechtbandornament

rischen Epistyl und in

an dessen Unter-

Jene legature, welche den doppelten Zweck hat-

seite deutlich aus.

Standfestigkeit der zwei hohen parallelen Mauern durch ihre Verbindung zu erhöhen, und Wege im Inneren zu bilden,

ten,

die

in der tlüchtigen Skizze, die Hülsen S. 20 wiedergab, nicht zu verkennen: deutlicher sind sie im Profil des Marcianus.

waren schon

Hülsen lehnt zonium,

die

S.

35 die

mittelalterlichen

xenus (Hülsen

a.

so treffende

a.

vor

Marliani

0.) gegeben war, ab,

Eigentümlichkeit, so lange der

(^)

Die

wie in den

Erklärung des Namens Septi-

und Gamucci schon in jener und in der Glosse des PhiloVolksetymologie

lange

mittelalterliche

«

weil diese konstruktive

Bau überhaupt

unverletzt stand, gar-

Verdunkelung des wahren Namens, z. T. gleichman in A. Bartoli, / documenti per w. im Bollettino d'Arte 1909 III. (Hinweis und

Handschriften, übersieht

la storia del settizonio u.

s.

Benutzungsmöglichkeit danke ich der Freundschaft Studniczkas). (^)

An

drei Stellen

V

10, 5;

IX

39, 9;

X 16,

2, ist

jedesmal der ganze Körper,

nicht die Aussenseite des Gebälks oder Bandes mit

weist für die erste Stelle die nähere

^(hvri

Bestimmung xaxä

bezeichnet. tb ixrög.

Das

be-

70

E.

PETERSEN

nicht auffällig gewesen sein kann». Als ob niemals ein Gebäude nach seiner inneren Einrichtung benannt wäre! Zählen denn nicht die mittelalterlichen Stadtbeschreibungen, neben den aussen sicht-

grossen Säulen, auch die Stufen im Innern, haben diese Säulen ihren mittelalterlich-antiken Namen Coch-

baren Fenstern der

und

den Treppen im Inneren? Ja, wenn die sieben Stockwerke von niemanden bestiegen worden wären, dann möchte Hülsens Folgerung gelten. Doch das Septizonium war zu ersteigen, lides nicht von

und

wird, gleich den Säulen, von Neugierigen,

Römern oder Frem-

den, oft bestiegen sein. Treppen können äusserlich nicht

sichtbar

gewesen sein, werden aber einmal wenigstens erwähnt (*)• Auch werden sie, die für Zwecke des Gebäudes selbst und seiner Erhaltung notwendig und selbstverständlich waren, durch die mittelalterliche Benutzung der beiden Flügel, wofür Stevenson S. 261 zu vergleichen

Und

ist,

erwiesen und eben in die Flügel verlegt. M. einen überaus wertvollen Fin-

hier gibt uns wieder

niemandem beachtet scheint. Seine EinzeichRückenmauer im ersten Stockwerk gegenüber der

gerzeig, der noch von

nung

in

die

hakenartigen Umbiegung des Ganges am Ende, wie sie auch in meinem Grundriss aufgenommen ist, kann nichts anderes bedeuten als ein Schlitzfenster,

aussen nur

ra.

markiert, P. 9, 0,11

und das Fenster

am Gang P Denn auch im

das innen,

0,19 breit

ist.

= m. 2,80

über

2,

0,11

= m.

0,74,

Profil ist seine Stelle

dem Fussboden

selbst ungefähr ebenso hoch wie

des Ganges,

breit (^). Dies

Ende

des Ganges gerade und beweist, dass man hier gehen konnte. Wozu aber gerade in diesem kurzen Ende gehen, wenn es nicht auf einer Treppe war? Und deren wegen verbeiterte sich der Gang in diesem kurzen Endstück merklich, um 13 cm., wie im Grundriss, in dem die Hauptmaasse von M. eingetragen sind, ersichtlich. Auch

Fenster

leuchtet

in

das

hakenartige

hinein

die Treppe wird man eingezeichnet finden, wie sie dem Nichtdem Mittelpfeiler so wiel Stärke wie techniker möglich schien. zu ich die Treppe auf 50 cm. Breite herab. möglich geben, setzte

Um

Damit war (')

sie freilich

Scamozzi,

discorsi

24 cm. schmäler sopra l'antichitä di

als

die

Roma

Treppe

1583.

zu

in

der

Taf. 23

f

spricht von Treppen, die er trotz ihres Ruins zu ersteigen die temeritä gehabt. (*) Was M. mit der Einzeichnung rechts davon, an der Mittelwand meint, bleibt mir dunkel.

SEPTIZONIUM

71

Marcussäiile, die trotzdem

nach der einen

Seite,

wegen der VerringeruDg der Stufenbreite und weil der Ansteigende stets die Wand-

vor sich hat, gewiss noch weniger bequem war. Im Septizonium hatte man ja stets nach wenigen Stufen freieren Raum.

krümmung

Ausweichen war

Ende

freilich

eine Treppe, eine

unmöglich, aber auch unnötig, da an jedem zum Auf-, die andere zum Abstieg war.

Die Höhe der einzelnen, durch die Treppen zugänglichen Gänge war, wie M.'s Profil zeigt, ungleich: das erste, höchste hat 4,18 m., die in 18 Stufen von wenig über 23 cm. Höhe überwunden werden konnten. In den folgenden konnte bei gleicher Stufenzahl deren Höhe geringer sein. Das Fenster im ersten Stock beleuchtete das

Herauf

zu.

und das Hinauf von der ersten Zone. Wie

in

den Cochlides, lagen die Fenster aller Stockwerke immer an gleicher Stelle. Unter dem ersten wird die Tür gewesen sein. Wenn die Strasse, die Lanciani F. ü.

Taf.

35 hinter dem Septizonium

verzeichnet, höher lag als das Pflaster vor ihm, so konnte von ihr her bis zur ersten Kehre der Weg horizontal sein. Ob so oder ob

schon ein erster Treppenteil, empfing dies Stück sein Licht durch die Tür. Weshalb ist in die Treppe nicht angedeutet? Ich weiss

M

darauf keine andere Antwort, als dass er die Stockwerke ja in Unteransicht zeigt. Ein zweites Fenster an demselben Gange war erst in weiterem

Abstände erforderlich:

in der

Ruine reichte

er ja nicht

6 m. weit vom ersten Fenster. Jeder Gang musste, wie der Stadtplan zeigt, nachdem er von der Nordtreppe aus sich zunächst links

gewandt links,

hatte, vor der ersten Apsis rechts

wenden, danach wieder

hinter der dritten Apsis wieder links, dann rechts,

lich links,

um

es natürlich

und end-

Von Süden her ging in Hülsen-Graefs Mauern Die schwarzen umgekehrt. in die Siidtreppe zu gelangen.

Grundriss auf Taf. IV, bei Lanciani wiederholt, wie die Springbrunnen.

sind

Phantasie,

Jetzt wenden wir unseren Blick für einen Moment vom Septizonium weg auf den « Nymphentempel » von Side, der seinen Na-

men

trotz

Maass' Ableugnung

behaupten

wird.

(/)

Bei so

kleineren Verhältnissen hatte dieser nur eine, oder mit

zwei Zonen.

Auf

einer Treppe, die ausserhalb des

viel

dem Dache

Gebäudes an den

(*) Ich verstehe nicht, wie man das Epigramm an der Basis des Bryonianos LoUianos, das in Lanckororiski, Paraphylien I, 105 N. 107 veröffentlicht wurde, nach Fundort und Inhalt nicht auf das Nymphaeum beziehen kann.

72

PETERSEN

E.

von Norden herangeführten Aquaedukt Jahre 1884 « einen der Länge nach »

Süd



deckten zu

dem

lehnte,

erstieg ich (\)

— auch hier

im

von Nord nach

durch den Oberbau gehenden schmalen, wagrecht überGang ". In ihm gelangte ich nur bis zu einem Gemach, «

sich der

und aus dem

Gang zwischen Nord- und Mittelnische

ein Fenster in der

Hinterwand

des

erweiterte,

Gebäudes nach

Osten hinaussah, während die grosse, aus neun Ausgüssen gespeiste Fontäne an dessen Vorderseite, im Westen lag. Weiter südlich vorzudringen,

hinderte

mich der Zustand der Ruine.

Doch sah

ich

von aussen, vor der Front stehend, die auch auf der, so viel ich sichtbaren Oeftweiss, nach Photographie getuschten Tafel nicht zum Gange anzur rechten Nische, nungen, die symmetrisch

XXV

gelegt sind. Ich hielt sie für Türen: dunkel, wie sie auf der Tafel erscheinen, können sie ja auch nicht Fenster nach Art des vorer-

wähnten

sein,

sondern Ausgänge,

Mündungen

jenes engen Ganges,

Zerstörung weitergeht. Da oberhalb der Deckplatten der unteren Kolonnade noch wieder Steinbalken eingebunden waren, trugen die Säulen, wenn nicht ein zweider jetzt

unzugänglich,

tes Säulengeschoss,

die

jenseits

der

doch jedenfalls eine Gallerie oder Balkons, auf

man durch

jene Ausgänge hinaustreten konnte. wir auch im Septizonium zwischen haben Danach

den

drei

Apsiden Gemächer anzunehmen, die von jedem zweiten Gange aus zu betreten waren, nnd aus denen man auf die Portiken hinaustreten konnte (*). Denn, wenn irgendwo, musste es hier einen Reiz haben, auf den Nymphentanz und die weitere

Umgebung hinaub-

ziischauen.

Wie

ein

gewöhnliches Theater seine Siatoo^aTa, auch ^(brav

genannt, im Zuschauerraum hatte, so das Nymphentheater solche in der Bühnenwand selbst. Ihre Zahl ist offenbar bedingt durch die Zahl der Säulengeschosse.

Der Marcianus

zeigt,

wie auf jedes

Geschose zwei Zonen kommen; dazu als siebentes das Dach. Die Siebenzahl erklärt sich also zunächst aus der Konstruktion. Als die Siebenzahl der

Bau

Tagesgötter

»

zu so grosser Bedeu-

Pamphylien S. 139. waren vermuthch vorsichtshalber nicht in den der erwähnten gelegt, sondern an der Rückseite, vielleicht jenseits

(^)

Vgl. Lanckoronski,

(^)

Die Wjisserkammern

selbst

«

Strasse angebracht.

73

SKPIIZONIUM

timg für Zeiteinteilung und alles mögliche gelangt war (^), konnte freilich darauf verfallen, die sieben übereinander liegenden Bahnen oder Zonen des Septizonium, zumal sie an einem Ende auf-

man

am

anderen abwärts führten, mit den nach antiker Theorie gleichfalls übereinander liegenden sieben Planetenbahnen zu vergleichen ;

mau

konnte, weitergehend, sogar

die einzelnen

Bahnen

Ge-

des

bäudes in der später geläufigen, aus Ciceros Traum des Scipio, in der Kepublik, bekannten Ordnung nach den Gestirnen benennen. Ja, vielleicht brachte man sogar zur Unterscheidung und leichteren Orientierung an den

einzelnen

geläufigen Typen der Kaiser Septimins und seiner

Zonen

die

« Tagesgötter » an, und mochte, dem Astromanie zu gefallen, die sieben Götterbilder in wirkungsvoller Weise im Antlitz des grossen Säulenbaus hervortreten lassen Wo :

immer aber

sie

leuchten mochten, ob unten oder oben, meinethalben

auch als Akroterien des Daches, waren

sie

doch nur nebensächliche

Verzierung; das Hauptbild war das grosse Standbild des Kaisers oder denkt man sich ihn als Sonnenin der Mittelnische (^)





Hauptsache am Ganzen das lebendige Wasser. Und wir nicht: die ganze Beziehung auf die Gestirne beruht vergessen ganz und gar auf Vermutung. gott?

die

Ein Wort noch, zum Anfange zurückkehrend, über die Wasserbühne. Denken wir, wie bereits angezeigt wurde, die platea dt seiet

in grader

Richtung nach Süden weitererstreckt und hier im

Süden mit einem Viersäulenflügel, gleichwie im Norden abgeschlossen, so dürfen wir die 11 p.- Travertine wohl als Fundament der vorderen Einfassung des lacus, mit oder besser vielleicht ohne Schöpfbecken, ansehen. So blieben etwa 15 röm. Fuss vor der

graden

Säulen front, bis in die Tiefe

pelte für

das Wasser.

der Apsiden Die seitlichen Plattformen,

fast das

in

Dop-

Breite der

Flügelbauten, boten vielleicht Sitzgelegenheit, wie es auch beim um im Nymphaeum von Side vermutet wurde, entsprechend Theatergleichnis zu bleiben Theaters.





etwa den tribunalia des römischen

Eugen Petersen. Berlin, 10.

Mai 1910.

() Vgl. Maass, Tagesgötter und Röscher im Mythol. Lexikon Planeten. (*) Vgl. Hist. Aug. V. Severi 24. Das angebliche Vorhaben des Kaisers, :

das Septizonium zu einem regium atrium seines Palastes auf dem Palatin zu machen, braucht, zumal es vereitelt wurde, nicht ernst genommen zu werden.

UND

DIE ETRÜSKER

Heute

DIE ROEMISCHE RELIGION

Deutsche Institut nach guter, alter Sitte den

feiert das

Geburtstag der Stadt Rom. Bei dieser Geburtstagfeier ist es vielleicht nicht unangemessen, gerade die Kindheit Roms zu behandeln. Ausserdem besteht der Reiz der Kindheit bei Städten wie bei Menschen, und gerade diese ersten Stadien der ewigen Stadt haben heutezutage ein ganz besonderes Interesse, indem man dem alten Sprichworte « Ex Oriente Lux » folgend neue Bahnen einschlägt und einigermassen zu neuen Resultaten schon gelangt ist.

Dem

grossen Mommsen verdanken wir die Fortschritte, die das Studium der römischen Religion in den letzten fünfzig Jahren

gezeigt hat. Von ihm ausgehend haben seine Schüler, besonders Wissowa, das Problem der Lösung immer näher gebracht. Das Prinzip aber,

worauf

sich

dieser

Neubau gründet,

ist

das

Ausscheiden

der griechischen Elemente, Herstellung der primitiven, von den Griechen noch nicht berührten und beeinflussten Vorstellundie

gen und Begriffe

(^).

gestellt waren, war

Sobald diese ursprünglichen

man umgekehrt im

Elemente

fest-

Stande, die Geschichte der

römischen Religion in ihrer Entwickelung zu schreiben, und man hat sie in der Tat geschrieben. Aber wie es sich in unserm Zeitalter in den Naturwissenschaften, besonders in der Chemie, gezeigt hat, dass das,

was man

Element betrachtete, wiederum einer Zerteil ung fähig war, wobei noch ursprünglichere Elemente zu Stande kamen, so ist es als ein

auch in

der römischen

Religion.

Das Product, das man durch

(') Man vergleiche die bekannten Worte Hartungs, die immer der Wie« Es ist ein alter 'J'empel derholung würdig sind (Rel. d. Rom. I p. ]X) von einem Ueherbaue verhüllt worden, sodann sind beide eingestürzt, und wir haben nun die Trümmer des ersteren Gebäudes unter dem Schutte des :

zweiten hervorzugraben

».

ETRUSKER UND

DIE

75

DIK ROEMlSCHE RELIGION

Ausschaltung des Griechischen bekam, und das man als urrömisch betrachtete, ist wiederum eine Mischung, ein durchaus mit fremden Elementen durchsetzter Körper.

Es

ist

kein Geheimniss, woher diese fremden Elemente stam-

men. Abgesehen von dem Kom umgebenden und ungefähr auf demselben Niveau stehenden Latium waren es nur die Etrusker, die durch ihre Kultur überlegen im Stande waren, ihren Glauben und ihre Götter bei den Römern heimisch zu machen. Dieses Prinzip bewährt sich aber nicht nur für die römische Religion, sondern man kann es auf sämtliche Gebiete des römi-

Durch Ausscheiden der

schen Altertums anwenden.

erst später

von

den Griechen übernommenen Elemente liegt uns der Anfang der Geschichte Roms in zwar verkürzter, aber doch der Wahrheit näher

Form

stehender

vor Augen.

Jetzt heisst definieren, tet,

wie

diese Arbeit weiterführen

und wenn man

so scheint es

dies

es,

sich einmal

mir wenigstens,

dass

und das Etruskische

eine Prophezeiung die

nächsten

Problem zum grössten Teil lösen werden. sollte die Sache auf dreierlei Weise versuchen

Man man

gestat-

Dezennien

:

erstens,

durch

Erforschung der Sprache, die doch endlich ihre Geheimnisse aufgeben muss zweitens durch baes tatsächlich tut,

;

bylonische Forschungen, und nebenbei, wenn sich Gelegenheit bietet, durch Ausgrabung lydischer Gräber, wo höchstwahrscheinlich eine

Uebergangsstation zu finden ist drittens aber durch erneute Prüfung der römischen üeberlieferung, wobei man sich vergegenwärtigen sollte, dass zwischen den Etruskern und den andern ürvöl;

kern,

z.

B. den Sabinern, die mit

Rom zusammengekommen

dieser grosse Unterschied existiert, dass

sind,

die andern Urvölker bald

verschollen sind oder wenigstens ihre Eigentümlichkeiten eingebüsst haben, während die Etrusker noch in historischer Zeit existierten und ihre eigene üeberlieferung noch hegten.

Es bestand also für die

Altertumsforscher der Ciceronianischen Zeit

immer

die

Möglich-

Wahrheit ihrer Äusserungen zu prüfen. Trotzdem in den letzten Jahren so viel über die Königsgeschichte geschrieben worden ist, trotzdem so ziemlich allgemein

keit, die

der Einfluss der Etrusker anerkannt

ist,

so fehlt doch, so viel ich

sehen kann, der Versuch, die Stärke des Einflusses zu messen und die daraus notwendig werdenden Folgen zu ziehen. Manhat selten

'

76

J.

CARTER

B.

versucht, die Kulturentwicklung des römischen Gesetzen der Soziologie durchzudenken.

Dass ßomulus, existierten,

gibt

Numa, Tullus

man

Legenden immer

jetzt fast

allgemein

so lebhaft auf unsere

nach den

Ancus Marcius nie

Hostilius, zu,

Volkes

und doch wirken

die

Vorstellungen, dass unsere

sämtlichen Begriffe des römischen ürvolkes durch sie beeinflusst sind. Lassen wir aber die sogenannte ältere Königsgeschichte vollständig beiseite und versuchen sie einerseits durch die monumentalen Reste, andererseits durch das Ueberbleibsel primitiver religiöser Vorstellungen zu ersetzen, so haben wir das Bild

eines

auf

einem sehr niedrigen Kulturniveau siehenden Volkes. Die Religion war ein Animismus, der eben so weit entwickelt war, dass die Namen der übernatürliclien Kräfte (denn Götter waren sie nur in diesem ani-

keine persönliche, sondern

mistischen Sinne)

Von

hatten.

nur

eine magische war nicht zureden.

einer Stadt, einer Urbs,

Bedeutung Die Bevölkerung bewohnte nur

die Gipfel der

Hügel und

vertei-

digte sich nicht durch Steinmauern (denn hätten diese Steinmauern so

existiert,

wären üeberreste noch zu finden), sondern nur durch

einen Erdwall, oder eine Art von Pallisaden

(^).

Diesen Urzustand der römischen Religion pflegt man bekanntlich « die Religion des Numa » zu nennen. Sie ist vielfach beschrieben worden, vielleicht seinem prachtvollen Buche « sich

um

am

Besten von

Roman

Götter und Festceremonien,

Warde Fowler

Festivals

»

die in den

(^).

als

in

Es handelt ursprünglich

anerkannten und durch grosse Buchstaben bezeichneten Teilen des Kalenders vorkommen (^).

Man

hat bis jetzt angenommen, dass das Zustandekommen eines

derartigen Jahreskyklus nur in einer festummauerten Stadt möglich wäre. Als Beweis dafür pflegt man die angebliche Tatsache anzuführen, dass der Kalender ausschliesslich Feste des Gesamtvolkes enthielt,

und dass

dem Volke {})

Um

ein Fest wie

in seinen

z. B. das Septimontium, das von Abteilungen begangen wurde, nicht im Kalender

die Einfachheit des

die heutigen Strohdörfer der

capanna, war damals {^) London 1899; London 1906.

(^)

Lebens zu verdeutlichen, braucht man nur an

Campagna zu denken, denn

die

Hausform, die

-dieselbe.

vgl. Carter,

The Religion of

Wissowa, Religion und Kultus

S.

18.

Numa

and olher Essays

DIE

ETRUSKER UND DIE KOEMISCHE RELIGION

77

aufgenommen wurde. Prüft man aber diejenigen Feste, die zu dieser Kategorie gehören, so merkt man sofort, dass sie alle (mit Ausdes Septimontiums) aus dem Kalender ausgeschlossen sein mussten, weil sie Wandelfeste waren, die in einem für alle Jahre

nahme

gemachten Steinkalender nicht angezeigt werden konnten. Das Septimontium fehlt aber aus einem ganz andern Grunde, nämlich weil am 11. Dezember ein anderes Fest, ein agonium schon da.

und die grossen Buchstaben nie mehr als ein Fest für (^), einen Tag angaben (^). Man kann also nicht beweisen, dass ein Fest der verschiedenen Gemeinden aus diesem Grunde aus dem stand

Kalender ausgeschlossen wurde. Es steht nichts im wege anzunehmen, dass Feste, die ursprünglich von den einzelnen Gemeinden begangen wurden, in dem Kalender aufgenommen, und später von

dem Gesamtvolke

gefeiert wurden. Also setzt die vor der

Ankunft

der Etrusker durchgemachte religiöse Entwicklung nicht notwendigerweise eine feste Stadtform voraus.

Das ganze

religiöse

Interesse konzentrierte sich

um

das phy-

sische Dasein. Die Gebete, der Kultus hatten den ausschliesslichen

Zweck, die physische Existenz zu sichern. So viel wir sehen können, fehlte vollständig der Gedanke an den Staat. Das Nationalgefühl schlummerte noch.

Weiter ist es wichtig, dass wir uns klar bewusst werden, dass nach den jetzt so ziemlich bekannten psychologischen Gesetzen der Naturvölker ein derartiges Volk sich nur sehr allmählig entwickelt. Ja, in vielen

Fällen

ist

eine von innen heraus

sich

vollziehende

Entwicklung ausgeschlossen. Es scheint fast notwendig, dass

kommender Antrieb hinzutritt. Wir wenden uns jetzt den Etruskern

ein von

aussen

zu.

Zunächst

sei

gleich

bemerkt, dass wir die Sprache fast ganz bei seite lassen und uns ausschliesslich mit den Monumenten und der Ueberlieferung beschäftigen.

Die Herkunft der Etrusker aus dem Osten wird jetzt fast von allen zugegeben. Mit unserer steigenden Bekanntschaft mit Babylonien wird der babylonische Einfluss bei ihnen immer stärker be-

AG IN, Amit. Vgl. Wissowa, Gesammelte C) Agon, Maff. Praen. Ant. Abhandlungen S. 232. (») Lib. Agon (Caer. Vat.) zum 17. März ist keine Ausnahme, denn damit ist nur ein Fest gemeint. ;

78

J.

CARTER

B.

Auch fast allgemein zugegeben ist die Hypothese, dass die Etrusker erst sozusagen bei ihrer Ankunft in Italien Etrusker geworden sind, d. h. dass sie durch die Verschmelzung eines wiesen.

einge-

wanderten Volkes mit Einwohnern Italiens zu stände gekommen sind.

Es handelt sich sind sie nach Italien

Und wann Auf

sind sie

die zwei

darf aber

also jetzt hauptsächlich

zwei Fragen.

Wie

gekommen

sind,

?

? ist

Fragen einzugehen

sagen, dass sehr

Meer gekommen

um

gekommen, übers Land oder übers Meer

dafür

vieles

und dass

im achten vorchristlichen

sie erst

waren.

Jahrhundert in Italien

ansässig das als Hypothese annehmen (^). Dagegen ist es sehr wichtig, dass

hier nicht zulässig. Man spricht, dass sie übers

Ja,

man

vorläufig

sich

darf

man

die Vi^eise ihrer

ersten Ansiedelungen klar macht. Nicht als Eroberer, nicht als ein

grosses Heer, sondern in friedlicher

Weise und

in kleineren

Grup-

pen landeten sie am tuskischen Gestade (^). Ja, am wahrscheinlichsten ist es, dass sie gar keinen Widerstand fanden, denn die Urbevölkerung gerade dieses Teiles von Italien war nicht gross. Durch ilire Kultur aber überlegen fanden sie reichlich Gelegenlieit, sich mit den Einheimischen auf freundlichen Fuss zu stellen. Allmäh-

Verschmelzung, und mit der Verschmelzung kam Glücklicherweise ist uns ein gutes Beispiel dieser

lich erfolgte die

ihre

Stärke.

Verschmelzung erhalten, nämlich die Stadt Falerii. Mit der Zeit wuchsen sie derartig an der Zahl, dass eigentliche Eroberungszüge möglich wurden zuerst nach Westen und nach Süden. Wahrscheinlich haben

sie

längere Zeit auf

dem andern Ufer

nach der Gegend der Siebenhügel gewartet, vorschritten. Aber auch in Rom brauchte ihre Ankunft nicht notdes

Tibers

ehe

sie

wendigerweise eine feindliche zu sein

(^).

Reise zur See sprechen zunächst ihre sehr früh gezeigte Fä" (*) Für ihre dann ihr Erscheinen in Aegypten, ehe sie überhaupt in als Seeleute, higkeit Ilalien ansässig waren, endlich die Tatsache, dass ihre Ansiedelungen in Toscana gerade die ältesten zu sein scheinen, die nur so zu erklären ist, dass sie

gerade dort landeten. («)

«

üeber solche Wanderungszüge

vgl.

im allgemeinen

Rise of the Greek Epic » S. 45. die Ankunft, der (») Nach der Legende war

Gilbftrt

Murray

Tarquinier ganz friedlich.

ETRUSKER UND DIE ROKMISCHE RKLIGION

DIR

Die Zeit dieser Vorgänge

Nach dem Forumsepiilcretum ins sechste als ins siebente

natürlich schwer zu bestimmen.

aber

wird

zu beurteilen

Jahrhundert zu setzen sein

(^).

sie

eher

Unmöglich

dass ihre Herrschaft bis ins fünfte Jahrhundert hinein

es nicht,

ist

ist

79

gedauert hat.

Hiermit kommen wir zu unserem eigentlichen Thema und fragen, in welcher Weise diese Eindringlinge die Religion beeinflusst haben.

Da müssen Religion

in

wir uns zweierlei vor Augen halten. Erstens ist die Gesellschaft unzertrennbar von dem

einer primitiven

ganzen Gewebe des Lebens. Man kennt weder Staat noch Kirche. Also ist ein unterschied unmöglich. Jedes Element des Lebens hat

und das ganze Wesen des Volkes drückt aus. Also hat die Kultur der Etrusker die

eine religiöse Seite, in

der Religion

mische Religion

in allen

Beziehungen

sich rö-

ganz abgesehen dadie Etrusker eine yens waren

beeinflusst,

von, dass, wie Livius sagt (5, 1, 6), ante omnes alias eo magis dedita religionibus, arte colendi eas. Zweitens besitzen wir für die

quod exceller et

Römer

ein

her-

vorragendes Beispiel, wie eine andere Nation sie beeinflusste, und zwar in den Griechen.

Der griechische Einfluss ist längst erkannt worden. Wir sind stände, ihn ziemlich genau zu studieren. Seine Geschichte fällt zunächst in zwei ganz verschiedene Perioden. In der ersten Pe-

im

riode haben sich die

hingegeben. Das, was

nahmen

sie

kaum

als

Römer den sie

griechischen Ideen fast unbewusst

von den Griechen tatsächlich

fremdes Gut auf

(*).

Mit der

bekamen,

Zeit aber hat

dem Fremden gegenüber gestärkt, und in der standen sie dem Griechentum zwar nicht feindlich,

sich ihr Bewusstsein

zweiten Periode

sogar freundlich, aber doch ganz bewusst gegenüber. In beiden Perioden aber hat sich der Einfluss in zwei Formen verkörpert, erstens in neuen Göttern,

und zweitens

in

neuen Ideen und Kult-

nuancen. Von diesen zwei Arten sind die neuen Ideen viel wirkungs-

<})

darf

Falls die Etrusker bei ihrer

verboten war. Die

feste

Stadt begründeten

dass das Begraben innerhalb der Stadt von vornherein letzten Gräber des Forumsepulcretums scheinen aus dem

Anfang des VI. Jahrhunderts zu

VL

Ankunft eine

man annehmen,

sein; also

reicht die Stadt nicht über das

Jahrhundert hinauf. (")

Man denke

an Castor, Pollux, Hercules usw.

80

J.

CARTER

B.

voller gewesen. Selbst neue Götter konnte man immer den Eigenen anpassen. Aehnlichkeiten waren leicht zu finden. Die Interpretatio Romana, die in der späteren Zeit eine so grosse Rolle spielte,

war schon damals

vorhanden. Es war eine der Rasse angeborene

Eigentümlichkeit. Mit den neuen Ideen

aber war es nicht so leicht. Sie waren

sehr ansteckend; noch

an sich

mehr deckten

unbekannte Tiefe der Menschenseele

Man

auf.

eine

sie

fand

in

bis

dahin

sich selbst

den Widerhall zu den griechischen Gedanken. Nur in dieser Weise vollständige Wandlung erklärlich, die die griechischen Einfluss durchmachten. ist die

Kehren wir bei den

Auch

Römer unter dem

jetzt zu den Etruskern zurück, so sehen wir, dass

Römern ihnen gegenüber

hier haben

die

wir zwei Perioden,

Sachlage sehr eine

ältere,

ähnlich war.

wo

die

Römer

hinnahmen, und eine jüngere, wo ihnen der Unterschied zwischen ihnen und den Etruskern ganz bewusst war. unbewnsst

alles

Wir behandeln zunächst

die ältere,

unbewusste Periode.

Hier gruppiert sich alles um die Gestalt des Juppiter Optimus Maximus. Bei dem ersten Blick befremdet es, dass gerade dieser Gott, der

Inbegriff

des römischen Staates,

das

Ideal des

römischen Patriotismus, ursprünglich keine nationale, sondern eine von aussen eingebrachte Gottheit sei. Doch ist es eine Tatsache,

und

der die Augen offen hält, ist die Erklärung nicht denn die Etrusker haben nicht nur den Gott eingebracht, schwer; was weit wichtiger ist, sie haben den patriotischen Sinn sondern, für den,

bei den

Römern aufgeweckt oder vielmehr

Der Beweis,

ins

Leben gerufen.

Juppiter Optimus Maximus etriiskischen auf der Hand. Sein Tempel ist von den

dass

Ursprungs ist, liegt Etruskern gebaut, von den Handwerkern, die in dem Vicus Tuscus wohnten. Sein Kult ist mit dem etriiskischen triumphus, mit der etruskischen

pompa verbunden (^). Ausserdem erscheint Juppiter in dem voretruskischen Kalender.

Optimus Äfaximus nicht

Was (»)

auf. Vgl.

schrift

mit

f.

lat.

favissae.

den Dreiverein, Juppiter, Juno, Minerva, angeht, so

ist

als ein etruskisches Wort Dagegen bringen es Froehde (ZeitVergleichende Sprachforschung 18,160) und Solmsen (daselbst 37,4) fovea zusammen. Vgl. im allgemeinen Wissowa, Realencycl. s. v-

Jordan. Top.

1, 1,

273 führt auch favissae

auch Jordan, Krit.

Beitr. 84.

ETRUSKER UND DIE ROEMISCHE RELIGION

DIE

zwar

es

richtig,

dass die mit einem

81

Tempel des Dreivereins

regel-

mässig versehenen Capitolia römischen Ursprungs sind, wie Kuhfeldt (') sehr schön ausgeführt hat; und doch ist vielleicht eine

Ausnahme vorhanden, gerade dere Ehre

dort,

wo Juno und Minerva

Falerii

in

Dort

beson-

hätte sich der

genossen haben, (*). Dreiverein bilden können, und von dort wäre der üebergang nach Kom sehr einfach. Wie dem auch sei, bleibt es sicher, dass der Dreiverein nicht auf römischem Boden zu Stande kam.

Denn

er-

war Minerva ursprünglich keine römische Göttin, und zweitens scheint in Rom in sehr alter Zeit die Verbindung zwischen Juppiter und Juno nicht sehr stark gewesen zu sein. Dagegen war die Verbindung zwischen Janus und Juno eine sehr alte, wie stens

sie ihre

Spuren

hinterlassen

hat, einmal in der sehr alten Ver-

Mannes) und Jüno (der Frau), andererJanus Curiatius und Juno Sororia (^). Verbindung als die waren aber die etruskischen Götter Weittragender

bindung Genius

(^)

(des

seits in der

allem der

Ideen, vor

mit der

nicht

der Limitation. Begnügt man sich Aussage Varros, einer Behauptung, die

Begrifif

direkten

vielleicht noch zu seiner Zeit kontrollierbar war:

origOj

sicut

gruma, von dem

ein

etruskischen Einfluss zu erklären

(*)

Kuhfeldt,

De

1,

unzweideutiges Zeugniss, das Wort Griech. yvwfia, dessen Lautwandel nur durch

27, 13), so spricht dafür lat.

Limitum prima

Varro descripsit, a disciplina Etrusca (Agrom.

ist (^).

Capitoliis Imperii

üeber den Kult der Juno

Romani. Berhn, 1882.

zu Falerii vgl. Dionys. 1, 12; 35; Ovid., F. 6, 49. Vgl. auch den Stadtnamen Colonia Junonia Lib. Col. p. 217 und darüber Bormann in C. /. L. XI, p. 465. An(^)

Ovid.,

Am.

5,

Curitis

13,

gebliche Keste des Tempels iVo^ Scavi 1879, 7; 1882, 63; 1883, 165; 1887, 170, 262, 307.

Ueber Janus und Genius vgl. Varro, L. L. 7, 26 f. und Macr. S. 1, Also im Liede der Salier hiess Janus Duonus Garus oder Cerus Manus, d. h. creator bonus (vgl. genius und qignere). Siehe auch Wissowa, Eel. und Kult. S. 159. (»)

9,

14, 16.

Ueber Janus

Curiatius und Juno Sororia vgl. Liv. 1, 26, 12; (*) Dionys, 22; Fest. p. 297; Paul, p. 307. Die Verbindung hängt mit der Religion der Curiae zusammen, wo auch Juno speziell verehrt wurde.

3,

Schulze bei Thulin in Pauly- Wissowa VI Sp. 728. Nissen (*) Vgl. {Templum, Berlin 1869) hat den etruskischen Ursprung der Limitation bestritten



wohl mit Unrecht. 6

82

J.

B.

CARTER

Mit der Limitation hängen zwei wichtige Sachen zusammen, Pomerium, andererseits das Temphim (und mit dem Templum hängt wiederum zusammen das Auguralsystem). einerseits das

Obgleich das Wort Pomerium lateinisch ist, scheint die Sache etruskisch zu sein. Man vergleiche Livius 1, 14, 4: pomerium^

urbibm quondam Etrusci^ qua murum certü circa terminis inaugurato consecrabant, und wiederum Varro, Lingua Latina V, 143, wo genau beschrielocus

in condendis

quem

ducturi erant,

ben wird, wie man nach etruskischem Ritus das pomerium zog (0* Sobald man aber annimmt, das pomerium sei etruskisch, so von

löst sich

des ganzen Pomeriumprohabe dies neulich bei einer andern

selbst die Schwierigkeit

blems der Stadt Rom.

Ich

Gelegenheit ausgeführt und kann mich also sehr kurz fassen (*). Das übliche topographische Schema für die Entwicklung der Stadt

Rom

Stadien:

besteht aus vier chronologisch auf einander folgenden 1)

eine

die

Palatinstadt,

Roma Quadrata;

3) eine

2) eine

Stadt der Vier Regionen,

sogenannte Septimontiumstadt auch urbs et Capitolium genannt; 4) eine sogenannte servianische Stadt, deren Mauer den Aventin einschloss. ;

Eine Ansiedelung am Palatin hat es sicherlich sehr früh gegeben, zwar keine urbs, aber wohl ein oppidum, wie ähnliche

oppida schon auf den andern Hügeln ist

nichts

stierte.

existierten.

geblieben, ja es ist sehr zweifelhaft,

Auch von einem pomerium

liegt kein

ob

Beweis

Beschreibung des Palatinpomeriums bei Tacitus stisch und liefert keinen Beweis (^).

(*)

Von

ist

der

eine vor,

Mauer je

exi-

denn die

ganz phanta-

Varro, L. L. V, 143: oppida condehant in Latio Etrusco ritu multi

id est iunctis bobus,tauro et vacca, interiore aratro circumagebant sulcum.

Hoc faciebant religionis causa die auspicato, ut fossa et muro muniti. Terram unde exculpserant, Fossam vocabant et introrsum iactam Murum. 1908, p. 172 ff, und Pro(^) American Journal of Ärchaeulogy XII, ceedings

of the British and American Archaeological Society of Borne,

vol. IV, 1908, p.

129-136.

24: Sed initium condendi, et quod pomerium Romulus posuerit, noscere haud absurdum reor. Igitur a foro ßoariOy ubi aereum tauri simulacrum aspicimus, quia id genus animalium aratro sub' ditur, sulcus designandi oppidi coeptus, ut magnam Herculis aram amplecteretur. Inde certis spatiis interiecti lapides per ima montis Palatini, ad aram Consi, mox curias veteres, tum ad saceilum Lamm, inde forum Ro{^)

Tacitus, Ann. XII,

83

DIE ETRUSK.ER UND DIE ROEMISCHE RELIGION

Die angebliche zweite Stadtform, das Septimontiiim, hat als eine Stadt nie existiert. Man hat einfach ein Bündnis von sieben kleinen Hügeloppida mit einer geregelten ummauerten Stadt verwechselt. Es gab

also

Pomerium

weder Mauer noch

des

Septi-

montiums. Die erste Stadtform

ist

demnach

die Vierregionenstadt, urhs

etruCapitoUum, die etruskische Gründung, Roma nach einer skischen Gens genannt (0, die regelrecht von einem etruskischen pomerium umschlossen war. Diese und nicht die spätere Form war et

die wirkliche servianische Stadt, zu gleicher Zeit die erste Stadtform und das erste pomerium. Man sieht also sofort, warum dieses

pomerium bis auf die Zeit Sullas unverändert blieb, obgleich bei dem Neubau nach der gallischen Katastrophe eine neue Stadtmauer, deren Reste man irrtümlich die Servianische Mauer nennt, um das alte

pomerium herum zu stände kam. Etwas anders scheint das Verhältnis

Auguralsystem gewesen zu

sein.

der Etrusker zu

Wahrscheinlich

ist

dem

anzunehmen,

dass die Beobachtung des Vogelfluges allgemein italisch und demnach auch römisch war. Die Normen, nach denen diese Beobachtung stattfand, festzustellen,

wohl

ein sehr primitives

entzieht

sich

unserer Kenntnis. Es wird

System gewesen

sein.

Man

hat versucht,

für dieses uritalische System das Templum zu beanspruchen. Aber das Templum hängt mit der Limitation zusammen, und sämtliche

Versuche die gegenseitige Unabhängigkeit zu beweisen sind gescheitert. Ist also das Templum von der Limitation abhängig, und ist die Limitation

Wir haben

etruskisch, so ist auch

also vor

das

uns den interessanten

Templum Fall, wo

etruskisch.

der

etrus-

zu Entwicklung und Ausarbeitung eines schon existierenden Systems gebraucht wurde. Dieser historische Vorgang

kische

Einfluss

findet einen legendarischen

Ausdruck

in derjenigen

Form

der Attus

Naevius Legende, wo es die Etrusker sind, zu denen Attus Naevius

manum-, forumque urhi credidere.

Man

et

Capitolium non a RomulOy sed a Tito Tatio additum von dem tatsächlich vorhandenen

sieht, er spricht zuerst

pomerium der Vierregionenstadt, dessen

cippi

vom Forum Boarium

bis

zum

Altar des Consus noch existierten. Die anderen Seiten sind ganz willkürlich. (') Schulze, Zur Geschichte lateinischer Eigennamen S. 580 f.

84

J.

um

gesandt wird,

kommt

B.

CARTER

Aiiguralwissenschaft zu lernen ('). Dazu der Auguralstab, der Lituus, der ge-

die

die Tatsache, dass

rade bei der Herstellung des Auguraltemplums oft auf etruskischen Denkmälern vorkommt.

Der beste Beweis

gebraucht wurde,

aber, dass sowohl dieses entwickelte

Augu-

ralsystem, wie die Theorie der Limitation, beide etruskisch sind, findet sich in der Tatsache, dass alle beide eng mit Juppiter

Maximus

Optimus

Für

zusammenhängen.

das

Auguralsystera zu denken, dass die Augures offiziell interpretes Jovis Optimi Maximi (^) genannt werden. Man darf nicht sagen, dass dieser Ausdruck zu erklären sei aus der spä-

man nur daran

braucht

teren Tendenz, alles mit Juppiter

zubringen.

römischen zufällig.

Wer

das

behauptet,

Denkens.

religiösen

Man

denke nur an

dem immer auch

in

der

Optimus Maximus

verkennt

alten

Juppiter

Zeit

späteren

zusammen-

ganze Wesen

waren

Ausdrücke

Solche

den

das

des

nicht

Feretrius,

mit

zusammen-

die Fetiales

hingen.

Dass die Limitation mit Juppiter Optimus Maximus in der engsten Verbindung stand, lässt sich sicher und sehr schön durch ein Misverständnis

beweisen. Es

ist die

der späteren aetiologisierenden Archaeologen bekannte Geschichte von dem Gotte Terminus,

dessen Heiligtum beim Bau des Capitolinischen Tempels gestört wurde, und zu dessen Versöhnung ein Grenzstein, das Ebenbild des Gottes Terminus in der cella Jovis aufgestellt wurde (^). Von einem wirklichen Gotte Terminus hören wir vor der Kaiserzeit absolut nichts, und das Vorhandensein dieses Grenzsteines in der cella

Jovis erklärt sich

Optimus Maximus, der

einfach

als

Aasdruck

ein

seiner

Attribut

Gewalt

des

Juppiter der

bei

Limi-

tation.

Es

ist

Römer auch

nichts in

einzuwenden

voretruskischer

eine Tatsache, die durch

(») (')

S.

Dionys. 3, 70. Vgl. Cicero, de leg.

77 An. (»)

2.

die Existenz

2,

8,

20;

diese

Theorie,

Grenzsteine eines

43;

19,.

1,

55, 3flF.;

die

gehabt

haben,

der

Termi-

Festes

Mommsen,

3,

dass

Staatsrecht

I

2.

Cato bei Festus,

12, 6, 2; Serv. 9,

Anm.

gegen Zeit

p. 162; Liv. 448; Augustin C. D.

5,

Ovid, F. 2, 669; Gell. 21; vgl. Schwegler R. G. I S.771,

85

DIE ETRUSKER UND DIE ROEMISCHE RELIGION

nalia

Hier

bewiesen wird.

(^)

ist

die Sachlage gerade wie

beim

Auguralsystem. Anfänge waren schon vorhanden, aber die Ausbildung verdankte man den Etruskern. Bis jetzt haben wir uns ausschliesslich mit der ersten Periode des etruskischen Einflusses beschäftigt, mit der Periode des

Anfanges, wo sich die Römer dem Einflüsse unbewusst liingaben. Werfen wir jetzt einen Blick auf die zweite Periode, die spätere

Da sehen wir wiederum

Epoche.

dieselben

zwei Arten

des Ein-

einerseits die Götter, andererseits das Ceremonial.

flusses,

Als die Römer verschiedene etruskische Städte eroberten, war es ganz natürlich, dass die Hauptgötter dieser besiegten Städte nach Rom eingeladen wurden. Das Musterbeispiel ist die Juno

Regina von Veii (^), aber es kamen auch andere, z. B. Vortumnus von Volsinii (^). Auch die Göttin Nortia ('') ist von Etrurien ge-

kommen.

Sie

kam

aber nur als Privatkult und gehörte

nie

dem

Kulte des römischen Staates an.

man gewöhnlich

Diese Götter betrachtete

und

als

Fremdgötter

Pomeriums auf. Sie haben mit Ausnahme der Juno Regina, die

stellte sie draussen ausserhalb des

keine grosse Rolle gespielt, bei Gelegenheit des zweiten Punischen Krieges von hervorragender

Bedeutung war

(^).

Weit anders war

dem

Hier handelt den

in

aber mit der zweiten Art des Einflusses,

es

Ceremonial.

letzten

allem

es sich vor

Jahren

hat

um

die Haruspizin.

Kenntnis

unsere

der

Gerade

etruskischen

Haruspizin die allergrössten Fortschritte gemacht, und zwar durch

Erforschung des entsprechenden babjdonischen Systems. kein Zweifel

mehr

existieren,

Tochter der babylonischen (»)

2,

639

dass die etruskische Haruspizin eine

ist.

Auf das Einzelne einzugehen,

Ter (Caer. Maff. Rust. Phil.

zum

Silv.)

ist

23. Februar. Vgl. Ovid, F.

Hör., Epod. 2, 59; Dionys. 2, 74; Plut, Q. R. 15; Plut., Numa, 16 Liv. 5, 21, 3. 23, 7. 31, 3; Dionys. 13, 3. Prop. 5, 2, 3 ff. C. I. L. VI 803. Sonstige Zeugnisse bei Wissowa,

if.;

(«)

(»)

Rel.

Es kann

und Kult. (*)

Scholiast. C.

Nortia,

S.

233.

Tertull., Apol. 24; ad Nat. 2, 8; I.

L. VI 537

;

XI 2685

und Wissowa, Rel. und Kult.

ff.

Cp.

Liv. 7,

Wagner

3;

Juvenal 10,

und

S. 234.

Bei Gelegenheit des Bittganges des Jahres 207, dronicus den Gesang schrieb; vgl. Liv. 27, 37, 7 ff. (*)

74

in Pauly- Wissowa v. v.

wofür Livius

An-

86

J.

hier keine Zeit.

Es

trows hingewiesen

besonders auf die

sei

(^).

CARTER

B.

Für uns aber

Arbeiten

es

ist

Morris

von Wichtigkeit,

Jas-

zu

begreifen, dass die Etrusker diesen Teil ihrer Religion wahrscheinlich in einer ausgebildeten

Form nach

Italien

Unter den italischen Völkern finden wir spizin ähnlich

Sie stand also

ist.

der

mit sich brachten.

nichts,

italischen

was

und

der Haru-

auch

der

griechischen Denkweise fremd gegenüber. Dadurch erklärt sich zu gleicher Zeit sowohl der Reiz, den die Römer für das Sj'stem empfanden, wie die Abneigung, die der Staat seinerseits zeigte.

In der Geschichte des griechischen Einflusses haben wir ein einigermassen ähnliches Beispiel, d. h. die sibyllinischen Bücher,

nur dass hier der Staat von vornherein

zum Schntze

des Publi-

Bücher streng umhegte, ohne Einholung der staatlichen Erlaubniss gebraucht wurden. Man erinnere sich des Rates des alten Cato, der von dem vilicus sagt: haruspicem... ne quem

kums

eintrat

während

und

den

Gebrauch

der

die Haruspices von Privaten

consulisse velit.

Aber bei den beiden, sowohl bei der Haruspizin, wie bei den Orakeln der Sibylle war die Versuchung zu gross, als dass sie durch Maszregeln des Staates oder Mahnungen des Privatmannes überwunden werden konnte.

Wie

in der Notzeit des

zweiten

punischen Krieges die Sibyllinischen Bücher immer öfter konsultiert wurden, so wandte man sich bei Prodigien (^) an die Haruspizin,

asciti

und immer häufiger begegnet der Ausdruck des Livius ex Etruria haruspices. Auch ihrerseits scheinen die Haru-

Sie spices eine grosse diplomatische Klugheit gezeigt zu haben. ihre eigene Kunst studierten nämlich die römische Religion,

um

und erlaubten denen, die bei ihnen einen grossen Grad der Freiheit. « Der Haruspex

ihr besser anpassen zu können,

um

Rat

befiehlt,

sollte

»

,

fragten,

dass jeder nach seinem eigenen Ritus das Opfer begehen drückt sich Varro aus {%

Unter diesen Umständen

ist

es

ganz verständlich, dass die

Proceedins^s of the American Philosophical Society (») Vgl. besonders (Philadelphia) Bd. 47 S. 105-129, S. 646-676. de harusp. resp. 9, 18: portentorum expiationes Etruscorum {^) Cic ,

disciplina contineri. L. 7, 88: Karuspecß praecipit, (») L. faciat.

ut

suo quisque rilu sacrißcium

DIE ETRUSK.ER UND DIE ROEMISCHE RELIGION

8T

Haruspizin die Aiiguralwissenschaft allmählich verdrängte. Die Tatsachen mögen wohl mitgespielt haben, dass die Haruspizin viel weniger umständlich als das Augurium war und wenige Vorbereitungen bedurfte, und dass sie auch viel schärfere Unterschiede gestattete. Der abergläubische Sulla hat die Haruspizin bevorzugt. Sein haruspex Postumius (^ wird wohl als PersönlichDenn das war von vornherein ein Vorteil

keit mitgewirkt haben.

der Haruspizin, dass sie nicht wie das Augurium eine mit gewissen Aemtern verbundene, mehr oder weniger zufällige Eigenschaft

sondern eine Geheimdisziplin, die das ganze Leben der Haruspices in Anspruch nahm. Aehnlich spielte bei Julius Caesar

war,

Spurinna

16,

(*)

eine Rolle.

Man wundert sich 28) nam ut nunc :

Worte (de div. 1, tum avibus magnae res impe-

also nicht über Ciceros extis...

sie

trari solebant.

Die Geschichte der Haruspizin habe ich etwas ausführlicher um den vollständigen Sieg des etruskischen Einflusses

behandelt,

auf die römische Religion zu beweisen. Uns aber interessiert viel die erste Periode, und ehe wir schliessen, werden wir gut tun, noch einmal dorthin zurückzukehren.

mehr

Die Kleinigkeiten bei Seite lassend sehen wir vor uns dieses merkwürdige Bild. Wir sehen ein Volk auf einem niedrigen Kulturniveau, ein Volk, das noch kein städtisches

dern nur

in

kleinen

Htlgelansiedelungen

Leben kennt, son-

wohnt,

ein Volk,

das

noch nicht über die halbbarbarischen, völlig physischen Religionshinausgewachsen ist, ein Volk, das noch keinen Patrio-

begriffe

tismus kennt

Jahren

ist

— und

binnen hundert oder höchstens zwei hundert

eine Stadt vorhanden,

die

auch

ein

Staat

ist.

Auf

diesem Hügel, wo wir jetzt versammelt sind, stand der Inbegriff dieser schon durchgemachten Entwicklung, das Pfand einer weit grösseren noch auszuführenden Entwicklung piter

hen.

— der Tempel des Jup-

Optimus Maximus, dessen Fundamente noch neben uns steDas Volk aber, das diese Mauer gebaut hat, ist in der Dun-

kelheit der Geschichte fast verloren gegangen.

("j

Vgl. Cic. de div. 1, 33, 72. Vgl. Cic, ad fam. 9, 24; de div.

6,

11, 2.

(^)

Max.

1,

552, 119; Suet., Caes. 81; Val.

88

J.

B.

CARTER, DIE ETRUSKER UND DIE ROEMISCHE RELIGION

So steigt in uns allmählich das klare Bewusstsein auf von dem, was die Römer selbst nicht genau gewusst haben, dass dieses

Volk

die

Amme

der kleinen Göttin

Roma gewesen

ist,

dass

gerade durch diesen Ammendienst die Etrusker ihren Zweck in der Geschichte erfüllt haben, und endlich, und vielleicht am wichtigsten von allem, dass diese kleine Göttin selbst in ihrer Kindheit diese Einflüsse zu beherrschen verstand

und

sie in

den Dienst

der ewigen Stadt zu setzen. So viel wir wissen, war es das erste Mal, dass Roma ihre unverwüstliche Individualität gezeigt hat,

bestimmt war, sie gegen Griechen und zu schützen, unendlich vieles hat sie Barbaren gegen

eine Individualität, die viel später

von aussen bekommen, aber die eigenartige Fähigkeit, das alles zu beherrschen und neu zu gestalten, die ewige Jugend, das ist

Rom. Jesse Benedict Carter.

Abgeschlossen

am

1.

August 1910.

SARCOFAGO DI TORRE NOVA. CONTRIBÜTI ALLA STORIA DELL'aRTE IL

E

DELLA RELIGIONE ANTICA. (Tav.

Fra

II-VII)

deserte rovine di una villa romana, a

le

Torre Nova

«iiUa via Labicana, fiiron trovati, nell'aprile del 1903, alcuni sar-

sommariamente

che descrissi

<;ofagi,

del 1905,

408

p.

ss.

Dei frammenti

di

imo di

l'auspicio per la fondazione in

questo Bullettino

nelle

Notizie

Scavi

degli

(0-

(^)

di

nel

ciii

Lavinio,

rilievo

parlai

piü

era

scolpito

estesainente

salvo che in piccoli particolari,

e,

;

essi,

man-

prima interpretazione, fondata sul mio lavoro di ricompoiengo sizione dei frammenti, che e servito di base necessaria anche agli la

studi degli

Ma

altri.

del sarcofago, che primo descrissi nella citata relazione,

e che e fra

di gran lunga il piü importante per il soggetto uon avevo potuto ancora terminare l'ampia illustra-

tiitti

e per l'arte,

zione, che allora promisi,

che mi

e

decido ora a render di piib-

blica ragione. (^) Per le condizioni della scoperta, non potrei che ripetere le informazioni imprecise che allora ebbi e che riferii in quel mio articolo. Torno a

Principe don Scipione Borghese e la Principessa donna Anna sono stati cortesi di ogni aiuto, per lo studio di questi monumenti, conservati nello storico Palazzo.

Tingraziare

il

Maria, che

rai

(")

289

Leggende romane

antichissime, in

Rom.

Mitteil.,

XXXI

(1907),

buoni contributi arrecati da P. Bienkowski, De Aeneia fabula in anaglypho quodam eßcta, in « Eos » XIII (1907) p.

sgg., tav.

XIII-XIV. Cfr.

i

198 sgg., per una piü completa e piü esatta interpretazione del rilievo. frammento che era un tempo nel Palazzo Camuccini, e del quäle lo stesso Bienkowski dice: nescio ubi nunc delitescat, mi era sfuggito, non petendo p.

II

^astare, per identificarlo,

il

cenno in Matz-Duhn,

II,

2244.

90

RIZZO

G. E.

II sarcofago

e,

come

marmo

nelle Notizie, di

dissi

pentelico

;

per mia preghiera, dal pro f. Lepsius, su di un frammento staccato dal fondo (^). La superficie ha acquistato una patina dorata assai gradevole, resistente ciö che fu

confermato

e lucida nel lato

anteriore

nel lato posteriore, rilievi e in

Fu

il

e

la

negli altri tre

come

lati, e

specialmente

calcinato, e la

grandi

metä superiore dei tavola

IV,

dei

capitello

tranne

un

pezzi,

«

pelle

minore

il

lato destro (la

l'angolo

2),

a

d'angolo

pilastro

L'altro grande pezzo

steriore.

cofago,

marmo

il

eseguita,

»

dei

piü parti corrosa e assai friabile.

e visibile nella e

ma

;

trovato rotto in due

comprende riore

dalFanalisi

destra sinistro

comprende tutto

frammento,

ricongiunto

dei

quali

linea di rottura

il

dei

lato ante-

dei resto

all'angolo

lato

po-

dei sar-

superiore

destro dei lato principale, che contorna la testa dell'ultima figura

Fra questa manca un frammento muliebre.

cuna

e

la

dei

seconda

figura

dei

Piü grave

fondo.

e

giovane tedoforo, lamentevole la-

e quella che

comprende la parte superiore di due terzi dei non essenziale, per fortuna, per l'eseAndaron dei cosi perduti, a cominciare da simonumento. gesi di nistra: le parti superiori due figure muliebri nel secondo piano

rilievo dei lato principale,

dei rilievo; la testa di uno

con

i

parapetasmata

dei

personaggi principali, lo sfonda kyma lesbico (^). Della co-

e la cornice col

lonna di destra, manca quasi tutto non rimane che la base.

(')

La

il

fusto; di quella di sinistra

precisa conoscenza della qualitä dei

marmo aveva un'importanza

speciale, per la questioiie della provenienza dei sarcofago. Scrive

il Lepsius, che ringrazio: « typischer pentelischer Marmor aus den antiken Marmorbrüchen auf der Südseite des Pentelikon n. Sono note le conseguenze che lo Strzygowski vuol ricavare dalla qualitä dei marmo di una classe di sarco-

Byzant. Zeitschr., X, p. 726 Diez e Quitt, Byzant. Denkmäler, III (Wien 1003): prefaz. dello Strzygowski; Reinach Th., in Monum. Piot, 1903, p. 92. Le conseguenze dello Strzygowski sembrano. fagi, di cui parleru fra poco. Cfr.

anche a

me

;

eccessive.

Mi rimane

incerto se tra la figura dei mista velato e quello dello hierofante vi fosse, nel secondo piano dei rilievo, ancora un'altra figura, di cui si potrebbe riconoscere il profilo della spalla sinistra, presso l'angolo (^)

dei

frammento ricongiunto, nella linea della

rottura.

Confrontare

le tavole.

IL

SARCOFAGO

TORRE NOVA

DI

91

Altre piccole mancanze e scheggiature, specialmente nel lato destro sono chiaramente visibili dalle tavole fii

(').

II

coperchio non

ritrovato. II

m.

base

sarcofago e lungo alla

1,30; e alto m. 0,587;

m. 0,63; la limghezza interna della cassa era quindi destinato a un bambino (^). e largo

Architettöra e

complicata,

marmorea

di

m. 1,07:

stilistica.

Nella struttura architettonica, ricca abbastanza la

e

arca, tutta

ma

non troppo

scolpita sui qiiattro

lati,

si

« tipo greco » ricollega agli esemplari che noi conosciamo di quel di di in forma casa, che, trasformandosi, riappare neltempietto o

l'etä imperiale

romana. Essa

veramente una delle forme piü co-

e

stanti del sarcofago e deH'urna

sepolcrale

dai piü

Orientali fino al medioevo, perche risponde ad e simbolico,

del morto

il

per

(^).

Ma

i

quäle la tomba e considerata tipi dell'arte classica,

antichi tempi

un concetto

religioso

come

la

casa

dai quali deriva questo

Nova, sono veramente quelli greci del IV secolo a. Cr., quali occupano il primo posto i famosi sarcofagi di Sidone,

di Torre fra

i

e specialmente quelle delle

zoni

Piangenti e

sarcofago delle

Amaz-

(^).

(^)

Qualche

anteriore (^)

il

Do

Torre Nova,dove mi poco fortunate ricerche. Fra questi frammenti del lato

altro piccolo fraramento fu ritrovato a

recai per ulteriori,

ma

piü notevole e la parte superiore della face del giovane tedoforo. qualche altra misura secondaria: misure perimetrali della pianta

inferiore: ra.

1,302X0,673;

della pianta superiore:

ghezza esterna della cassa m. 1,140; nice m. 0,063. (=*)

p.

il

Cfr. Altraann,

Architektur

alt.

u.

del

m. 1,287

X 0,680. Lun-

basamento m. 0,094; della

cor-

Ornamentik der antiken Sarkophage,

13 sgg. (*)

Robert, Ant. Sarkophagrel,

II,

tav.

XXVII. Di un

altro

insigne

esemplare di sarcofago greco originale del IV secolo, possediamo principalmente uno dei lati nel rilievo delle Muse a Siena (Äö'm. Mitteil. YIll [1893], tav. II-II)

con semplici pilastri d'angolo simili a quelli del sarcofago

delle

Amazzoni. S'intende che non devo qui occuparmi dello stesso tipo di sarcofago in forma di casa nell'arte etrusca, premendomi solo di risalire ai prototipi del sarcofago di « tipo greco » nell'arte imperiale op. cit. p.

20 sgg.

romana.

Cfr.

Altmann,

92

G. E. RIZZO

Dalla magnificenza del primo, che non rappresenta la casa del ma un vero e proprio heroon, dalla schematica e pura

defunto

gemplicitä di quello delle Amazzoni, piü vicino alle forme antiche della casa, ai tardi esemplari dell'etä imperiale tipo di sarcofago perde, insieme con la veritä

chitettonica e con la linea sobria e sicura,

il

romana, questo della struttm-a ar-

suo stesso originario

significato simbolico, travisato e quasi nascosto dalla sovrabbondanza di decorazioni. II sarcofago di Torre Nova e appuiito fra quell i che hanno, solo in parte, conservato la purezza dell'antica struttura

architettonica della casa e

che

— come

e

;

in tutti gli

veva essere in forma

immaginando

tetto

di

il

coperchio ora perduto



sarcofagi di questo tipo

altri

con

doppio

do-

arriviamo

spiovente,

all'assurdo architettonico delle facciate, rappresentate dai due lati corti del sarcofago,

con frontone che

si

da un pilastro

stenuto rispettivamente

innalza da un epistilio soe

da una colonna



(^).

Se

ne saprei coperchio avrä avuto la forma del tetto non v'ha miglior prova di questa, per comammettere un'altra prendere come nell'etä imperiale si fosse andato smarrendo il con-

veramente

il



cetto originario della veritä architettonica di questo tipo di sarco-

Torre Nova, l'artista badö soprattutto ad inquadrare, fra le colonne e i fregi del basamento e dell' epistilio, il rilievo della faccia principale: ed anche questa preoccupazione e un segno evidente della decadenza del tipo greco, nel quäle i

In

fago.

di

quello

quattro lati sono egualmente lavorati. Piü vicino al modello originario, per quanto esso stesso lon-

tano dalla purezza greca, e im sarcofago del Museo di Ateno (^), e il termine di confronto piü diretto e prossimo con quello

che

di Torre Nova. Proveniente

probabilmente dalla Licia esso la

tomba

di

un

:

non

si

certo,

sa bene se della Cilicia o piü

perö, dall' Asia Minore,

fii

anche

fanciullo, ed e anzi ancora piü piccolo di quello

che qui descrivo (lungh. m. 0,90; largh. m. 0,52; alt. m. 0,43). Ma ciö poco importerebbe; e noi dobbiamo, piuttosto, consitranne la sostituzlone di due colonne ai pilastri derare che





(^)

poco

E

da escludere

la

forma delle

kline,

come

nei sarcofagi di cui fra

diro. (Sarcof. (')

Sidamara, Torlonia, etc.). Athen. Mitteil. II (1877), p. 133 sgg., tav.

Sarkophagrel. 11, in Licia, secondo

tav. L, p. il

X

[Dulin]; Robert, Ant.

146 sgg. Trovato nel 1877, secondo

Benndorf

in Cilicia.

il

von

Duhn

IL

SARCOFAGO

DI

TORRE NOVA

la struttura architettonica del sarcofago

mente identica a quello della confronto, riprodiiciamo imo dei

Comuni

sono, i

caratteristico,

lati

forma

la

oltre

Licia,

di

93

Torre Nova e assoluta-

del quäle, per comoditä di

lunghi

(fig.

generale,

il

1).

basamento doppio

angolari corintii, con baccellatiire piene con doppia voluta, la linea del sima

pilastri

fino al terzo

e il capitello

(cfr. tav. III,

riproducente

lato posteriore) e la disposizione delle

il

figure del rllievo, poggianti siiU'aggetto del basamento. Solo e da

osservare che in quello della le linee della

decorazione architettonica, la quäle, inoltre, e

Fig.

ricca che lato

nel

Licia le teste delle figure superano

1.



meno

Sarcofago della Licia (Museo di Atene).

poiche vi mancano i fregi che decorano il quello di Torre Nova, e che dänno ad esso

nostro; di

principale

un' impronta stilistica molto importante,

come vedremo.

Le analogie sono cosi strette, da far credere che se i due sarcofagi non provengono proprio dalla medesima of&cina, derivano, almeno, dal medesimo

Un i

due

indirizzo di arte industriale

medesimo luogo

babilmente, dal

e,

molto pro-

di origine.

degno di osservazione presentano, inoltre, disotto del basamento scolpito, il marmo e la-

altro particolare

sai'co fagi

sciato grezzo

:

al

di martellina

:

e segnata, perciö,

nettamente la linea

delle svSvvTrjQia (^), di quella parte, cioe, che non doveva esser viC) Sul preciso significato della parola (ro iy j& Esych.), cfr. Dörpfdd, in Ath. Mitteil. VIII (1883),' Choisy, ^tudii epigr. sur Varchit. p. 191.

i^acpei, p.

151.

aifxfxayfxa Cfr.

:

anche

94

RIZZO

G. E,

perche rimaneva nascosta nella incassatura

sibile,

quäle, in origine,

era

sarcofago di Torre

Nova,

collocato io

il

del

sarcofago. Questo podio, per

immagino abbastanza

lo

podio, sul

a giu-

alto,

dicarne dalla visuale dei piani del rilievo, specialmente

il

lato

nel

principale. Infatti Tesecuzione prospettica degli scnri e dei sotto-

squadra e la proporzione delle figure secondarie molto allungate, sembrano preordinate al fine di iin effetto pittorico, da ottenere guardando il rilievo im po' dal basso, come mi risiilta da personali esperienze, quantunque le fotografie, per molteplici difficoltä di trasporto, siano prese

E

da un punto di vista diverse ed improprio. mi fa credere che il sarcofago non sia

questo podio alto

stato originariamente collocato dentro

esempi

fatti,

edicole

di

quali era incluso

il

sepolcrali

sarcofago

('),

SU basamenti con piü gradini

(^).

un ipogeo. Non mancano, informa di tempio, dentro le

in

o di sarcofagi esposti all'aperto

NuUa

di preciso



e

vero



noi

possiamo affermare per l'originaria esposizione del sarcofago di Torre Nova; ma non avrei messe in evidenza questa possibile ipotesi,

non

se essa

ci

riportasse priucipalmente

all'

A sia

Minore.

Ciö detto, torniamo all'esame stilistico del sarcofago. I « mararchitettonici che circoscrivono i quattro lati, e i profili gini complicati di essi sono un altro buon contrassegno, per il quäle i rt

rilievi

si

presentano in

Giä l'Altmann

(op.

cit,

modo p.

diverse

che nei

88) ha messe bene

carattere nei sarcofagi greci di Sidone, e in quelli di dell'etä imperiale; notando pure che di questa

moda

tipo

arte,

Ma

singolare

e,

inoltre,

la

struttura

la

architettonica

greco

incorni-

di

il rilievo fra sagome arcliitettoniche, troviamo, per un esempio insigne nell'Altare di Pergamo.

ciare

romani.

sarcofagi

in evidenza questo

grande del sar-

cofago di Torre Nova, in rapporto alla disposizione dei rilievi; sieche non sembrerä soverchio esaminare, per poco, le sezioni del principale e di

lato

uno

un'idea piü precisa che

(^)

p.

dei

mie

lati

corti

(fig.

Esse

2).

parole, dalle quali

Lanckoronski, Städte Pamphyliens u. Pisidiens, n. 68 fcfr. Archäol-epigr. Jl/itt. cit., II,

20; Robert, op. [1896]

le

daranno

mi

dispenso;

p,

72; Tav. 18-

II,

a.

Oesterr.

XIX

143).

() Esempi principalmente in Asia Minore; cfr. Matz, in Arch. Zeitung 872, p. 13, n. 3; cfr. i monumenti citati da W. Altmann, Rom. Grabaltäre, lp.l37.

IL

^

<

t

0,076

SARCOFAGO DI TORRE NOVA

95

'037->= '0^6

'037

>

'048

•ow

<

0.587

•031 '05^

>

0.49

0.425

0,082 ^

^ •.

>\

Fig. 2.

0.082

m

075



Sezioni del sarcofago di Torre ^

=

lati corti).

0.587

0.43

0,49

Nova

>

V

(a

= lato

principale;

V

06

RIZZO

G. E.

non senza in.

far osservare le

0,082, poggiano

che

siil

piano

sbalzate

figure

del a

basaraento, rilievo

profondo

alto,

e

quäl-

una statuetta quasi iDteramente staccata dal

ciina eseguita corne

fondo.

Le

sezioni mostrano giä le complesse

cui carattere e

il

architettonica,

il

chiari da

la cronologia,

un rapido

appanranno menti tectonici e decorativi del sarcofago

lesbico. Quasi

Kyma

nella parete o fronte

Pamphyliens e

sagome

cui luogo di

identico

di

una struttura

origine,

esame

nonche

degli

ele-

(^).

di

disegno

e

di

tecnica

scena a Side:

della

u. Pisidiens, yoI. I, pag.

Lanckoronski, Städte 115. Simile: op. cit. pp. 100

110.

del sima. Tempio corintio di Telmessos: Op. VI e nella citata fronte della scena a Side. In gesimile da per tutto, nei monumenti dell'Asia Minore di

Profi II,

cit.,

lo

tav.

nerale, e

;

questa etä.

Capitello corintio. stante nei

monumenti

II

dell'Asia

taglio e precisamente quello co-

Minore

nell'etä

imperiale:

cosi

costante e diffuso, che non occorrono citazioni.

Base dei pilastri corintii stico.

col doppio toro caratteriTeatro di Aizani: Lebas, Voyage arch^ol. en Aste Mineure,

Ärchitecture, tav.

IX

e

X.

Colonne su zoccolo molto basso. Side: Lanckoronski, op. cit., I, tav. XXX.

Nei

Ninfeo

di

Queste analogie architettoniche con i monumenti dell'Asia nell'etä imperiale non sono disgiunte da altre nello stile delle sculture; e converrä dire qui, anticipando, che il fregio della

Minore

scena nei teatro di Aizani (Lebas, op. e nella disposizione

cit., tav.

XVII), nei disegno

delle figure, e specialmente nei

modo

carat-

rami degli alberi, ha non poche analogie col lato D (tav. IV, 2) del sarcofago di Torre Nova. Ma coloro che hanno seguito con interesse la nota queteristico di rendere

i

stione, riassunta dalla

formula

«

Orient oder

Rom?

»,

osserveranno

subito ridentitä del fregio del kj^ma inferiore di questo sarcofago

(')

che

Devo alcuni confronti

rin^razio

lavoro.

per

le

alla

sollecite

competenza speciale del prof. R. Delbrück date alla buona edizione di questa

eure

IL

SARCOFAGO

DI

TORRE NOVA

grande sarcofago di Sidamara, nel Museo stantinopoli (fig. 3 e 4) (^).

con quello

Fig.

Lii

3.

iiiiii^tt

del

— Kyma

97 di

lesbico e basamento del sarcofago di Torre Nova.

Co-

G. E. RIZZO

im griippo di sarcofagi derivi dall'Asia Minore ricavando da qiiesto esame conseguenze di gravissimo moinento per l'arte cristiana dei ;

primi secoli e, si puö quasi dire, per tutta l'arte contro le teorie del Wickhoff e del Krause (0-

Non

del

medioevo,

devo, naturalmente, entrare qui nel vivo della questione,

ma

non posso non accennarvi, per le conseguenze trebbero trarre da un esame stilistico incompleto. Alcuni degli

elementi

false

che

architettonici caratteristici di

si

po-

questi

da colonne, con figure isolate sotto membratura intermedia fra il capitello e il fron-

sarcofagi (tabernacoli sorretti

e accanto ad essi, tone),

mancano

quello di Torre Nova, nel quäle le scene ügu-

in

senza alcuna divisione ini quattro lati, innegabile che alcuni altri elementi architettonici decorativi sono comuni; e principalmente le colonne d'ordine co-

rate si distendono lungo

termedia.

Ma

e

rintio a spirale,

di acantc

i

capitelli

eseguite

col

con

le

trapano,

il

volute

dopple

taglio

del

e

con

kyma

le

foglie

lesbico e

il

fregio inferiore con le foglie di stile e di tecnica uguali: lasciate, cioe, con la superficie in piano, ottenute col trapano e ravvivate

da

fori

simmetricamente

disposti.

L'identitä di questo ultimo elemento decorativo con quello del sarcofago di Sidaraara e certamente un buon indizio ma non ;

basta, forse, per

il

comprendere

sarcofago

Torre

di

Nova

nella

classe studiata dallo Strzygowski. e vero

Se

che

moda

come

e creduto dimostrare col sarcofago

con

si

il

Antonini,

nell' indirizzo arcaistico dell'etä degli

torna di

tipo del sarcofago in forma di heroon e di casa,

gli altri coevi e

congeneri

(^),

non

e

di

Palazzo Riccardi e

meno

vero che in quello

Nova tutte le forme architettoniche sono piü semplici, e Varte del rilievo e piü pura e piü vicina a nobili modelli dell'etä

di Torre

classica.

me

che esso rappresenti uno stadio anteriore nell'evoluzione del medesimo indirizzo artistico. Si attribuisce da alcuni

Pare a

(')

Strzygowski, Orient oder

Rom

(Leipzig 1901).

Non pu6

iiitenzione di dar qui labibliografia della lunga controversia, che

essere

si

mia

puö veder

riassunta nel libro di E. Strong, Roman Sculpture, p. 13 sgg. (ivi la bibliografia fino al 1907). Cfr. Tarticolo del Heinach, citato nella nota precedente, p.

208 sgg. Cfr. anche Amelung, Die Sculpt. d. Vatic. Museums, C») Cfr. Altmann, Ärchit. u. Ornam, p. 53 sgg.

II,

p. 157.

IL

SARCOFAGO

Antonini

all'etä degli

un

nazione cronologica arrivasse al primo

il

TORRE NOVA

99

sarcofago di Palazzo Biccardi: deterrai-

po'

qiiarto

DI

che

lata,

del

si

potrebbe accettare, se si qnantunqiie la data

terzo secolo;

debba essere protratta di parecchi anni ('). Dioscuri ed altre figure del grande sarcofago di Sidamara sono ispirati a modelli dell'arte classica, e che di essa

media

di questi sarcofagi

lo so bene che

i

serban

vivo

ricordo:

Museo

di Costantinopoli,

il

come queste

trasto stilistico e cronologico con la

rativa del sarcofago.

direttamente

ed ho potuto

osservare nel

sembrino in con-

figure

architettonica e deco-

parte

Le medesime osservazioni

potrebbero fare

si

sul sarcofago ßiccardi, se la conservazione delle figure, assai

buona che

in quello di

Sidamara, non rendesse meno

facili

meno e si-

curi questi apprezzamenti stilistici.

Ma, a prescindere menziouati

e quelli

la

dall'esecuzione, e innegabile

di concezione, direi quasi di ideasiofie, fra

i

diversitä

dei sarcofagi

rilievi

del sarcofago di Torre Nova.

Nei primi abbiamo figure

isolate,

che

sono,

inspirate a modelli dell'arte greca del

IV

secolo

come ho (^)

detto,

nel

;

nostro,

invece, dura ancora la tradizione della rappresentazione continuativa nello spazio, e lo svolgimento di

quattro lati; teriore)

dei

la cui tradizione,

sarcofagi

un concetto,

persiste quello stile pittorico

romani,

emanata dalFarte

sembra

interrotta

forse unico, nei

(parlo del solo lato anellenistica nei rilievi

nei tipi

studiati

dallo

Strzj^gowski.

Abbiamo, dunque, diversitä

di struttura architettonica,

e,

da

essa dipendente, diversitä di concezione nei rilievi figurati.

L'esistenza di uguali elementi decorativi in un periodo anteneli'evoluzione dell'arte di questi sarcofagi, e il probabile luogo di origine del sarcofago di Torre Nuova, potrebbero credersi buoni argomenti, a sostegno della tesi dello Strzygowski. Ma io penso che questi argomenti non possano spostare i termini della

riore

questione,

specialmente per le conseguenze che

si

son

volute

ri-

cavare dalla teoria di questo nuovo miraggio Orientale ». E quantunque abbia avuto anch'io, negli anni passati, la tentazione «

219

(*)

Cfr. per la cronologia le osservazioni del Reinach,

('')

Cfr. le osservazioni stilistiche dello stesso Strzygowski, a proposito

1

c,

p.

ss.

del sarcofago di Doaghty-House (affine a quello di Sidamara), da lui pubblicato in Journal of hellen. Studies, XXVII (1907) p. 99 sgg. tav. V-XII.

100

G. E.

ma

di conclusioni attraenti,

RIZZO

non

interamente

ora raffermazione di ciö che credo un cioe,

il

sarcofago

Per

Tesame

Nova

di Torre

la cronologia di stilistico dei

ma

tanto simile al nostro



preferisco

originario

:

che,

Minore.

dall'Asia

se e

generalmente attribuito al

il sarcofago della Licia che questa assegnazione crosarcofago di Torre Nova sia da

secondo secolo (Duhn, Robert,



fondate,

ben dimostrato

raccoglieremo nuovi elementi dal-

esso,

rilievi;

e

fatto

Altmann)

io credo

nologica sia troppo lata; e che il alla fine del secondo secolo, o al principio del terzo.

attribiiire

Come

si

e visto

SU tutti e quattro

dalle tavole,

lati

i

il

sarcofago e adorno di rilievi

simile, per ciö, a qiielli greci propriamente

:

detti. In questi la composizione e generalmente disposta in modo^ che la rappresentanza figurata del lato anteriore continua nel lato

del

e quella

sinistro,

E

delle Amazzoni).

lato

posteriore, nel lato

noto inoltre che

nei

destro

sarcofagi

(sarcofago

romani non

e

data importanza che al solo lato anteriore e gli altri lati o sono trascurati, o hanno figure decorative e simboliche. ;

I sarcofagi di tipo greco e di etä imperiale seguono,

op.

cit.,

p.

87);

ma

nella di-

romani (Altmann, greci; nell'esecuzione, quello di Torre Nova segue uno Schema assai

stribuzione delle figure,

i

i

dei rilievi, ed e piü vicino ai gieci singolare nell'esecuzione dei medesimi. Infatti, se e vero che i sarcofagi greci

nella distribuzione

sono scolpiti con cura su tutti e quattro lati, questa cura non pu5 dirsi uguale, ed uno dei lati e generalmente meno finito cosi nel i

:

D

sarcofago di Torre Nova, nel cui lato

tecnica

ferioritä

Quanto alla distribuzione dei

rilievi,

lato anteriore (A) fa parte a se, sia per e che negli altri tre lati e svolto e

di

in

B

(lato e in

D

il

e

da osservare che

soggetto che per lo

un soggetto unico,

posteriore) e la cui continuazione e in (lato a sinistra di B)

B) riassumere in due parti I.

osserva una certa in-

si

rispetto agli altri.

Soggetto

:

uno Schema,

C

il

il

stile

;

cui centro

(lato a destra

cioe,

che

si

puö

:

A (nel lato principale). D > B < C (negli altri tre

IL Soggetto lati). Osserviamo, perö, che lo stile del rilievo A e assolutamente diverso da quello di D > B > C fatto che non e da attribuire alla :

IL

SARCOFAGO

DI

TORRE ^OVA

101

generale inferioritä di tecnica nei lati corti di quasi tutti i sarcofagi di etä imperiale romana ma ad una vera e propria diversitä ;

derivante dalle diverse fonti di ispirazione arti-

intenzionale, stica. lati

Certamente

A

C ed

vista;

ma

,

lo

scultore

che dovevan

rivolse

tecniche, perche

eure

mane assolutamente

1'

caratteristiche

(il

sue

eure

migliori

maggiormente intonazione

diversa in A. Talmente

e

impronte speciali

le

esser quelli

stilistica

diversa, che

disegno

degli

ai

esposti alla ri-

solo du

occhi

profunda incisione della pupilla, gli scuri dei panneggi ecc.)

e la e

da

per l'uguale lavorazione del marmo, si puo «ontrassegni Stabilire una relazione, e scorgere, a fatica, una mano unica fra il tecnici

lato

A

e gli altri:

di questo

fatto raancano a

me

esempi

e con-

fronti.

il

Maggiori impronte stilistiche dell'etä alla quäle ho attribuito sarcofago sono visibili in A (tav. II). II rilievo e concepito in due

su di una parete ornata di parapetasmata\ le figure del primo piano, come ho giä fatto osservare, sono scolpite con forte rilievo e con grande abilitä tecnica nell'ottenere il distacco piani, e si

svolge

dallo sfondo. Armoniche sono le proporzioni

delle

figure e

com-

misurate giustamente con lo spazio e con l'altezza del campo ad ^sse destinato; chiari ed organici i movimeiti, bön'valutati i contorni nel valore il

movimento

pittorico in relazione con'

del panneggio,

gli' &foadi. Organico e quantunque troppo profondi siano gli

scuri e talvolta dure le pieghe. II uudo, nelle poche parti in cui

troppo liscio e sommario; ben reso il movimento dei capelli; gli occhi hanno quasi sempre la pupilla profondamente incisa e lo sguardo intenso ed espressivo (cfr. tav. V). In alcune appare, e

4elle teste e evidente

nel repertorio

comune

ricordo di tipi della grande arte, passati

il

degli scultori decoratori.

Questi caratteri generali ci dicono che

il

rilievo

non solo

e pros-

simo stilisticamente a quelli dei sarcofagi di sicura etä adrianea (^)^ ma li supera per piü ben intesa distribuzione degli spazi e per l'armonia delle proporzioni. Di questa etä e propria la fredda lee, soprattutto, l'eleganza quasi accade-

vigatezza dell'esecuzione

(^)

op.

cit.,

;

Vedili citati e discussi in Altmann, op. p.

255

SS.

cit., p.

101

ss.

Cfr. Strong

102

RIZZO

G. E.

mica, e perciö priva di vita; e l'una e Taltra

vano nel nostro

ma

rilievo,

impronta si ritrominor misura che nella media

in

comiine delle opere dell'arte industriale, poi che a questa stregua va, naturalmente, giudicato il sarcofago.

Che

anche, e soprattutto,

Non

poco vedremo.

mute

sono,

il

e facile affermarlo

non

ma

pel e,

non sia originale,

nobile concetto e la forma mediocre,

la composizione

solo pel contrasto tra

numero

delle

altre

come

repliche,

fra

invece, possibile risalire al prototipo, perche

saperne, le fonti letterarie: raa

per qiianto io possa

questo prototipo, certamente famoso nell'antichitä, sarä stato, assai probabilmente, un quadro dipinto. E ciö non solo per quello che noi sappiamo in generale cofagi romani,

suUe

fonti probabili dei rilievi dei sar-

ma, piü particolarmente nel caso

siderazione che nei gnippi delle figure dei lato cercato

l'eft'etto

nostro, per la con-

A

e principalmente che nessuna sicm-a afferpittorico. Aggiungo, perö,

raazione e consentita in questione cosi incerta e

difficile.



Y ¥

Diversa

questione stilistica per gli altri

e la

sono mantenuti piü chiari

(specialmente in

B

nei quali

lati,

caratteri dei rilievo dell'etä classica

i

e C), con le figure l'una accanto all'altra, separate

da spazi intermedi,

iino sfondo

e sopra

ravvivato dalj^aibero nel lato

D

,

e,

piano ed uguale, appena

raeno ancora, dal triste tronco

sfrondato dei lato B. -Questi accenni paesistici, specialmente quelli di ß, non turbano la semplicitä della scena; perche anche nel secolo troviamo rari esempi dei mequanto alle rocce su cui seggono la fanciulla C e D), basterä ricordare i rilievi della Base

rilievo classico dei quinto

desimo e

di

il

fatto (^).

E

giovinettc (lati

Mantinea

(^).

Ciö premesso, un esame rapide delle tavole III e IV renderä evidente ai lettori che anche i tipi delle figure, le forme degli abiti e speciali

(*)

Cfr. per. es., la lastra dei fregio di Figalia, Smith, Catal.

in the Brit. Mus., (^)

schemi di composizione, che esaminerö a suo luogo,

I,

n.

Questo confronto potrebbe andare oltre i limiti cronologici deH'arte non iraprobabile che la Base di Mantinea sia opera di Prasgiovane. Cfr. Bull Corr. hell. 1908, p. 236 ss. [Vollgraflf] e Svoronos,

classica, essendo sitele il

of sculpt.

524.

Athen. Nationalmuseum,

;

I.

179

ss.

SARCOFAGO

IL ci

richiamano

DI

della fine

all'arte

TORRE NOVA

103

del

del

quinto e del principio

quarto secolo av. Cr.

SU e linee generali, ela

Tale, n eile

che noi

esaminiamo

stilistiche



;

ma

singolare opera

se iniportanti sono le siie varie

sulle quali sarä

necessario



tornare

piü

d' arte

impronte

particolar-

ancora piü importanti, e descrivendo le singole figure sono i di e di minuto studio esame, soggetti rappresentati degni

mente,

nei quattro rilievi.

ClASSIFICAZIONE DEI MONÜMENTI AFFINI. L'interpretazione che esposi

Scavi

(loc.

cit.,

p.

411

ss.),

sommariamente

nelle Notizie deglt

rimane confermata dalle mie ricerche

tranne che in

qualche particolare secondario e nella dubbia identifieazione di uno dei personaggi: e ciö per effetto di posteriori;

ripetute e piü attente osservazioni e di maggiori confronti. zierö

prima

il

tema

greca, effigiato nel

di

questo

marmo,

capitolo di

e lo dimostrerö,

storia della coi

dopo,

Enun-

religione

testi

e coi

monumenti. ßappresenta, dunque, il rilievo, in azione unica, una cerimonia di purificazione {xadaq^oQ) dei Misteri, compiutii coi sacrifizio di sostituzione {Slov xmöiov) e coi rito delle libazioni

pure (vr](paha), alla presenza della triade eleusina lakchos; e dinanzi a Dionysos e ad Hecate.

Questa rappresentanza figurata

imperfettamente,

e,

:

Demeter, Köre,

soltanto in parte ed

conosciuta, per altri monumenti, che io di-

vido in due classi.

Classe

I.

[A] del sarcofago di Torre Nova. Museo Nazionale di Napoli (fig. 5), giä dell'antica coUez. Farnese; Gerhard, Neap. ant. Büdw., n. 493; Museo Borbon., V, tav. 23; Lovatelli, Änt. Monum., tav. IV, 2 (^); Guida Keusch [Mariani], n. 568. 1) Lato anteriore 2) Rilievo del

E

alt.

marmo

greco di grana fina (pentelico?); lungh. m. 0,565; m. 0,507. II Gerhard dice incerti i restauri ma con un esame di

;

(*)

Cito dalla ristampa dell'articolo, pnbblicato nel BulUttino archeoL

comun., del 1879,

al

quäle rimando.

104 diretto e accurato rai e stato possibile riconoscerli esattamente.

moderna

destra, e

tiitta la

dell'abito dello hierofante e il

Tariete, presso

Fig.

5.



il

piede deU'iiiiziato; della testa del-

piede, rimane una parte:

A

giunto con tassello.

sin.

Frammento

A

parte che comprende l'albero, Tara, parte

e

moderna

di riiievo

architettonica del riiievo, e

il

il

tiitta

resto era la

parte,

(Museo Nazionale

piede destro di

stato ag-

dirö cosi.

dl Napoli).

Köre

(?).

II

fondo

del riiievo e stato rilavorato.

Non

solo

e riconoscibile

forma

restauro, abilmente condotto sulla linea di rottiira,

il

per

non antica

il

genere di lavoro diverso;

ma

anche per

la

dell'albero e dell'ara. L'aggiiinta dell'arco, a

probabilmente siiggerita dalla direzione dello sgiiardo della figura femminile.

sinistra,

fii

La

parte antica del riiievo riproduce, linea per linea, tre dei personaggi del riiievo A e deve considerarsi come frammento di ;

IL

SARCOFAGO

im sarcofago identico a quello

TORRE NOVA

Dl

di Torre

Nova

105 :

solo le proporzioni

delle figiire soiio di poco maggiori.

[2«] Incisione in rame, pubblicata dal AVinckelmann, MoinecL, II, tav. 104; Lovatelli, op. cit., tav. IV, 4,

numenti

Fig.

dice



6.

Disegno edito dal Winckelmann.

Riproduco qui l'incisione del Winckelmann (fig. 6), che egli cavata da un disegno, senza alciin' altra indicazione re-

lativa al

monumento

originale o alla sua provenienza.

coiivincersi che questo disegno visto dal il

stanrato.

Nel rame fu conservata

destra, e quindi la

stampa

miinissimo nelle antiche

mente le parti litä; ma la linea

riesci

assai facile

Winckelmann, riproduceva

prima che esso

rilievo Farnese, teste descritto,

E

la direzione

fosse stato

delle

figiire

verso

con direzione opposta: fatto

incisioni.

L'incisore

estreme degli angoli

inferiori,

restaiirö

re-

co-

grafica-

con evidente faci-

della rottura (a d. nel rilievo, a sin. nella stampa)

concorda con la parte antica del rilievo di Napoli

(cfr. le

figure

8

!).

106

G.

RIZZO

E.

Classe 3) Rilievo «

»

Museo

Campana Terme {Antlquarium) ;

op.

tav. IV, 1

cit.,

;

restaiirato

;

c.

d.

Museo Nazionale

(fig.

Kults, p. 10. Otteniito a stampo ed abilmente

eleus.

a stecca

del genere

lastre,

del Palatino, ora nel

11 a p. 133, e tav. Vi): Lovatelli, Pnngsheim, ArcJiäolog. Beiträge zur Gesch.

delle

d.

composto di due

littile,

giä nel

II.

ritoccato

fondo del rilievo. Misure della prima lastra

il

m. 0,515X0,470; della seconda, m. 0,350X0,470. 3") Rilievo simile (la sola prima lastra) nel Museo del Louvre; Campana, Antiche opere in plastica^ I, tav. 17; verbeck, Kunstmythologie, XVI, 10; Lovatelli, op. cit., tav. IV, 8 (inciso al contrario). 3^)

Framnaento

terre cuite, tav. 3*^)

op. cit.,

simile.

rilievo

VIII, 3; Lovatelli, op.

Fragm. en

Agincourt, cit.,

tav.

IV,

7.

Altro frammento. Gerhard, Prohedrucke, 154; Lovatelli,

tav. IV,

4)

di

8.

ürna cineraria

di

marmo

greco, trovata nel

1878 a Roma,

presse Porta Maggiore, in un pimto non ben precisato, non lontano dal columbario degli Statili (tav. VII e fig. 9 a p. 130). Per la descrizione obbiettiva, rimando alla prima edizione del

Lovatelli op.

1168. Darö

cit.

25

p.

altre

ss.,

indicazioni

5) Rilievo del R. p.

132).

Maffei,

monumento

:

tavv. II-III). Cfr. Heibig, Führer, IP,

bibliografiche nel corso del lavoro.

Museo

di Antichitä di Torino (fig.

Museo Veronese,

tav.

10 a

CCXI, 3; Dütschke, Ant.

Bildw. in Oberitalien, vol. V, n. 116; Lovatelli, op. cit., tav. IV, 3. E im frammento del lato anteriore di un sarcofago, di marmo lunense; misura m.

0,54X0,51.

II

disegno del Maffei, riprodotto

dalla Lovatelli, e molto infedele. Questo frammento, di tarda etä e di

arte

cattiva,

ci

attesta l'esistenza di

un

rilievo

marmoreo

di grandi proporzioni, con soggetto uguale a quello riprodotto nelle

terrecotte e nell'urna

dedi

Statili.

Fra questi monumenti dello

stesso

ciclo,

maggior fama ha

certamente Türna degli Statili, cento volte citata da tutti coloro che negli ultimi anni si sono occupati di storia della religione

SARCOFAGO DI TORRE NOVA

IL

greca, riprodotta nei manuali

dociimento fedele e molto ci

poco

possono dire

(^),

accettata

istruttivo,

107

come

iiniversalmente

di liti sacri,

sui

quali cosi

le fonti letterarie.

Spero di poter dimostrare

quäle valore essa abbia, e quäle suo posto in relazione col supposto archetipo di questo ciclo di monumenti ; ma non posso, fin da ora, astenermi dal dire come sia

il

tutti coloro

che se ne sono occupati siano

stati, a

mio

credere, in-

ad una esegesi inesatta, e talvolta ad aifermazioni errate, avere studiato direttamente il rilievo deirUrna, e per essersi non per fidati del disegno dato nella prima ed unica edizione di esso, troppo dotti

e riprodotto,

senza alcuna revisione o collazione, dai libri citati nella

precedente, e da

nota

altri.

credo, adunque, che

lo

il

rilievo,

il

dimostrerö, e giä esso stesso una copia non sempre fedele e qualche volta interpolata, non sia stato disegnato e riquäle, come

prodotto esattamente in tutti

i

particolari

;

che sia quindi oppor-

e

tuna una nuova edizione critica, ora che la fortuna ci ha un pregevolissimo monumento congenere nel sarcofago

Nova

restituito

Torre

di

(2).

ESEGESI DEL LATO PRINCIPALE.

La figura

di

ora in parte cosi detti

rilievi

«

— Accanto

alla colonna che stava

s'innalza un vecchio albero, dai rami contorti e

sull'angolo sinistro, nodosi,

lakchos.

in

spezzati,

ellenistici ».

una forma

E un

sacro

d'arte prediletta nei lauro,

non

di cui

e

ignota Tefificacia lustrale e la simbolica parentela con rulivo(^): necessario per le purificazioni e per le espiazioni (^), ha la po-

(*)

Cfr. per

fig.

es.

Daremberg

et

Saglio, Dictionnaire des ant.

2634; Röscher, Ausführl. Lexikon u. s. w., Stengel, Griech. Kultusaltertümer ^, p. 161, tav. IV,

Eleusinia, 8;

fig.

Prolegomena

to

II,

ad voc. 1,

1357,

2; Harrison,

the Study of Greek Religion, p. 547, ss.; figure 155-157;

e piü volte altrove.

f) La tav. VII h ricavata da un calco in gesso del rilievo deirUrna, sviluppato sopra una superficie piana, eseguito sotto la mia direzione, e con raolta abilitä, dal sig. Dardano Bernardini. (')

Baumkultus der Hellenen, p. 338 ss. Samter, FamilienRömer, p. 87 ss. Alex., Protr., I, 10; Cornut., XXXII; Artemid., Oneirokrit.,

Bötticher,

;

feste der Grieck. u.

C) Clera. IV, 57 cfr. Wilamöwitz-Möllendorff, Isyllos, p. ;

9.

108

G. E. RIZZO

tenza di tener lontani dal santuario

mones (svSev av 2,

(^) i maligni influssi e i daisxttoSwv Saifiovsg x. t. X. Geopoa.^ X[, ddcpvrj,

f]

5).

tronco deiralloro, e im'ara di forma rotonda, ornata di un festone, e su di essa arde la fiamma purificatrice, tra la

Presso

il

Accaoto

pigna ed

altri

fanciiillo,

quasi im giovinetto {ßsXläifrjßog), nel

(ötvTsQu iniziati

Eleusi

della

friitti

terra.

nella quäle

TjÄixia)^

all'altare

all'ara,

sta

fanciulli greci äix(fix)aXsTg erano

i

ioTiag),

ätp

(fivrjx^s'vTeg

nei

santi misteri

Vestito di un semplice e corto chitone con

(^).

lunghe

fino

braccio

sinistro e sulla

ai

di

e

polsi,

diritto iin

fiore di quell'etä

una leggera

le

di

maniclie

clamide, avvoltolata

sul

calzato di alti stivali {siaßadfg) con orli rimboccati ed ornati, tiene con ambo le mani, per traverso,

una lunga

spalla,

gamba

peso dell'elegante persona e sostenuto dalla destra; e la testa, dai lunghi riccioli che ombreggiano le

tempia

e

face

II

(^).

scendono

A

orecchie e sulla

sulle

ha una

clinata sulla sinistra,

nuca,

caratteristica

leggermente

espressione

re-

dolce

di

sguardo con materna tenerezza Desulla cista seduta mistica e fra le due figure, nel secondo meter, melanconia.

lui dirizza lo

;

s'innalza la terza, ora disgraziatamente

piano del rilievo,

fram-

mentata: un'altra figura muliebre, che reggeva la face, come si vede nel monumento originale, assai meglio che nella tavola. Se questa fosse Köre,

noi

eleusinia; poiche

(*)

Che

il

avremmo

santuario

sülo dai parapetasmata, graffiti,

che vedesi

qui

la

rappresentazione

della

giovinetto non puö essere che lakchos

il

siillo

sia

ma

triade

(*).

il luogo snpposto dell'azione, si desume non da quella specie di pilastro con piccoli fregi

sfondo del rilievo, a destra dell'ara

(cfr. la tav.

II).

Gerhard, Akad. Ahhandl., 11, p. 441, n. 380; per Lencrmant, Rech. archSolog. ä EUusis, p. 201 ss. (^) Allo stesso modo e sorretta la face dalla figura scolpita sopra una delle facce dell'ara di luturna. Vedi Notizie d. Scavi, 1901, p. 501 s., e i (^) Cfr.,

le

fonti,

confronti con le monete

romane

ivi citate.

Nella mia prima sommaria esegesi, pubblicata nelle Notizie degli creduto che Köre fosse la figura con le due faci abbassate, accanto ho Scavif airiniziato; e che la figura del secondo piano del rilievo fosse una hiero(*)

fantide. Ragioni, dirö

cosi,

artistiche,

mi indurrebbero a mantenere questa

interpretazione, perch^ a Köre ben si addirebbe quel posto nel primo piano del rilievo. Nei monumenti congeneri (Terrecotte « Campana » e Urna degli Statilij, dietro l'iniziato sta

appunto la hierofantide col

mistico vaglio;

ma

IL

SARCOFAGO

DI

TORRE NOVA

109

Ma converrä, prima, liberare il terreno da una difficoltä, anzi da un pregiudizio. Come su tante altre questioni relative ai Misteri, noi siamo poco illuminati suUe immagini del culto in Eleusi; ed appunto per qiiesto, io reputo aiidaci le conclusioni negative, dommatiche, alle qiiali e arrivato il Kern, nel suo articolo

ma sn

tale arduo quesito (^). Egli crede di sapere, dalle siie ricerche SU raateriali frammentari e necessariamente incompleti, che l'im-

magine essenziale del culto nel Telesterion era costituita dal gruppo Demeter sedata sopra un trono rotondo, che sarebbe la cista,

di

Köre, che stava in piedi, non sappiamo se a destra o a sinistra di Demeter, con due faci alzate neue mani. Nei monumenti, o di e di

etä greca o di tarda etä romana, che riproducono questo gruppo del Telesterion, non



guaci

si

sarebbe mai



secondo

riconosciuta la figura di lakchos

desumere conseguenze gravi per

;

il

e

Kern ed da

i

suoi se-

ciö si vorrebbero

la storia della religione eleusinia (*).

L'inno omerico a Demeter non conosce lakchos

;

ad Eleusi non

troviamo traccia di culto a lui reso, ed egli era considerato come iino

straniero nella cittä dei misteri

lakchos sarebbe dovuta ad influssi vinetto sarebbe rimasto

;

l'introduzione

orfici tardi {^);

ma

una divinitä essenzialmente

culto

del

di

mistico gioateniese. Io

il

non devo qui addentrarmi nelF intricato laberinto di questa parte oscurissimä della storia della religione greca ne per comprendere ;

«ssa e vestita di abiti rituali, e

tali,

non possono dirsi quelli della Nova, che in quello di Napoli e

invece,

figura in esarae, sia nel rilievo di Torre

:

anche per questo motivo serabra piü probabile l'interpretazione giä data nelle Motizie. Ben e vero, per5, che anche la figura del secondo piano, fra lakchos e Köre, non ha gli abiti rituali (le maniche scendono solo fino al gomito, e iion

hanno

la

forma caratteristica che negli


come vedremo,

altri

monumenti

citati).

Non

vedere Köre compartecipe dei

11

credo,

riti del

una rappresentazione proiettata nel personaggi di natura divina o eroica. (*) Kern, das Kulthüd der Goettinnen von Fleusis, in Athen. Mitteil., XVII (1892), p. 125 SS.

xa&aQfiög, trattandosi,

campo

di

della leggenda, ed essendo tutti

(•)

mysUres

Cfr.

Rohde, Psyche

d'Eleusis, in

I,

p.

i

256; e principalmente Foucart, Zes ^mwöf^

Mem. de VAcc.

des inscript. et bell, lettres,

XXXVII,

(1900), p. 122. (^)

p.

1042

xikon,

Cfr. Io stesso Kern, in SS.; Harrison,

III,

1,

1104

ss.

Pauly-Wissowa, Real-Encycl. u. s. w., V. I, p. 541 ss.; Gruppe, in Roscher's, Le-

Prolegomena,

110 il

G. E. RIZZO

Nova

rilievo di Torre

che esclude lakchos

la sua imagine dal ciilto del Telesterion non puö arrecar pregiudizio alla identificazione

poiche tale questione

da

me

e necessario dimostrare se sia vera Topinione

e

:

proposta.

La lakchos

triade eleusinia e certamente costituita da Demeter, Köre, (^)

;

e la

sua

non manca, come vedremo, in monumenti sarcofago di Torre Nova.

figiira

assai piü antichi che

il

mistico meraviglioso fanciullo che nella

II

natio di diverse tradizioni etniche e religiöse di etä e di

(Strab.,

X,

e

tigura,

3, 10, p. 468),

accanto a Demeter

Non tarda

il

come

rappresentato

come

cambia

di

origine.

JrjpuriTQog

Saiponv

oögaTog ^eog (Aristoph. ]ian., 394),

a Köre.

e

certamente possibile mettere in relazione qiiesta cos^ del sarcofago con i monumenti, dei quali ci e rimasto

e

figiira

appena

qui

contami-

oscura

ricordo nella tradizione letteraria. II gruppo di Prassi-

vecchio, veduto da Pausania

4) nel tempio di DeKöre e lakchos Demeter, Dipylon (^), rappresentava, che reggeva una face (ayaXiJ^aTa 6^ ami) \_Jrii.ir]i;riQ~\ rs xal 7)

tele

il

meter presse

xal 6aSa

Tiatg

deve

esser

s'x^av ^Iccxxog); e dato

riferito,

il

a cui

tempo

esso

probabilmente, le tre divinitä credo possibile e fondata ogni altra

riproduceva,

l'una accanto all'altra: ne io

affermazione

2,

(I,

il

(^).

Un'altra statua votiva di lakchos, del a testimonianza dello stesso bile dire se ad

una

Pausania

di queste

(I,

IV

secolo, c'era in Atene.

37, 4)

;

ma

e

impossi-

ad una terza statua,

due

certa-

(*) Cfr. principalmente le monografie di soggetto eleusinio raccolte nel secondo volume delle Äkadem. Abhandlungen del Gerhard (p. 186 ss. 322; ;

344; 365; 408

Dalla mirabile dottrina del Gerhard, derivano, come epigoni aiutati dalla conoscenza di nuovi monumenti, gli altri scrittori di miss.

etc.).

tologia e di religione greca, giä prima citati. {") Cfr. SU tale gruppo Klein, Praxiteles, p. 20 (ivi la bibliografia). La congettura del Furtwängler, Meisterwerke, p. 138 sgg. che voleva riconoscere il

tipo creato

da Prassitele

(ibid. fig. 26) e

Vatic.

Museum

(^)

La

del I,

p.

vecchio in due teste del Museo

403

e

sostenibile.

del

Cfr.

Louvre

Amelung,

s.

Kalkmann {Jahrbuch d. con la Demeter di Cherchel, la Köre Albani e

ricostruzione del gruppo, proposta dal

arch. Inst., 1897, p. 136

TEfebo

il

Museo Chiaramonti non

ss.)

di Pietroburgo, dal confronto credo abbia alcuna base di fatto.

con

il

grande rilievo di Eleusi,

non

SARCOFAGO

IL

mente famosa,

riferisca la

si

DI

TORRE NOVA

111

menzione di Cicerone (in

Verr. IV,

60, 135). Perö da questo risultato negativo delle fonti airaffermazione del Kern, che di lakchos manchi una sicura rappresentanza figurata, io

anche nelle opere

una grande

credo,

della piecola arte,

siiperstiti

come

c'e,

Sarä, piuttosto, da vedere

differenza.

se

in

una tradizione

queste opere dell'arte industriale possa riconoscersi

largamente nel IV secolo, nel rappresen-

tipologica, giä costituita

tare alcune divinitä del ciclo eleusinio

(^).

In parecchi monumenti, molto studiati da tutti coloro che si sono occupati di cose eleusinie, si ripetono alcune figure uguali per per gli

l'aspetto,

sono

d'accordo

per

ahiti,

tutte

nell'identiflcare

öaCfiovsQ dei Misteri

E

(^).

ma

attributi;

gli

queste

gli

figure

esegeti

non

con

vari

i

fuor di dubbio perö che in molti

di

monumenti e rappresentato lakchos. Nel Pinax di Niinnion, monumento di grandissima importanza per le antichitä eleusinie,

questi

la figura del giovinetto,

tata

come

dQxrjysTrjg fxvcfrrjQioov,

muove

spetto delle Dee,

senza alcun dubbio

Rane

perche da

se tutto

che e giä al comisti: egli e lakchos

quadro ricorda

il

canto dei misti,

il

questa parte del rituale eleusinio

veramente rappresenlui,

la processione dei e

(^);



di Aristofane

e

JijfxrjtQog öaC^oor,



il

coro delle

locus classicus

«

la figura di lakchos

quasi un'illustrazione dei versi del poeta

328

(v.

»

per

sembra

ss.).

Noi vediamo nella giovanile figura tov iivatixov ^ebv, ßax%svov%a xal Saöovxovvxa (Liban., Demosthen., IV, 189 [Beiske]). (*)

Cfr. Pringsheim, op.

(*)

I

monumenti

cit.,

ai quali

89

p.

ss.

principalmente

mi

riferisco,

sono

1

seguenti

(mi limito ad alcune indicazioni bibliografiche): 1. Pinax di Niinnion; 'Ef7]f^€Qlg äQxatoX. 1901, tav. I, p. 1 ss., p. 163 ss. Collignon-Couve, CataL ;

d.vasesd'Ath.T\.\968; Journ. intern, d'arch^ol.numiam. IV (1901), p. 169 ss. t. X; Pringsheim, 2. Hydria di Rodi, del Museo di op. cit. p. 64 ss.



Costantinopoli

;

Revue archeol. 1900,

et religions, II, p.

262

ss.);

p.

87

ss.

(== Pteinach

Harrison, Prolegomena,

p.

526

S., ss.

Afythes, cultes

— 3.

Pelike

di Kertsch, del Museo deirEremitage, n. 1712; Compte Rendu 1859, t. II. Journ. intern, d' archeol. numismat. IV (1901) p. 285 ss. Furtwängler-Peichhold., Griech. Vasenmalerei I, etc. 4. Hydria di Cuma, Eremitage, n. 525



Compte Rendu 1862

A

questi

si

t.

III

;

possono aggiungere

ricerca, che puoi vedere

;

Journ. intern, d'archeol. altri vasi d'

citati in

wängler, Meisterwerke, p. {^) Cfr Pringsheim, 1.

c.

IV (1901)

p.

400

ss. etc.

importanza secondaria per la mia cit. p. 78 ss. Cfr. Furt-

Pringsheim, op. 565 e nota 2. s.

etc.

112

G. E. RIZZO

Senza addentrarmi neU'esegesi del Pinax di Niinnion, ho voun punto solido e fermo per la tipologia di lakchos,

Stabilire

liito

in

un monumento che

e

senza dubbio del

V

secolo.

Non devo

ri-

fare qui le qiiestioni siüla interpretazione dei vasi citati nella nota

ma

con ugiiale sicurezza che nel pinax di Niinnion, puö identificare la tigiira a destra di Demeter, nella bellissima

precedente; si

hydria di Rodi, che aspetta ancora

il

Fig.



7.

Figure del Pinax di Niinnion

credo perö che abbia ragione

il

tificazione dubitativa proposta

da

I,

di

e

pag. 1);

lakchos.

Meno

suo editore.

Finterpretazione della figura analoga nella pelike

e della

di

Hydria

siciira e

Kertsch;

di

io

Cuma.

Pringsheim, nel confermare l'idenS.

Reinach {Reperi,

d. vas. peints.,

che la iigura stante con le due faci sia proprio quella La stessa divinitä e certamente rappresentata nella

hydria di Cuma; nel cui rilievo dipinto e dorato (del quäle non abbiamo ancora una buona edizione) sono due i SaC^ovsg dei Mi-

che in mezzo alle divinitä di

steri,

Afrodite,

nome

lakchos; egli

e

(>)

Non m'indugio

rimando

al

Köre,

nome

di Dionysos etc.) possono aspirare riconoscere con nel da perö maggior probabilitä al

giovinetto chiomato che regge le due faci

grafia,

certo (Demeter,

Athena,

(^).

in altre dimostrazioni, per le quali, e per la biblio-

Pringsheim, op.

cit.

p. 81

ss.

Cfr.

anche

p.

86

ss.

IL

SARCOFAGO

113

TORRE NOVA

DI

opportunitä di confronto, riprodiico qiü due delle figure delle quali ho parlato (fig. 7), accaHto a quella del sarcofago^ disegnata a contorni daU'artistica penna dell'Ispettore E. Stefani

Per

facile

8). L'aspetto giovanile, i liinghi capelli sono tratti comuni; comuni sono, e caratteristici, gli abiti: il chitone corto con liinghe maniche (tranne che nella figiira della hydria di Cuma)^

(fig.

e le

adorno

di

ricami

ora scomparsi), cofago,

come

(nel

sarcofago,

generalmente in

quella

Fig. 8.



hydria

Figura del

(Pringsheim, pag. 78, n.

4),

ma

disciolto,

della

caratteristiche calzature, le

ornamenti

gli

nella figura del sar-

Rodi

di

sono

policromi

rilievo di Torre

e

in

vasi

altri

Nova.

cinto alla vita. In tutte, poi, le molto alte

i^ißadsg con rimboccature ricca-

mente ornate {ifxßaScc xQV(T^ij]f^i' ziTaivofxsrrjv msQvysaai. Orph. la Tracia e Arg. 591), che, anche per il loro luogo d'origine la ßeozia (Poll. IV, 115 Herod. I, 195) hanno tanta parte negli indumenti rituali di Dionysos, e quindi di lakchos.





Quantunque i

capelli lunghi,

di arte folti

non molto

e ricciuti e

quelle generalmente conosciute col

fine,

la

testa della figura, per

tipologicamente

nome

di

«

Eubouleus

»

vicina

(^).

Ma

a

non

(*) Sarebbe inutile tornar qui sulla veramente vexata quaestio, per la quäle, oltre i luoghi capitali del Furtvvängier, Meisterw., p. 561 ss. e Benn-

dorf,

Anzeig, der phil.-hist. Klasse

d.

Wien. Akad. 1887,

p.

25

ss., si

poträ

114

G. E. RIZZO

e soltanto rassomiglianza generale

come

busto, trovato,

altri

o,

per dir cosi, esterna: la testa

della stessa serie, ad Eleusi, e creduto

dal Furtwängler e da' suoi seguaci opera originale di Prassitele, ha un'espressione sentimentale e mistica, ottenuta principalmente

con la direzione dello

sguardo rivolto in sii (Collignon, Scopas Praxitele, p. 85); e la medesima espressione e, con lo stesso mezzo, raggiunta nella testa di lakchos del rilievo di Torre Nova

et

(cfr. 11

tav.

n.

V,

credo

lo

1).

che

inoltre

abbia

aviito

ragione

Benndorf, nel volere la testa di Eleusi inclinata lievemente in

avanti, per qiianto

taglio inferiore orizzontale del busto sembri

il

impedire questo movimento e questa collocazione ma tale ricerca e intimamente connessa con l'altra: se il marmo di Eleusi, cioe, sia un busto a se, o un busto destinato ad essere inserito in una ;

statua

(^).

Tutti questi caratteri il

I'espressione,

movimento,



il

tipo giovanile, la testa chiomata,



l'abito

convengono ad una

derivazione

:

— a quella stessa tigura che, per

ritrovato in molti dei vasi

con

abbiamo

altri indizi,

rappresentanze

eleusinie.

Che

la

rappresenti una delle divinitä di Eleusi, e

Ploutoneion

testa del

figura

una tarda tradizionale

di cui vedrei nella statuetta del sarcofago

evidente da per se stesso, e tutti consentono su di ciö ma la congettnra che essa sia da identificare con l'Eubouleus di Prassitele, :

sembra anche a

me

priva di dimostrazione

vedere, in generale e per la bibliografia,

Gesch.

d.

€ p. 90

griech. Kunst,

II,

p.

379

ss.

Klein,

Cfr.

(^).

Praxiteles,

p.

427

anche Pringsheim, op.

cit.

ss.;

e

p.

67

SS.

e noto, C) Cfr. Furtwängler, Meisterwerke, p. 566 e n. 3. Diversa, come h Topinione del Benndorf e del Kern. La tesi della statua e stata sostenuta

anche dal Pringsheim, op.

cit..

p. 94. Incerto

e

il

Perrot, PraxitHe, p. 69

s.

addotte dal

Furtwängler, per sostenere la tesi del busto a se, non riesco a spiegarmi, con questa soluzione, l'inclinazione pronunziata verso sinistra, e la maggiore altezza della spalla

Quantnnque siano apprezzabili

sinistra,

che

ci

indica

il

le

ragioni

movimento

del braccio

un po' innalzato. La disuguale

comprenderebbe benissimo, ammettendo la nota tecnica dei pezzi riportati, comune agli artisti greci anche di buona epoca. Credo che il busto dl Eleusi abbia fatto parte di una statua, vestita certadi un chitone leggero, mente — come e giä chiaro da ciö che rimane lunghezza delle due spalle

si



che lasciava scoperto il coUo ed una parte del petto. («) Cfr. Klein, Gesch. d. griech. Kunst, II, p. 380; Pringsheim, op.

cit.

IL

dei

IV

il

dei biisto



daC^ovsg dei Misteri doveva essere molto affine nel-

dei

tipo



secolo; e da ciö appunto, la difficoltä grande di rico-

dei

con la testa

dei Ploutoneion

Triptolemos [Athen. Mitteü.

il

115

l'uno dall'altro. Se sono quindi innegabili le somiglianze

noscere

solo,

TORRE NOVA

DI

Eubouleus

lakchos, Triptolemos, l'arte

che

osservato

stato

f]

SARCOFAGO

XX,

tav.

VI),

sicuro riconoscere, nel primo, Triptolemos,

Kern

E

(^),

ed hanno accettato

il

il

Klein,

eleiisinio

rilievo

non

sembra,

come ha sostenuto

Pringsheim, ed

stata anche proposta dallo Svoronos

(1.

di

per ciö

c. p.

altri (^).

501) la iden-

titicazione con lakchos, per la sola superficiale somiglianza che la

testa di Eleusi

ha con quella

di ^AvTCvoog ^Idxxog in

ma

di bronzo di

Adramyteion {^); riceve ora una con forma inattesa, valore

il

Non

la

una moneta

dello

congettiira

Svoronos

rimanendo privo

pur

di ogni

confronto instituito e gli argomenti addotti da lui. e, infatti, possibile pensare ne a Triptolemos, ne ad Eu-

bouleus, osservando la figura dei rilievo di Torre Nova, in relaziono con le altre che le stanno accanto. Ün esame della religione e delle divinitä eleusinie fatto si

da

altri (*)

— che

— condace

non

Demeter

Köre,

questo non

la triade,

di cui egli

e a

completa

maggiormente pleno

di

il

caso di fare, perche giä

simbolo

quando

un

^aCficov che stia accanto a essere che lakchos, il quäle puö

dei riti dei Misteri e di

ti'atta

e qui

alla inevitabile conclusione, che

e

il

personaggio indispensabile, e

e di mistero.

Eubouleus, invece, non

possiamo concepirlo che in unione con 0s6g e Osoc, nel culto alle divinitä catactonie di Eleusi. Questo, secondo me, e dimostrato all'evidenza anche da un fondato esame dei rilievo di Lakrateides,

nel quäle non solo non e possibile parlare di lakchos, anzi,

Eubouleus nell'altra

triade,

ma vi troviamo,

di cui ho fatto cenno (^).

SS. Laddove i due primi e grandi esegeti dei marmo di Eleusi erano cosi d'accordo in questa identificazione, si puö dire che per caso uiiico! essa non abbia poi ricevuto la conferma di alcun fatto ed ha perduto serapre

p.

92





;

piü terreno, in questi ultimi anni. (') Athen. Mitteil. (1890), p.

1 ss.

(^)

Cfr. per tutti Pringsheim, op.

cit.,

(«)

Catal. of the Brit Mus.,

(*)

Cfr. le opere generali

XV

p.

4, n.

Mysia suUa religione

Pringsheim, op. cit. p. 81. (') Pel rilievo di Lakrateides,

cfr. le

92

ss.

13, tav.

I,

eleusinia,

9.

piü volte

citate,

e

precedenti discussioni riassunte dal

G. E. RIZZO

116

lo credo, dunqiie, che per tutte le ragioni d'ordine mitologico e

possa senza alcun dubbio addivenire giovinetto accanto all'ara, nel rilievo di Torre

stilistico sopra addotte,

allaffermazione che

il

si

Nova, sia rappresentato come lakchos(^), siano mantenuti tiitti i caratteri tipologici, ai qimli aveva improntato, tradizionalmente e simbolicamente, tanza del mistico aQxtjsTrjg twv /LivaTrjQicov.

Conserva questa figura caratteri

stilistici,

la

e

che in esso

l'arte classica

la rappresen-

ciii

conosceiiza

possa arrecare qualche contribiito alla controversia accennata sull'at« Eubouleiis » a Prassitele? 11 quesito potrebbe a qualcuno sembrare aiidace, essendo noi di fronte ad una tarda

tribiizione dello

opera d'arte quasi

industriale;

ma

non bisogna,

care che anche in rilievi di sarcofagi piü tardi

buona

quelli, p.

(in

della serie di

es.,

nettamente derivate da

tipi

dimenti-

perö, di

arte

Sidamara),

le

figure sono

dell'arte classica.

E

poiche

il

scnltore ha saputo indiscutibilmente conservare i caratteri gici di lakchos, come noi li abbiamo trovati nell'arte del

non

meno

e

nostro tipolo-

V-IV

sarebbe troppo da meravigliarsi, che egli avesse avuto nel pensiero nna determinata immagine di lakchos, derivata, secolo,

ci

pure indirettamente, da un' opera della grande arte. Ora, a parte la questione della identificazione del busto di Eleusi con Eubouleus, sia

la

sua attribuzione a Prassitele, sostenuta, con gli argomenti ben

noti,

dal Furtwängler e dal Benndorf, sembra anche a

bile.

Che Prassitele abbia

cioe, fede l'inscrizione

me

proba-

o no scolpito un Eubouleus, se meriti,

della nota

erma

della Galleria lapidaria del

Vaticano, non e per me, e per la nostra ricerca, questione essenziale. che e che Prassitele aveva scolpito un Triptolemos, quello

Certo

Pringsheim, op.

cit.,

iiiento del Philios,

p.

79

ss.; e

posteriormente la nuova edizione col comXXX (1905) p. 183 ss. Ivi anche le

in Athen. Mitteil.

il Philios, avremmo, nel mezzo del Dei Demeter, Köre, Plouton-Eubouleus, Triptolemos, Theos, Theä; circondati a destra e a sinistra da Lakrateides e dalla sua famiglia, in atto di adorazione. Che Plouton-Eubouleus sia un solo e lo stesso Dio, e

questioni relative a @B6g e @ed. Secondo rilievo,

come

tutti gli

sia

:

da metter d'accordo

lontana dai

fini

ciö con

e dai limiti della

Tiscrizione del rilievo, h controversia

mia dimostrazione.

(0 Kichiamo quanto ho detto a pag. 108. Cfr. in seguito a pag. 143

s.

IL

Roma

SARCOFAGO

DI

TORRE NOVA

ll7

XXXVI,

23), e

che faceva parte, senza dubbio, di im griippo di diviaitä e lo abbiamo sopra osservato nie (*); certo e anche

eleusi-

era a

negli Orti Serviliani (Plin. N.

H.





tipo artistico dei tre principali Saifiorsg dei Misteri e e perciö incerto a detinire:

che

il

molto simil«,

onde puö anche essere stato possibile

che nella tradizione dell'arte di Prassitele, di lui s'inspirassero al tipo creato dal

sentare o lo stesso Triptolemos o le

allievi

continuatori

e

grande raaestro, nel rappredue altre divinitä affini (^),

iino di qiiesti allievi appartenga il busto di Eleusi. La che esso sia opera di Leochares (^), e, dal lato stilistico, opinione anzi assai piü incerta e non dimostrabile altrettanto incerta

6

che ad





e dal lato della tradizione letteraria

che TattribiizioDe a Prassitele;

ed

Benndorf e dei Furtwängler ha, im meuo, qualche piinto d'appoggio, che manca assoliita-

epigraüca, la congettiira dei

per

lo

mente

all'altra:

Ne

e

di ciö bisogna pure tener conto.

ritmo dell'esile corpo della « statuetta " dei nostro rilievo e lontano dalla morbida pieghevolezza dell'arte prassitelica, alla quäle anche appartengono, come motivi di predilezione, l'inil

clinazione della testa e l'espressione sentimentale.

La figura

di

Demeter.

— La Dea, seduta

faceva parte, senza dubbio, dei gruppo

cista,

dei

sulla mistica

Telesterion

di

tipo rimane tradizionale nell'arte antica('*): sieche, da questo lato, nulla che non sia noto io potrei dire di questa

Eleusi; e

La

il

vimini intrecciati {ayysTov nXaxTov, Hesych.) (^), e coperta di una pelle che dalla sua forma e dal tratteggio dei peli sembra una nebride (^). Che essa debba avere un significato mifigura.

(^)

p.

567

cista, di

Cfr.

Overbeck,

Schriftquellen 1198, e Furtwängler, Meisterwerke,

s.

(»)

Collignon, Scopas et PraxitHe, p. 85 s. Klein, Gesch d. Griech. Kunst II, p. 380.

(*)

Cfr.

(^)

i

monumenti

raccolti dal Kern, neirarticolo

Mitteil, XVIII [1892], p. 125 p.

55

Cfr. pure

Rubensohn,

citato

prima ibid.,

XXIY

{Böm. (1899),

SS. (*)

n.

ss.).

161

;

(*)

Cfr. sulla e

cista

Pringsheim, op.

Negli

altri

in generale Gerhard, cit.,

monumenti

p.

49

Akad. Abhandl,

II,

p.

399,

ss.

elencati questi caratteri si perdono gradata-

118

G. E.

RIZZO

non v'ha dubbio,

stico e simbolico,

ma

che

coloro

tutti

si

sono

non hanno

occupati della cista nel rituale eleusinio e dionisiaco,

dato informazioni su questo particolare, e pare che neue fonti antiche non ne sia rimasta traccia (^). Ora chi pensi alla simbolica generale del cerbiatto nel culto delle divinitä ctonie e della luce

(^),

come

chi pensi aH'uso della nebride nei misteri,

indumento degli

iniziati

(Harpocr., ad

rituale

voc. vfßQiiwv), poträ spie-

la presenza della nebride sulla cista, e trovar, forse, im qualche significato nelle oscure parole di Arnobio, in cui si accenna a Demeter e alla pelle del cerbiatto, dalla Dea assunta agli

garsi

onori del culto

(^).

Intorno alla cista, e

sul

della

grembo

Dea,

si

avvolge

il

grande serpente, che e qui concepito come V afx(pi7voXog di Demeter, custode del temenos (Strab., IX, 393); il mistico ^qaxcov, figlio della terra, simbolo per eccellenza delle potenze catactonie e autoctonie

Le

('*).

figura di

Demeter

e

simile, nell'insieme,

a quella

delle

ma se ne scosta per partiL'impressione generale e che le mancano i veli svolinee siano piü pure, direi quasi piü antiche lazzanti dietro e accanto alla testa, come si vedono nelle terrecotte terrecotte e

colari

delFüma

non privi

d'

deH'Bsquilino;

importanza.

:

e

neirUrna, e

ornata

mente;

dal

e

tutti gli abiti sono

tanto

La

testa

non

ciuffo isiaco di spighe, ma

discusso

neirUrna degli

piü composti.

Statili la

squamosa dijfficilmente identificabile. (^) Anche lo Jahn, che dedicö

una specie

pelle h diventata

alla cista

di

di coperta

uno studio rimasto fondamen-

Hermes, III [1869], p. 317 ss.}, ricorda perte dalla pelle, ma non sa darne spiegazione. (2) Puoi vedere, in generale, Gerhard, op. 182, 380 ecc.

tale (in

e

la cista delle terrecotte, co-

cit,,

I,

148;

II,

179

ss.

;

11,

all'edizione di (^) II luogo h riportato dal Dindorf, nelle annotazioni Harpocrazione (vol. II, p. 847) Arnob., 1. 5 « Eleusinia illa mysteria, cuius memoriam continent? Nonne illius erroris, quo in filiae conquisitione Ceres fessa, oras ut venit ad Atticas, triticeas attulit fruges, nebridarum fa:

:

miliam pellicula cohonestavit hinnulae

n.

Sulla simbolica del serpente, vedi le pagiiie dottissime del Gerhard, in Ak. Abhandl, II, p. 22 ss. Tutti i posteriori trattatisti derivano da lui. (*)

IL

una semplice Corona della quäle

La

si

SARCOFAGO DI TORRE NOVA

di mirto, la pianta sacra nel rituale di Eleusi^

incoronavano

faccia

119

(tav.

n.

V,

i

misti 3),

(^).

Don ancora invecchiate, dalFespressione mite, con verso

il

lakchos, incorniciata

giovinetto

fronte e scendenti in

vicina ad

un tipo

di

morbide trecce

Demeter

ma

dalle forme piene e mature,

siil

dai

gli occhi rivolti

capelli

divisi

noi non

ellenistica, che

dell'arte

suUa

senza dubbio assai

seno, e

conosciamo, e del quäle non saprei addurre confronti. Degno di osservazione e anche l'attributo della mano destra: la

Dea non papaveri,

come

tiene,

ma

un

fiore

negli altri

dal

gambo

monumenti

congeneri, spighe carnoso e robusto, che spunta,

ancora non dischiuso, fra due foglie larghe

:



un narciso

o

un gia-

come lo hanno giudicato, da me interrogati, alcuni cultori di scienze natural!, ignari di mitologia greca. cinto,

E

questo simbolo e forse piü antico che gli altri, ed e meno non ancora osservato nelle rapch'io sappia

comune, anzi





presentanze figurate delle divinitä eleusinie. II

narciso,

dal pro-

fumo che turba

e deprime {vagxäv), e il fiore dei morti, il fiore che Köre raccoglie, quando sta per essere rapita e condotta nel mondo sotterraneo (^); esso e l'antico serto delle grandi dee {fis-

yaXaiv

dsoTv

agxcdov

(TT€(fdv(0!.ia,

Affine al narciso era, nel

simbolismo

Soph.,

Oed. CoL,

religioso,

il

V.

682).

xoa^o(Sav6aXov^

una specie di giacinto, di cui si incoronavano i partecipanti alle feste di Demeter Chthonia ad Hermione (Paus., II, 35, 5), e che e forse

il

ficcTQiov

«

fiore

avxfoc,

Demeter», come era chiamato a Greta ofioiov vccQxi(T
di

-

((fa

Nel secondo piano del rilievo, in corrispondenza del braccio Demeter, si vede l'avanzo di un'altra figura muliebre, conservata nella parte inferiore, sino alla vita. Dovrebbe essere quella

sinistro di

di un'altra hierofantide,

ma

non

e possibile

determinare quäle parte

prendesse nell'azione e con quali attributi fosse rappresentata.

Che

(0 Aristoph., Ran., y. 324 ss., e Schol. al v. 330 (fxvQalvrjg azerfAvi^ iatecpavoVvTo ol fxsfjLvrjuevoi,). Cfr. Tzetzes, ad Lykophr. 1328. I misti nel pinax di Niinnion sono incoronati di mirto.

n e

ed inoltre Creuzer, Relig, de Vant., III, p. 384 ss., 544 s. da Preller-Robeit, Griech. MythoL, p. 760, n. 2.

gli scrittori citati

;

i

testi

120

G. E. RIZZO

Je hierofantidi di Eleiisi dovessero essere

desumerlo da un

liiogo di Istros, imica

per l'etä classica {F. E. Gr., catalogo dell'etä di Severo,

p.

I,

=

421

fr.

Istros,

20);

due

parla proprio di

si

di

piü di una, possiamo testimonianza superstite

ma

nel

hierofantidi

cioe, e di Demeter; e questa che lo hierofante, prende parte alla iniziazione, ed e anch'essa della famiglia degli Eumolpidi. Sono

ii€Qo(f(xvTi6sg dv6){^)\

ultima compie le

Kore,

stessi riti

gli

due figure secondarie del rilievo

le diie hierofantidi

maggiori

? (*).

€i manca, disgraziatamente, la sicurezza dell'affermazione, considerando lo stato frammentario di questa parte del rilievo.

Segue ora anche stiidiare,

il

pimto culminante

almeno

dell'azione,

che possiamo

parte, nel rilievo di Napoli.

in

xa^ag^og, sul quäle molto si e scritto, ma qualche cosa rimane ancora da dire, anche perche i precedenti esegeti non avevano la fortuna di possedere un monusi

Qui

mento

compie

il

del

rito

come quello che qui

cosi svolto e completo,

Giä prima abbiamo accennato alle identificazione della figura muliebre con

difiicoltä le

due

faci

si

descrive.

per una sicura abbassate (cfr.

ma buoni argomenti valgono per riconoscervi, con 108, n. 4) maggiore probabilitä, Kore, dCaaag iv TcaXccfxaig ocQafxsvrj däiSag {C. I. G., 2388). E poiche, come vedremo, la scena si riferisce alla :

p.

lontana leggenda eroica,

Ne

solenne.

eleusinie, e

questo tipo

Kore con

Dea prende

la

le

abbassate

faci

monete d'Atene del secondo secolo

nelle

nell'atto in cui allontana, con le

mali sorgenti dalla terra:

0) p. 74

"Ecprjfx.

SS.

dQXMoX., 1894,

Per

(^)

Per

(')

p.

198

Num., •op.

del

e

le

(^).

flamme

rappresentata

Rappresentata,

purificatrici,

gli

anche cioe,

spiriti

e

l'abbondanza delle faci di cui sono

p.

173; 1899,

altre sacerdotesse di

p.

218

ss.

[Skias]; ibid., 1900,

il

tipo di

Kore nei

Rubensohn. Per

328, n. 21 (interpr.

503

(=

le pre-

le

rilievi,

cfr.

monete,

cfr.

i piü volte citati articoli del Beul6, Les monnaies d'Ath^nes,

due faci abbassate, Interpret, per Kore); Head, Ilist. meno rettamente per Demeter). Cfr. pure Beule,

(figura con

p.

p.

Demeter, da non confondere con

op. cit., p. 67 ss.

s.

cit.,

e

rito

delle divinitä

[Dragoumis].


Kern

essa stessa parte al

e ignoto nella figurazione

Head, op.

cit.,

p.

322, n.

2).

IL

provvediiti

tiitti

i

SARCOFAGO DI TORRE NOVA

121

che

del rilievo nient'altro significa

personaggi

qiiesto bisogno di purificazione dell'aria e del siiolo; profondo con-

ha espresso con poetiche

cetto deH'antica religione, che Euripide

parole piene di pensiero {Helen., v. 865

Nel compiere

il

la

rito,

ss.).

Dea volge 98

lo

sguardo altrove ccatqo-

testa della figura, ipoiaiv bfjLiJiaaiv (Aesch., Choeph.^ «onservata nel rilievo di Napoli), quasi che le potenze malefiche, che essa allontana daU'iniziato, non debbano offenderne gli occhi v.

e

ranima

;

cfr. la

(^).

La figura deH'uoino velato monumenti congeneri; ma

in nulla differisce da quelle degli

tutti i particolari sono meglio dallo scultore. Di im ariete e chiaramente resi ed assai compresi, altri

11

vello di cui

e

piedi dell'iniijiato,

ed ha

catrice,

il

ricoperto

il

^govog

espiatorio,

e

la testa

e

ai

il quäle regge anch'egli la lunga teda purificapo interamente nascosto sotto il manto (*) ri:

cordo delForiginario e crudele rito di espiazione, quando le divinitä sotterranee richiedevano il sacrifizio dello stesso colpevole,

Nel sim-

che, seppellito sotterra, era privo della luce del cielo.

bolico rito, egli

sua

come

e

consacrato alle tenebre della terra

sangue e stato sostituito, per appagare le potenze sangue di un ariete di recente sgozzato: ed ecco

il

l'origine del sacrifizio di sostituzione, dell'ariete,

colo

i

Alla

al suo

Yita,

sotterranee,

-zione,

(^).

il

e

il

lo

misti,

la

sposa,

molti, dal

Lobeck

sposo

e

colui

del

significato

Jiög xcodiov, sul quäle seggono

i

vello

colpevoli in espia-

che

interroga l'ora-

(^).

Su questo

rito

in

poi,

hanno parlato;

delFürna dell'Esquilino, le fonti unica che scarsamente e confusamente ce ne informa, depo la conoscenza

o la e

e

fönte

stata ado-

perata non sempre con la dovuta diligenza e circospezione : onde e ch'io stimo necessario di rifar quest'esame in relazione col mo-

(«)

Cfr.

(')

II

Eohde, Psyche, IP, p. 85, n. 2. manto era probabilmente nero, come puö desumersi

rico a Demeter,

dall'inno ome-

41. Cfr. Stengel, Griech. Kultusaltert. ^, p. 161. (') Sülle origini e sul significato del rito del velo, vedi Diels, Sibyll. Blätter, p. 122. Cfr. anche Reinach S., Cultes, mythes et religions, I, 299 ss.; v.

:«pecialm. a p. 302 (menzione deirUrna deH'Esquilino). (*)

Cfr.

Rossbach, Rom. Ehe,

•lo, p. es. Verg.,

Aen„ VU, 38;

p.

112

(e le

fonti ivi

citate).

Per Tora-

Strab., VI, 39, ecc.

9

122

RIZZO

G. E.

numento

E prima

(^).

di tiitto,

vediamo come e

riti

nel

rilievo

siano

della

saciu

elementi

diversi

i

deH'espiazione complessi cerimonia. Dissi giä delle faci e del manto; e mi aifretto a dire che il rito del Jiog xwdiov e rappresentato in maniera diversa chei

nella fönte, ed e congiunto con iin'altra cerimonia

simbolica, col

ßgovKffJiog.

6 siil

noto che

penegete Polemone aveva scritto im libro a parte di esso non ci e rimasta che ima breve glossa

il

ma

Jiog x(i)diov\

in Esichio, che sarä

bene trascrivere:

Jiög xcodiov MsiXixifp xal %rjv 7to/i7ir]v

TiQog tovg

tSov

ov tb tsQsTov

Ktr^aifp,

10^

Ts&vzai' dvovCi dh tS^

Jil

XQm'xai Sk avtoTg

vTioarQoovvvovTsg uvtcc roTg noGv

xaOaQfxovg

svaywv

(^).

La prima nozione che

dal frammento

rito fosse

im

in

ricava e che qiiesto-

si

(^).

E

certo che

rito era

il

di Eleusi

compreso quello

e

;

non

nome

il

di

STov^

in

e

diversi santuari^ compiuto quindi ben fondata la conget-

abbia un

tura del Foucart, che esso non

Zeus ctonia

a

sacrifizio

principalmente proprio (Meilichios, Ktesios): e che da ciö sia derivato xcbSiov

t€ 2xiQ0(p0Qiü)i'

oi

üTsXXovrsg xal ö daöovxog iv 'EXsvCivi xal aXkoi riv^g

Misteri e che sia soltanto im rito di

necessario coi

legame

purificazione,

diremo

cosi,

colpevoli macchiati di sangue. La sua relazione con Eleusi sarebbe avvalorata, secondo il Diels^ da alcuni versi delVinno omerico a Demeter (v. 197 s.), nei quali^ straordinaria per

i

veder troppo a fondo: la pelle di cui lambe sSog apprestato a Demeter non mi sembra possa. niqxTov

perö, si e voluto il

copre

Cfr.

(^)

Lobeck, Aglaophamus,

Diels, Sibyll. Blätter, p. 122 op.

p. 51 s.;

cit.,

Mythol, («)

p. 892,

183

p.

ss.

;

n.

1; etc.

Preller, op. cit.

Temendamento

fr.

87

= F.

IL

Polemon,

Preller,

Pringsheim, op. Harrison, Prolegomena, p. 23 ss. s.;

cit.,

e p.

G., III, 143.

p.

25

139

p.

s.;

ss.-^

Foucart^

643; Gruppe, Griech..

Non

serabrami

accet-

Lobeck (loc. cit.) 'lxeai(o, invece di KxrjalM dato dai codici; cfr. anche Said, ad voc, e Athen., XI, 478 C. Oltre che nel frammento di Polemone, il medesimo rito e menzionato da Eustazio {ad Odyss., tabile

XXII, 481). (Paus.,

I,

Un

84, 5)

:

del

:

rito simile h quello usato nel culto di Anfiarao in Oropo xgiöy &^aayreg xal rö &6Qficc inoatQoyöüfiBvoi xad^sidovaiv

dvafAivovrsg d'^Xojaiy övelgatog. {^) Sulla etimologia da una

rad,

dirum, vedi Harrison, op.

23

cit.,

p.

ss.

(fto

= ^tao =

lat.

dlro, onde diov

=~

IL

SARC0FA60 DI TORRE NOVA

maniera di mito

essere, sia pure in

La

123

simbolico

vello

il

etiologico,

miglior conferma

secondo me, quella che viene dai monumenti nei quali, perö, la scena e rappresentata in modo alqiianto diverso da quanto e lecito comprendel sacrificio di espiazione

(^).

e,

;

dere dal framraento di Polemone. II colpevole diritto sul a'

vello

sotto

disteso

dell'ariete

i

non sta

(ivayrjg)

piedi

ma

;

seduto, e

suoi piedi sta la testa della vittima.

Or questa

dubbio

senza

e

delle cerimonie di espiazione

per terra

e,

la

forma piü antica

e

piü pura

forse, lo stare sdraiati

poiche prima, dopo, in una forma piü temperata del rito, lo star se:

duti esprimeva simbolicamente la consacrazione, quasi per contatto, alle potenze sotterranee; e

monumenti

del &Qovicffi6g

Ne meno la

x^govog, su cui

il

ammaestrano

ci

diversi

i

offerta al mista,

rito orfico

Ora

simbolica tenebra del

l'ariete e

consumate dal fuoco

sul vello, e

e

mondo

sul-

stata

stato coperto dal

egli deve attendere a capo chino

e nella

sotterraneo, a cui e consacrato, che

un'ultima

hierofante compia

comprendere

cerimonia:

^govog; una face purificatrice

quäle, sedutosi

il

di lana nera.

farci

monumenti, per

atti della sacra

stato sgozzato e scuoiato, e le sue carni l'ara; il vello disteso sul

lo

il

(*).

successione dei

manto

siede l'iniziato nei

di cui parliamo, richiama, senza dubbio,

mentre

parte del rito;

che

la

hierofantide (nei nostro rilievo, la stessa Köre) purifica la terra con le faci abbassate. E quest' ultima parte del rito e quella di cui ve-

per la prima volta, una rappresentanza figurata nei sarNova lo hierofante, vestito di abiti rituali (^), versa

diamo,

cofago di Torre

:

da una oenochoe, sulle flamme dell'ara, uu liquido, che non e certamente vino, ma acqua: egli compie, cioe, il rito dei vri(faXia{^). (*)

Si potrebbe pensare, piuttosto, alla pelle di cui e coperta la cista:

vedi sopra p. 117

s.,

e

cfr.

Pringsheira, op.

pelle nei rito espiatorio, cfr. Robert, in (*)

Dio Chrys.,

Or.,

XII,

387:

cit.,

p.

52.

Hermes, XX,

eito&aaiy

iv



E

sull'efficacia della

p. 377.

xaXovf^ep(o

>9Qoyi
xa^iaayreg zotg fA,vovfA,ivovg ol teXotyreg x^xX(o neQixoQS^eiy. Cfr. Plat., Euthyd. 211 D. Cfr. anche la forraula re&Qoyiafxeyog lolg &eovg in un papiro citato dal Pringsheira, op. (^)

p.

156

p.

23 e

Sugli abiti e

cit., p.

sul

27, n. 5.

tipo artistico dello

hierofante, vedi Vexcursus a

SS.

(*)

Cfr. principalmente, su tale rito, Fritze, p.

32

SS.

;

Harrison,

Sibyll. Blätter, p. 68 ss.

Prolegomena,

p.

90

De

lihat.

ss.,

e

veterum Graecor.^ 509 ss. Diels»

p.

;

124

E

importante osservare che giä

il

Diels aveva pensato die in re° del Stör

sostituzione e con la cerimonia

lazione col sacrifizio di

xMÖiov dovesse stare la

delle

offerta

libazioiii pure,

senza vino

aoivoi, Poll. VI, 26), le qiiali avevano per fine di ripiüire

(Ovaim il

RIZZO

G. E.

di lenire il corruccio

sangue versato e

degli

dei

sotterranei.

E

a riconoscere tal rito nel rilievo di Torre Nova, e

tutto concorre

geniale e quasi divinatoria idea del Diels. I rrjcpaXia sono, infatti, libazioni espiatorie per eccellenza, e si compiono, nel modo che le figure indicano, versando acqua pura sul

a render

la

siciira

fuoco dell'ara

{^).

Noi sappiamo a

niesi

speciali

Ninfeecc.

;

che queste divinitä

Schol.

(le

SophocL,

libazioni erano

Oed.

Offerte dagli

Mnemosyne,

le

Colon. ^ v. 100);

ma

Erinni,

Ate-

Muse,

le

sappiamo

per espressa dichiarazione di Filocoro e di Plutarco, che veniyano Offerte a Dionysos (^), considerato certamente come divinitä

anche,

ctonia; e a Demeter,

(Änt. rom., I, 331). bilmente a spiegare

Ma

E il

non bastano

ci attesta Dionigi di Alicarnasso antiche testimonianze servono miraqueste rito che nel rilievo si compie.

secondo

pure libazioni espiatorie; infatti lo hierofante tiene nella mano sinistra un « recipiente » colmo di frutta, le

che nulla manchi per placare lo sdegno delle divinitä. Or questo recipiente non e una patera metallica o un altro vaso sacrificale si

:

esso

sembra intrecciato

di vimini,

e

fa quasi

pensare ad un pic-

importanza non puö sfuggire a nessuno. Ma se pure la forma non e precisamente quella che il mistico arnese ha neH'arte antica, certo e perö che il suo uso nei riti di purificolo Xlxvov

(^),

la cui

cazione e intimamente connesso con la cerimonia dei xaraxvaixara, come giä dimoströ il Samter (Familienfeste., p. 100 s.),

la quäle,

che un'altra azione espiatoria, un mezzo simbolico di placare Taviditä dei daifxovsg maligni. II rito del velo, negli altri monu-

non

e

(*)

Phlegon. Mirab. orac,

I,

nvQÖs f^aXsQoto ri&ifttov. Theophr. gxiXta tä t^QÖanov^a.

v.

22 [Diels]

:

tqU i6aa, prjcpaka ndvtu, De abstin., II, 20): rrj-

(apd. PorphjT.,

(2) Schol. Sophocl., Oed. Colon., v. 99 (= Philoch., fr. 30); Plut. Praec. Sanit., 19, p. 132 f. Cfr. Harrison, op. cit., p. 509 s., e Stengel, Kultusalt.^,

p.

93

SS. {^)

Vedi per

la

forma del Uxvov,

ticolo della Harrison, in

e per tutte le questioni attinenti, l'arJourn. of hellen, studies, XXIII (1903) p. 292 ss.

SARCOFAGO

IL

menti

congeneri, al

significato,

con lui avere



TORRE

e

diverso

Pringsheim: siilla forma del

a parte la questione

depo compiuti i Assistono alla sacra cerimonia atto,

si

con ugiiale il

Diels,

significato

vaso

«

dei frutti della terra, offerta che lo hierofante

come ultimo

ma

come giä vide ne

il

125

NOVA.

diversa forma,

per

dei xc4Taxv(T(jiara^

rito

Samter

il

e collegato,

DI

»

(')



e

piiö

l'offerta

appresta a fare,

vr^gxxXicc.

diie

delle quali iina

figure,

e

siciiramente Hecate: divinitä di spiccato carattere sotterraneo (x^ola jiQonoXog xal ÖTtaoov di Delia, axoTia, piü volte nelle fonti) :

meter {Hymn. in Cer., 440), considerata anche come figlia di Demeter e identificata, perciö, con Persephone (Eiirip., Jon. 1048) (^). religioso posta accanto alle dee princiMisteri, presiede anch'essa ai riti della purificazione, ed

In un'etä di sincretismo pali dei e giä in

Esiodo invocata in tutti

sacrifizi espiatori

i

Theog.,

(

406 s.) com-

:

quindi la sua presenza nel ciclo delle divinitä eleiisinie e la

partecipazione al solenne xccdaqaog, non puö presentare alcuna difficoltä, per tiitto ciö che noi sappiamo non solo dalle fonti letterarie,

cui

ma

noi

anche dai monumenti

ci

occupiamo

quella di Hecate,

e

figurati.

niiova,

essa perö

Se infatti nei

come alcune

rilievi

altre figure,

ha compartecipazione

di

anche

sicura (anche

per il nome scritto accanto) nel ciclo delle divinitä eleusinie, rappresentate nelle pitture vascolari, specialmente in quelle raffiguranti la mistica spedizione di Triptolemos (^); e con quasi assoluta sicurezza deve riconoscersi anche nella giovanile figura che nel pinax di Niinnion sta accanto a lakchos. E come nelle pitture vascolari e in altri

nell'aspetto

monumenti, essa non e rappresentata tricorporea, ma di una giovine donna, vestita di chitone con mezze

maniche, cinto alla vita

e

mani una

da un grosso cercine.

stretto ai fianchi

face

e la

sua testa

coronata di foglie

Reggeva

nelle

di pini;

simbolico attributo che Hecate ha, come

(*)

Ci sarebbe

sorretto dalla

mano

anche in quel

;

e

altri, in

comune

un Uxvov non potrebbe esser modo. Eimane perö sempre da considerare che

da osservare che

quel vaso non h affatto metallico, ed h certamente di verghe o vimini intrecciati {nXsxTdv), e rituale. (»)

Per

C*)

Monum.

Demeter,

p.

le

altre fonti, vedi Roscher's

deWlnst.,

I,

544; Atlas, tavv.

tav. 4

XV

e

;

Lexikon,

e in generale

XVI. Hecate

pitture vascolari con la xA&oSog e ävoSog di Köre.

h

I,

2,

1892

ss.

Overbeck, Kunstmythol. anche rappresentata nelle

:

126

G. E. RIZZO

con la stessa Demeter, essendo considerata anche come dea della feconditä.

Se questa identificazione e certa, non altrettanto potrei dire anch'essa nuova in questo ciclo di monumenti che io ho interpetrato, nella relazione sommaria, come per l'altra figura



Dionysos.



Dopo alcuni

resistono all'esame

delle

fonti e al

confronto

torno alla prima e piü spontanea congettura: quasi, per esclusione (^).

Ne puö

non

tentativi di altre interpretazioni, che

monumentale, e vi ritorno,

ri-

direi

davvero sorprendere la preyenza di Dionysos in mezzo abbiamo di ciö con-

alle divinitä e ai riti di Eleusi: perche noi

ferma lucidissima in molte antiche testimonianze letterarie

numentali

e

mo-

(*).

(^) La figura non puo essere quella dello stesso iniziato, rappresentato un momento anteriore a quello del xad^aQfxög, che si compie dopu perche l'azione del xcc&aQfj,6g come ho dimostrato e unica, e la figura dello hierofante h in intinia correlazione col rito del velo e del dtou xtö(fto>/; sieche e impossibile concepire la sua azione in rapporto con la figura che gli sta di fronte: e questa azione, del resto. non avrebbe alcun significato. La figura giovanile, inoltre, ha attributi caratteristici, che non possono essere quelli di un mista. Un'altra congettura, che potrebbe a

in





prima vista sembrare meno improbabile, e che nel supposto Dionysos sia da ricercare uno dei tanti sacerdoti minori dei Misteri, come noi li conosciamo dall'elenco di Polluce (I, 34 s.) o da una isciizione del III sec. d. Cr. (Ecptjfj,. dq/., 1900, p. 74 SS.; Fouc&rt, op.

cit.,

p.

72

ss.).

Ma

ne Taspetto, ne l'etä

sembrano quelli di un sacerdote, per quanto non mi sfugga l'esplicita testimonianza di un'iscrizione {'Ikfrj^. äqx- 1883, p. 78), nella quäle e detto che



Memmio

tenne la carica, che era a vita, di leQshg inl ßmfxQ una delle per 56 anni. E questo significa, mi pare, che egli ebbe maggiori in Eleusi questo sacerdozio in etä giovanile (cfr. Foucart, op. cit., p. 58) ciö che sarä L.



:

per la ragione dei tempi, e nel declinare lento delle antiche istituzioni religiöse. E gli abiti, che sono certamente rituali, non credo constato possibile,

Ho pensato anche che possa misteriosa figura un dcdfj,(ov: j\h lakchos, ne Eubouleus, ma di simile natura, come a qualcuno e sembrato lecito supporre che vi siano stati accanto ai Salfxoveg principali del ciclo di Eleusi, ma senza diretta n^

vengano

alla solennitä della carica sacerdotale.

riconoscersi

nella

indiretta testimonianza delle fonti, e con assai debole riferimento alle giovanili figure del cratere Pourtales.

gettura che, del resto,

Ho

dovuto scartare anche questa terza conil significato deH'azione

non farebbe cambiare per nulla

e di tutta la scena rappresentata.

n

Cfr. principalmente Gerhard,

Akad. Abhand.,

II,

222, n. 198; Kern,

SARCOFAGO

IL

Se

e vero

che

« perö abbastanza

TORRE NOVA

DI

127

il Dionysos dei Misteri appartiene agli Orfici, antica qiiesta nuova forma della concezione dio-

nisiaca, ed in intima correlazione con le profonde e belle leggende

di Dionysos a Delfi

cosicche

:

il

quello delfico: e se comune e

Dionysos eleusinio non e diverso da il simbolo deH'omphalos (hydria di comune e aoche il laiiro delfico che

€apua, Pinax di Niinnion) (^), jioi abbiamo ritrovato nel nostro

accanto all'ara del san-

rilievo,

tuario.

sta Dionysos accanto ad

Bene

lievo, nella quäle •ctonie

benissimo anche

e

;

Hecate in questa parte del

gran sacerdote oifre

il

si

comprende

la scena, insieme con lakchos

ri-

i

vr^qochcc alle divinitä

la

sua presenza, in tutta

poiche lakchos e Dionysos sono in divinitä e due diverse separate •origine (^), che le teorie e i riti orfici iendono a confondere in una sola concezione mistica, lentamente, ma in etä abbastanza antica,

se giä nel

famoso coro dei misti nelle

mescola » attributi di Dionysos con poeta lakchos, come osserva lo Scoliaste al v. 328 (fxsfxiyi^i^'viog

Jiane di Aristofane, di

•quelli

:

«

il

E

questo ho ricordato, perche se e vera la proposta identificazione, place vedere nel tardo rilievo le due figure divine l'una

Xkysi).

•accanto all'altra: segno non dubbio che

il

Nova

rilievo di Torre

deriva da un'opera d'arte assai piü antica e piü pura. Infatti in alcuni dei vasi greci del IV secolo, in cui sono efiigiate scene ai

riferibili

{pelike

hydria

di

Misteri

Capua

noi

(^),

Kertsch

di

e

e in

vediamo Dionysos accanto a lakchos

hydria di

Cuma: meno sicuramente

quella di Greta)

:

e

^colari Dionysos e senza dubbio alcuno da riconoscere, per tratti caratteristici e

-edera ecc),

le

figure

per

i

nella

se in queste pitture vai

suoi

suoi attributi abituali (tirso, Corona di

giovanili

chiomate

col

chitone manicato e

In Pauly-Wissowa, Real-Encycl., V, 1, 1042; Harrison, Prolegom., p. 557 ss. •Si aggiunga che a Tegea c'era, accanto al tempio di Demeter, quello di Dionysos mystes (Paus. VIII, 54, 4). (') Cfr. SU tale questione Pringsheim, op.

cit., p.

65

s.,

e

i

monumenti

ivi

Tysczkiewicz !), in Mon. delVInst, XII, tav. 34. (2) Lo scritto, ch'io reputo fundamentale, e ancora quello del Welcker, in Ann. deWInst., XXXII (1860), p. 455 ss. Cfr. Gerhard, op. cit., II, p. 219,

citati.

«1.

L'hydria di Capua

(o

178; 344, 60; Harrison, op.

numenti (*)

dell'arte figurata, cfr.

cit.,

pp. 557 e 561 ecc. Nelle relazioni coi

Furtwängler, Meiüervjerke,

Citati giä sopra a p. 111, n. 2.

p.

565

mo-

e p. 139. n. 1.

128

con

G. E. RIZZO

le

un

di

fiaccole,

come sopra ho dimostrato, non possono

dai/iicov

dei Misteri,

Vediamo imo dei

ora se »

di

di corta tiinica,

su

«

tipi

i

e

caratteri esterni della figura rispondono

Dionj^sos, conosciuti iielFarte antica. e disposta

ciii

e cinta

calzato di alte siißadsg, regge

;

il

ad

Vestito

alla vita la pardalis^

di clamide che scende dalla spalla sinistra, e si avvolge

braccio

essere che-

lakchos.

qnindi di

suiravam-

kantharos, nella

destra abbassata, e ricorda certamente, per tutti questi tratti,

mano i

tipi

dei giovine Dio, rappresenlati principalmente dal Dionysos Hope, poi

=

Michaelis, Anc. Marbles, p. 280) eDeepdene (Clarac, 695, 1614 da quelle deirEremitage (Clarac, 695, 1615). La pardalis, oltie che la nebride, e caratteristica di questo Dio, come le alte ifxßadsg

(Luc, Bacchus, 2; Athen., V, 200 d) (^), proprio anche di lakchos, affine, anche tipologicamente, a Dionysos. Sembra, anzi, che questecalzature indichino chiaramente le relazioni di Dionysos con la Beozia la Tracia (^);

e con

e

il

pensiero

tluenze tracie nella religione, nei

non puö non correre alle innei costumi di Eleusi, per

riti e

yia dei tracio

Eumolpo (^). un kantharos puö esser quelle che la giovanilefigura tiene nella mano destra ed e di quella medesima forma che questo vaso ha sempre nell'arte ellenistica e romana, come nella.

Ne

altro che

;

celebre in

un

tazza dei Tolemei

«

»

con

simboli dei rito dionisiaco

rilievo con Dionysos ed Arianna

(Clarac, 135, 153),

e

{^)^

in

il tirso ma egli regge personaggi della mistica scena, e in relazione, appunto, col rito di puriticazione che vi si compie (^). E a questo medesimo rito noi dobbiamo anche attribuire, se

molti altri monumenti. Manca, per Dionysos, la

il

Innga face come

gli

;

altri

Chiton dei supposto Dionysos ha due particolari, degni di osser-

(')

Giä nelle

sterwerke,

p.

«lue statue

citate e in

molte

altre

;

Furtwängler, Mei-

cfr.

565.

Poll., IV, 115 'Eußddeg &quxiov de tö evQt]fx
(^) {^)

gier.

(^)

La

face, dei

resto,

non disconviene a Dionysos

e al suo culto.

La

festa delle Aa/j,nti]Qia, che si celebrava di notte alla luce delle fiaccole a Dio-^

nysos AafjinxrjQ nei tempio di Pellene (Paus. VII, 27, 3) Cül culto di Arterais Soteira.

e

perö in relazione^

IL

SARCOFAGO DI TORRE KOVA

129

vazione: le maniche corte e le frange neH'orlo di esse e nell'orlo inferiore del

Questo oriiamento, proprio veramente degli egizi, ha avuto, senza dubbio, iina vera impor-

chiton.

ed

abiti Orientali

tanza di un simbolo,

come

Misteri,

noi

il

cui significato ci sfiigge, nel

sappiamo principalmente dalla

rituale

dei

iscrizione di

An-

dania (Dittenberger, SylL inscr. grecr, n. 653). Fimbriato e il Chitone della figiira giovanile che accarezza il serpente di Denei

meter,

Führer,

della classe

rilievi

W,

n.

1168,

p.

II

(v.

a

266); fimbriata

132; e anche la

p. e

cfr.

Heibig,

stola

dello

Urna dell' Esqiiilino (^). Vedremo nello come questo contrassegno ben convenga a

hierofante, nel rilievo della

excursm Dionysos

(p.

161

s.)

ctonio.

Soltanto

il

tipo della testa

stico del dio, di cui

lunghe chiome;

mento del Museo nella xoivr]

e

2) non

n.

(tav. V,

e

caratteri-

non ha ne la mollezza quasi femminea, ne le rassomiglia piuttosto al « Teseo » del framBerlino

di

dell'arte attica.

personaggio compie:

(^)

e,

in generale, al tipo deU'efebo

Poco chiara

egli e cosi vicino

e,

inoltre, l'azione

allo hierofante, che

tharos tocca, quasi, l'oenochoe di quest'ultimo

;

e

che il

il

kan-

anche dalla di-

rezione dello sguardo abbassato, sembra che egli prenda parte alla il che, a dir vero, non e

celebrazione del sacrifizio dei vrjcfdXia:

molto comprensibile.

Ben

vero, perö, che le ragioni di spazio sono

e

trascurate in questi rilievi

;

e la supposta derivazione

generalmente da originali

congiunta al bisogno di racchiudere la scena nei limiti insormontabili della fronte del sarcofago, sono buoni motivi generalmente addotti, per spiegare questa difettosa distribuzione delle pittorici,

:

figure qiiesti

ma

nel caso nostro

si

rimane alquanto

incerti sul valore di

motivi tecnici.

Aspetterö che altri dia dei quesiti da me proposti migliori si che la esegesi dell'importantissimo rilievo possa dirsi in ogni sua parte sicura.

soluzioni che le mie,

(*)

per

il

A

quäle

anche latestimonianza del rilievo di Lakrateides, PMlios ha diraostrato che non esistono le supposte frange

torto fu addotta il

[Ath. Mitten, 1905, p. 197). (^) Monum. dei Lincei, Führer, IP, n. 870.

I,

(1892)

[Heibig];

cfr.

dello stesso

autore,

130

G. £.

Fig. 9.



ürna delPEsquilino (Museo Nazionale Komano).

CONFRONTI Compiuta

BTZZO

COI

MONUMENTI DELLA ClASSE

II.

cosi la descrizione di tutta la scena effigiata nella

fronte del sarcofago, e ferisca dai monumenti

il

momento

della

di

domandarsi

Classe II

(cfr.

in

che essa

sopra, p.

106).

dif-

Os-

IL

SARCOFAGO DI TORRE NOVA

serviamo, intanto, che delle nove nel rilievo di Torre

Nova

figiire

131

sicuramente

rikovano nel rilievo deirUrna deirEsqiiilino:

Demeter seduta,

qiiella

Tiitte le altre sono

riconoscibili

soltanto

(incerta e la decima),

cioe

la

tre

si

figura

di

del mystes velato e quella dello hierofante.

nuove

interamente

e diverse;

ed in maniera

svolgono anche gli atti della sacra cerimonia. Invece del rito dei vr^tfaXia, vediamo in questa classe

diversa

rilievi

si

del x^^Q^? {.ivarixog (M

sacrificio

il

;

di

sorretto, presso la ru-

avvolto in una pelle leonina, o certamente felina. II rito del STov xmSiov e effigiato in iigual modo che nel

stica ara,

dall' iniziato

nostro rilievo per la figm-a prineipale; ma accanto ad essa che Köre con le due faci abbassate, la sacerdotessa,

di abiti rituali, di

l'atto

compiere la

dell'iniziato

con lunghe «

impositio

invece

vestita

larghe maniche,

e

del mistico vaglio

»

c'e,

nel-

suUa testa

(^).

Cominciamo, perö, a fermare differenze di rappresentazione



non giä siille sono da attribuire a diquali

la nostra attenzione le

verse fonti, forse moniimentali, di inspirazione, e non possono quindi

sorprendere

— ma

sulle interpolazioni riconoscibili nel rilievo del-

rUrna deH'Esqnilino

Y iniziato, non

siede

(cfr.

la tav.

e ricoperto

VII

e fig. 9). II Ogorog,

dal vello dell'ariete,

ma

sii

cui

da una pelle

leonina: lo scultore, cioe, non ha compreso il significato simbolico di questo particolare nel monumento che egli copiava; ed ha, per cosi dire, trasportato la pelle leonina dalla prima figura a sinistra,
n modo spunto

suo,

ai

avvolge, alla seconda figura seduta ; interpetrando, dell'una con l'altra, e dando, quasi, lo

r identitä

nuovi errori dei moderni esegeti.

La

piedi dell'iniziato, fu tradotta dallo scultore in

testa dell'ariete, ai

un corno

stilizzato,

Harrison, in Journal of hellen. (^) Cfr. Pringsheim, op. cit. p. 29 sgg. Studies, XXIII (1903) p. 313 sgg. e Prolegom., p. 547 sgg. Mi dispenso dal citare le fonti giä piü volte da altri esaminate e discusse. ;

;

(^)

citate.

Basterä rimandare a Pringsheim, op. cit. p. 24 sg. e alle fonti ivi il rilievo del Museo di Torino (fig. 10), si osservi che lo hiero-

Per

fante tiene nella sinistra

il

vassoio

Nella destra abbassata impugna, in rustico, basso, inghirlandato {loc.

cit.).

Questi

con

i

modo

frutti,

strano,

fra la

i

quali due spighe (?). (sic'.j; Taltare

oenochoe

non puö essere il puteal di cui parla lo Heibig non sono riconoscibili nel disegno infedele

particolari

del Maffei, riprodotto dalla Lovatelli.

132

G. E.

avremmo monumenti

che molto gli

altri

RIZZO

stentato a riconoscere, senza

il

confronto con

superstiti.

Ne minore ignoranza dei simboli mistici dimoströ aella figiira che sta accanto a Demeter, in atto di accarezzare VoixovQog o(fic ; moderni non hanno ne ben

descritto,

ne ben compreso questa figura, e necessario esaminarla

ex novo^

e poiche

tiitti

Fig. 10.

gli



esegeti

Frammento

di rilievo

(Museo

di Toriuo).

per addivenire ad una sicura, per quanto inaspettata, interpretaMa sarä meglio fare la de-

zione di questi rilievi della seconda classe. scrizione fig.

suUa medesima figura del

11), assai piü vicino

dalle

membra

fino ai piedi

fiorenti, vestito

ed ha

alla vita, e avvolta

l'orlo

rilievo

Campana

(tav.

e fedele all' originale. E, dunqiie,

di

im chiton

VI

e

un efebo

di lana che scende quasi

adornato di lunghe frange; sul chiton, cinta r i d e le cui zampe sono, in vaga ma-

una n e b

;

IL

SARCOFAGO

DI

TORRE NOVA

133

c3

s

o

134

annodate sulla spalla

niera,

l'ascella

sinistra, si

l'altra sta libera,

e

RIZZO

E.

G.

in alto;



che un'iinghia scende presso una clamide leggera e av-

voltolata nel braccio sinistro. 11 giovinetto incrocia le gambe, insistendo sulla sinistra, e appoggia il peso della persona, lieve-

mente curvata, su sotto l'ascella e

un

di

«

bastone

»

che egli accosta e tien fermo

sul rialzo roccioso del terreno

punta

:

Schema

nello

noto dei vegliardi nel fregio Orientale della cella del Partenone^ e degli efebi o dei vecchi nelle pitture vascolari. 11 bastone su cui l'efebo

e tutt'intorno coperto e cinto di nella simile, forma, al ßccxxog (').

si

edera, Lo

appoggia

scultore

deirUrna

o

non comprese o non seppe rendere

particolari di questo ßaxxog, che nel rilievo fittile del

Terme

e

invece

con

reso

foglie di

e

insigne precisione

Museo

finezza;

i

delle

e l'im-

perizia dello scultore fu resa piü grave dal disegnatore che eseguj la tavola per la prima edizione deirUrna: onde quasi tutti gli esegeti -videro una clava su cui si appoggia la figura creduta,

Ed

perciö, di Herakles.

date

di

questi

rilievi,

e naturale che le cattive edizioni,

prima

abbiano indotto perfino il diligentissima di clava o di bastone ricurvo, che si va

Pringsheim a parlare rastremando in alto (^). Prima ho detto dell'abito fimbriato

e della

sua importanza nel rituale dei Misteri quindi potremmo giä dare un nome a questa figura, cosi ben definita da tanti eloquenti at:

(^)

Ma

Schol. Arist. Equit., 408.

qui veramente piuttosto che di un ra-

moscello {xXdSog), si tratta di una specie di tirso. che si incontra in monumenti antichi di tarda etä. (Vedili citati in Pringsheim, op. cit., p. 16 sgg.). La pianta simbolica dei misteri di Eleusi e, come ho detto, il mirto, e di raraoscelli di mirto sono intrecciati di Niinnion e in altri

miniamo non

si

O

cit.

monumenti

:

i

dalle figure nel Pinax della figura che noi esa-

« fasci » portati

ma

nel « tirso

»

possono riconoscere che foglie di edera. « Auch der p. 10 Jüngling, der mit Demeter und Köre zu einer Gruppe vereinigt ist [neirUrna], soll als Herakles verstanden werden; denn er stützt sich hier auf eine Keule. Die Campanareliefs dagegen, auf Op.

:

nach ist, geben einen langen, sich oben verjüngenden und ein wenig krümmenden Stab, [queste

denen dieselbe Gruppe dargestellt le

sono, invece,

zampe

e le

unghia della nebride, che

si

ergono dal nodo,

der eng mit Blattwerk umwunden ist: etwas ganz und ohne Zweifel [?!] ein Zug des Originals «. II Pringsheim, Ungewöhnliches per il primo, comprese che questa figura non poteva essere quella deH'iniziato, sulla spalla

e la

sinistra]

identificö

chiaramente

eleusinischen Jakchos

>>

(p.

« als

24).

die

alexandrinische [?]

Parallelfigur

zum

SARCOFAQO

IL

ma

DI

TORRE NOVA

135

osserviamo

ancora la testa giovanile e serena, tutta che sfuggono dalla larga benda, di cui essa e cinta, e adombrano la fronte, le tempia e la nuca. tributi;

incorniciata

dai

riccioli fiorenti

Essa ha veramente altri

che

il



«

giammai



Frammento

Campana

perche

io

sono

»

di

lakchos-Dionysos

iniziato



;

ne

potrebbe stare accanto alle Grandi Dee.

1'

di rilievo

figura, del resto, risale :

divini

confidente intimitä

Fig. 12.

La

caratteri

giovine Dio

in cosi stretta e

cotte

i

(Museo

!

di Eleusi).

ad etä piü antica che non le terreche mentre il Kern cercava

siciiro

nei rilievi votivi di Eleusi la figura di lakchos, egli la descriveva senza riconoscerla, e affermava nella maniera dommatica, a cui

sopra ho accennato, che lakchos Infatti nel rilievo (•)

da

manca

tra le

immagini del santuario.

lui pubblicato (^), e qui riprodotto alla fig. 12,

Athen. Mitteil XVII (1892),

p.

127,

fig.

2.

136 si

G.

vede Demeter seduta

K.

RIZZO

Köre

dietro di lei

e

e accanto

;

a questa

una figura frammentata « ein Jüngling mit langen Locken, in kurzem Chiton, über den ein Fell gebunden ist » Or a me non :

.

par dubbio che questa sia e

Campana

e

deirUrna;

la figura parallela a quella dei rilievi

nulla di piü

comprensibile che lakchos

abbia, giä nel IV secolo, preso da Dionysos l'attributo della nebride (cfr. sopra, a pag. 127, a proposito dell'osservazione dello Scholiaste di Aristofane) (^).

Abbiamo, dunque, indiscutibilmente eleusinia nei

ammesso

volte ripetuta affermazione dell'iniziato

Grandi Dee, rilievo

rimane distrutta

e

deirUrna, secondo

xaBaoaig,

^ivrjüig,

14

p.

la teoria della

tre supposti stadi

i

al cospetto delle

tripartizione

del

della iniziazione, in

E

noto, infatti, che

un luogo di Teone

sg.

e stato

costantemente in-

inoTiTsia.

Smirneo (Mathemat.

rappresentata la triade cade la tante

della seconda classe: e cosi

rilievi

[Hiller])

vocato, per sostenere codesta tripartizione, quantunque giä

il

Lobeck

(AglaopJi. p. 38 sgg.) abbia visto che il luogo di Teone non ha proprio nulla da fare coi Misteri di Eleusi. La tripartizione, quindi,

non

c'e nella fönte invocata; tanto

meno, poi, esiste nei monumenti; ammessa da moltissimi uomini dotti (^),

e se fu riconosciuta ed

Terrore

(*)

deve alle insufficienti edizioni dei

si

Cfr.

i

frammenti

pubblicati dal Rubensohn.

fittili

con figurine a

Athen. Mitteil

in

rilievi,

che sono di

rilievo, provenienti

XXI7

si

da Eleusi,

(1899), tav. VIII, 2, 3

(pag. 57: Demeter, Köre, lakchos). (^) La tripartizione h stata ammessa, oltre che dalla Lovatelli (op. cit. p. 34 sgg.), dallo Svoronos, Journ. intern, d'arch. numism. IV (1901) p. 475 e sgg.; dallo Skias "Ecprju. dQ/aioX. 1901, p. 38 sgg.; dallo Stengel, Griech,

Samter, Sibyll. Blätter, p. 69 sgg.; Dieterich, de 12 e Rhein. Museum XL VIII (1893) p. 275 sgg.; Sauer, in Berl.phil. Wochenschrift 1903, p. 1426 sg.; Harrison, in Journ. of hellen. Studies 1903, p. 313 sgg. e Prolegomena p. 547 sg. De Jong, MysterienKultusalt*.

p.

161;

hymnis orphicis,

p.

;

wesen, p. 21

samente

il

Non

e

da

altri

ancora.

Ne

dubitö

lo

Heibig

(loc. cit.) e

piü espres-

Pringsheim, come ho giä detto. h il

caso di discutere le singolarissime congetture dello Svoronos

sulle cinque parti dei Misteri, sulla figura di Herakles, dinanzi a Demeter, sal

xc(6aQfx6g

maggiore

e

minore

;

e le false conclusioni ch'egli trae dal rilievo di

Napoli, che ritiene tutto antico e completo a destra. Ha soltanto veduto bene, neiraflfermar« che le terrecotte sono piü antiche e piü degne di fede, che non il

rilievo

deirUrna.

IL

SARCOFAGO DI TORRE NOVA

137

-grande importanza per lo studio della religione greca, e meritaYano il « testo » riveduto e corretto che si offre nelle nostre tavole. *

Soggetto generale della rappresentanza figurata.

— Esaminando

:sposizione

il

rilievo

deirürna, ho aceennato alla

della pelle leonina dalla

»

prima

fignra

«

tra-

a sinistra, al

SQovog SU cui siede l'iniziato coperto dal velo e su questo Sgövog, invece, non puö e non deve stare che il vello dell'ariete, il Stov :

x(o6iov

!

Lo

scultore ha dimostrato, con questa trasposizione, la sua

ignoranza dei simboli mistici; ch'egli sapeva

^

ma

forse questo suo errore

di scolpire un'antica

tutti gli esegeti,

me

ci dice

leggenda su Herakles mystes

:

compreso, hanno parlato di questa interpre-

ovvia. Ma prima di discuterla, poiche la tradizione mitica vuole Herakles iniziato ai misteri di Agrae o di

tazione,

come

cosa

di

liberare

Eleusi, bisognerä •cioe,

zione a tali

uomo

il

campo da una

«

»

pregiudiziale

:

se.

veramente rappresentata una scena di iniziaMisteri. Di questo, infatti, si e dubitato; e da un

nei rilievi

sia

di singolare dottrina nella

scienza

antiche religioni,

delle

da A. Dieterich (0, immaturamente rapito a questi Nelle Nubi di

Aristofane

(v.

studi.

275-730), Strepsiade si preil Maestro lo fa sedere su

senta a Socrate quasi come un mista:
un sacro sedile

Strepsiade

e

si

{tsqog (SHi^inovg)^ gli da

tirato

il

una Corona,

mantello sul capo, Socrate

poiche

e,

gl'intima

E quando

silenzio sacro, ed invoca l'Aere, TEtra, le Nubi...

il

lo in-

Tita a svelarsi e a trovar l'argomento valido per liberarsi dai creditori, Strepsiade

ccQv axCd (üv

risponde

(v.

729

av

s^

smßaXoi — Da queste parole com-

seg.) ^ig

dfjT

si äTvodTSQrjTQtda ; prende che Strepsiade sta seduto su di una pelle ovina e la sottile analisi del Dieterich mira a riconoscere in tutta questa scena

yv(ojiirjv

;

una parodia

ma

di riti sacri;

catura comica dei -che Aristofane

santi

pensasse

poiche sarebbe impossibile la caiidi Eleusi, il Dieterich afferma

Misteri ai

misteri bacchici.

E

siccome

dei versi aristofanei gli richiamavano al pensiero "del rilievo

deirUrna,

egli

il

pensava che in questa

C) Rhein. Museum XLVIII (1893) p. 512 sgg.

p.

275 sgg.

;

gli

accenni

gruppo centrale fossero

e cfr.

efißgiati

Harrison, Pro-

legom.

10

138

G. E.

RIZZO

riti

bacchici (« das ganze Relief stellt Riten bakchischer M3'Stenei>

dar

»

ibd.,

;

276).

p.

Mi sembrava del Dieterich, i

necessario riassiimere in poche parole l'articolo

quäle, perö, aveva atfermato, diie anni prima, che

deirUrna

rilievi

stofane,

il

Che

riferissero ai Misteri di Eleiisi (^).

si

iramaginando

qiiella

avesse nel pensiero riti

situazione

scrivendo

e

religiosi, non v'ha dubbio

versi»

qiiei ;

Ari-

ma

poiche comuni a

puriticazione e di espiazione erano molti santuari, come ha riconosciuto lo stesso Dieterich, non v'ha qiieste pratiche di

motivo alcuno di affermare che nell'animo del -poeta fosse l'intenzione di far la parodia di questi o di quegli altri misteri.

Se in questi monumenti fossero rappresentati riti dionisiaci, non si comprenderebbe il posto che Dionj^sos occupa nel rilievo di Torre Nova, accanto alla triade eleusinia, ma in una situazione

certamente secondaria; onde io non credo possibile il dubbio che non abbia voluto effigiare riti eleusinii di un tempo, perö,

l'artista in

cui essi erano fortemeute pervasi da elementi

mi sembra una

«

orfici.

E

poiche

contrario al carattere dell'arte antica che si concepisca

sc6na di Misteri

che una singola di

l'archetipo

e

»

indeterminata, un'azione generale piuttosto

non sarä improbabile che rappresentanze figiirate abbia rappresentato

individuata azione,

qiieste

una leggenda mitologica assai nota

e

diffusa

:

quella della inizia-

zione di Herakles.

Essa le azioni

si

compie

rituali

dei

al cospetto delle stesse

Misteri,

come

si

divinitä: trasportando

praticavano

al

del-

tempo

Tartista, nel lontano passato della leggenda eroica: che non diver-

samente

fa

il

poeta dell'inno omerico a

Demeter,

riferendo

alle

sorgenti del mito tradizioni e riti sacerdotali dei tempi suoi. Non staro qui a discorrere del mito di Herakles iniziato, che e

certamente di origine attica,

scordanze in fonti numerosissime

ma

che

(^).

La

con notevoli di-

riferito

e

tradizione piü antica e piu

autorevole faceva Herakles iniziato direttamente nei Grandi Misteri

(^)

Dieterich,

De hymnis Orphicis (Marburg,

in urnae opere caelato cuius imagines

spectant

1891) ad res

vides tres quasi mj^starum gradus n etc. per tutte le questioni, rimettersi (2) Basterä,

Dettmer, De Hercule

Mythol.

p.

790

sg.,

e

attico (1869) p. 65 sgg.

nota 5

(le fonti,

ivi).

Cfr.

p.

alla

12:

« siraili

Eleusinias,

modo-

effictos-

dissertazione

Preller-Robert,

del

Griech..

IL

SARCOFAGO DI TORRE NOVA

139

laddove im'altra, raccolta da scrittori piü tardi, ricollegava questa iniziazione con la istituzione dei piccoli misteri in Agrae; e nessuna meraviglia se questa leggenda, di origine certadi Eleiisi,

mente

ieratica, conosciuta giä

dominio dell'arte del IV

trovi nel

si

tone,

alcune

attraverso

da Euripide, da Senofonte secolo,

vascolari, nelle

pitture

qiiali

come e

e

da Pia-

noi

vediamo

imiversalmente

riconosciuta la iniziazione di Herakles.

Prima citata

fra qiieste pitture, e la pelike

(^),

ma sembrami

iniziato;

di Kertsch,

piü volte

nella quäle noi troviamo Dionysos accanto ad Herakles

molto audace l'affermazione del Robert

(in

Preller-Robert, Griech. MythoL, pag. 790, n. 5) che Dionysos sia anch'egli concepito

come

iniziato

(Plat.

Äxioch. 371

Se cosi

d).

potrebbe riconoscere, anche nel rilievo di Torre Nova, la simultanea iniziazione di Dionysos e di Herakles: e sparirebbero si

fosse,

alcune

difficoltä di

Ma

interpetrazione, alle quali ho sopra accennato.

ho giä parlato dei

delfico e ctonio in Eleusi:

motivi

di

Capua,

Argomenti

di secondaria

errori dello scultore

puö vedersi nella

hydria

poli-

importanza, per riconoscere Herakles

deirUrna

potrebbero

ricavarsi

dagli stessi

(pelle di leone sul thronos,

«

clava

»

anche dal nudo della figura nel rilievo di osservindo la eccessiva robustezza del torace e del

di lakchos), e

forse

braccio.

Se

del Dionysos

splendente di grazia attica.

nei rilievi di cui ci occupiamo,

Torre Nova,

presenza

leggenda ieratica piena di simbolo, la

cui migliore espressione artistica

croma

della

l'iniziato

e

Herakles



poiche tutti gli altri personaggi dovrebbero ricercarsi nel mito delle origini dei Misteri lo hierofante e Eumolpo (^), il fondatore delle sacre cerimonie di Eleusi, a cui la stessa in Cerer.^

v.

Dea aveva insegnato Eumolpo

476). Infatti



le

mistiche dottrine (Hymn. insieme con

e rappresentato,

Ai vasi conosciuti dal Dettmer (diss. cit.), si aggiunga lo skyphos menzionato dal Pringsheim, op. cit, p. 8. Cfr. Svoronos, loc. cit , 288 sg., anche per le discussioni sul luogo dell'azione. (*)

di Brüssel, p.

(^)

Istros).

Cosi, alraeno, secondo la fönte piü autorevole della leggenda (forse Schol. Hom., 0, 366; SchoL Aristoph., Plut.,

Apollod., II, 5, 12;

1014; Tzetzes, ad Lykophr., 1328. Cfr. Plut, Thes., di Teseo e di Pylios per Tiniziazione di Herakles].

XXX

e

XXXIII

[aiuto

140

G, E. RIZZO

ie divinitä eleiisinie e con Dionysos,

essendo in esso

dubbio sulla

nomi

i

loro identificazione

Etä deirarchetipo. borata nella tradizione

come tema

ripresa,

nello skvphos di Hieron, ed accanto alle figiue, non puö cader

scritti

di

(^).



ieratica

La e

leggenda, giä largamente elapopolare e nell'arte, sarä stata

una piü svolta

€omposizione, forse pittorica,

e

naturalmente piü raffinata

da un'artista di etä eilen istica, autore

deWarchetipo, da cui derivano, con varie interpolazioni, i nostri rilievi numerosi abbastanza, per attestarci la celebritä dell'origi;

oale.

Ed

e

qiiesto

Th. Schreiber,

sandrina

e

momento

il

di discutere la teoria,

universalmente

di questi rilievi;

annunziata da

ammessa, sull'origine alesquanto essa manchi di

e per vedere

ogni solida prova, e tragga, anzi, conseguenze da false osservazioni e da preconcetti.

Lo Schreiber (XIII, 576) il

presso

mare,

che una scena fregi

(^),

prende

in cui si parla e dei misteri

di

le

di

che

da im luogo di Ateneo Eleusi, sobborgo di Alessandria raosse

ivi

si

celebravano, per aifermare

iniziazione a questi misteri e rappresentata sui

di terracotta,

i

cui modelli sono sicuramente

di

invenzione

deren Muster sicherlich [?] alexandrinischer Erfin( sind «) (^). Comincio col dire che noi sappiamo assai poco dung di questa filiale alessandrina del santuario di Eleusi ('^), e non coalessandrina

«

nosciamo quali riti vi si compissero ma, a parte tale quesito, che non puö avere grande importanza per la nostra ricerca, basta, forse, una semplice affermazione (sia pure di Teodoro Schreiber), :

per creder dimostrata l'origine alessandrina dei rilievi

Campana?

Questa classe numerosissima di opere dell'arte industriale e varia di contenuto e di forme; e va studiata con gli stessi criteri che

(») («)

le

Mus. Catal, III, E, 140; Klein, Meistersign., p. 171, etc. etc. Giä nelle Rom. Mitteil., XII (1897), avevo cercato di reagire contro

Brit.

note teorie dello Schreiber, e avevo volto

Cfr. ora Cultrera,

p.

Saggi sulVarte

C) Schreiber, in 310. (*)

Cfr. Preller,

Verhandl.

Demeter

u.

eilenist. e

il

mio pensiero

all'Asia Minore.

greco-romana (passim).

der 40. Philologenvers, in Görlitz,

Persephone,

p. 42, n. 23,

1889,

SARCOFAGO DI TORRE NOVA

IL i

«

rilievi

ellenistici

»

e

neo-attici «, quanto alle fonti d'inspi-

«

i

141

razione e ai luoghi di derivazione e di produzione:

rilievi

marmorei, alla medesima conclusione

rilievi

tittili.

stenitori

Heibig Molto isiaco

fra'

alessandrina,

delle

e parlato

Campana

(tav.

ma

VI)

lo

diritte quelle

«

di

ciuffo

deirUrna; osserviamo, spighe sono

le

:

sei, tre

sorgono dai capelli forse troppo

vigorose e diritte. Nelle terrecotte, dunqiie,

deirUrna, che

e lo scultore

mo'

a

disposte

spighe

per ciascim lato (alcime spezzate),

ciuffo

il

non

isiaco

non

c'e

era

un'artista, piantö povere spighe sulla fronte, e ad Iside non pensava,

come non pensava



lore di altri simboli,

abbiamo

lo

visto

!



al ^lov

xmSiov

e al

da lui trascurati. Se poi osserviamo

la

va-

sem-

ancora classica della testa di Demeter, nel rilievo di Torre

plicitä

Nova,

i

Pringsheim. si

perö, la figura nel fregio

davvero;

principalmente,

qiiali,

sulla fronte di Demeter, nel rilievo

'•,

dei

deve arrivare per

si

veniamo agli argomenti singoli addotti dai so-

dellorigine e il

ad alcuni

Tescluslya origine alessandrina

sembra insostenibile

Ma

e se

e

il

raraoscello di mirto

seremo piü ad

nemmeno

noi pen-

Iside.

Si e osservato che

neH'ürna

che la cinge,

i

veli delle figure di

Demeter

e di Köre,

senza motivo agitati: troppo e vero! Ma questo particolare forse non c'era, perche nell'archetipo non c'e affatto nel rilievo di Torre Nova; sarä probabilmente derie nelle terrecotte, sono

e

vato da una copia intermedia, e ad ogni di un gusto diverso e di un'arte piü tarda,

modo

ma

poträ esser segno non so perche debba

essere testimonianza dell'origine alessandrina. II

Chitone

firabriato

di lakchos accennerebbe anch'esso alla

medesima

derivazione, perche le frange sono proprie del costurae egiziano: ma noi abbiamo giä visto che le frange sono rituali e

simboliche per le divinitä ctonie

di

(iscrizione

Andania, chitone

fimbriato delle Erinni).

La forma sembrano

allo

e la decorazione

fosse vero, la parte

Ed anche

squame

ornamentale deirUrna

con l'origine artistica del rilievo; derivare da altri modelli.

tenuto indizio

a

del coperchio

Heibig della stessa provenienza:

il

e

ma

deirUrna

anche

se ciö

non ha nulla da fare

indipendente da esso, e'potrebbe

movimento della

testa

di

Demeter

e

alessandrino, senza riflettere che nella

stato

ri-

hjdria

142

G. E. RIZZO

attica

di

Köre:

questo sembra a

tico,

e

per

ma

Ho »

in iigual

me un motivo

riunire nell'azionele

aü'altra,

denza

Cuma, Demeter volge

modo

la testa verso

d'arte, relativamente an-

varie figure poste

Funa accanto

concepite idealmente come in im gruppo.

insistito

nella

confutazione, perche

in questi rilievi,

in

ordine

alle

il

«

limite di confi-

conseguenze che se ne

posson trarre per la storia della religione, sta appimto nel sapere che nel loro archetipo erano effigiati riti dei Misteri di Eleusi, e non di Alessandria.

Questo archetipo e certamente di etä postclassica o ellenistica, che dir si voglia; ma non sappiamo quäle sia il suo paese d'origine. La copia che noi ne possediamo nel rilievo di Torre

Nova

probabilmente eseguita nell'Asia Minore; ma ogni questo tema deve ritenersi impossibile. Sara, piuttosto, da vedere se non sia possibile congetturare e stata

altra congettura su

quäle fra le copie possedute

si

avvicini di piü all'originale. 11 con-

il sarcofago di Torre Nova e essendo TUrna, per tutte le ragioni esposte, non

fronto non puö essere fatto che tra i

rilievi fittili,

solo piü tarda di questi,

ma

interpolata e di scarso valore.

Sem-

brami pertanto provato che questi rilievi mostrano sicure impronte di una posteriore rielaborazione stilistica, negli abiti e negli attributi delle figure comuni alla prima e alla secouda classe da me stabilita. Ne a ciö soltanto si limita questa rielaborazione, ma si

estende anche ai tipi e all'azione dei personaggi rappresentati, essendo molte e notevolissime le varianti, fra i rilievi delle due classi.

E prima

di tutto, sarebbe desiderabile sapere quali di queste

come era rappresentata neir archetipo. Chi guardi al simbolico serpente e al gesto carezzevole di lakchos, nei rilievi fittili e neirUrna, dirä forse che il mo-

copie

ci

conservi piü fedelmente la triade,

vimento della testa dei serpente la triade, quindi,

nale, nei

sia piü

monumenti

e preordinato a

organica,

e perciö

piü

quel gesto, e che vicina all'origi-

della classe seconda: e sembrerä, forse, piü

natural* e piü consono con la leggenda lo sguardo di Demeter rivolto con amore e quasi ancora con ansia alla figlia, della quäle lakchos

ha occupato il posto nel rilievo di Torre Nova. Ma questo sguardo non disconviene al Scci^wv di Demeter, che nella varia tradizione mitica e anche chiamato

figlio

della Dea. Certo e che nel sarco-

IL

SARCOFAGO DI TORRE KOVA

143

fago la figura di lakchos e rappresentata ancora nel tipo classico, e

€he nella medesima scena dunqiie,

ma

i

c'e

pure Dionysos: in questo

l'uno accanto all'altro, distinti,

originaria. tica

»

rilievo,

due mistici personaggi divini non sono ancora confusi, Nei

come nella concezione

abbiamo, invece,

rilievi fittili

iina figura

religiosa «

sincre-

in quel Dionysos-Iakchos, la cui testa e piü simile ai tipi di

un Dionysos giovine, che a quella dei daimones eleusini (tipo dell'Eubouleus ecc). XUvov, che e maggiormente impotrebbe anche essere un indizio di piü

II rito della purificazione col

pregnato di elementi orfici, tarda interpolazione o di una contaminaiio

due

fra

originali ri-

Ma alle producenti ^tato delle nostre conoscenze, non e lecito abbandonarsi ad inutili scene di Misteri,

con diverse forme di

congetfcure; e solo depo la scoperta di altri

riti.

monumenti congeneri,

potrebbero trovar facile soluzione quei dubbi, che ancora necessariamente linaangono nella esegesi da me proposta.

II piccolo sarcofago appartenne ad un giovinetto iniziato: e «redo sicura questa afferraazione per molte ragioni, che non sono soltanto dovute al significato della rappresentanza figurata in se stessa.

E

noto che

erano

giovinetti e le giovinette di nobile famiglia ateniese,

i

iniziati

con

rito

{fxvrid^svTsg,

fjLvr]d^€T
innalzare ad

essi,

ci

stände presso l'altare

speciale,

acp' idriag) (^);

e

che

era

costume

sono rimaste molte basi inscritte

(^).

Una

di tali statue

— certa-

mente ben nota ed apprezzata nellantichitä, perche piü volte

— prodotta

di

nel temenos di Eleusi, statue votive, delle quali

noi la conosciamo, grazie alla felice intuizione di

ri-

un

archeologo egualmente dotto e geniale, che ne ha con sicurezza identificate quattro copie, intere o parziali, di etä romana(^);

questa statua di un giovinetto inivestita di un semplice chitone corto e discinto, non dis-

€ notiamo, di sfuggita, ziato e

che

simile, tranne che per le maniche, *

(^)

Vedi

i

libri citati sopra, a p.

da

quello

108, n. 2, e la

che indossa la

Memoria

fi-

del Foucart,

piu volte citata. (^) Elencate dal Pringslieim, op. cit., p. 118. in Ätti d. Pontif. Äccad. romana di archeologia, (3j Amelung, p. 115 SS., tavv. IIMV.

1905,

144

G. E.

RIZZO

gura tipica di lakchos. Simili al dio giovinetto l'arte rappresentava qiiesti iniziati allaltare, che nel mistico drama servivano come-

daduchi

Or

(^).

e noto

che nelle scene mitologiche scolpite sui sarcofagi

di etä imperiale

romana, uno dei personaggi rappresenta spesso

morto, in relazione col nel rilievo

effigiato

e

;

simbolico

del

il

niito

generale che talvolta la testa di questo personaggio significato

riproduce le sembianze del defunto; tal'altra, nei sarcofagi tenuti pronti per la vendita, essa e appena sbozzata, per essere adat-

im qualsiasi

tata ad

ritratto.

Chi pensi anche a quest'uso, non riterrä improbabile che nel

Nova

sarcofago di Torre al

daduco

giovinetto

la figura di

sacra

nella

'

cc(f

€a%Cag, di cui la piccola arca

lakchos accanto all'ara alluda

marmorea

nmg

al

cerimonia,

raccolse

fxvrjx^slg:

le

spoglie:

mortali.

RILIEVI DEGLI ALTRI TRE LATI (TaV. III-IV).

I

Che

altri lati

gli

del rilievo scolpito siano fra di loro in in-

tima relazione per comunitä di caratteri stilistici, lo abbiamo giä. veduto e che questa unitä sia anche da riconoscere nel soggetto, ;

spontanea affermazione. Piü esattamente questo soggetto e scoprirne e facile

e

riesce

difficile

le relazioni

riconoscere-

con qiiello del

lato principale. II

centro della

donne

dalle

tuito

rappresentanza figurata, e certamente costiaddolorate sedute suU'ara (tav. III), poiche

questo gruppo ferma, a prima vista, la nostra attenzione, e ad esso si riferiscono le « azioni » delle altre tigure. L'ara di forma alluu(*)

Questo

h lecito

desumere da un documento molto importante per

storia delle religioni antiche, fatto

conoscere

dal Preller,

in Philologus,

la I,

Trattasi di una confessione di S. Cipriano, vescovo di Aritiochia,. che ebbe il martirio probabilmente sotto Diocleziano. Egli conobbe assai

p.

349

presto

SS.

i

riti di

diverse religioni:

non ancora compiuti

ziato ai Misteri di Mitra, a dieci anni a quelli altri: %ti S>y

niv^og x

dixa

t. X.

hdv

iif^&oi6xr]aa

Acta S. S. VII,

ultime parole citate:

il

Preller

rfl

p. 222.

JrjfxriXQtf

II

di

i

sette anni

Eleusi;

xccl

rf}g

fu

testo h certamente corrotto nelle

eraendö ikevaiviov, al posto di Xevxöy;

non sembrami emendamento sicuro.

ini-

dopo, a molti KÖQtjg rö kevxöi^ e,

nia.

IL

gata

e

bassa di

pvofili

SARCOFAGO DI TORRE NOVA.

bende

adorna

architettonici assai semplici, e

pesanti festoni di foglie di lauro, plice giro di

145

di lana, per

alle estremitä

stretti

mezzo

delle quali

da un

essi

di tri-

sono ap-

pesi alle corna di una testa di bue, che sta nel mezzo, e di teste di ariete, ai

due angoli:

estremitä delle bende sono lasciate

le

bere, contribuendo alla decorazione della fronte dell'ara.

li-

Nel campo,

sono scolpiti « rosoni « a qiiattro foglie. Lo stile dellornamentazione non e diverso da quello delle are rotonde di i

sopra

festoni,

Die röm. Grabaltäre,

etä ellenistica (Altmann,

Fig. 13.



Frontone est del sarcofago delle

(Museo

«

p. 21).

Piangenti

».

di Costantinopoli).

Snll'ara siedono, l'iina contrapposta all'altra, due fanciulle in

mestissimo atto di dolore e sottili, che

;

da libule a bottone,

riuniti

vestite di lungo chitone a pieghe spesse

forma ampie maniche e calzate

fino

al

di scarpe

gomito, con gli tutte chiuse.

orli

L'una

appoggia la testa siilla mano sinistra socchiiisa, e guarda verso un punto ignoto e lontano; l'altra, piü mesta, reclina la testa sul seno, e lascia

cascar le braccia incrociate sulle ginocchia;

i

suoi

piedi poggiano sopra un masso squadrato che sta accanto all'ara. lo non conosco esempi di donne addolorate, scolpite su

sarcofagi, delle

«

oltre »

famoso sarcofago di Sidone, detto desidero, perö, far notare che questo confronto»

quelle

del

Piangenti che primo mi si affacciö spontaneo, nel cenno descrittivo da dato neue Notizie, non ha che un semplice valore tematico, :

me li-

146

G. E. RIZZO

mitato, cioe, al concetto di

adornare l'arca funebre con

delle donne addolorate: che ogni altro

avvicinamento,

le

figure

sia per la

composizione che per lo stile, non e natiiralmeDte possibile. Perö il motivo delle « piangenti » contrapposte e noto nella

anche nello stesso sarcofago di Sidone, e precisamente nei rilievi dei due frontoni. Non diverse sono, nello schema della composizione, le donne addolorate del frontone est (fig. 13), sedate e contrapposte (quella di destra piü in basso, per le ragioni di spazio, in ordine alla linea discendente arte greca; e noi lo ritroviamo

del frontone)

e

:

quelle del frontone ovest

Fig. 14.

•di

destra,



(^),

nel quäle la figura

Statue funerarie (Museo di Berlino).

sotto l'angolo del

timpano,

risponde

tralasciare

questi due

che



per seguire

frontoni,

le altre,

il

tema

della

vediamo una terza

la quäle volge lo sguardo

linea

quasi

linea, alla fanciuUa che sta seduta a destra, sull'ara.

E non

composizione figura,

alle



per e

da

che in

meno addolorata

due piangenti:

e

lo

stesso motivo si ripete nel rilievo del sarcofago.

Ovvio

Museo (*)

€ VIII.

e

pure

il

confronto con le due Piangenti Sabouroff del

di Berlino, sedute contrapposte,

non giä sull'ara

ma suUa

Th. Reinach et Hamdy-Bey. Une n^crop, royale ä Sidon, tavv. VII ma figura e ricavata da fotografia espressamente eseguita,

La nostra

in condizioni di luce

poco favorevoli.

IL

tomba

(flg.

secocdo

il

membri giacciono

ciii

i

famiglia,

14). Sono,

SARCOFAGO DI TORRE NOVA

147

Furtwängler

nel sepolcro

schiave della

(^),

dimostrano

e tali le

;

lunghe maniche streite al braccio, e i corti capelli ma per le fanciuUe del sarcofago di Torre Nova non e possibile ima simile

le

:

interpetrazione.

Diverse nella composizione, ma simili nell'idea inspiratrice e nella concezione artistica, sono le piangenti della piccola metopa, del Miiseo di Atene

(^),

che appariiene, senza diibbio, ad im mo-

niimento sepolcrale del secolo IV av. Cr. E non mancano altri confronti, se dall'esame del gruppo scendiamo a quello delle sin-

donna addolorata

gole figure: la

coütinuazione del tipo della

«^

destra

di

Penelope

»

(^).

lorata di sinistra, io non conosco, nel ciclo di

abbiamo

attinto gli altri confronti,

ma

diretta relazione; sull'ara,

e

e,

('*).

invece,

netta

per

la direzione

per

non presentarsi berini

il

al pensiero

il

nello Schema,

e,

Per

differenza si

supplicante

di essa, lo scompiglio

e

modo

della figura verso sinistra, non puö

confronto con la

«

Bar-

perche profonda

;

nella azione delle due figure: la giovirifugiata

sull'ara,

e

tutto

direzione

al

quäle

degli

della

»

Supplice

dello sguardo parlano dello spavento e

in

stesso in cui essa sta seduta

la

figura del

al quäle

una figura da pon-e con essa

e

ancora in preda,

donna addo-

monumenti

Confronto, perö, semplicemente formale la

la

una

abiti

sua fervida preghiera

il

movimento

della

testa

e

essa e stata ed e agli

Nella

Dei.

sarcofago abbiamo, invece, un umile e raccolto atto di

(^) Furtwängler, Sammlung Sabouroff, tavv. XV-XVII e testo relativo. nostra figura deriva da una fotografia espressaraente eseguita le due Statue furono spostate e messe di profilo. Ringrazio il dr. R. Zahn, che volle

La

:

procurarmi queste fotografie. C) Wolters, in Athen. Mitteil., XVIII (1893), p. 1 ss., tav. I. e p. 17 s. (») Studniczka, in Ant, Denkmäler, I, tavv. XXX e XXXI, Cfr. Joubin, La Sculpt. grecque, etc., p. 200 s. Giova ricordare che questa

una stele sepoltipo assai diffuso nell'arte greca, che ritroviamo piü volte nelle stele attiche e fin nelle terrecotte ellenistiche. Cfr. per uno sguardo d'insierae

in origine era scolpita in rilievo, e decorava, senza dubbio,

crale

:

Topera citata sulla necropoli di Sidone, p. 244 s, E per il resto, Sittl, Gebärden, p. 74. Cfr. anche per altre stele con donne piangenti, Jahrb. d.

XX

[1905] p. 54, fig. 9, e tav. VI, 1 ecc. Friederichs-Wolters, Gipsabgüsse, n. 498. Cfr. le interessanti osservazioni di W. Amelung, in Atti della Pont. Accad. Rom. di Archeol., 1905, ^ p. 121 ss.

Inst.,

,

;

(*)

.

148

RIZZO

G. E.

dolore

simile e soltanto

motivo artistico

«

»

di iina giovinetta questo mi sembrava interessante il confronto con un moniimento che si puö dire iinico (^). :

seduta

siiU'ara;

il

solo

e

per

Dal gruppo centrale, che e senza dubbio non ostante l'esecuzione alquanto dura

lascia facilmente

ci

risalire ai prototipi,

veniamo all'esame

figure che stanno attorno. Presso Tara, sta seduta su di cioso, il

una donna

confronti sono da ricercare

quali la rappresentanza

(^);

non

presso la

e possibile

cipalmente la stele di jiaia (Conze, Att. cui se non e simile

bambino

la

della

figura

al seno i

delle stele sepolcrali, nelle

campo bambino e

roc-

ed anche per questa figura,

;

nel

del

noto motivo di predilezione

pur

delle

un masso

una madre che stringe

di aspetto maturo,

suo bimbo tutto nudo e ricciuto

nuova

di severa e

e stentata, che

bellezza,

madre

n.

Grabreliefs,

donna, e

un

e

ben

non ricordare prin59),

perö molto

in

affine

nudo che, poggiando a terra appena la si dei piedi, punta stringe al seno della madre. Chiude la scena, a sinistra, un tronco d'albero, nudo e triste quella

del

tutto

;

e dall'altro lato,

suUo spigolo

sta diritta, con

la

mano

destra aperta poggiata

dell'ara, e la sinistra dietro la schiena,

vestita di chitone con

e di

apoptygma

alla parte inferiore della persona

:

e

una giovinetta,

himation ravvolto intorno

guarda intensamente verso

le

due addolorate sedute sulFara.

Ma C

lato

questa figura sembra

(tav. IV,

1

;

e figg.

coUoquio, con atteggiamento

come staccata

15 di

e 16), che

cosi

viva

dalle

due del

altre

sono rimaste in sereno

naturalezza

di cosi

e

fresca leggiadria, che noi sentiamo trasfuso in questo rilievo quasi

tutto

ma

ringenuo sapore dell'arte attica. AI che contribuisce non solo l'esecuzione,

anche

(^)

la conservazione migliore

assai piü accurata, che nel lato B, nel quäle la

Della Supplice Barberini, originale greco della metä del

V

secolo,

conosciamo soltanto una mediocre copia, nel Vaticano (Galleria delle Statue, 393). (^)

Cfr.

esempi da

lui

Holwerda Jun., Die Att. Gräber der Blütezeit, addotti

il

aggiungi principalmente per Grabrel. nn. 290, 338, 462. Cfr. poi Weisshäupl, Die Anthol, p. 85 SS.

p.

159

s.

e agli

nostro confronto, Att.

Grabged.

d,

griech.

IL

SARCOFAGO DI TORRE NOVA

149

erosione della superficie ha

guastato specialmente le facce delle che che fanno, codeste misteriose fancialle? lo dicono, figure. non starö a descriverle minutamente, che ben le mostra la tavola.

Ma

Comuni con

le altre

ha sandali

lato

del

B

sono gli abiti (solo la fanciulla



piedi), simile l'acconciatura dei capelli; ed ugiiale, cioe dello stesso tempo e scuola, e la fönte di inspirazione artistica. Chiara e di per se l'azione delle due persone che sediita

ai

stanno a conversare; sta negli attributi

ma

l'enigma insolubile

— almeno

me

per



da cui esse devono, probabilmente, essere de-

signate.

La

faciulla seduta tiene

nella

mano

sinistra

im

abbassata

non sembra, per dirla in termini propri, che oggetto, un grande cucchiaio. Sara probabilmente im fjdimog (colum)^ supil

quäle altro

ponendo tralasciati, per esigenze di tecnica, i forellini del fondo ma fonna risponde quasi esattamente ad esemplari di questo arnese, ;

la


Musei

L'altra fanciulla

(').

tiene

nella sinistra

un

piccolo oggetto rettangolare, che ha nella parte superiore una specie di appiccagnolo tondo: e dalla forma, dalla grandezza, dal modo

€ome

l'oggetto e tenuto

lo schizzo a fig.

(cfr.

17), io

non saprei

pensare ad altro che ad un piccolo diptychon^ ad una tayoletta pugillare; poiche di uguale forma e di piccole dimensioni sono gli

esemplari conservati, e noi sappiamo che

mano

nella

sinistra (Ovid.,

Metam., IX,

v.

tenevano appunto modo reso, con

si

521), nel

non molta maestria, dallo scultore del sarcofago (^). Anche l'azione dei due efebi del lato D e resa chiaramente dalla figura (tav. IV, 2). Quello seduto e uguale, nella mossa, ad una delle fanciulle addolorate del lato B ; l'altro con la testa ap-

poggiata sulla

mano

destra,

aveva

le

gambe

incrociate

sotto le ginocchia; conservato Tattacco del piede destro).

fi

(rotture

vestito di

Chiton esomide cinto alla vita; ha una piccola clamide buttata sul braccio destro. Nel mezzo sorge un albero di iico, dal tronco

<;orto

(*)

p. 177,

;

Cfr. per es. quello di Nocera, in Bull, archeol. napolit., III (1857),

Schumacher, Bronzen

e

(^) II

ha

le

p.

101

dimensioni SS.

«entati in

Borbon.,

v.

Carlsruhe, tav. XII, 9-14 ecc.

pugillare di avorio di Gallieno Concesso, di

m. 0,06

X

0,19. Cfr. Bull,

Uguale perfettamente al nostro per la forma, una pittura pompeiana, riproducente oggetti I,

12.

trovato neH'Esquilino,

della Commiss. Ä/unic, 1874, e

uno

di quelli rappre-

di scrittoio, in

Museo

G. E. RIZZO

15)

contorto, con cinqiie grandi foglie. Dagli atteggiameati delle persone e

del volto, chiara riesce l'espressione di dolore, e la correlazione

di questo rilievo con quelli dei lati

Or

molto importante il fatto che per l'esegesi e



FiG. 15.

pianto noi qiiello



B

e

sarcofago

iin

di queste scene di

esempio, di

C.

ed ha certo

Testa di una giovinetta

abbiamo im

stesso



(cfr.

significato notevole

cöUoqiiio e di

tav. IV,

assai vicino,

e

com-

1).

forse

Sidone, nel quäle abbiamo

unico,

trovato

in i

gruppi delle piangenti sediite, nei due timpani. Infatti sulla « balaustrata » che si innalza sui rampanti dei medesimi frontoni, sono scolpite tre scene (la qnarta e perduta), che brevemente descriverö.

Nel frontone ovest {Necrop. royale, tav. VIII), a sinistra, e un colloquio fra due persone sedute; e in quello est (ibid., tav. VII),

SARCOFAGO DI TOKRE NOVA

IL

diie

di

uomo seduto

gruppi di un



altro

in

atto di mestizia, al quäle

ciuTato nella persona, con una

im masso, con

Fig. 16.

le



151

gamba

alzata

e

braccia appoggiate snl ginocchio

Testa di una giovinetta

(cfr.

poggiata



tav. IV, 1).

im sii

rivolge

'

I due gruppi sono, si puö dire, identici, tranne qua! che nei gesti: e sono, naturalmente, contrapposti. Variante leggera la parola.

Da

quello di destra, che qui riproduco da una fotografia diretta (fig. 18), e dal confronto con quello del frontone ovest, efacile

vedere

questi rilievi

Torre Nova.

che

il

«

tema

rispondono

"

e le

linee

della

a quelli dei lati corti

composizione

dr

del sarcofago dl

152

G. E.

Con

campo

FiG

tutti

confronti

questi

dell'arte funeraria.



17.

Mano

FiG. 18.



obbiettivi, noi

Anche

i

gesti,

una giovinetta, nel

di

nerale delle singole

RIZZO

fignre,

ricordano

non

usciamo

oltre che lo

rilievo

qiielli

C

(cfr. tav.

tipici

Particolare del sarcofago delle

«

dal

Schema ge-

IV,

1).

delle scene di-

Piangenti

n

(Museo di Costantinopoli).

pinte nelle lekythoi blanche e in altri vasi greci e italioti o scolpite nelle stele attiche (^). E poiche Tara del lato B e certamente ;

un'ara funebre, (')

op.

cif.,

Vedi p.

99

i

s.

sarä

lecito

numerosi [per

i

esempi

congettiirare diligentemente

vasi]; e p. 182

s.

che

la

raccolti

[per le stele].

rappresentanza dallo

Holwerda,

IL

scolpita nei tre rilievi

si

recinto

iiel

tomba: che

prossimitä della

in

svolga

non puö mancare

l'altare

153

SARCOFAGO DI TORRE >OVA

sacro alla Morte,

altari

e

erano coUocati negli stessi monumenti sepolcrali (0Sembra, dunque, che niente altro esprimano questi rilievi che scene di compianto siiUa tomba; e Tinterpretazione non dovrebbe essere diversa da

sarcofago

quella generalmente data alle Piangenti del e della piccola metopa di Atene: interpreta-

Sidone

di

quasi realistica, che potrebbe anche arrecare qualche contribiito alla nota questione esegetica delle stele direi

zione, cioe, obbiettiva,

sepolcrali



non mancano in che visitano

di persone sacri riti Stele

certamente

Se^ioaaig e delle

ficato della

stele

Ma

(*).

espiatorii,

— «

e

qualunque possa essere

scene

congedo

»

il

signi-

nelle

scolpite

esse, come nelle lekythoi, rappresentanze le tombe e accanto ad esse compiono i

addolorate

o

di

seggono

sui gradini, presse la

(3).



oltre che Comiini attributi dei personaggi in tali scene, sono ramoscelli corone e teuie, ed anche vasi di varia forma per le



lustrazioni e per le libazioni

(^).

Da

riti e

questi

da queste rappre-

sentanze figurate, potrebbe venire qualche luce, per comprendere Tatto compiuto dalla fanciuUa seduta (lato C) e lo strumento che essa tiene nella mano sinistra. Per non dilungarmi, io accennerö o al valore simbolico antichissimo di tutti quei « vasi arnesi consimili che servono, generalmente parlando, a vagliare, a separare le parti buone da quelle meno buone di una stessa materia: »

appena

insomma, a purificare

(*)

Cfr.

(^)

La

(^).

Che

tale sia

Altmann, Rom. Grahaltäre, p. 1 Holwerda, che in tutte

tesi dello

non debbano mai vedersi rappresentate persone

anche

colum

del

l'uso

ss.

le

scene

scolpite

nelle

stele

dello Hades, e che esse siano

«oltanto scene realistiche delle visite alle tombe, h certamente eccessiva, anzi assurda.

talvolta

Ammetto pero che

i

«

simbolisti » abbiano

voluto

vedere

sempre persone morte e le allusioni alla vita dello Hades, anche quando il confronto con alcuni motivi delle lekythoi rende inevitabile l'interpretazione le

obbiettiva.

Gli esempi sono stati raccolti dallo Holwerda, op. cit., p. 183 ss. () Conze, Att. Grabrel, 805, 810, 811, 1108 ecc; e confronta gli «sempi numerosissimi addotti nell'op. prima cit., p. 110 ss. e p. 186 s. (^)

{•)

Rimando

all'articolo,

della stessa autrice, p. ijxivov ecc.

518

ss.,

giä citato,

per

della Harrison, e ai

tutto ciö che

riguarda

il

Prolegomena Xlxyoy,

11

il

x6-

154

G. E. KIZZO

che esso possa essere stato adoperato nei riti funebri e esso abbia anche avuto un alto va(^); ma che

e

(rj&fiog),

chiaro di per se

Harrison, e a quanti si occuparono della qiiestione del Uxrov, io lo desumo dal fatto che rjx^/noi di bronzo si sono trovati nelle tombe antiche : un esemplare intatto, alla

lore simbolico, sfuggito

per citare una scoperta recente, e stato trovato da P. Orsi in un e non credo si possa sepolcro siculo-greco di Licodia Eubea (^) obbiettare che un colatoio deposto nella tomba faccia parte del ;

corredo di oggetti d' Ornamente e di uso personale, seppelliti insieme col defunto. Bisognerä credere che esso sia un simbolo di purificazione, o

un arnese

rituale del culto funebre

e l'altra spiegazione la differenza

Ma

in questi rilievi

e possibile scorgere

mento ideologico con

la

:

e fra l'una

non sarebbe grande.

un intimo GoUega-

rappresentanza dei Misteri del lato

prinquello che altri, forse, vedranno meglio di me; io devo soltanto confessare che parecchi tentativi di interpretazione sim-

cipale?

E

mitologica, che

bolica

appena

affacciatisi al pensiero

mi

sem-

uno depo l'aitro, appena da me di al un'analisi, che non dava ad essi ne solida sottoposti rigore documentazione, ne sicura forza di convincimento (^). bravano accettabili,

(*)

Per

sono caduti

forme ed usi dello

le

r]d^[M6g,

cfr.

naire des antiq., ad voc. «column. Cfr. anche

il

Darember^ Thesaurus

et Saglio, Diction-

dello Stefano, advoc«

w^d-fzögn. Dai luoghi quivi citati si apprende che esso era alcune mato xöaxtvoy /«Axoö»'; e abbiamo poi, viceversa, uno axoivipog iiidicare una specie di xdaxivov (vSchol. Aristoph., Equit., 1147). di

questa promiscuitä (^)

Rom.

{^)

Ad una

Mitteil.

E

per notevole

materiali, di uso ed anche di nome, fra' due arnesi.

XXIV

(1909), p. 63,

4.

fig.

spiegazione, che in principio

mi

attrasse e

mi sembro con-

rapidamente, anche per l'autoritä delParcheologo, a dovuta. Fr. Hauser, dopo aver letto la raia relazione sommaria

vincente, accenno cui essa h

volte chiafj&[x6g,

qui

delle Notizie, e vista la piccola figura

sarcofago, presso di me,

mi

scrisse,

ivi

ed una fotografia del mia attenzione sul luogo non. iniziati che nello Hades

pubblicata

richiamando

la

di Piatone (Gorgias, 493 B), in cui si parla dei of rot dSkLiorcctoi, up elev ol ä^vrjxoi, xal . portan l'acqua con un crivello nlr^ov xbv sig (foQolev texQrjfjiivov v&cdq et^qm roioHia xexQr}fj,evio xoaxivta xrA. Or la fanciulla seduta del lato C porterebbe, secondo lo Hauser, un xoaxit/ov; :

.

.

'

e cosi tutta la solati,

scena svolta nei tre rilievi rappresenterebbe gli d/Ävr]xoL de-

in opposizione alla scena della iniziazione ai Misteri.

Osservo che

il

luogo di Piatone (che non

filosofo parla degli duißrjxoi nello

Hades: per

es.

perche altre volte il Phaed., 69 c) e in intima cor-

e isolato,

SARCOFAGO DI TORRE NOVA

IL

155

lo torno, per conchiudere, aH'esame stilistico delle fanciulle sedute sulla funebre ara e delle ligiire che le circondano. II sar-

cofago delle Piangenti, al quäle spesso ci siamo richiamati, e cer-

tamente nobilissima opera di arte attica; le PiaDgenti Sabouroff provengono da Menidi in Attica, e im'altra statua siraile fu trovata

ad Atene, presso una tomba (^ fu scoperta presso

ma

anteriore,

nelope

e la

»

di

la

«

Siipplice

«

nel rapido esame

Wolters

ad Atene; ad im periodo appartengono la * Pe-

attica,

Barberini; e all'arte essenzialmente attica delle

e

illustrata dal

metopa

Adriano

a sciiola egualmente

delle Stele sepolcrali fronti,

Stoa

la

;

lekythoi abbiamo attinto altri con: un chiaro

fatto dei tre rilievi del sarcofago

ricordo di stile attico c'e negli abiti e in tutte le forme di queste

Hades {Accioch. 371 E; Republ. II, 363 i)), la cui figurazione nell'arte vascolare ä nota (Anfora di Monaco, Baumeister, Denkm., III, fig. 2040). II x6axivov xerqrjfjievov del luogo di Piatone e certamente un cribrum [nXeyficc ex axolvoyv, Poll., VI, 74), che ha lo stesso relazione col mito delle Danaidi nello

significato

delle

Danaidi portan

hydrie sfondate o bucate {i&QBiai äteXsig), con cui le l'acqua nel pithos, anch'esso sfondato. Sul valore simbolico

di questo mito, cfr., fra gli altri, Harrison, op. cit., p.

616

ss.

Amraettendo la ingegnosa congettura dello Hauser, bisognerebbe supporre il luogo dell'azione nello Hades e quando seguivo questa idea, e mi lasciavo quasi sedurre da essa, ero andato molto piü innanzi; ed immaginavo che non fossero tutti äfxiirjroi i personaggi rappresentati; e che le due ;

figure del rilievo C, insieme con quella a destra nel rilievo B, fossero le Moirai. Infatti, la presenza delle Moirai (x^öyvat) nello Hades non avrebbe nulla di strano (cfr. Hymn. OrpL, 43, 7); e il loro aspetto giovanile e gli abiti converrebbero al tipo di queste divinitä (Puteale di Madrid, piü recen-

temente in Einzelverk.ww. 1724-1729; e cfr. in generale, per le Moirai nell'arte, Röscher, Lexikon, II, 2, 3093 ss. Per le relazioni tipologiche con le Muse della Base di Mantinea, vedi ora l'arditissima ipotesi dello Svoronos, Athen. Nationalmuseum, I, p. 209). Converrebbe ad una Moira anche il pugillare che tiene nella mano una delle figure del rilievo, perchö volumina e tavolette da scrivere sono attributi comuni delle Moirai. Ma allora che cosa sa-

rebbe l'oggetto trebbe pensare e sicura

lotta

creduto ^.^^d?) tenuto dall'altra supposta Moira?

6,

2;

cfr.

(Apollod., del Röscher, in Philologus, N. F.

höfer, in Jahrb.

I,

si

po-

d. Inst.,

Paus., V, 18, 2, e V, 20, 3, con I.

[1888], p. 703

Athen. Mitteil.,

ss.

e del

il

Milch-

VII, 207). Propongo queste congetture allo studio

altri. (^)

E

le

coi Giganti

commento degli

(il

— considerando anche la forma non perfettamente determinata — ai /«Axe« QdnaXa, di cui Moirai erano armate nella dell'oggetto

X

(1885), p. 404, n. 3.

156

G. E. RIZZO

figure. Osservo ancora che se il rilievo del lato principale ha diverse e piü tarde fonti d'ispirazione, non estranei sono ad esso gli

elementi dell'arte attica, specialmente nella figura di lakchos. E il soggetto non e forse in intima relazione col pensiero re-

tutto

ligioso di

E

Atene?

la tradizione della

grande

sciiola,

che continiia

e si

afferma

che sarä, d'ora innanzi, documento importantissimo

in quest'opera,

per la storia della religione greca, e per la sopravYivenza dell'arte attica in tardi tempi.

EXCÜRSÜS.

costume

II

il

e

artistico dello hierofante.

tipo

(Fig. 19 e tav. V, n.

Qiiesta parte, se inserita nel zione, avrebbe rallentato di

della

imo

tratta-

precedente

molto la descrizione dei

nel rilievo. Meritava, inoltre,

ampio

teste

4).

riti

effigiati

svolgimento relativamente piü

e separato, per l'importanza stessa delle questioni.

Sul costume del gran sacerdote di Eleusi poco bene tener presenti:

ci

dicono le

fonti letterarie, che sarä

ifjg 3tal

^

Kai ÄlcfxvXog dh ov novov s^svqs irjv xal asfxvoTfjta, fjv ^r]la)(tavT€g otlsQOipavTaf, (tToXrjg svnQsneiav daSovxoi ccf.i(pv6VVVVTcci,' cckXct xcd noXXa Cyrrjp^ata ÖQX^(^tixa A) Athen.,

21

I,

:

X. T. X,

La parola

(SioXi],

hierofante, anche in

come designazione specifica dell'abito dello XII; cfr. [Lysias] VI, 51.

Y\\i^,, Alcih.,

B) Plut., Ariü., V, 6-7

:

[Depo

la battaglia

di

Aristide, lasciato a guardia dei prigionieri e del bottino,

prendere per lasciati dal

se,

e

non permise che

nemico]


wv

fjV

...ttXtjv

si

altri

prendesse nulla dei tesori

iivsg ixsTvov

[^AqL(ST.~\

xal KaXXCag 6 6 aS ov xog,

soixs, T(üv

Maratona, non volle

Xadovteg

Tovtci)

yaq

tig,

dia

wg ttjv ßagßaQoov nQoCsjisasv ohjx^slg ßacfiXsa xojurjv xal to dTQotpiov elvai, 7tQ0(Txvvrj
X.

T.

Sshccg k'Ssi^s noXvv iv Xdxxcp xivi X,

xaTaqwqvyfxsvov xqv(S6v

IL

SARCOFAGO

DI

TORRE NOVA

C) Arriani, Epicteti dissert., III, 21, 16: ovx iad^r^xa lato di Eleusi e dei Misteri] .

Fig. 19.



.

.

Particolare del rilievo di Torre

157

[dopo k'xsig

Nova

(cfr.

aver par^sT %bv fjv

tav. II).

t€QO(pavTr]v, ov x6fir]V, ov (fTQ6g)iov olov SsT, ov (porrjv, ovx ^^i-

xiav

X. T. X. Cfr.

Lobeck,

Bilderkreis, p. 28;

Aglaopkamus, p. 84; Strube, Studien über den eleusin. Bethe, Prolegomena zur Gesch. d. Theaters, p. 42 s. ;

158

G.

Lo

indossava

hierofante, dunqiie,

aveva, come

degli attori della tragedia; cinta da

una specie

benda

di

RIZZO

E.

una stola simile a quella il daduco, la chioma lunga

(ajQoipiov)

segno della investitiira sacerdotale, come siilla base di ima statua innalzata allo

Leosthenes (to atQoifiov naget

tS)

XaßovTa. Dittenberger, Sylloge^,

L'abito dello hierofante nel

il

questo

ricava dalla iscrizione T.

hierofante

avToxQocTOQi

n.

era

strofio

:

si

Flaviiis

'Avtoovsivo)

d^so^

409).

rilievo

Torre

di

Nova non

e di-

poteva osservare nei monumenti della Classe 11, e nel rilievo frammentario di Napoli ma in nessim altro sono cosi verso da quelle che

si

;

ben chiari II

e precisi

particolari deH'aeconciatura della

i

scende

Chiton

vede Forlo inferiore fimbriato di Torre

Nova

;

e

aderenti

si

particolare non osservabile in quelli

perche la parte inferiore della figm-a

e di Napoli,

rimane coperta dalle gambe streite

(^).

deHürna

nel rilievo

fino alle caviglie;

chioma

dell'iniziato.

alla carne,

e

lunghe

Ha maniche

fino

ai

polsi

piiittosto

[xeiQiSwioq

: ed in esso e da riconoscere la crroA^, di ciii parlan le fonti. Sulla stola, e un'altra parte dell'abito, assai singulare ed insolita, e siiUe spalle simile ad una «tiinica» che scende sino ai fianchi;

XiTcov)



e siü petto ricade in

una

specie di aftoTiivyiia, che ricopre anche

la parte superiore del braccio, sul quäle e visibile la linea divisoria della cucitura di stoffa, che

essa e stretta suUa vita da un grosso cercine

:

forma dietro la schiena un ricco nodo caratteristico.

Questi particolari sono meglio osservabili nei rilievi di Napoli e di Torre Nova: alquanto diverse e impreciso e quest'abito neU'ürna dell'Esquilino;

addirittura

incompreso nel rilievo di Torino.

hierofante e calzato di scarpe tutte

chiuse,

forse

Lo

e^ßadsq, come

Dionysos e come lakchos.

Araelung, in Pauly-Wissowa, Real-EncycL, ad voc. /et^tcfwrdff 2212 s).; Foucart, Les grands My stires d'Fleusis, p. 31

p.

Archäol.

XX,

Beiträge

[1905], p. 294

a.

w.

pp. 7

s.

e

13

s.;

Amelung,

in

(vol. III,

Pringsheim,

Rom.

Mitt-eil.,

SS.

Per risparmio mia descrizione

(*)

s.

;^trc6*'

s.;

di

tempo

e di

spazio,

tralascio di notare

i

punti in

diversa dalle precedenti, molto sommarie e qualche volta imprecise; e presuppongo noto quello che dagli altri e stato detto.

cui la

h

SARCOFAGO DI TORRE NOVA

IL

La chioma ben

159

discriminata, stretta sulla fronte dallo strofio,

e riunita sulla niica in

im grosso nodo

ma

;

difficile riesce

spiegare

il

punto da cui muove la treccia che gira sullo strofio intorno alla testa. Per le considerazioni esposte nelF acutissimo studio di Fr. Hauser

(

Wiener Jahres hefte, IX, pp. 75-130), non credo poscapoUi i nomi generalmente

sibile dare a questa acconciatiira dei

dati di xÖQVfißog o xgoßvXog, secondo le precedenti congetture del Conze e dello Studniczka sarä appena lecito ricordare che i parti:

colari di questa acconciatura dello

hierofante, specialmente per la

treccia

che gira intorno alla testa,

attica,

ancora

come

arcaica,

all'

«

ci

richiamano a

Efebo biondo

»

tipi

dell'arte

alla

e

testa

deir Apollo cosi detto dell'Onfalo e dell' Apollo citaredo di Olimpia

(Olympia, III, p. 223, tav. LVII, 3-5). La chioma prolissa era, come abbiamo visto nelle dei

contrassegno

sacerdoti di Eleusi:

grandi

del daduco; e sia per

il

dello

certamente durato

rito,

fonti,

hierofante e

fino a tardi

tempi,

sia per la continuitä del tipo artistico, questo particolare e

ben

im

assai

conservato nel rilievo di Torre Nova, ed e anch'esso un biion

indizio, per l'attendibilitä del

monumento. Manca soltanto

rona di mirto, di cui erano coronati, oltre che di Eleusi, secondo

421

=

con

le

Istr.,

una

notizia, che

risale

i

misti,

la Co-

sacerdoti

i

ad Istros (F. H. G.

I,

fragm. 25). solenne dello hierofante, vestito della

L'aspetto

lunga stola

maniche, doveva esser simile a quello degli attori princi-

pali della tragedia, vestiti di quel

costume,

che secondo la tra-

Vita Aeschyli, 1. 68 W.) era stato trovato da Eschilo. Anzi Ateneo (1. c.) ci narra che la (froXri, creata da Eschilo per dizione

(cfr.

gli attori, era stata, dopo,

adottata

dallo

hierofante

e

dal

da-

duco di Eleusi.

Meno

incredibile sarebbe, se mai, l'opinione op-

posta, sostenuta

dallo

Strube:

il

costume dei sacerdoti

che

Eschilo, cioe, avesse imitato

di Eleusi, nel creare quello degli

attori

e questo tragici. Vana, perö, riesce ogni discussione in proposito soltanto e lecito ricavare dalla notizia di Ateneo: che i due co;

stumi dovevano avere molti punti di somiglianza. E perche, donde questa somiglianza? I

critici

moderni sono, per questa

del sofista di Naukratis

;

ma

io

ricerca, assai meglio edotti procederö qui per semplici accenni. II

G

160

E.

RIZZO

costiime deU'attore tragico piü antico,

come

giä ben vide 0. Müller

{Handb, der ArchäoL. § 336, 3; p. 487 dell'ediz. del Welcker, Breslau, 1848) e come fu confermato dal Bethe, non e che quello dello stesso Dionysos (cfr. specialmente

del

drama

maniche,

vaso di Napoli col coro

il

Questo costume, specialmente per le presenta con indiscntibili elementi barbarici

satirico).

ci

si

certamente l'antico chiton, non manicato, della vecchia

moda

molto probabilmente, in relazione con il costume pensi, d'altro canto, che il tracio Eumolpo e, nel mito e sta,

hmghe :

non e

ionica;

tracio. Si

religioso,

Preller-Robert, p. 787), e che il costume dello hierofante altro non e che quello dello stesso Eumolpo. Cid

seguace di Dionysos

(cfr.

premesso, noi possiamo fermare alcune idee in questo diagramma:

Costume

tracio.

Eumolpo

Dionysos

[Ricollegato nel culto tracio

[Elementi traci nei Misteri Dionysos ad Elensi Dionysos ctonio]

con Dionysos]

I

Costume

del piü antico attore tragico

Costume

Tradizione raccolta da Ateneo

I

monumenti

ci

cosi difficile ricerca:

scher,

Lexikon,

I,

1,

I,

dello

hierufante

21 ^

aiutano soltanto in parte, per illuminare una io vorrei, tialasciando il resto (cfr. Rö-

ma

1132

s.),

che l'attenzione

si

fermasse, prin-

cipalmente, su alcune figure di quei vasi, nei quali sono, senza alcun dubbio possibile, rappresentate divinilä del ciclo eleusinio, e scene riferibili ai

Misteri di Eleusi.

Nella piü volte ricordata hydria di Capua {Monum. Inst., XII, 34), la figura che sta dietro Demeter non puö essere quella dello hierofante, come lo Strube aveva supposto; ma qualunque sia il suo nome, a noi importa osservare che gli abiti di cui essa e vestita sono qiielli dei quali ci occupiamo, ed hanno indiscntibili ele-

SARCOFAGO

IL

TORRE KOVA

DI

161

menti non greci, ed attinenze chiarissime col costume teatrale e sacerdotale

Ma

(^).

preme fermare la nostra attenzione sulla Dionysos, nella hydria di Cuma. Essa e vestita del Chi-

piü ancora

figura di

ci

tone lungo, al quäle e sovrapposto iin altro piü corto, manicato. uno spesso cercine alla vita. Questi abiti sono simili

cinto da

alla dtoXr]

tanto che lo Strube, e con

;

molti altri hanno creduto

liii

di riconoscere in questa figura lo hierofante: troppo giovanile, per esserlo; ne sono accettabili le tentate spiegazioni della Corona di

di

questi

esegeti, e nella

due

hierofante) dei

*

conseguente

io trovo

tipi,

anche nella congettura andace

Perö

tirso. foglie di ellera e del

confusione

un argomento

relazioni etniche e cultuali che ci interessano forza, perö, riconoscere che,

fi

gine nella i

alessandrina dei storia

vasi del

dell'arte,

IV

(Dionysos-

(^).

dimostrata insussistente

ad

loro

l'ori-

rilievi

e restituito

questi

tardi monuraenti, assai meglio che

ci

secolo,

»

di piü per quelle

aiutano,

per

essi

studiare

il

il

posto

costume

e

il

tipo dello hierofante di Eleusi. Si devono,

poi,

alla

dottrina

di

W. Amelung

altre

osser-

vazioni, che invitano fortemente a pensare. I tratti piü caratteristici

dell'abito dello hierofante nei nostri rilievi, si ripetono nelle

figure delle Erinni, nelle scene rappresentanti il

ludicium Orestis

(tazza Corsini; sarcofagi romani; frammento dell'Antiquarium romano del Celio; cfr. Amelung, R. M., XX [1905], p. 289 ss., e

XXI,

p.

280

ss.).

üguali

le calzature,

uguale

il

chiton inferiormente

fimbriato; e principalmente notevole la cintura intorno alla vita, col caratteristico

mai

nodo dietro

la schiena,

particolare

che

non

si

monumenti. Per questa concordanza, osserva noi non possiamo pensare alla notizia di Ateneo sulla l'Amelung, derivazione del costume dello hierofante da quello degli attori incontra

in altri

Pringsheim, p. 86 s. Io credo che la figura dubbia iudentificazione. E forse Musaios, seguace, corae Euraolpo, di Dionysos, venerato, come lui, e insieme con Orpheus e con le Muse, lungo le coste della Tracia? (*)

Cfr. per le varie opinioni,

sia maschile,

ma

di assai

P) I vasi conosciuti dal Pringsheim (p. 81) non possono avere importanza per questa ricerca, perche non riproducono il costume dello hierofante, come spesso facevano i pittori vascolari nelle rappresentanze riferibili al teatro e simili.

162

G. E. RIZZO

della tragedia, anche perche la tazza Corsini non illustra iina scena del drama eschileo, in cui le Erinni appaiono con tiitti i caratteri del terrore

«ome mai

il

;

e

sacerdote

ad ogni modo sarebbe sempre da spiegare di Eleusi abbia potuto prendere, per mo-

dello, l'abito delle Erinni,

tipico

che non

piiö ritenersi

costume teatrale

c, p. 297). troppo logieo, infatti, non dar valore alla notizia di Ateneo,

(1.

E

per qiieste somiglianze innegabili. Ne a farle chiaramente comprendere giova, secondo io credo, l'altra ragione, addotta giä come diibbia dallo stesso Ameliing (^); poiche non basta il fatto che il

Sacerdote di Eleusi abbia potiito celebrare

comunanza

delle Erinni, in Atene, per spiegare la

certamente sirabolici

presso un santuario

riti

di

particolari,

Sembra, piuttosto, anche a me, che simboli debba riferirsi al comune carattere

e ritiiali.

qiiesta somiglianza di

delle divinitä di Eleusi e delle Erinni, la cui concezione

come potenze

ctonie,

piü recenti studi

e stata

maggiormente messa

in

mitica,

chiaro

dai

(^).

E

questo e il risultato veramente notevole ed accettabile delle osservazioni geniali dell'Amelung, poiche io non credo, del resto, ad una vera identitä fra gli abiti dello hierofante e quelli

monumenti

delle Erinni, nei

citati.

€ cosi corto come quello delle Erinni

niche;ele

chiton dello hierofante non

II

questo, poi, non ha le

;

corte maniche, di cui parla

TAmelung, sono

ma-

tutt'altra

con doppio « apoptygma » indossata dallo hierofante, come sopra ho dimostrato. Rimane, principalquella specie di tunica

cosa in

mente,

il

cercine di stoffa intorno alla vita,

col

nodo

caratteri-

Eine andere Tradition hat eher den Anschein, als könnte sie die Inschriften, die Koohler im Hermes VI p. 106 dass der eleusinische Hierophantes in Athen publiciert hat, geht hervor, da kein anderer Plutoncult für Lectisternien für Pluton anzuordnen hatte (•)

«

Lösung bringen: aus mehreren

;

Semnenschlucht unter dem Areopag, so liess Koehler den Hierophanten dort fungieren. Danach also wäre der Priester, in dessen Tracht wir in unserer Darstellung die Erinyen sehen, in einem jener Heiligtümer tätig gewesen, die äusserlich und innerlich mit dem der

Athen bezeugt

ist,

als der bei der

Erinyen eng verbunden waren. Aber diese Tätigkeit war doch nur vorübergehend; sie allein kann zur Erklärung jener Uebertragung sicherlich nicht hinreichen (')

tati

»,

1.

c, p. 297.

Cfr. Preller-Eobert,

dairAmelung,

1.

Griech. Myth.,

c, p. 298.

p.

834

ss.

;

e gli altri scritti ci-

IL

SARCOFAGO DI TORRE NOVA

163

stico: e qui e opportiino aggiimgere che di iin cerciue analogo e cinta, sui fianchi, la figiira di Hecate nel rilievo di ToiTe Nova:

che confermerebbe l'osservazione dello Amelung, poiche a nespuö sfiiggire il carattere assolutamente ctonio di Hecate, e la

il

siino

sua stretta parentela con le Erinni, oltre che col ciclo di Eleusi (^). L'analogia fondamentale fra 11 costume scenico e quello dello

mi sembra, adunque,

hierofante non vazioni

ammettere che

solo bisognerä

:

aveva simboli

di Eleusi

scossa da queste niiove osser-

sacrali,

l'abito del gran sacerdote che dovevano naturalmente man-

care nel costume scenico.

Tipo artistico. Torre

nel rilievo di

— La

Nova

testa dello hierofante, specialmente

e in quello di Napoli, e tipologicamente

« Dionysos « di Ercolano (*). lo parlo bene intendersi, per non prestar facili armi a possibili contradittori di analogia tipologica, soltanto; che il con-

a quella del cosi detto

affine



e



fronto stilistico fra

di

il

capolavoro fuso nel bronzo, e l'umile lavoro

un tardo sarcofago, che ha

altre fonti di

inspirazione artistica,

sarebbe assurdo.

Noi dobbiamo osservare soltanto tipo classico nell'arte

dal

l'originale, di

Napoli.

in quella

La

derivano

i

la

« t

quella

due

cosi,

perö, che

Esaminando bene,

e

essa

non

r

aduzione a

etä

cui

»

di

un

appartiene

di Torre

rilievi

vigorosa figura nobilmente

Nova

e

ideale, e stata tradotta

dalla fronte cor-

affossate,

conservi

ancora l'attenta

maestä dell'aspetto.

gravitä dello sguardo e la

io

di

un vccchio dalle guancie

di

non

rugata:

quäle

realistica

senza preconcetti, il busto di Ercolano, di stanco dolore e di pathos

non ho mai trovato quell'espressione

(^)

il

bene aggiungere che non

si

tratta di quello speciale panneggia-

mento

caratteristico di alcune figure partecipanti a cerimonie sacre, in opere di arte ellenistica, elencate dal Lucas {Jahrb. d. Inst., [1900], p. 40) e

XV

dal Cultrera (Ausonia, II [1907], 1, p. 97 ss.). (^) Friederichs- Wolters, Gipsabgüsse, 1285

(in la bibliografia antica); 857 [Gabrici] Brunn-Bruckmann, Denkmaler, tav. 382. La 20 deriva da fotografia espressaraente eseguita. Non e il caso di di-

Ouida Reusch, nostra

fig.

scutere

il

E

che

noto

n.

;

giudizio cronologico e stilistico del Friederichs, ormai invecchiato.

Pythagoras

il

Furtwängler attribuiva Toriginale del bronzo di Ercolano a Meisterwerke, p. 148, n. 1, e p. 686, n. 3).

(cfr.

16i

G. E. RIZZO

che

dionisiaco

altri

col suo preconcetto

del

ripiegata

«

ha veduto dell'assurda

confermar

desiderare che

gli

con

»,

questo

Friederichs e

occhi del

La

attribuzione a Skopas.

accompagna compiuta dalla figura

Dionysos

l'azione che si siippone

con

con

le

lo :

stesse

sgiiardo

testa

intento

ne meglio io potrei parole

del

Frie-

11 quäle sostiene che Toriginale da cui deriva il biisto di Ercolano doveva essere iina statua intera ( « weil der Kopf offenbar

derichs,

Fig. 20.



Protilo del « Dionj^sos »

Ercolano (Museo

di

Kopf entworfen, sondern nur

di Napoli).

ganzen Statue 1. c, p. 465). Ed io aggiungo che questa statua doveva rappresentare la figura in una determinata azione, come dicono il nicht als

Teil

einer

ist »

movimento del

collo e

della testa

e la

direzione

dello sguardo.

Scambiare questa « azione » per espressione di pathos dionisiaco, non solo, ma riferire questa inesistente espressione ad un'opera severa del V secolo, sembrami, per vimento non puö essere che quello

chinata in essa

avanti, che

compie:

l'intera figura, stita,

e

immaginando

di

di

meno,

illogico.

Questo mo-

una persona leggermente

con

lo

sguardo l'azione che

restituire al busto le linee del-

questo apparirä evidente.

come dimostra

chioma

accompagni

lo

La

figura era inoltre ve-

la parte del chiton, conservata nel busto.

e cinta dallo strofio,

ma

non molto simili sono

i

La

partico-

IL

lari dell'acconciatura: affinitä

165

rimane soltanto, anche in

e

una certa

ciö,

tipologica.

Perche nysos

SARCOFAGO DI TORRE NOVA

? (^).

busto di Ercolano e creduto generalmente im Dio-

il

C

e,

per questa identificazione, una sola

non

ragione

dirö decisiva, ma almeno probabile? La pretesa afßnitä tipologica con la testa di Dionysos nelle monete di Naxos, sembrami superficiale

e

per nuUa conclusiva;

la

benda

e attributo di

vinitä; la espressione del pathos dionisiaco,

altre di-

come abbiamo

visto,

6 insussistente.

E

pure ammettendo come provato che il busto di Ercolano rappresenti Dionysos, che ne conseguirebbe ? Cerfcamente questo:

che lo hierofante di Eleusi era rappresentato in sembianze a quelle di Dionysos.

A

nessuno

potrebbe

sfuggire

l'importanza

mazione, per tutte le considerazioni da sulle intime relazioni cultuali e

me

di

affer-

questa

sopra esposte

(p.

tipologiche fra Dionysos

afiini

160

ss.)

ed Eu-

molpo. Rivedendo il diagramma da me tracciato, troveremo, quasi, una spiegazione del nome di Dionysos, dato, con tanta persistenza, al busto di Ercolano in questa identificazione c' e come un nuovo ele:

mento

di

prova per

Nä puö

l'altra alla

far difficoltä

xccT sioxrjv, giä nel

V

ammettere una statua dello

secolo

hierofanti di Eleusi noi

quäle siamo arrivati" gradualmente.

(^),

«

hierofante

se di piü tarde statue votive agli

abbiamo sicura testimonianza nelle

zioni delle basi conservate

»

iscri-

(^).

Che r originale da cui deriva

il

busto di Ercolano fosse stato

meritamente famoso, era congettura probabile, per la stessa eccel(^) La congettura di A. Sogliano, che il busto sia derivato da una specie contaminatio delle figure di Dionysos e di Piatone, h certaraente ingegnosa ed esposta con niolta dottrina ma io non la credo possibile, anche e prin-

di

;

cipalmente perche

la cronologia di quest'opera d'arte h in piena

zione col ragionamento del Sogliano. Cfr. delVAccad. di Arch. ecc, Napoli, 1902).

Sogliano,

contraddi-

Dionysoplaton {Rend.

C) Nulla puö aver da fare con la nostra ricerca la statua di Eumolpo, dubbiamente menzionata da Pausania, I, 27, 4. Si ricordi, perö, come giä nella fine del VI secolo, la figüra di Eumolpo appaia, insieme nitä eleusinie, nella tazza di Hieron, sopra citata. C*) Vedile raccolte dal Pringsheim, op. cit., p. 117.

con

le

divi-

Q. E. RIZZO

166

lenza dell'arte, pur non qiiesto capolavoro.

Ma

essende conosciuta

nella testa, che

cisa replica di piccole proporzioni, (fig.

21

W. Amelung,

me

per indicazione a

e 22),

nessun'altra copia di

di esso possediamo, ancora inedita, iina pre-

al quäle,

data

dal

dunque, principalmente

pubblico ed amico

qiii

collega

si

deve questo note-

vole contributo.

Essa

e fatta di

stucco;

ha

massima

l'altezza

m. 0,093,

di

compresa la parte conservata del busto. Proviene, secondo mi co-

Fig. 21.

Piccola testa di

munica ß. che

strada S.

Martino

Celio.

Lanciani, dal

trivio

ai

Fig. 22. «

Dionysos

dagli

Via

«

scavi

eseguiti

Cavour

trovasi ora

Monti; L'esame obbiettivo

{Antiquarium del

-

S.

per

Celioj.

l'apertura

Lucia in

jielV Antiquarium

fatto dall' Amelung e

date dal Lanciani, escludono l'origine moderna

a

comunale

al

da me, :

della sale

Selce

e le notizie

la tecnica e asso-

lutamente antica.

La perduto

conservazione

non puö

gli strati superiori

dirsi

eccellente,

avendo la testa

del cranio e della fronte;

ed e bene

avvertire che la disuguale conservazione di questi strati di stucco

sovrapposti da nella figura la falsa impressione, che le sopracciglia

IL

SARCOFAGO DI TORRE NOVA

167

una parte del naso e la pimta della barba. Lavoro molto accurato e fine, come si vede dal trat-

Mancano

siano cornigate(0.

tamento delle ciocche

inoltre

Non e possibile parte di un busto o di una sta-

e dei riccioli della barba,

giudicare se la testa abbia fatto tuetta.

La

corrispondenza col busto di Ercolano e talmente piena e non c'e bisogno di troppe parole per dimostrarla, e basta che sicura, confrontare le figure. Identico e il movimento del collo, identica la direzione dello sguardo, uguale la conformazione della faccia. Dalle tracce rimaste accanto alle orecchie e dalla parte conservata dietro la

nuca,

vede chiaramente che l'acconciatura della chioma era au-

si

perfettamente uguale. Nella barba, poi, abbiamo un'assoluta corrispondenza ; si osservi la biforcazione terminale dei baffi, ch' essa

la

forma

il

labbro inferiore:

«

»

stilizzata

si

dei peli formanti

segua con Tocchio

come una palmetta sotto il movimento e la distri-

buzione dei riccioli sulle guance.

Data l'eccellenza raggiunta dagli della Repubblica

e

artisti

decoratori

sulla fine

nel principio dell'Impero (stucchi della Casa

ecc), non e improbabile ritenere che alla medesima appartenga la testa di stucco qui pubblicata. Essa e una conferma inaspettata della celebritä della statua, copiata, con insigne

Tiberina etä

fedeltä,

fin

nella piccola arte industriale degli antichi.

G. E. Rizzo.

(^)

Le ügg. 21

e

dal prof. E. Traversari.

22

La

derivano da un

fedelissimo

acquarello, eseguito

fotografia, piü volte ritentata,

particolari, per la patina disuguale della piccola testa.

non dava

i

minuti

PER LA CRONOLOGIA DEI VASI CANOSINI.

I.

I qiielli

canosini

vasi

che

Patroni

il

furono dimostrati

mi

di

cui

(^)

denominö

provenienti

occiipo

non

^,

in questo

messapici

dalla

sono

articolo,

che in seguito

", e

sallentina

penisola

ma

Daunia, e specificamente da Oanosa. II lettore che con questi vasi non avesse grande famigliaritä, poträ facilmente orientarsi con iin'occhiata alle mie figg. 1-7 (^). dalla

La

cronologia di questi vasi e controversa. In passato, perche ritrovati insieme con vasi apuli tardivi, furono creduti pur essi tardivi (^)

:

quest'ultima corrente lissero

almeno

Walters

1'

poi prevalse

(^):

(*)

Mon.

(")

Cfr.

1898, p. 201

al

VI-V

anzi

il

idea che associö

secolo

Pottier

piü antichi (*). A supponendo che risa-

fossero assai

il

(^),

Patroni, fu

e

(^) esagerö al

ciecamente seguito dal punto da ritenere che

Vasi arcaici delle Puglie nel Mus. Naz. di Napoli. ivi, tav. XIII, e p. 355 ss., e in Not. sc.

ant. VI, i

si

vasi riprodotti in Mon., SS.

I vasi delle figg. 1-7

sono

i

nn. 80205, 24156, 24166, 24157,

24145, 124174 del Museo di Napoli. II primo, il terzo, e il quinto provengono da Canosa; il secondo e il quarto da luogo ignoto (Canosa o dintorni); rultimo da Andria. (')

Cfr. Patroni,

Geramica

ant. p. 15.

d. Vasensamml. p. 333) mette i vasi apuli arcaici a decorazione vegetale prima dei vasi rodii. II Masner ( Vasen u. Terr. im österr. Mus. p. 4) li pone prima dei protocorinzi. La forza del pregiudizio h tale che di quattro vasi del Museo di Vienna trovati in un (*)

Per

es. il

Furtwängler {Beschr.

unica tomba di Canosa

il

Masner colloca due canosini (40

protocorinzi e gli altri apuli (488, 489, 490 tra vedra, vasi coevi

i

vasi apuli

e 41) :

e

prima dei

sono,

come

si

!

C) Mon, ant. VI,

p.

395

ss.

Hist. of anc. pottery, II, p. 329. II deirimportanza delle ricerche del Mayer. («)

(')

Catalogue

II, p.

372.

W. non

si

h

reso

affatto

conto

169

PER LA CRONOLOGIA DEI VASI CANOSINI risalissero al secolo VIII.

II

Mayer invece

termine ^^canosino" da sostituirsi all'erroneo

— ,^

ii

— reagi

uiessapico

vecchia opi-

della primiera e

contro qiiesti gravi errori a favore

dovuto

al quäle e "

fondandosi in specie e di niiovo sul fatto che qiiesti (^), vasi venivano trovati sempre insieme a vasi apuli figiirati. lo credo non abbia indiscutibilmente vera che l'opinione del Mayer nione





trovato la larga eco che raeritava (^), un po' perche esposta quasi occasionalmente in un periodo non destinato ad accoglier ricerche di indole generale, un po' perche egli ebbe 11 torto di abbreviare

^ tradurre

moderno

in linguaggio

notizie borboniche contenute nel

libro del Ruggero, assai importanti per la sua tesi, togliendo cosi ai suoi argomenti e incorrendo in qualche inevitabile e perdonabile errore (•^). Le ricerche che da qualche tempo vado facendo nelVarchivio del Museo Nazionale di Napoli e neirArchivio di Stato di questa

chiarezza

studiando e usufruendo, per la prima volta, un materiale documentario di prim'ordine, mi hanno messo in grado di ripren-

•cittä,

dere la questione al punto in cui la lasciö

onde

Mayer, ristudiando,

il

ripubblicando gli originali, Ruggiero trasse le su accennate notizie, e aggiungendovi nuovi documenti inediti e nuovi cioe,

e

il

fatti finora ignorati.

Fra

me

documenti piü preziosi da

i

di note e di relazioni autografe che

a Napoli, informando

il

una

studiati, spicca

Bonucci

l'architetto

Governo dei progressi

dei

e

serie

inviava

ritrovamenti

durante gli scavi che egli condusse a Canosa negli anni 1853, 1854 e 1858, per incarico reale. Queste carte sono tanto piü im-

fatti

portanti in quanto, senza esse, nessuno potrebbe studiare pinti canosini del

a Canosa,

Museo

di Napoli,

del tutto inservibili,

i

{/)

Not.

(^)

Per

vasi di-

cui inventari sono, rispetto

mascherando per

nienze canosine sotto ogni sorta di indicazioni:

prova assai

i

lo piü le provee

ne



qualclie

eloquente.

sc.

1898. p. 207

es. 11

ss.

Rom. Mitt. 1899,

p.

15.

Pellegrini, pur conoscendo e citando

i

lavori del Mayer, .4

attiene alla cronologia del VI secolo [Catalogo p. 2 s.). {^) Gli oggetti numerati in Ruggero p. 547 ss. non provengouo tutti dalla fiola

ma

tomba

del vaso dei Persiani

In parte furono acqulstati

come crede 11 Mayer {Not. Sc. 1898, p. 21 3j tal Caradonna che 11 comperö da un

da un

-canonlco Basta.

12

170

MACCHIORO

V.

Negli inventari anteriori a quello compilato dal Minervini che poi non segna le provenienze mancano i vasi Min. 3337, ritrovati dal Bonucci 3386-88, 3475, 3476, negli scavi del 1858.





Altri vasi cospieui provenienti da alciini scavi

un

di

Vito Lagrasta, nel 1844, provengono, secondo gl'inven-

tal

"

tari,

dalla

Consegna provvisoria

,,

ad alcuni vasi trovati nel 1858 proviene, seeondo

Lagrasta "

stauri ,,

(^)

altri

;



due

Magazzino della direzione

da

^,

nel fondo

eseguiti

Palazzo Reale"



(^).

(^):

(^);

indicazione afiibbiata anche

nn vaso trovato

gl' inventari, dalla

trovati

nel

" ('*),

altri

Altri ancora

1858



^^

fondo

nel

Officina

dei

re-

dal

provengono numerosissimi provengono sempre seeondo gl'in-



proverrebbero da Bari (^), mentre invece furono bensi da Bari, ma provenivano dall'agro di Canosa, giusta un spediti verbale del 15 novembre 1854. E tutta ima enorme confusione, ventari

veramente, da rendere impossibile uno studio serio di questo suppellettile, ove si voglia fondarsi sugli inventari e non sui doe tale

cumenti d'archivio.

E

si

aggiunga che Tultimo

inventario indi-

cante le provenienze e del 1856, mentre gli scavi continuarono nel 1858: si che i vasi che ne provennero mancano in quelli inventari. ^,

Ora invece non

mancano

cati),

e

dati

che

,,

sicuri

solo non si puö piü dire " (questi veramente non

sono disperse le raccolte canosine

per Canosa

che

mai man-

sono

"

ma

(^),

si

pos-

vasi Heyd. 2541, 2336, 2019, 2646, 2870. " 2882. ,, Consegna provvisoria 2204, significa 11 deposito provHeyd. visorio delle casse contenenti i vasi scavati, consegnate alla Cancelleria CoAvverto che i munale di Canosa, in attesa di venir spedite al Museo. (')

Sono

i

(^)



documenti a cui ho attinto queste

e altre notizie, si

nell'Archivio di Stato di Napoli (Ministero P.

I.,

trovano in piccola parte

filza 357), e in

gran parte

Museo (IV. Vasi e terrecotte. Provenienze, fasc. 12-18) dove io li ho trovati, come tutti i documenti di provenienze, scavi, ecc, ancora allo stato borbonico, e dove li ho ordinati in serie sistematiche. Le indicazioni nell'Archivio del

si

mio ordinamento. II lettore rileverä poi da se quanto scuun tempo in cui nessuno aveva impreso lo studio sistequesto archivio, gli errori non lievi di fatto e di teoria che io

riferiscono al

sabili fossero, per

matico di

tento di rettificare in questo studio. (»)

Heyd. 2304. '

{*) {^) (6)

Heyd. 125, 174. Heyd. 784, 879, 944, 2017, 2050, 2171, 2172, 2108, 2393, 2691, 2760. Heyd. 2699, 2105, 2290, 2148, 3017.

C) Patroni,

La Geram.

antica, p. 137.

PER LA CRONOLOGIA DEI VASI CANOSINI sono Studiare nel Miiseo di

Napoli

171

ben 26 vasi canosini

e

ben

79 vasi figurati, tutti di provenienza sicura. A questi si devonoaggiuugere 8 vasi canosini di provenienza ignota, e la situla gemina con iscrizione pubblicata dal Patroni e che porse occasione al chiaro professore per denominar

'*

messapici

situla fu acquistata a S.

questione. Questa

Maria

,,

di

i

vasi

Capua, ed

in io

ne ho trovato nell'archivio del Museo l'atto di acquisto e di im-

missione

Ma

(^).

ecco senz'altro le relazioni del Bonucci

Arch.

(')

Afus., IV,

(^).

Vasi eterrecotte. CoUezioni. Fase. 10. L'atto recauno

schizzo a penna del vaso e riproduce l'epigrafe. II De Benedictis che vendette il vaso, fu non un antiquario, ma un tenente del treno, e Tanno non fu il

1854, (^)

ma II

1857

il

(cfr.

Patroni,

Mon.

Bonucci, come mi informa

vezzo, per quel che

si

il

ant., VI, p. 352).

eh. prof.

De

aveva talora

Petra,

il

dice, di inoentare le sue relazioni di scavo standosene

comodamente in casa sua. Ciö pote esser vero nel caso nostro per5, la presenza nel museo dei vasi da lui descritti e che da qualehe parte dovevano pur venire, come il tono delle relazioni, hastano a togliere ogni dubbio. Per chi :

dubitasse deU'identifieazione dei vasi citati o descritti nelle varie carte, trascrivo la descrizione di un paio di vasi scelti a caso

:

n.

8

(=

Heyd. 2679j

Altra patera piü piecola con in mezzo alPinterno due figure, cioe un fauno con secchia e rarao di alloro ed una donna che l'insegue con cassetta e serto u

aU'esterno poi da un lato evvi un genio seduto con cassetta e grappoli d'uva e dall'altro un uomo seduto con canestra e ramo d'alloro. Diametro palmo

uno

e

alto e

mezzo»

;

n.

12 (Heyd. 2886)

manici elevati

covaeciati

(sie)

sionato e

manea

«

Piecolo vaso a forma di calice col piede Da una parte evvi un genio ac-

e ripiegati sulla bocea.

con cassetta e specchio nelle mani. In qualehe parte e ledi qualehe pezzetto Si noti poi alto sei deeimi ».



;

vasi apuli provenienti dalle tombe di Canosa hanno un cartello con un numero corrispondente a quello che hanno nella nota, seguito da una N. Per i vasi canosini si aggiunge il fatto che nelP inventario generale, al nu-

che

i

mero nuovo

e aggiunto il numero delPinventario vecehio, e questo, vicino al suo numero, da pure il numero che ha il vaso rispettivo nella nota del 1854,. rispettivamente del 1858. Nella nota del 1854 i nn. 1-9 (vasi apuli), 18el9 (vasi con Statuette), 28 (statuetta), provengono da un canonico Basta di Ca-

nosa, che

li

ebbe quando uscirono dagliscavi: e perö non

li

prendo in con-

siderazione. I doeumenti ehe seguono sono in parte giä pubblicati da Ruggiero, Scavi di antichitd nelle provincie di terraferma delVantico Regno di Napoli, Napoli, 1888, p.

538

ss.

172

V.



MACCHIORO

A) Napoli, 5 dicembre 1853.

Riassiimendo

«

contenuto dei miei antecedenti rapporti, re-

il

alle grandi scoverte di

Canosa

volesse.

«

lativi

« «

proseguire quelle classiche scavazioni, bisognerebbe nello stesso tempo aver presenti le seguenti disposizioni da esegnirsi « 1°. Scavarsi la parte interna del magnifico Mausaleo (sie)

«

di cui le

«

si

.

.

:

«

«

qualora

ho rimesso

Ricercare

2°.

il

le

prospetto disegnato e dipinto.

tombe, dove si sono incominciati a scuo-

prire vasi, ed oggetti di merito

straordinario,

« 3°. Toglier dalle pareti quelle antiche dipinture, che possono interessare il R. Museo



«

Si cerehi di rinvenire la statua

4°.

«

rava

«

sopra ».

la

parte

superiore

di

marmo, che deco-

del magnifico Prospetto

accennato di

B) Napoli, 19 dicembre 1853. «

tt

«

S.E.

Sig. Architetto Direttore, il

Maggiordomo Maggiore Sop*^ generale di Casa d^. mi ha scritto quanto segue: [Segue

Reale in data del 16

una

lettera del

Principe di Bisignano

con cui

si

da incarico

al

sogli scavi]. Nel parteciparle tale rescritto vrano, la prego eseguire questo onorevole incarico con la consueta

Bonucci di eseguire « «

esattezza e zelo ecc. ecc. ».

C) Canosa, 28 febbraio 1854.

rassegno che abbiamo rinvenuto in una delle dipendenze del gran Mausoleo, e nella necropoli dei nobili cittadini di Canosa, ove son pervenuti fin oggi i nostri scavamenti, tf

« tf

«

Con piacere

le

gli antichi oggetti greci, che seguono;

«

Vasi grandi della forma di un otre, con ampio manico, con due magnifiche teste a bassorilievo in ciascheduno. «

«

Stoviglie e vasi oeramici. e

PER K «

fini

tf

Anforette con piccoli manici o senza n. 20.

di loro, e con

Ün

ornati

due recipienti manici verticali.

dipinti.

forma

iitensile di

di

ed assai

insolita,

circolari congiunti

cm-iosa, composto da un collo stretto e con

calicetto con testa dipinta.

Diota,

«

Due

«

Quattro vasettini eleganti dipinti a nero, congiunti fra loro,

lucerne dipinte a nero.

e sostenuti nel «

«

del-

Vasettini graziosi di varie forme e grandezze n. 5. \^so di forma insolita, con diie bocche ed un manico fra

tt

«

ornati,

ecc.

«

« tf

Diie are, o candelabri dipinti a vari giri con

«

« K

173

CRONOLOGIA DEI VASI CANOSINI

LA.

Due

mezzo da un manico comune.

vasi curiosi sostenuti da

uno stesso manico,

e dipinti

a vari giri di ornati diversi.

questo periodo di scavo (16 giugno 1854) enumera alcuni vasi apuli che sono statt identificati da me, giusta la esatta descrizione data nella nota

[La nota

estratti

finale degli oggetti

in

nei seguenti: Heyd. 2107, 2288, 2886, 2142,

2890: segnati nella nota gorgoneion a rilievo (nn.

2122,2190,2351,

numeri 10-17. Seguono due vasi con 20 e 21 della nota). Seguono poi questi coi

vasi canosini]: « « «

«

tf

n

piccole

23. Altro simile rotte nel fondo. Altezza otto decimi, lar-

ghezza della bocca nove decimi tt

tt

22. Vaso di forma sferica con due manichi e due

anse a guisa di foglia e con labbro che si eleva a coppa. fl dipinto di diversi ornati neri. Altezza un palmo circa, larghezza della bocca ottantacinque centesimi (= Inv. 24146).

24. Altro

simile; altezza

della bocca settantuno centesimi «

{=

Inv. 24147).

settantatre

25. Altro simile, mancante

(=

centesimi, larghezza

Inv. 24148).

della coppa

con un buco al fondo.

superiore, con la-

Altezza

«

vori neri e rossi,

«

Inv. 24149). cimi, larghezza della bocca quattro decimi « 26. Candelabro con ornati neri e rosso (sie). Altezza palmo uno e sette decimi. Diametro alla base settantatre centesimi

« «

e

cinque de-

(—

(= «

Inv. 24151). 27. Altro simile.

n

Diametro

«

coppa

(—

alla

base

Altezza

palmo uno

cinquantaquattro

Inv. 24152).

cent\

e

cinque decimi. Restaurato nella

174

MACCHIORO

V.

n.

il

[Segue

28 che proviene dal can. Basta.

II

n.

29

e

un

quadruplice vasetto nero]. 30.

«

«

« «

Due

vasi a forma di pignatta attaccati insieme al

ma-

nico. Altezza

maggiore settantaquattro centesimi; larghezza di ciascuna bocca quarantasette centesimi. Sono lavorati con ornati a nero

(=

Inv. 24167).

[Seguono:

n.

31, statuetta; 32 e 33, lucerne nere;

34

e 35,

qiündici vasetti vari]. « 36. Piccolo guttatoio a due getti, alto ottantasei centesimi

(=

«

Inv.

24145)

«.

i)) «

« «

« « tf

Canosa, 20 giug.° 1858.

Sono giunto in Canosa ed ho incominciato

Si lavora nel

di S.

gli

scavamenti.

Giovanni, ch'e la parte Orientale della

piano Necropoli greca, e dove riirovasi tuttora La celebre tomba, in cui si rinvennero i celebri vasi^ nel 1814, ora a Monaco, e che fnrono piibblicati da Millin (^). Cominciano a scoprirsi le

tombe greche, formate

stanze nel tufo.

Con-

«

volte esteriori di

«

lavora presso la tomba, donde uscirono i temporaneamente vasi famosi di Dario, di Patroclo ecc, che sono nel R. Museo

« «

a

si

Borbonico.

».

E) «

tt

Si sono scoverte

«

di giierrieri,

una

di

Canosa, 24 giugno 1858.

nove tombe greche, e l'altra d'un

donna

«

biamo raccolto due vasi a

tf

stoviglie dipinte; alcune altre semplici,


e

prefericolo,

due

fralle (sie) quali

due

fanciullo.

Ab-

ricco calici,

ma

m-ne ed altre

di forme variale

nuove. Dieci Statuette anche di terracotta, con tracce di colo-

<.

ritura e che rappresentano varie divinitä in diversi atteggiamenti

«

una

« tt

;

un piccolo medaglione, di forme bellised un bassorilievo dun Amorino, che carezza un leone, sime; la

testa di

prima, ed

(*)

Medusa

il

in

secondo di finissima creta.

Due

[Description des tombeaux de Canosa. Paris 1816,

anelli di bronzo,

fol.]-

PER LA CRONOLOGIA DEI VASI CANOSINI * «

per dito, ed nna lancia. Infine, moltissimi oggetti per trastullo di ragazzi, assai miniiti e graziosi, di creta. Da pertiitto si annnn-

^ ziano Duove « •tt

«

175

positare e

tombe greche nel piano

ne rimetterö

saranno

di S. Giorgio.

gli oggetti rinvemiti, presso

tiitti

tinite

notamenti

i

analoghi

scoverte

le

»

precisi a

e

Ho

fatto de-

Sindaco di Canosa:

il

tostoche

Lei,

.

F) Canosa, 30 giugno 1858

«

«

* «

*

^

Le opere

mese passato

dello scavo intraprese dal

in

Canosa

Abbiamo energia e nella della scavi le ricerche parte praticato gli necropoli greca rivolta ad Oriente di Canosa. Questa contrada si chiama ora il han progredito con massima

piano di

* il

S.

celeritä

ed

Noi l'abbiamo tutta dissotterrata lungo acacie che l'attraversa per lo mezzo e vi ab-

Giovanni.

gran viale di

manca im

numero

*

biamo rinvenuto a

^

greche.

di

*

conduce ad im ingresso chiuso, di prospetto, e talvolta cinto da uno due altri nei lati. Per tali porte si entra in ima o piü

*

Ognima

dritta e a

biion

di

tombe

ha ima piccola discesa a rampa,

esse

«

stanze incavate nel

*

tomte piü namerose sono ad un

piü o raeno

tiifo,

dipinte ed ornate

livello

che

le

e sottoposie

superiore terreno coltivaio, e agli alberi, solamente di 'pochi palmi. Le stanze funebri de' ricchi. giacciono isolate e profonde.

* al ^

* * «

.

* di uiia classe * «

media, sono stati da

me numerati

un elenco giornaliero che Le verrä da sima fine dei lavori di qiiest'anno. «

Per ora

* terracotta

le rassegno,

ornavano un vaso ad

«

de' dioti o calici,

«

altro

* di

ad urceo,

otre.

come

tutti

che

due

rappresentanti

*

*

.

Per giungere a queste ultime fa d'uopo scuoprire e frugare le prime. Sifatta operazione e stata da me adempiuta, e gli oggetti raccolli in queüi avelli, che han servito ai cittadini

si

me

e

descritti in

trasmesso alla pros-

sono ritrovate altre Statuette di

Amori ed una donna

alata, che

Si son raccolti altri vasi della forma

chiamano; altri a prefericolo ed un con una o piü figure. Oltre a ciö tre patere si

mediocre grandezza, ed anche dipinte. « Ma quella, che merita molto interesse,

quanlitä di suppellettili, o masserisie d'ogni

si

e

una gran

misura, che

'per

176

MACCHIORO

V.

forme variate

le loro

e

curiositä degil eruditi

.

.

-^

uso

loro

'pel .

destano la

sconosciuto

.

G) Canosa, 3 luglio, a mezzogiorno,

tf

«

vari saggi ed ostinate fatiche,

Dopo

1858.

abbiamo scoverta im'an-

ha condotto innanzi ad un magnifico maudecorato da un magnifico frontispizio di stile ele-

che

«

tica discesa,

«

soleo.

Esso

*

gante

e

«

capitelli jonici; le

«

per im dolce declivio incavato nel

«

trenta palmi. Questa sontuosa discesa ha l'insolita lunghezza di

K

palmi cinquanta.

«

e

ci

severo, sosteniito da cornice e da

mura



La tomba

piano detto volgarmente

«

viale di acacie, che

«

tomba sembra

>i

— Vi

mena

di

perviene

ritrova nella necropoli greca,

si

S.

si

tufo, alla profonditä di circa

all'oriente di Canosa, distante dall'abitato

"

«

colonne ottagone, con

soo dipinte a vari colori.

nn mezzo miglio, nel

Giovanni, a sinistra del

all'attuale camposanto. Questa

gran nobile

voler gareggiare coll'altra si rinomata, eui trovasi ove si rinvennero nel 1813, i famosi van illustrati vicina, » da Miliin .

;

H) «

Canosa, 5 luglio 1858.

il piano cosi detto di S. Giovanni, ove ho intrapreso gli scavamenti, essendo coverto appena di qualche tilo di erba, si osser-

«... « tt

vano chiari

K

io

* «

e manifesti i luogM ricercati negli anni scorsi. Quindi ho potuto benissimo evitarli, ed andare in cerca di iomhe contenenti vasi e cose per avventura pregevoli, o mediocri, ne siti vergini, e non mai esplorati. In effetti, ho rinvenuto in

K

sole due o tre

«

tombe ho

«

calici,

settimane

raccolto

di

terracotta,

mediocre

patere

«

piccola dimensiooe,

il

Due balsamari

tombe greche

venti

due vasi della forma di

«

«

in

Da

queste

cinque vasi a prefericolo, sei

orciuoli,

o pignatta che sia, tre

grandezza, uoa zuppiera con coverchio di tutto dipinto con una, o piü figure.

neri

con

K

piccolo bassorilievo di Scilla e di

-

A Tiori e deitä diverse.

collo

lungo

Medusa.

e

traversale, e con

— Quindici

— Due medaglie esprimenti una

Statuette di

bella testa

PER LA CRONOLOßlA DEI VASI CANOSINI «

alata ed

« «

un Amore che doma im

dipinta con

«

sole

o

strisce

leone.

177

— Di terracotta semplice,

ornati a

vari

colori,

ottanta

masserme^ suppellettili che vogliano dirsij delle di uso curioso e sconosciuto, e di svariate forme. » . quali trenta [Dalle note di spedizione]. arnesi o

o

«

« tf

Cassa

n.

3.

numero

Vasi ad otro

sie) di diversa grandezza, a Vasi caldaia stretti nella loro metä,

3

numero

2

1)

Canosa, 27

«

sett.

1858.

«... ho proseguito gli scavi della gran tomba scoverta «

P

luglio

y>

it

.

L) Canosa, 29

^


.

.

.

si

e

sono discoveite

due rettangolari

altre di

1858

tombe greche,

quattro

Vi

sett.

diie

a

sono raccolte aleune

si

«

camera,

«

masserüie, fra cui un graszoso eandelabro, tutte di argilla, con vari fregi dipinti. Servite per gli iisi propri alla civiltä greca, aleune sono di forme singolari, altre presentano par-

t tf

^

tiifo.

ticolaritä curiose e nuove »,

M) n

«... ho terminato «

a

Can., 2 ottobre

1858

sciioprire tiitta la parte Orientale del-

l'antica Necropoli greca, intorno alla suddetta

gran tomba...

».

N) «

«... non «

si

Can., 6 Ott.«

1858

ritrovarono che due sepolcri greci, intatti, e conma privi di oggetti Essendomi recato

tenenti due scheletri

.

.

.

178 « il « si

MACCHIORO

V.

24

Primo Eletto

e forza piibblica sul luogo ove alcuni erano rinvenuti casualmente sepolcrali sotterranei

col Sindaco,

«

conoscemmo

«

tal sito gli scavi

essere appartenuti a gente povera

.

.

Proseguendo in

.

furono rinvenuti alcuni vasi rustici, ma loro forme ... II 29 le scrissi che continuando .

.

.

«

curiosi per

«

a sgomberare la gran tomba, per non perder tempo avevo scoverto altri quattro sepolcri greci, ove raccogliemmo, di argilla

tf

«

«

rustica,

le

un grazioso candelabro con varie masserizie servile

usi ignoti

per [Ometto

.

.

.

»

.

le note

assai

indicanti

succinte e aifrettate

il

con-

tenuto delle singole casse di vasi spedite a Napoli, e vengo alla nota finale di tutti gli oggetti scavati in questo secondo periodo

(20 dicembre 1858). II n.

1

indica due

il

n.

44 un «


«^

altro vaso.

i

nn. 2-40, Statuette a

41-43 due coperchi a

nn.

i

Seguono alcuni

:

24162) 46. Altro simile piü piccolo alto pal: 0,06. (id.)

47. Altro a forma di cipoUa con

alto

manico

«

a testa di ariete dipinto a vari colori

alto

pal

«

24169) 0,04

^'g

tt

«

«

48. Altro

piü

piccolo

alto

pal

:

:

e gettatoio

0,06

(id.).

(=

Inv.

(= Inv

49. Altro piü piccolo alto pal: 0,04 (id.). (= Inv. 24171) 50. Urceolo con ornati a fascia alto pal: 0,04 V'2 (id.).

(-- Inv. 24164) «51. Tazza con

manico elevato dipinto a

0,04 72 (id.) (=: 24165) [52-64, vasi certo canosini,

pal.

« tt

Inv.

24170) «

«

(=

24163) «

«

rilievii

vasi canosini].

45. Gutta toio a forma di oltra {sie) con trafori suUa bocca ornati neri alto pal 0,07. Terracotta. (= Inv.

a pancia con

«

«

vasetti di vetro;

ad alto rilievo;

tutto tondo

65.

Due

«pal: «

1.

colori

alto

».

ma

olle riunite nella

nico inarcato, tutto

vari

di

non esistenti ora nel Museo]. cui unione si eleva un ma-

adorno di ornati nerastri

;

larghezza riunita

Terracotta. (^^ Inv. 24166)

QQ. Candelabro

che

presenta una colonnetta a varie scorcon ornati dalla base alla

frammentato nel piede

«

niciature, e

*

coppa di color nerastro alto

pal.

1.07

(id.)

{=

Inv.

24152)

».

179

PER LA CRONOLOGIA DEI VASI CANOSINI (67-83, vasi, dei

alcuni

quali

forse

non esistenti

canosini,

nel Museo). «

84. Tazza seraisferica

con buco in

e

aderente

quäle evvi un meloche ha comunica-

alla

della tazza,

lato

«

granato,

«

zione col melo granato, con diie manichi fra l'unione; tanto la tazza che il melo granato sono striati di rosso largo pal: 0,06

« «

(=

(id.).

[I nn.

Inv.

85

e

iin

24153) ». 86 sono due lucerne:

il

87 comprende vari

n.

frammenti. Segne la enumerazione dei vasi apiili figurati Heyd. 3377, 2204, 2019, 2362, 3386, 3475, 3477, 3478, 3388, 3479, 3480, 3387, 3482, 3483, 3484, 3501, Min. 1851, Heyd. 3487,

3523, Min. 2025 segnati con i nn. 1-23: i nn. 24-27 sono vasi nn. 28 e 29 corrispondono ai figurati, ora non piü nel Museo; i

Heyd. 125 e 174; i nn. 30-33 sono guttatoi vato il solo n. 31 {= Heyd. 3485)].

A

Dalle lettere

e

B

si

ho

di cui

vasi

tanto

rileva che lo scopo degli scavi,

nel piano di chi doveva eseguirli quanto nel volere di chi

tro-

li

ordi-

tomba scoperta altre tombe che

nava, era unicamente di metter meglio in luce la nel 1844, ristaurandone alcune parti e di scoprire

fossero rieche di vasi dipinti. Questo secondo scopo e chiarito ancora

H

dalla lettera

in cui

il

tombe contenenti

cerca di

Bonucci

come

spiega

andasse

egli

iu

oggetti preziosi (cioe, secondo la voga tombe giä esplorate. Ciö esclude

dei tempi, vasi dipinti), evitando le l'ipotesi

che gli scavi

dei IV-III sec, in

contenente appunto tali

tombe

i

vasi

poter

imbattersi

canosini. D'altro

fossero anche venute in

e trascurate, perche inutili,

luce,

in

canto e certo che se

sarebbero

Perciö, le due

nominate nella lettera L, devono

tufo,

dei 1844,

tombe arcaiche

tombe

Che

mal

si

si

allontanassero dalle classiche tombe canosine,

C

mera,

vicino

spiegano come il

viale di

in cui si narra

a

quello

scoperto nel

1813.

gli scavi

rileva pure

un «epolcro a

I rapporti

F

e

ca-

G

ci

gli scavi veunero condotti, in linea generale, lungo

acacie

cui gli scavi

la scoperta di

rettan-

coeve a

ritenersi

quelle altre a camera, per quanto di tipo piü antico.

dal rapporto

evitate

State

dato lo scopo degli scavi, che era quello

di fare ricco bottino di vasi figurati.

golari di

tomba

allontanassero molto dalla

si

modo da

non

attraversava

che si

allontanarono.

tombe a camera messe

in

luce

il

piano

Infatti

concordano

di le

s.

Giovanni, da

descrizioni

in tutto

e

delle

per tutto

180

MACCHIORO

V.

1813

col tipo dei noti sepolcri del

e

1844. Tiitto ciö

e

chiarissimo

anche in assenza delle plante disegnate dal Bonucci. Non c' e il minimo appiglio per supporre che gli scavi incontrassero tombe

IV

arcaiche anterior! al

secolo.

Conviene ora tener präsente che le masserizie varie, di forme curiose e inusitate, a cui si accenna nelle lettere F, H, L ed M, sono appunto

i

«

vaso di forma »

loro

C

:

infatti con

:

alcnni

1' «

termini simili sono de-

vasi perfettamente

con

insolita

im askos

e

,

canosini

vasi

notati nella lettera

bocche

diie

ed

il

:

fra

di

utensile di forma insolita ed assai cmiosa

di dne recipienti circolari congiimti

composto

riconoscibili

un manico

da un collo stretto

e

uno sphagion: i « diie vasi cm-iosi so«, stenuti da uno stesso manico » equivalgono a una situla gemiiia. con manici verticali

e

Ora, questi vasi canosini lettera F, in iina

come

fiirono trovati,

tomba a camera

si

rileva dalla

del solito tipo, con la discesa a

rampa, con l'ingresso architettonico e le varie stanze cavate nel tiifo, insieme con Statuette e vasi apuli. La gran quantitä di questi vasi esclude che

di vasi arcaici

si tratti

tero esser in uso anche

mune

i

quali singolarmeute potetErano vasi di uso co-

etä posteriore.

in

quindi contemporanei ai vasi apuli. Vasi anterior! a questi di molfco avrebbero potuto trovarsi insiem.e con vasi apuli, non in grande copia. Se la cronologia dei sepolcri, a qualunque :

di poco

ma

civiltä

appartengano

l'arte dei vasi in

tere

una eguale

essi,

puö giustamente fondarsi sul

quelli preponderanti,

etä tanto

per

vasi

i

si

tipo e sul-

dovrä per forza ammet-

canosini, quanto per

i

vasi

apuli.

Ad

abbassare cosi la cronologia dei vasi canosini mi induce

ancora una circostanza capitale essa

si

chiama vano

distinguono «

altre

dei

ricchi

due »

« ,

messa

strati di

quelle che

isolate e profonde

tombe piü povere,

di

«

In

in luce dalla lettera F.

tombe:

» ,

cittadini di

il

Bonucci

sopra le quali sta-

una classe media

»

,

che per giungere a queste si doveva prima distruggere quelle. Ciö fu fatto, e appunto in queste tombe si trovarono in gran copia

si

vasi canosini e vasi apuli. Questa stratigrafia e confermata da

in

una

15 novembre 1828, esistente nell'Archivio del Museo(^) cui un tal Michele Caracciolo cosi si esprime parlando di uno

lettera del

{»)

Arch. Mus. VI Scavi, fasc.

2,

Ruggiero

p.

128.

181

PER LA CRONOLOGIA DEI VASI CANOSINI scavo al quäle assiste sul principio^

vasi

verti dei

ma

nistici,

coiiie

:

s e

rustici

«

lo

scavo fu proseguito per due giorni,

e

7np re suol suc cedere ^ furono scoII secondo giorno i medesimi rottami

misti di altri maestosi e nobili

"

.

dunque la stratigrafia, si deve natiiralmente conche le tombe superiori erano piü recenti: dunque i vasi

Stabilita cliidere

devono supporre coevi di quelli apuli, ma anzi Aramettendo che fossero piü ansi deve anche supporre dei V secolo o piü su

canosini non solo

si

coevi dei vasi apuli piü recenti. tichi di

essi



che almeno altrettanto inferiori.

abbondanti

Se ciö fosse, stato,

il



trovassero nelle

essi si

tombe

Bonucci, a cui quei vasi facevano

grande impressione perche evidentemente li vedeva per la prima volta, lo avrebbe certo notato, come infatti lo osservö piü volte per lo Strato superiore (^). Non si puö certo escludere che essi si trovassero nelle tombe piü profonde, ma per lo meno si deve convenire che apparvero peculiari dei sepolcri superiori, e quindi recenziori. Ma v'e di piü: 1' impressione fatta al Bonucci che fossero tombe di una classe media a differenza delle piü rieche e

piü profonde,

e

zione infatti

si

anche assai importante per noi. Dalla sua descririleva che in queste tombe non si trovarono dei

vasi insigni, delle grandi patere o altri simili prodotti dei periodo

aureo canosino,

ma

e pittura

grandezza

Se

vasi semplici e piccoli. fossero venuti in luce,

caccia — senza

puüto di questi andava in E ciö conferma l'ipotesi che canosini,

appartenessero a un

decadenza

:

le

il

vasi

Bonucci

insigni per

— che

ap-

dubbio l'avrebbe detto.

tombe onde provennero non

solo recente,

i

vasi

ma

di periodo tanto piü che da questo strato superiore di tombe non provenne nemmeno un solo vaso greco, mentre Canosa ha pur dato

alcuni vasi greci a rilievo

(^).

0) Nun h dunque esatto che, in altri tempi, i vasi canosini fossero «tenuti quasi a vile » (Patroni, Mon. ant. VI, p. 371): tutt'altro! Si vedano specialmente le espressioni della lettera F. E degno di nota anzi che fino dal loro prirao apparire essi destarono una curiositä alla quäle appunto dobbiamo tante preziose notizie. («)

Heyd., 2890, 2991, 2992.

182

MACCHIORO

V.

IL

Non se

credo di errare se affermo che questi documenti

opportimamente

intesi,

che ora possiarao

un vero

e

proprio

vaiore

hanno,

stratigrafico^

paragoni tra vasi dipinti e vasi cacolla di certezza non metter a paragone vasi di dinosini, piena

si

ma

versa etä o civiltä, e lucani,

di

Olli

mi

institiiire

ma sempre servirö

del tiitto coevi. Citerö bensi vasi ruvestiui

senza perder di vista il gruppo di Canosa, di un termine di paragone cronologico. La

come

che vorrei poter dimostrare si puö formulare cosi: i motivi dai vasi canosmi^ sono rosse e succinte imitazioni di ri-

tesi

esibiti

Giä il Walters (^) suppose che i vasi apiili geometrici e canosini costituissero uno stile domestico contrapposto all'arte nobile dei vasi italogreci, come si pensö circa la ceramica geometrica greca in relazione alla micenea.. spettivi elementi ornamentali ajmli coevi.

Ma



dotto archeologo dimenticö che segnende la sua cronologia cioe quella del Patroni questa contrapposizione non ci pote il



essere pjr la semplice

clie

ragione

VT-V

nel

sec.

un'arte

italo-

greca non ci fu perche si iniziö solo colla fine del V secolo. Ammessa in vece e dimostrata, come spero, la premessa che le due arti

furono coeve e affini e non profondamente diverse, ne di ori-

gini cronologicamente lontane, la tesi da rae formulata riesce del tutto accettabile.

Nelle figure 1-7 riproduco alcuni vasi di certa provenienza ca-

Museo

nosina, conservati nel

Napoli. Per agevolare

di

i

raifronti

ho contraddistinto ogni tipo di motivo con un numero progressivo per ogni figura, di guisa che, per es., motivo 6^ significa il meandro a onda che forma la iwima fascia nella seüa figura: ne occorre avvertire che

i

vaso riprodotto, 11

nei

messi

motivi

ma

meandro a onda

vasi

canosini (P,

— per

zione tra le due categorie.

Entory,

II,

p.

cominciar da questo

2\ 4\ 6\

tutta la ceramografia apula,

(^)

confronto non sono speciali del

in

dell'intera classe.

325.

ma Non

7^),

e



non implica nessuna cosi

frequente

altrettanto frequente in

puö perö

dirsi

stretta rela-

della serpen-

PER LA CRONOLOGIA DEI VASI CANOSINI tina puntinata (P,

2^

4^) che ritroviamo

Fig.

in

183

iina cassetta dipinta

1.

Fig. 2.

SU

un'idria ruvestina di stile

ancor

hello

(Heyd. 3422), ripro-

184

dotta nella

MACCHIORO

V.

fig.

8.

Questa

stessa

Fig.

cassetta

presenta un meandro

3.

Flg. 4.

embrionale formato da linee spezzate incatenate, identico a quello

185

PER LA CRONOLOGIA DEI VASI CANOSINI di alcuni vasi canosini

(4^,

5^)

;

un'altra cassetta, esibita da

una

lekythos da Pomarico, imitazione dello stile apiilo tardivo (Heyd. 2342, fig. 9), ha ancora questo meandro, ma lo associa a una Serie di foglie di lauro sciolte che ritroviamo in 3^ e 4^.

ün

motivo che forse deriva dal ramo di lauro

senta come una spina di pesce

sciolta,

sotto alla rappresentanza in un'anfora di

e

che

si

come 7^, Ruvo (Heyd. 1308, in

3^*

e

pre-

ricorre fig.

10)

Fisr. 5.

ed

e frequente in vasi lu^^Ji tardivi,

decadente

(*)

(').

Pure

imitazione dello stile apulo

in vasi ^ucani, specialmente di

Sant. 66Q, 528, 392. Heyd. 800, 945, 2209.

Anzi

(^),

Le provenienze

non

dei tre

da un catalogo manoscritto, redatto in francese,

vasi Santangelo rai constano

e compilato prima che la collezione Santangelo passasse al Municipio di Napoli. Esso fu scoperto da nie in un vecchio armadio del Museo: nessuno ne presso

il

sospettö

Municipio pure

Santangelo {Bull. («)

ne fra

il

personale scientifico e direttivo del Museo, ne si sa intorno agli scavi

l'esistenza: esso collima con ciö che

deW Inst.

1829, p. 171 e 175).

Heyd. 1745, 1756, 1829, 1827, 1836, 1984 ecc. 13

186

meno

V.

tardi

ma

MACCHIORO

piü sciolti dall' imitazione apiila, ricorre il motivo 5\ che del resto si vede sii una

a pizzi di triangoli allungati di

Fig.

6.

di anfora da Canosa (Heyd. 3225) e su due vasi a « incensiere I tardo stile assai e di forma 3233, pizzi 3246). RiiYO, (Heyd. »»

,

187

PER LA CRONOLOGIA DEI VASI CANOSINI ia qiiesti vasi sono natiiralmente dipinti a color pleno,

che una

come

si

pittura a contorno non poteva renderli

vedono nel vaso canosino: anche

la

ma

e chiaro

diversamente da

postura,

nella lun-

ghezza del collo, e la medesima. L'anfora di cui un dettaglio e esibito dalla flg. 10, ci mostra alla base della stela im ornato a volute puntinate che in altri vasi ricorre nel medesimo sito (^), oppure sotto l'heroon (*), o nel corpo del vaso

(^),

e che spicca chiarissimo

2^

in

Fig. 7.

ün

altro motivo

canosino che

si

a occhi assai larghi, ricorre nel collo

vede in 2^ e di

un

7^, la treccia

lutroforo

ruvestino,

ma

decadente, riprodotto in dettaglio nella fig. 11 (Heyd. 8246). Sempre lo stesso vaso esibisce (2^) una derivazione del meandro a onda che Consta di una serie di S obliqui incatedi Stile fiorito

nati (vedi anche 3^): questo motivo ricorre in un cratere da Canosa, al labbro (Heyd. 2017, fig. 12), e in un vaso decadente di

ignota provenienza,

(»)

(•)

(»)

ma

certo

apulo (Heyd. 945)

:

piü curioso e

Heyd. 2394 (Ruvo), H. 2193 (Ruvo). Heyd. 2272 e 2279 (Ruvo), H. 2340 (Polignano). Heyd. 1891 (Ruvo), 2051 (Ruvo), 2193 (Ruvo), 2388 (Ruvo).

188

V.

MACCHIORO

vederlo in una cassetta dipinta su una pisside da Anzi, imitazione dello Stile apulo tardivo (Heyd. 2904,

cassetta e ornata di

un

fig.

13).

Del resto questa

altro motivo, cerchietti

neette, che ricorre pure alla base delFheroon

Fig.

in

alternati

un

con

cratere

li-

da

8.

Polignano (Heyd. 985) e nelle volute di

un altro scadentissimo,

Fig. 9.

eguale provenienza fabbricato ad Armento. (Heyd. 1917), e intorno a un coperchio di tazza da Anzi (Heyd. 2376), di arte non migliore. In questi esempi il cerchietto e pieno, cioe trasfordi

mato

in

un grosso punto.

PER LA

(

RONOLOGIA DEI VASI CANOSINI

meandro semplice, come

11

si

da Canosa (Heyd. 2276, fig. 14) da Rnvo (^), ed e evidentemente piü complicato, proprio del

vede in

un vaso

ricorre in

in niimerosi vasi, tutti tardi,

e

iina

buono

l'*,

189

meandro

del

degenerazione

stile.

Sorvolo sull'ornato 3^ perche assai chiaramente deriva dai notissimi bastoncelli, e vengo all'ornato tipico di viticci e grandi

foglie,

di cui

oifro

im

cioö

apiilo,

il

esempio nella

desunta da una grande patera canosina (Hej^d.

2541);

fregio

fig.

altre

15 tre

Fig. 10.

di egiiale tipo stile

patere,

nosa

e grandezza,

provengono pure da Ca-

(^).

Questo

ornato

tanto comiine

P

nei

vasi apuli,

ha certamente

che perö ha una certa connesoriginato quello sione coll'altro ornato, di derivazione attica, esibito dalla fig. 12. canosino

e 7^

La parentela dei due motivi e evidentissima ne e men chiaro che l'altro ornato affine, ma piü semplice, 4^ e 6^ risponde pure a un ornato apulo molto comune, come mostra la fig. 16 desunta :

da un'anfora ruvestina di (»)

stile fiorito,

trovata a Canosa.

Heyd. 1981, 2076, 2255, 2383, 2083, 2029. Sta sotto

la stela, o sotto

rheroon, o alle spalle.

n

Heyd. 2646, 2576, 3377. Cfr. Not. sc. 1898, p. 217 e Gardener FitzWilliam Mus. tav. XXXVIII. Per la forma, Heyd. tav. I, 16.

190

V.

MACCHIOKO

ün

ultimo motivo schiettamente apulo e dato dalle squamme 6^: esse sono copia di quelle altre, assai piü perfette, di un'ane di due anfore da Ruvo (Heyd. fig. 17) spalle oruate di squamme che vogliono dar

fora canosina (Heyd. 3225,

1753, 3219) con

le

Fig.

rillusione della plasticitä. Sono di buono

squamme

un

lutrofoio da

stile:

pessima

invece

Fig. 13.

Fig. 12.

e l'arte di



IL

Ruvo (Heyd. 2388), che pure ha

le

nel collo.

Questa

serie di raffronti

mi pare

suliiciente

:

tuttavia convien no-

tare che, oltre alla parentela di singoli motivi, spicca uiia grande

PER LA CRONOLOGIA DEI VASI CANOSINI affinitä nel

modo

191

di unirli e associarli. Si veda p. es.

il

candelabro

%. 18 (Heyd. 3009. Prov. ignota) non solo esso molti motivi. giä enumerati (serpentina pimtinata, Spina presenta riprodotto nella

:

m^^

ii^

.

r^RMm Fis. 14.

sciolta, pizzi,

meandro

di linee spezzate incatenate),

Fio-.

lo stesso

sistema di disporre

i

ma

presenta

15.

motivi in fascie sovrapposte, divise

Fig. 16.

da tante linee

orizzontali per

lo

piü

doppie,

generale della ceramografia apiila e hicana e

una per

tiitte,

la

fig.

come e proprio in come puö attestare,

17. Specialmente nelle cassette spicca chia-

192

MACCHIORO

V.

ramente quosto sistema, anche dove non hanno vera rispondenza

i

vasi

coi

vari motivi iü

se e per se

canosini. Nella üg.

19 riun confronto tra {^): semplice e i vasi canosini nelle 1-7 basta a dimoqiieste riprodotti figg. strare cfie si tratta di iina sola e identica arte, di un eguale stile semplificato nn po' nelle cassette forse dal pittore stesso che le produco tre altre di queste cassette

ritrasse nei vasi

sii cui figiirano. Ora, io farei notare che si puö bensi recar in dubbio se iina rispondenza da vaso a vaso implichi

Fig. 17.

no una diretta derivazione,

ma

non

si

pnö

spondenza tra suppellettüe domestica coeva sette

— non

durre, fino a

sia reale ed effettiva.

Un

un certo punto, motivi



dubitare che la vasi

ri-

canosini e cas-

motivo artistico puö ripro-

assai piü antichi,

ornate

e del tutto inverosimile per queste cassette,

ma

alla

questo

buona,

senza pretese, con un'arte veramente paesana. Questo e il punto. Alla stregua dei fatti finora esaminati, che cosa rappresentano questi vasi canosini? Io penso che

semplicemente

ü

(^)

Tratte rispettiv&rnente da Bull,

ined. IV, 17, e

V

22.

essi

sieno

un'arte paesana,

contemporanea da questa influenzata: perciö essi hanno

prodotto

alla pittura vascolare e

di

IX.

1

(=

Bull.

it. I, 1),

Mon.

PER LA CRONOLOGIA DKI VASI CANOSINI tante

affinitä

colle

cassette

ognun vede, prodotti paesani di questi vasi proprio dalle

di :

iiso

perciö

tombe

domestico, il

193

come

anch'esse,

Bonucci ebbe larga messe quelle piü povere di

siiperiori,

bella suppellettile vascolare.

Kiesce pol agevole comprendere perche mai questi vasi mocoi vasi decadenti apuli, o con le

strino tante relazioni proprio

tarde imitazioni di

essi,

sieno lucane o apule

:

e agevole

supporre

Fig. 18.

come

nella decadenza della cultura e civiltä

giassero questi rozzi prodotti, ai quali prima dipinti e figurati.

A

modo

e

certo che

apula piü si

spesseg-

preferivano vasi da

me

i

vasi

messi

ogni a confronto con quelli canosini sono tardi, tranne le poche eccezioni notate. Le palmette sono sempre rozze e pesanti, se vi e stela,

questa

e

sempre schematica

e priva

di

i

carattere,

diversa

assai dalla stela architettonica bene incorniciata dalla scena, propria

194

MACCHIOHO

V.

dei vasi riivestini di stile hello (^): se

manca

di

manici, o se

li

ha,

e

il

vaso e a

«

ineensiere

»

hen lontano dal hei lutroforo ru-

vestino di derivazione attica(^): l'heroon stesso e indizio di etä tarda perche non compare nello stile hello apiilo, ma nell'ultima fase e nelle tarde derivazioni e Tiiso e l'ahuso dei

colori sovrapposti.

lucane di e

Ma

stile

non

apulo; costante, poi, con gran lusso di

viticci,

fogliami hasta: l'aver

tipici

riconosciuto

il

gruppo

SsychSc^ö.

^OA ^'k^ JTSinFlSlTL

jgaLiAJtA 15TJTJ151S157 Fi ST.

dei vasi provenienti da Cauosa,

generale,

i

1!

mi

perinette di affermare che, in

vasi apuli e liicani fin qui presi in esame, sono poste-

riori a quelli di

Canosa.

informi, senza stile, e

A

Canosa

senza

certi vasi

non

si

dalle

quasi convien

figure

produssero: gusto, quindi ritenere che i vasi canosini derivassero la loro arte in parte fuori di Canosa^ piuttosto che da Canosa stessa (^). (0 Heyd. 2347, 2217, 2289, 2253, Sant. 454. (2) Heyd. 3246, 2079. {^)

Assai giustamenta

sciuto che nali,

Canosa

fino dal

il

IV

prohabilmente messapici.

Mayer {Rom. Mitt.

1897, p. 225) ha ricono-

secolo risenti Tinfluenza di elementi meridio-

PER LA CRONOL06IA DEI VASI CANOSINI

Come

spiega ciö

si

La produzione fiorito

esser

Canosa

e

vasi dipinti di Canosa, che

di

non mostra una fase ultima

apiilo,

quindi

modo semplicissimo

lu un

?

in realtä, a darsi

in

costrette a far

balia:

loro

deriva

304

XIX,

72, 8;

stile

col 318,

Bomani

coi

(^):

che la Daimia rimase

di

sempre alleata dei Romani nel 315 o 314 Lnceria ordinata a colonia (Diod.

dallo

noto che,

e

alleanza

dopo

colla storia.

:

decadenza: dovette

di

Ora

bruscamente.

arrestata

Teano furono

195

Daunia fu

in

Liv. IX, 26,5); col trat-

cfr.

settentrionale rimase pieno dominio romeridionale invece gode piii a lungo della li(^). L'Apulia Bari nelle sieche monete del II secolo mostrano Ruvo e bertä, tato del

l'Apulia

mano

che pure allora erano confederate

(^).

Colla presa di possesso ro-

raana, certo langui prima, e poi cessö la bella produzione vascolare

canosina, e subentrö, o meglio prese vigore la produzione rustica

paesana;

e

— specialmente a Ruvo

poiche nella Apulia meridionale

— continuava,

pur decadendo

in

mezzo

alle tristi vicende delle

guerre sannitiche, la fabbricazione di vasi, di qui tolse alcuni elementi l'arte locale canosina. Cosi spieghiamo come la parentela tra vasi ruvestini decadenti e vasi canosini sia assai piü stretta che

non tra questi e

vasi canosini.

i

me, unarte indigena nel senso a differenza della pittura vascostretto della parola, cioe dauna, lare, che fu italiota. Ne vale obiettare che i guerrieri indigeni L'arte dei quali fu, secondo

compaiono con e

che quindi

loro costumi locali sui vasi dipinti apuli e lucani,

i

deve

si

l'esistenza e

supporre di

1'

attivitä di

ceramo-

di

tutto,

guerrieri indigeni gli esempi sono in generale assai scarsi, e poi si puö ammettere che di tanto in tanto potessero venir ritratti da pittori

prima

graii indigeni:

tigurati su

vasi

italioti.

D'altra parte, la differenza

luzione

tra

coevi,

e tale

zione,

ma

a

canosini

vasi

i

che non

si

due classi

tombe sogliono (^)

Liv. IX, 20, 4:

De

(")

Beloch,

vasi

di

stile

apuli

attribuirli a

puö

il

di

tecnica, e di evo-

pur

figurati,

una sola

Invocherö qui di nuovo la « In alcune contrade le

quäle dice

:

Apulia T e&nenses deditionem venerunt.

et ex

Sanctis, Storia, II, 338.

Der

ital.

Fand

64.

essendo

e unica popola-

essere in generale quelle dei poveri

fessi obsidibus... datis in

O

i

sociali diverse.

testimonianza del Bonucci, «

e

Ca,Ti\is\mqxie

:

in altre la

populationibus

196

MACCHIORO, PER LA CROKOLOGIA ECC.

V.

«

dimora d'una gente piü agiata

«

maiisolei dei piü ricchi e potenti cittadini. Perö

«

Ultimi talvolta

anche

oggetti antichi che e

dal

(^).

Bonucci

raccolgono

in

:

tipo della

II «

tomba

«

di

[sphagion]

(2)

e

i

i

trovano qiiesti facoltosi

»

.

Gli

descritta

ove

altrove

raccogliemmo

di caldaia a collo

tipo ben diverso dal noto ipogeo canosino

:

attribiiire

intendendosi

tufo

comune

Questa differenza non attribuendola a due classi

una vera necessitä

italioti

e

»

povera

Tumulo

ricco di vasi dipinti.

garsi se

ritroyano

varie classi di gente

queste

rettangolare alcuni vasi rustici di creta della forma stretto»

si

si

meno

dei

gli avelli

infine

formano anch'essi delle categorie di natura di versa

di sepolcri

e distinta

si

fra

in altre

:

i

italioti

per

i

sociali ai

primi sia

e tale

che non puö spiediverse: e allora

dauni, e

i

secondi agli

greci stessi immigrati, sia

i prodotti dei loro connubi con indigeni diversi nel grado di civiltä dagli indigeni dauni. Allora,

loro discendenti, o

assai a ogni

modo

basso grado di civiltä della Daunia (•^), ci spieghiamo come la decorazione apula si trasformasse in tali rozze parodie passando

dato

il

nei vasi canosini,

i

quali anche in etä inoltrata mostrano sempre

un'arte dei tutto primitiva sasse colla signoria



davvero

('*),

e

come

la produzione italiota ces-

romana che dovette

esiziale per

la

riuscire

civiltä italiota.

— come

poi fu

Invece e agevole sup-

porre che da questo dominio ricevesse minor danno l'arte paesana, i cui cultori non erano avversari dei romani, come prova la tranquilla e fedele alleanza serbata dalla

Daunia verso Roma, dal 318

in poi.

Ma modo che

SU tutto ciö i

non YOglio

insistere.

troppo

Resta ä ogni

vasi canosini sono posteriori al fiore della produzione

vascolare di Canosa

— come provano

gli scavi

Bonucci



e, poicbe alla tarda questa rispetto ceramografia apula, posteriori ancor ai vasi circa entro la prima metä dei III estendendosi piü apuli,

e giä

secolo.

ViTTORIO MaCCHIORO.

C) Arch. Mus. (•}

Arch. Mus.

(3)

Per la

VI Scavi fasc. 7, Ruggiero VI Scavi fasc. 9, lett. 25

civiltä arretrata dei

p.

547, lettcra 18 niarzo 1854

febbraio 1858.

Dauni indigeni

v.

Mayer, Not.

pp. 225 e 251. (*) Cfr.

Mayer, Not.

sc.

1898, p. 209, e la figura a p. 210.

sc.

1897,

L'ISCRIZIONE DEL TEMPIO DI

«

APHAIA

IN EGINA

«

(*).

II testo e il couteniito dell' iscrizione di A p h a i a in Egina sono stati discussi in una vivace polemica tra A. Furtwängler e M. Eränkel ('); ma dalla disciissione, per molti riguardi acuta e

minuta, tra im archeologo geniale e iin epigrafista di lunga lena, r iscrizione non e riiiscita ad avere una spiegazione che possa dirsi sostanzialmente giusta e, anche, filologicamente legittima. Per l'importanza che essa ha nella storia dei culti ellenici, parmi opportune rilevare l'errore evidente in cui e incorso l'uno e l'altro editore neir interpretarla, e la poca consistenza di alcune

che l'uno di

il

essi,

sulla storia di uno dei piü notevoli templi

Do

il

facsimile e

deduzioni

Furtwängler, ha tratto, da un testo falsato,

il

arcaici

della

Grecia.

Fultima

testo delF iscrizione secondo

let-

tura dei Furtwängler, lettura dei tutto dipendente dalla seconda revisione dei Fränkel (^).

KX^eoiTa lagäog iovTog sT~\€x^Y^

xal iMQxo^g (*)

Sono grato

tcitpaCai

ü)i,9og

x^ksifjag noxenoiri^rj

X(o ßüof^iög.

7ifqi\_s~\noir]\^r^ i^).

al pro f. L.

Savignoni che, consigliandomi lo studio di

questMscrizione nell'esercitazioni della Scuola archeologica, portnnitä di portare

il

.

mi ha

oflFerto l'op-

ad una nuova interpretazione dei testo. 252 sgg.; 543 sgg;; cf. 1902, pp. 152 sgg.

inio contributo

in Rhein.

Mus., 57, Furtwängler in Aegina I p. 2 sgg. (*) A questa seconda revisione ha giovato non poco una savia eraendazione proposta da A. Michaelis nella punteggiatura dei testo v. Fränkel in Rhein. ;

;

Mus.,

1.

c, 543. Si noti peraltro che l'emendazione

prima lettura dei Fränkel dopo da irji^t] (v. appresso). sulla

(«)

Aegina

Koehl, Imag.

I.

I p. 2:

v.

il

G. A.\ p. 97, e

Iin.

2:

(bi,xo&ofj.']^di],

facsimile ibid., I. G.,

dei

IV,

n.

p.

1580.

367

Michaelis

malamente

fu

fatta

sostituito

e cfr. II, tav. 25. Cfr.

198

MAIURI

A.

Riassiimo

termini della controversia.

i

vando nei dati deiriscrizione {ol9og, da cui sono caratterizzati i tre stadi

II

Furtwängler (0,

ßcoiaog, sQxog),

siiccessivi

della

costruzione

meno ipoteticamente

del tempio, due dei quali piü o

tro-

tre elemeati

i

voliiti rico-

struire dal materiale di scavo, era indotto a vedere neu' iscrizione stessa, grazie alla qualitä della pietra su cui

era incisa e grazie

verbo sry^rj, il vero atto di fondazione del tempio piü antico, e a riportarne cosi la data alla 2* metä del VII secolo; 1' ol9og non al

sarebbe stato che

il

vaog della dea Aphaia, iinica o maggiore

di-

vinitä di quel centro di culto.

Fränkel contrastando al Furtwängler Tidentificazione della

II

divinitä del tempio arcaico con la dea Aphaia, vedeva

neW ot9og

luogo del culto d'una divinitä

minore (Aphaia), dipendente dalla divinitä maggiore del tempio (Artemis). 11 testo per i due contraddittori restava lo stesso. Ora e facile vedere che proprio il il

testo e falsato dall'interpretazione dell'uno e dell'altro,

questione stessa a cui

il

Fränkel

e

che

la

rimasto troppo asservito, della

e

Aphaia a culto massimo nel tempio arcaico ripresa dopo una piü giusta intelligenza del-

identificazione o no di di Egina,

puö essere documento epigrafico che possediamo.

l'unico cospicuo

Incomincio dalla 3* linea plisce

Furtwängler con

il

TeTxog o d^qiyxog, mentre

il il

[xai TMQxol^g Ti;€QL[^s']Tioirj^r] supFränkel prima egli aveva pensato a Fränkel, ammettendo in una prece.

;

dente lettura una lacuna maggiore nella frattura del 1° frammento a sinistra, aveva proposto Ti€QißoXo~\g. I singoli supplementi sono dovuti, prima e dopo, alla preoccupazione di trovare accanto 2L\Vol9og

-

vaog, e al ßoapiog,

della costi'uzione piü antica

Poiche

si

aveva un

cosa che ricingesse

nsqCßoXog

o,

sono caduti e

0) («)

Aegina

il

terzo dato da identificare con

del

Tisginoisco, 1'

ol9og e

il

da ultimo, sqxog il

Furtwängler

I p.

Furtwängler

480 in

muro

il

tempio:

ßco^iog, {^).

e il

Ora

resti

T€\asvog.

quindi o rsTxog, o ^giyxog, e evidente l'errore in cui

Fränkel

:

nsQinoism nel senso

di

Rhein. Mus., 1. c. Aegina, I, p. 3: « Endlich berichtet die Inschrift, sg.,

e

Umhegung (rö e'^xo]? ist die warscheinlichste Ergänzung) «. Non diversaraente pensa il Fränkel, Rhein. Mus., um Haus und Altar 'und das Gitter wurde heramgelegt

herumgemacht wurde c, p. 548: «

i

sembrava legittimo pensare a qual-

dass der Zaun, die

1.

del

von dem übrigem Bezirk der Artemis abzusondern

',

«.

l'ISCRIZIONE DEL TEMPIO DI «

«

APHAIA

{= herummachen)

costruire (fare) intorno

IN EGINA

»

non

",

e

199

mai

esistito

neU'uso greco. Da Erodoto ai tardi lessicograti, quel verbo non ha che due diverse accezioni di significato: quella di « aver

estrema cura, conservare risparmio di qualcosa» o, conto

far

(salvare),

far

tesoro,

raramente fare acquisto per - iivC ti- n II supplemento del qualcuno (^). del Fränkel non ha quindi la minima consistenza. «

profitto di

Furtwängler

Ne

e

supplemento a lin. 2*: [«V]«t>i^, acdal Fränkel come riferentesi a ol9og e

piü consistente e

il

cettato dal Furtwängler e

Anche qui

ßcofjiog.

Fränkel

(*)

legittimano

il

un

di

trattasi

errore.

Gli esempi addotti dal

= avttsdiq

valore di [^sTyd-rj

ßmfxog; non legittimano, per

la

almeno

tesi

valore di [sTy-i^rj riferito a ol9og.

La

tesi

riferito

del Fm*twängler,

infatti e

il

testo

a il

del

Furtwängler ci portano a domandare se l'iscrizione e, grazie alla dedica di un ot9oc e di un ßüofxog, l'atto di instaurazione del :

culto di

— Aphaia (of9og vaog), come nome

l'etä

dopo

di

un sacerdote,

canti che instaurano

il

e

proprio

stessa datata

il

nome

dei

culto? Di piü, se KXsoirag (nome

sarebbe instaurato sotto

siamo

l'iscrizione

non abbiamo invece

e

tronimico) non puö essere si

micenea in un tempio vero

mai troviamo

il

il

primo dei sacerdoti suo

sacerdozio

di

dal

dedio

pa-

un tempio che

{laqäog iovrog), noi

nome KXsoirag ad una lista di sada piü o meno lunga data. Come puö affer-

costretti a riportare il

cerdoti giä esistente

marsi dunque che riscrizione sia l'atto di fondazione

(*)

del tempio

Herod. VI, 13: nsQinotfjaai rä igä xä affsxBQa; Thuc, II, 25: ti^k con valore di risparmiare nsQinoiso) h usato in

T€ rrdXcv nsgiBnoirjae

;

Dittenberger, Sylloge^, n°. 226, 134: otx dXiya /(»ij^uara neQienolrjas rfjt nöXei; in Esichio e Suida: negmoirjaig xxfjavg ecc. E forse necessario dire che in nsQLnoisü), il negi non ha il valore di äficpl, ma il valore intensivo '

che ritroviamo in nuinerosi composti quali ad UeQcfiXttg, e

di il

es. negmXijS^ijg,

neirindogermanico «pari»? Giova

di piü

neqmifinXrifAL,

notare che

il

valore

negmovso) nel senso di « trattare con cura » si conserva, come rai avverte prof. L. Savignoni, anche nel greco moderno nsQtnoiotffxai con signifi-

cato di «far complimento, buon trattamento ecc».

Rhein. Mus., 1. c, p. 543 sg. Ipassi allegati: /. G. IV., 192; Inscript. RoehP, n. 314 e Herod., V, 77, si riferiscono nei primi due casi, a dedica di un ßcofiög, nel terzo a dedica della decima di un bottino di guerra. Ma di un oixoy {yaöy) ti^syai, non c'e esempio. SuU'assurditä poi del testo (*)

antiq.,

V.

appresso.

200

A.

piü aütico?

Ne

MAIÜRI

vale obbiettare che

il

culto di

äelY ol9og-va6g

dedica

e che la fondazione o

Aphaia preesisteva non

riiivenimenti del Furtwängler, che continnazione di

secondo

e,

i

un culto che

miceneo

(^); poiche non possiamo supporre preesistente alla costruzione del primo tempio una lista di sacerdoti che si denominano e funzionano come i sacerdoti dei si

inizia nel terzo periodo

templi dell'etä classica. Se prima

deW ol9og'va6g^

di traccie di costruzioni piü antiche,

mancanza

in e

costretto Furtwängler all'aperto, siamo ben lontani da ciö l'organizzazione amministrativa e religiosa di un tempio il

ad ammettere un culto locale clie

e

greco, quäle invece schiettamente appare dalla nostra iscrizione. II

Furtwängler, in sostanza, non ha visto che, accogliendo V izy^i] (2), Klsoira lagsog iövrog veniva a urtare con la sua tesi fonda-

il

mentale

e a costituire un'evidente assurditä formale e sostanziale

del testo. L' irjev^r] apparrebbe legittimo qualora si accogliesse la che cioe Aphaia sia una divinitä minore, che tesi del Fränkel :

lol9og ne

fosse

e che,

il

luogo di

culto

entro

il

re'fxsvog

conseguentemente, l'introduzione

del

del

grande

culto stesso,

tempio, datato secondo le liste dei sacerdoti della divinitä maggiore (Artemis?), debba riportarsi al tempo dell'iscrizione. Mae con l'una 6 con Faltra tesi non

si puö scusare l'inopportunitä delVeTs^t] accanto al xoulstpag noTsnoirjdiri. Riconosciuta dal Furtwängler l'inconsistenza dell' interpretazione, prima da lui stesso proposta, di

iXs(fag

come ccyaXfxa

iXstpctvtivov,

puö significare che un ulteriore decorazione in avorio;

(*)

ligiöse

Su

puö

ciö faccio le

essersi

debba pensare

il

il

xoiXsfpccg

lavoro

di

non

tiotsttoitj^^t]

abbellimento

e

di

norsnou^dri deve dunque seguire ad un

mie riserve

mantenuta piü

;

la tradizione cultuale di

meno

alla persistenza d'una sola

ininterrotta, senza

forma

un centro che

perciö

resi

di culto, d'una sola divinitä.

i santuari della Grecia la sovrapposizione dei culti h un fatto quasi comune di sviluppo storico-religioso. Ma a far credere üfpala una divinitä preellenica, forse di origine micenea, contribuisce non poco il nome

In quasi tutti

«nimmatico; di f)

Un

ciö altrove.

altro

supplemento del Furtwängler: inoi]^dt] oltre ad essere

sufficiente per gli spazi, h

poco probabile per

i

verbi

noxsnoi'ifj&r]

e

in-

neqievalore

noii^&T] che seguono. Di piü linoi]'^9t] come ii4&i] da allMscrizione il ch'essa non puö avere, di fondazione del tempio di instaurazione del culto

in questione.

l'

verbo

clie

ISCRIZIONE DEL TEMPIO DI

indichi

i

«

APHAIA

EGINA

» IN

201

lavori ai qiiali la decorazione in avorio servi

aggiunta {noimoisti)), e di rifinimento. In sostanza ne il i;u}Qxo~\g, ne Vei^s'^^i appaiono giustificati dal contesto, poiche l'iino e Taltro siipplemento son doviiti ad im

-di

necessario adattamento degli spazi epigrafici della 2* e 3* linea, a qiiello che si e creduto dovesse essere l'intero siipplemento della

1* linea: '[Kiyoira. Ma KXaoiTag e nome o patronimico? Come patronimico fii inteso dapprima dal Fiirtwängler e dal Fränkel i quali, concordi

dopo qiialche

divergenza

anche allora

1* \j;ov SsTvog KX~\soira\

lin.

lin.

siil

testo,

2* \_mxodo^yix)r^\ vero e proprio del

«upplivano: lin. 3^ [x^ TtsQCßoXo]g\ fii inteso come nome sacerdote nelle seconde letture ma solo a causa della ferrea necessitä degli spazi, limitati dai supplementi

parenze

miova

pietra non

della

davano

\_sir\6-dTq

e

\j:oi}Qxo]g.

nessuna

infatti

Le ap-

ragione della

lettura.

L' iscrizione, giova notare, scolpita originariamente sopra

unica lastra di pietra locale, si spezzö o, forse, in piü parti (\). Dei quattro frammenti rinveniiti,

una

venne spezzata tre, scoperti nel

miiro della terrazza Orientale, misiirano siiccessivamente da destra

a

m. 0,57; m. 0,57; m. 0,36; l'ultimo minore, scoperto nello stereobate del tempio, misiira m. 0,14 o 0,15; aggiungendo sinistra:

^li spazi delie due lottere

supplite

nella 2^ lettnra dal Fränkel

hanno approssimativamente che 23-25 centimetri di lunghezza. Qaal'era la lunghezza totale di questo frammento? Per congettm-arla non abbiamo che la terminazione onomastica -fo^T«.

{Kf^)^ non

A

si

questa terminazione non si puö supplire, dal materiale onomaad ora noto, che un nome di schietto colore dia-

stico greco sino

lettale Kr\soiTag.

Questo nome non e comune: ricorre dubbia origine attica (V sec.)

in

iamiglia di artisti di assai

(^)

Par legittimo supporlo dalle lunghezze uguali dei

menti a destra: m. 0,57 tura di tutte

le

-|- 0,57,

O -p.

Pausan.,

I,

24,3; V, 24,

ha dubitato a ragione

5 il

VI, 20,

gramma 41. 9,

riferito

14.

da Pausania, VI, 20,

nome

e del

14; cfr.

I,

Dell'origine attica dell'artista

Bursian, in Jahrb.

514, a causa della desinenza del

due fram-

regolare della frat367, ammette invece

che sosteneva Tiscrizione.

dell'edificio ;

priini

meno

faccie interne. II Thiersch, Aegina,

una frattura causata dalla caduta Cleoitas,

dal taglio piü o

e

una

(^), e in

f.

colore

Phil.,

non

LXXIII, 1856, attico

delPepi-

Loewy, Inschr. Griech. Bildh.,

p. 13.

14

202

una

A.

MAIURI

assai piü tarda iscrizione di

Chio

Mancano composti del nome; uno spazio miuimo di due lettere,

o

Tr]g.

o,

G.

L

Gr, 2, 2214,10: Klsoi-

dobbiamo

qiiindi supporre con la formola ö SsTva roTt

spazio assai maggiore. Ma la prima ipotesi, caduti ed essendo assai dubbio che la lunghezza del \jT~\s^i] 1° blocco a sinistra fosse qiiella calcolata di sopra, e di per se

dsTvog

(^),

iino

e \jö)Qxo}g

,

assai improbabile. Stando alla 2* ipotesi, e contenendo gli spazi della lacuna nelle misiire dei primi diie blocchi, im siipplemento legittimo e \_ä V OD i X d ii~\rj i)^ 11 .

Secondo

il

qiiesto siipplemento

contemito dell'iscrizione

diverso da quello supposto dal Furtwängler

abbiamo, in sostanza,

l'atto

di

noTsnoi^rjÖrj acquista cosi ßcofiog e di

un ol9og che

di il

si

restauro,

ma

di

non

dal Fränkel;

dell' ofc9og - raog,

fondazione

costruzione di un ßoofiög e di un ^Qxog, zione (parziale o totale),

e

ben

e

iin'opera

rifinimento.

e la

di ricostruII

x«^«V^^

suo giusto valore nel contesto di im dedica per la prima volta, si sarebbe ;

espressa assai difficilmente la circostanza che ad essi od all'uno di essi,

e di

veniva aggiunta im'ulteriore decorazione in avorio; diim ßaofxog ricostruiti per la manitestazione di un culto

un ol9og invece

divenuto piü sontuoso, piü ricco, quella circostanza rientra a meraviglia nel carattere del 7t

fqi[6~\7toir^d^ri',

documento

dando a questo verbo

epigrafico. il

valore,

E

cosi dicasi

che

di

parmi piü

giustificato nel nostro caso, di tisqittoisTv tcc Iqcc Herod., VI, 13^

non

si

tratta che di

una tutela

religiosa e amministrativa di tutto

ciö che rientrava nel possesso del

cordote in carica

cura materiale

»

;

e nelle

funzioni del sa-

dando invece a nsgiTtoisTv il significato e quindi di « rifinire un dato lavoro "

da intendere l'indicazione preziosi fatti

tempio

di (^),

«

aver si

ha

abbellimenti piü costosi a degli al tempio. Mancando 14 o 15 lettere, parmi alquanto altri

rischioso far congetture per questa parte. L' iscrizione dunque, datata dal nome del sacerdote sotto il quäle avvennero lavori importanti di ricostruzione e di abbellimento, non ha di per se che il carattere di un semplice docu^

ma qui ci aspetteremmo piuttosto Tof KX\Eolrct. di nsginoieo) ci viene te(^) Noto peraltro che questo secondo valore stimoniato, da fonti tarde e per l'unica forma verbale nsQineTToirjusyos cfr. (^) II

Fränkel [roß ^eivog KX]eolta,

{zoH (fetvo?

;

Theoph., H. F.,

9, 3, 4:

boyavov nEQinenoirifABvoy

ecc.

L'iSCRIZIONE DEL TEMPIO DI

mento amministrativo di rialzarne, contro

non

(^);

«

APHAIA

»

IN EGINA

abbiamo perciö

203

nessuna ragione

dati sicuri della paleografia del testo, la cro-

i

nologia fino alla 2» metä vuole il Furtwängler, ma

VI

VII

del essa

secolo,

deye

come arbitrariamente

necessariamente

discendere

fino alla

metä

gomento

tratto dalla qualitä della pietra che e identica al

del

non addirittura alla

se

fine del

VI

L'ar-

{^).

mate-

riale della costruzione del tempio piü antico, non ha che iin'importanza molto relativa. Trattasi di pietra locale, l'uso della quäle

per un'iscrizione che, come parmi assodato, non ha carattere mo-

numentale di dedica

mento

e l'uso che se

(e ciö

anche

spiega

il

rinveni-

ne fece nelle costruzioni posteriori

teva essere consigliato da circostanze del tutto tecnica speciale di costruzione.

Ciö posto, l'eguaglianza

una buona base

del

luogo

di

ol9og

Se

di argomenti.

a vaog,

l'iscrizione

(^)),

po-

ad

una

estranee

viene

non

a

perdere

e l'atto

fon-

di

dazione del culto di Aphaia, in cui la menzione prima del vaogy poi del ß(Ofi6g, e da ultimo dello egnog^ doveva apparire in stretta connessione di cose, noi non siamo piü obbligati a intendere, con Questo carattere deiriscrizione non si appoggia soltanto sul supplema anche su altri che ho tentato per mio conto e credo inutile riportare. Supponendo ad es. la lacuna minore, di due o tre lettere, (*)

mento proposto, e

volendo accostarsi alla lettura

plire

un verbo assai opportuno

oXxrjfia

rjaxrifiBvov

'^axrifxeva

() Mus.,

1.

;

e

III,

Hesych: daxelv

57

del

Savignoni

al nostro caso :

fj

dyoQr]

:

xal

(v. appresso),

'^cx~\rj^ri;



cfr.

si

puö sup-

Herod.,

nQvxavrjiov

130:

II,

Jlngiiü

Xl&
xoafieip.

A

questa conclusione era venuto in parte anche il Fränkel, Rhein. c, p. 152 nota, osservando la scomparsa del F tanto in questa iscri-

zione {ol<^og), quanto in un'altra di Egina che appartiene sicuramente al V sec. {xtjgycüv xal 'Egycov in Aegina, I, 368, n. 10). La cronologia del Furtwängler apparrä anche piü inverosimile, quando si pensi al lento svi-

=

luppo calligrafico della scrittura in Egina; sui blocchi del terzo tempio noi troviamo, come contrassegno numerico, gli stessi tipi arcaici che haiino le lettere delle nostra iscrizione (le ragioni addotte a p. 495 non spiegano la persistenza o la spiegano soltanto in parte). Un vero e proprio sviluppo calligrafico si ha negli ultimi decenni del V secolo con l'iscrizione dell'am-

phipoleion, ma (^)

qui, si noti,

Sembrandomi

rovina accidentale del

abbiamo una vera

e propria Influenza attica.

assai dubbio che Tiscrizione sia andata

muro

in

pezzi

o di un'altra qualsiasi parte dell'edificio in

per cui

originariamente era collocata, non riesco a spiegarmi come un'iscrizione solenne di dedica, quäle la ritiene il Furtwängler, sia andata a finiro come materiale di costruzione nel muro del rif^eyog.

204

A MAIURI

niiovo contesto, che si restaurasse e ricostriüsse tiitto

il

il

tempio,

non piuttosto una parte esterna o interna di esso. Di piü l'uso di ol9og per vaog, non sembra assai singulare nel VI secolo» e

quando Egina

elementi

stessi

negli

abbiamo un vero

(^)

struttivi

e proprio

secondo

del

tempio

raog, giä lontano dal

di

tipo

deirot9og miceneo {^)? Ammettendo con il Furtwängler l'identificazione della divinitä del tempio arcaico con la dea Aphaia, ma escludendo l'eqiiiYalenza da lui posta tra oi9og e va6g, non restano che due ipoper Tidentificazione delF oF9og o trattasi delle costruzioni sul

tesi

:

lato meridionale

supposte dal Furtwängler case una del sacerdoti, parte tempio denominata oF9oc. Non a riconoscere come sola legittima quest'ultima ipotesi. Con

i

per

della di

o,

esito

terrazza,

l'espressione tcupaiai au9og

=

o of9og, ci viene indicato

un

edi-

strettamente pertinente alla dea, mentre che il gruppo delle costruzioni meridionali, oltre ad offrire una notevole ricchezza di ambienti, appare del tutto staccato dal tempio. unico

ficio

Di

direi,

e,

piü, poiche

il

%a)X€(pag Tiorsnoirj^r]

ot9og che al ßaDfiog,

il

sembra

riferirsi tanto allo

primo non puö non essere una vera parte una delle piü importanti, dal momento

costitutiva del tempio, e

che per essa terpretazione

poneva mano ad un abbellimento costoso {^). L'inpiü giusta parmi la seguente: si deve intendere

si

icc(paCai come un'espressione equivalente a twi xag 'Acpatag vaa)i e TccffaCai ct)i9og come rooi Tag 'Acpaiag vacbi ö oixog (\^avcpxo6oiii]r]^r]). Ora quäle valore occorre dare a oi9og nella struttura del tempio del secondo periodo?

tica,

(')

La

ma

dei

II

e

improbabile

ricostruzione del Furtwängler del 2° tempio e del tutto ipoteparticolari della costruzione si hanno tracce sicure nei fram-

menti architettonici elencati (^)

Non

e studiati

accuratamente

Furtwängler stesso ammise Teguaglianza

in

Aegina,

I,

116 sgg.

di 0^90? a va6g, soltanto

perche egli faceva Tiscrizione contemporanea alla fondazione del tempio piü ma non pensava giä ad estendere l'uso della parola olxog con valore

antico,

in cui il va6g non fosse piü un vero e proprio olxog: c, p. 254: « Dass ohog etwa der Ausdruck für einen Tempel jeder Art wäre, hat nie Jemand behauptet und eine solche behauptdi va6q, cfr.

anche

ai casi

Rhein. Mus.,

1.

ja auch gänzlich grundlos ». Della ricchezza della decorazione in avorio, testimoniare la piccola serie di oggetti in avorio

ung wäre {^)

Aegina,

I,

puö in

qualche modo

elencati

e descritti in

426: questi oggetti non appartengono forse tutti

al terzo

tempio.

L'ISCRIZIONE DEL TEMPIO DI

che

debba proprio intendere

si

Come

«

APHAIA

la cella

nel Partenone la presenza di

«

IN

— vaog,

205

EGINA sede

un dm(T&6do/.iog

deWagalma. e di

un

tiqo-

eaduta daH'antica terminologia la denominazione di 66f.iog per la parte che era sede della diviüitä, cosi par legittima la denominazione di ol9og per la cella del tempio dofiog-TiQovaog (^), fa supporre

di Egina.

Essa

ma

periodo,

richiama

ci

al tipo

di aver trovato

wängler dice

non vale essa

^q\Y olxog-vaog di

stessa,

nel

P



tiitto

sono le seguenti

razione della cella 2° qualora antico

monumen-

la storia

:

l'iscrizione si riferisce a lavori di ricostriizione e di

pliamento del tempio (VI sec), di cui da (?) si

e

dell'altare

di qiiello a cui

(^)

(^)

i

1'

am-

particolari della deco-

;

debba riconoscere l'esistenza iscrizione

nette, se ne dovrä far risalire l'origine

non

Piirt-

il

tale del tempio,

piü

il

testo dell' iscrizione,

tempio della dea Aphaia. Le conclusioui che si possono trarre per

intero

ciii

tracce piü sicare nel tempio del

di

im tempio

strettamente

ad oltre

il

VII

si

ricon-

secolo, poiche

puö piü ammettere con

il Furtwängler, in base alla falsa che tra il 1° e il 2° tempio non ininterpretazione dell'iscrizione, terceda che uno spazio di mezzo secolo;

si

3° resta convalidata la tesi del Furtwängler che la divinitä del culto fosse la dea Aphaia, poiche ad Aphaia si rico-

massima

struiva (o

si

si abbelliva il tempio e l'altare o per un culto piü sontuoso, o anche per la rovina pro-

restaurava), e

la necessitä di

dotta dal tempo alle costruzioni piü antiche.

A. Maiuri.

{') (")

Su queste denominazioni v. Frazer Pausanias, II, Appendix, y. 562. Che il secondo tempio fosse giä un pregevole lavoro di architettura

neirinsiome e nel particolari, in Aegina I, 484. (^)

Vedi SU ciö

le

si

ricava dal giudizio che ne da

il

Furtwängler

gravi o-sservazioni del Savignöni neH'articolo seguente.

NUOVE OSSERVAZIONI SÜLL' ISCRIZIONE E SUL TEMPIO DI APHAIA

precedente scritto del dott. A. Maiuri

II

nuova il

e

liice

piü giusta

ha

posto

iscrizione eginetica del

1'

era

significato della quäle

una

tempio Aphaia, da un preconcetto

travisato

stato

in

di

archeologico e da uno strano malinteso linguistico; ed io sono lieto di avere pörto occasione, come l'autore ha voluto gentilmente rammentare, ad uno studio che ha prodotto un risultato

pregevole in se e altresi tale da invitare altri a meditare ancora SU queH'importante documento epigrafico. E questo e accaduto, prima di ogni altro, a me stesso, che cosi fui incitato, alla mia volta,

mente

a

dalle conclusioni del giovane autore il

in se, sia

medesimo argomento, anche

sia per

recenti nel santuario di

Egina

quanto

con

ne' suoi rapporti

e poi

attenta-

riguarda l'iscrizione

altri

gli

con

ristudiare

altri

degli scavi

dati

d'indole

obbietti

piü generale.

Dacche

il

fine

del Maiuri fu principalmente quello di dimo-

strare gli errori dei precedenti editori dell' iscrizione e di contribuire alla retta interpretazione del teste frammentario senza un

deciso proposito dell' integrazione di esso, cosi

ho voluto

io

ten-

tare di far ciö mediante nuovi supplementi che siano in armonia

con le considerazioni sörte dalla materia archeologica. poi opportuno

di

aggiungere questo mio

lui stesso consenziente, affinche

sotto gli occhi ciö che e

intimamente collegati avventura

troverä

il

il

fra loro e

accettabili,

dall'opinione

del

lettore abbia tutto

stimato Maiuri,

ad un tratto

due studii contemporanei, integrantisi a vicenda. Chi per

prodotto di

o

conclusioni non dovrä dimenticare disseiiso

Ho

scritto del

allo

Maiuri,

in

tutto

che, egli

o

in

mie mio qualche

parte,

nonostante

ha sempre

il

le

merito di

NUOVE OSSERVAZtOM SULL' ISCRIZIONE a?ere preparato

nuovo fondamento, sopra

il

il

207

ECC.

quäle e sörta la mia

ricostruzione.

Prima che

io dica del testo dell' iscrizione

rammentare, con breve riassunto, al lettore

il

credo

necessario

risiütato degli scavi

che, sotto la direzione del Furtwängler, furono eseguiti suUa spia-

nata ove

si

ergono ancora le belle colonne del tempio edificato ad

V

a. C. La spianata stessa, o terrazza suo stato e cinta e sostenuta da come suol dirsi, nel presente quattro muri, in parte conservati, che corrono parallel! ai lati del

Aphaia

del

agl' inizii

secolo

tempio, ad eccezione del muro Orientale che e obliquo, onde la si accosta a qiiella di un trapezio. Gli scavi

forma della terrazza

hanno dimostrato che questa non era terrazza e che piima del tempio

la

forma

attiiale furono

della

primitiva lassü

altre

co-

struzioni piü autiche.

A seconda dei materiali usati per esse e del modo onde questi «rano stati messi in opera, i resti di quelle costruzioni furono divisi in tre periodi che sono indicati con colori diversi in una tavola della grande pubblicazione {^). AI I periodo furono attribuiti

muri

di rivestimento dei

i

resti di

di pietre trachitiche, tufacee e calcari

Da al

un altare

si

un piccolo tempio

(olxog) in

AI

II periodo

fu

ricostrui la pianta di

cinto irregolare assai piü ristretta di quella attuale

€ con l'altare davanti

di

due

fatti di

questi avanzi e dalle parole della iscrizione (che

VII secolo ed a questo periodo)

e

un miscuglio turchiniccie, non squadrate.

margini della rupe,

riferita

un

re-

e contenente

forma di cella oblunga con vestibolo

(^).

(VI

sec.) si

assegnarono

i

resti

di

un propylon

con annesso porticato, poi di uno strato incompleto di pietre spianate e combacianti, in numero di cinque, che si supposero apparte-

(')

Aegina, Das Heiligtum der Aphaia, tav. 5 di aggiunta alla p. 155 cfr. poi la tav. 2 del volurae delle tavole. Per gli avanzi delle

del testo;

costruzioni piü antiche v. p. 116 sgg., e specialraente il riassunto a p. 159 sg. per opera di E. R. Fiechter; e per le distinzioni e la storia delle costruzioni V. Furtwängler, ib., p. 480 sgg. Degno di menzione e pure il piccolo libro del Furtwängler stesso, Die Aegineten der Glyptothek König Ludwigs I. nach den Resultaten der neuen Ausgrabungen, München, 1906, in cui egli

riassunse (*)

il

risultato degli scavi e de' suoi studii.

Op.

cit.,

fig.

401.

208

L.

SAVIGNONI

uere ad un secondo altare, ed infine un pezzo di miiro poco distante e parallelo, ma non contrapposto, al detto strato, pel quäle restö incerto il giudizio se abbia costituito un sol corpo insieme con l'altare (che cosi sarebbe stato molto lungo) oppure sia stata distinto e abbia formato una luuga base. Qui il materiale e 11

tufo (porös) a pezzi squadrati.

E

a questo stesso periodo

non pochi frammenti architettonici

si

asse-

quali alcuni con ornati policromi) di un cospicuo tempio arcaico, che si

gnarono pol

i

(fra

i

trovarono sparsi dentro il nucleo della spianata. Per mezzo di tutto questo materiale si fece la ricostruzione grafica di un tempio assai maggiore del precedente,

tare posto piü verso

il

di

un propylon

e

di

un lungo

al-

ciglio Orientale della spianata, che giä in

questo periodo sarebbe stata ampliata da questo lato mediante lungo muro obliquo che in buona parte si conserva e che poi

rimaneggiato

e rialzato

nel III periodo

il fii

(^).

A

questo III periodo (V sec.) spetta resistente tempio pericon le sue importanti sculture (delle quali si ricuperarono ptero altri frammenti che provocarono il nuoYO studio del Furtwängler) suo altare fiancheggiato da due basi monumentali inoltre il nuovo prop3^1on e i muri regolari di costruzione della spianata di nuovo ampliata da tutti i lati (^). Nel muro Orientale furono e con

il

trovati,

;

messi in opera con

l'altro materiale,

i

tre pezzi

maggiori

della lastra contenente l'iscrizione del tempio di Aphaia; ed altri

frammenti

di iscrizioni e

una grande

qiiantitä di doni votivi (te-

stimonianze del culto intenso della dea

luogo fin dalla epoca micenea) furono ricuperati mediante quel metodico scavo. Come ognuno vede, tutto il riferito sistema di ricostruzioni, se si prescinde

massima parte

da e

ciö

in quel

che spetta al periodo piü recente, per la Dei due templi assegnati ai due

atfatto ipotetico.

periodi anteriori uno solo e certo,

quelle del

VI

secolo.

Sebbene

anche di questo la pianta proposta (imitata da quella dello Hekatonpedon di Atene) sia soltanto ipotetica e non appoggiata sopra alcuna traccia delle fondazioni, che non si trovarono; tuttavia

i

molti e varii pezzi architettonici sparsi nel rinterro della

(') Op. cit., fig. 402; V. poi pianta, sezioni cromia del tempio, in tavv. 59-62.

O

Op.

cit.,

fig.

404.

e

facciata deH'alzato, poli-

NUOVE OSSERVAZIONI SULL' ISCRIZIONE ECC. terrazza ne documentarono

la

non diibbia

209

Invece

esistenza.

del

siipposto tempio piü antico e piü semplice (oixog) non si rinvenne De traccia ue pietra alcuna. E vero che il Fiirtwängler affeuma che, qiiando

si

sostnizione,

«

usabili del

prima costruzione

fece la si

misero qiü in opera

del

i

Orientale

di

materiali che sembrarono

qiiei

primo tempio, cioe del semplice

perö prima di tutto

miiro

oi/cos

di

Aphaia,

e

pezzi della grande iscrizione di Aphaia, che

noi qui trovammo » (0 ma egli non sa indicarci, oltre a questi, alcun altro pezzo che abbia fatto parte di quella costruzione da. ;

Uli riferita al

Che

VII

secolo.

tra quei materiali

non siano nemmeno

i

pezzi della grande

iscrizione, e che questi sieno stati introdotti nel

non e

al

tempo

ma

della prima costruzione

muro

Orientale

della seconda, tutto ci6

conseguenza logica della pertinenza dell'iscrizione stessa ad ima

etä piü recente, cioe al

VI

secolo

('^).

Perciö non vi e alcun fondamento positivo per ammettere la esistenza del siipposto tempio primitivo, che lo stesso Furtwängler fu

costretto

gli altari!

a

Ma

credere

brevissima

Vi sarebbe

(^).

chi ci assicura che all'altare

l'altare,

anzi

piü interno e appa-

rentemente piü antico abbia necessariamente corrisposto un edificio chiuso, e non piuttosto sia desso l'altare di quell'antichissimo culto all'aperto, che lo stesso Furtwängler ammise, e che cominciato giä nell'etä micenea puö avere diirato altrettanto bena fino al

VI, come fino al VII secolo

a.

C? E

d'altra parte chi ci

assicura che quelle misere cinque pietre, che sopra ho

ricordate,

rappresentino veramente l'altare corrispondente al tempio del VI secolo e non piuttosto uDa base od altra cosa? Ho notato giä sopra che esso e solo ipotetico, e che almeno per il pezzo di muro ci

prossimo, e forse costituente un sol corpo con le cinque pietre,

{')

Op.

cit.,

p.

si

483.

Vedi Maiuri, sopra p.203 e qui appresso p. 210. (=^) Aegina, p. 485. Stretto tra la cronologia (per quanto forzata) dell'iscrizione e quella del tempio del II periodo (che non pote non rialzare fino (^)

al

primo terzo del VI

durata di mezzo secolo. piü (infatti le forme

sec.)

E

pote concedere al

sono molto

r iscrizione, che rimarebbe?

preteso tempietto appena la

se la cronologia di quello dovesse

arcaiche)

cosi

come

risalire

ancor

e discesa quella del-

210

L.

SAVIGNONI

pensö giä alla possibilitä di una base (^). Ma, dato pure che li fosse im altare piü recente, non ne consegiie di necessitä che questo stia al tempio del VI secolo come il primo altare ad im primi-

tempio murato. Niente impedirebbe di ammettere che lo stesso tempio del VI secolo avesse avuto prima im altare piü prossimo, tive

e poi, per rinnovamenti

e

stato sostituito

tanti altri casi simili) da

in

(come

ampliamenti

successivi,

fosse

quelle

un altare piü

discosto dal tempio stesso. Si potrebbe pensare, nel secondo caso, che questo fosse quel ßwfxog che e mentovato nell' iscrizione arcaica. Comuijque sia, tra i resti delle costruzioni che si giudica-

rono anteriori

ultima e definitiva sistemazione del santuario di

all'

Aphaia, un solo tempio e un solo altare certezza:

il

resto e

mera

Non

ipotesi.

si

possono riconoscere con

non vegga quanto

v'e chi

AI quäle,

ciö sia sfavorevole all'assunto del Furtwängler.

d'altra

venuto meno anche l'appoggio dell' iscrizione, da lui conparte, siderata come l'atto di fondazione del supposto tempio del VII secolo: le considerazioni esposte qui sopra dal Maiuri non lae

sciano alcun dubbio sull'inconsistenza di quest'opinione.

Ciö

premesso,

Maiuri, circa

quelle del

r

vengo ad

iscrizione

I

stessa.

mie

esporre le

idee, in aggiunta a

senso e l'integrazione del testo deldella dimostrazione del Maiuri

il

capisaldi

sono: l'esclusione dell'eiToneo significato attribiiito däi precedenti verbo nsQisnoirjS^rj l'eliminazione dell'inammissibile

«ditori al

\

Supplemente \_€T]r}dTi]\ la ben fondata congettura, prima proposta e poi abbandonata dal Fränkel, che nel lato sinistro della pietra manchi una parte maggiore di quanto fu in fine supposto da questo € dal Furtwängler, ende \_KX~\iEoita e

il

patronimico non

il

neme

proprio del sacerdote; in ultimo l'assegnazione deH'iscrizione non al

VII secolo

C, come

a.

volle

il

ma

Furtwängler,

al VI,

come

riconobbero giä il Fränkel ed il Furtwängler stesso prima ch'ei ne forzasse la cronologia in servizio del sue sistema di storia del santuario

(')

(^).

lo accetto in

Si badi che

un

altro

massima

fondamento

tiitto

ciö.

Ma

il

(^)

margine Orientale Aegina, pp. 2

dell'altare del

sg. e

480

sg.

Y

dove

il

Ma-

di altra base, spettante allo stesso

periodo cronologico, fu riconosciuto a poca distanza di sotto

sebbene

secolo: op. si

li

e

cit.,

p.

precisamente 155.

legge: « es hindert nichts, sodes siebenten Jahrhunderts

viel ich sehe, die Inschrift in die zweite Hälfte

NUOVE OSSKRVAZIONI SüLL' ISCRIZIONE iiiri

dire,

211

ECC.

abbia ragione di negare che riscrizione rappresenti, per cosi l'atto di fondazione del tempio, e propriamente del primi-

tivo terzo tempio presimto dal Furtwängler, tuttavia mi sembra che egli stesso ammetta subito qualche cosa di simile proponendo il supplemento [^DcvmxoSofiyj&r] nella seconda linea deH'iscrizione ;

sieche qiiesta rappresenterebbe, se non l'atto della prima fondazione, almeno qiiello di ima ricostriizione del tempio. f] questa,

come ognun

una piccola modificazione

vede,

supplemento del Fränkel

;

Si\V[^u)ixodofiy]^rj,

primo

ed e anche, secondo sembra a me, una

concessione troppo grande alla proposta definitiva del Fränkel e Furtwängler insieme. Concedo io stesso che il soggetto o/xog rie-

prima di ogni altra, l'idea del costruire e conseguentemente quella del verbo oixoSofisoo od ävoixoSonäw, anche perche la desinenza ...rjx^rj non ammette altro che un verbo in s(o od am.

Yochi,

Perciö io non nego assolutamente che il supplemento possa essere quello proposto dal Maiuri. Ma si puö osservare che il seguito della iscrizione

non

nuUa che possa valere come appoggio di quel che piuttosto vi si trovano delle espressioni che

offre

e

supplemento; ci conducono ad

altri pensieri. Infatti le seguenti parole del testo ricordano che fu aggiunto, o semplicemente acquistato, l'avorio (xcoXscpag noTsnoirid^rj), e che poi fu dato compimento o rifinici

mento fosse.

{rrsgisTioirj^r])

Ora tutto

ciö

ad un'altra cosa,

che tosto vedremo quäle

sembra presupporre Vesistenza

di

un

edificio

giä compiuto nella sua costruzione muraria, e suscita, per necessaria conseguenza, l'idea di ciö che suole

immediatamente succe-

dere ad essa, vale a dire l'ornamentazione dell'edificio medesimo.

Di regola non si pensava ad acquistare od applicare l'avorio (ed eventualmente Toro ed altre materie d'uso ornamentale) se non fosse giä compiuta, o quasi, la parte architettonica

quando perciö

1'

zu setzen

iscrizione di

»

il

:

che

Egina

e detto

ci

narra che, nel

troppo facilmente.

tempo

Egli stesso,

in

;

e se

cui era

in Sitzungsber.

Akademie, 1901, p. 373, aveva scritto: «die Inschrift gehört ohne Zweifel in das sechste Jahrhundert ». Kon occorre ripetere qui la hibliografia delP iscrizione giä data dal Maiuri; soltanto noto che H. Thiersch, in

d. hayr.

Aegina,

p.

367

archaischen Zeit gredito, fra

i

»

;

non si pronunzia in modo preciso sulla cronologia carattere paleografico la rimanda « in die Mitte der

n. 5,

sg.,

di essa, dicendo che

il

tuttavia ne rileva

quali e notevole la

i

segni

di

un

arcaismo

mancanza del bustrofedismo.

di

giä pro-

212

L.

SAVlGNOiNI

sacerdote un tale figlio di Kleoitas, l'aYorio e si dette

pensare che

fa

il

Vi

delle varie sue parti.

dei lo

:

e

premura

del-

da compiere se non quello della decorazione

vi fosse altro lavoro

fosse la

fece acquisto ed iiso

si

ultima mano anclie a qualclie altra cosa, ciö^ tempio fosse giä hello e fatto, e che allora noii: 1'

e

di

appena bisogno

rammeDtare quanta

neH'ornare

studio dei greci

lo

case degli

le

tutte le arti erano chiamate a concorrere a questo fine, e

Sfcato

come

cittadini

i

privati largheggiavano sorame occorrenti, ne mancavano talvolta i moniti oracoli

degli

rahbellimento

quando

restava

nel e

fornire

si;

le

minaccie

le

o

incompiuto

ne-

gletto (^). Testiraonianze di questo zelo religioso sono, oltre ai documenti letterarii ed ai molti resti monumentali, anche pa-

recchie iscrizioni

(^).

Per conseguenza

io

che

credo

della seconda linea dell'iscrizione di Egiiia possa

al

principio

bene

supplirsi

verbo [^sxoafi^rj&rj, che perfettamente si adatta cosi alla forma grammaticale dei frammento come al concetto generale dei testo il

intero.

Un' altra considerazione deriva da

xodoii~\rjdrj

tiitto

poco favorevole al proposto [arcoiciö che sopra ho detto circa la storia

delle costruzioni nel santuario eginetico. Se col proposto

supplementa

intende una ricostruzione dei tempio di Aphaia,

deve altresi

s'

ammettere che, prima

di questo

tempio

(epoca delFepigrafe), esistesse in quel

piü antico

(^)

(^)

;

in altri termini

Veggasi,

p.

es.,

il

si

VI

ricostruito nel

secolo

medesimo luogo un tempio

detto supplemento presuppone l'ac-

Pausania, VIII, 42,

6.

V. p. es. Dittenbert^er, Sylloge^, n. 556, yML nirt&aca rag [^ö]Qoq)äg xal XoVaca rä

1.

25:

-nEQiaXell^ipca roi'f 1.

140:

röy ßoDfxbv Tot nXo{)t(avog neQiaXeixpau xal xoviüaaL xccl kevx&aai xcd ß(üfxoi)g Tolg &ei(y)olv. Ibid., n. 651: si elogia uno perchö [rö] to[v] xtopog leQ\bv xaX&g ix]6afjirjaEv. Ibid., n. 757, 1. 9: altri elogi ad altri

Ilkoiß-

ß(o/Lioi)g

£ns\x'\6a^'rjGav di

[x]«[fc] t[^]»' d^söp xal

Cfr. specialmente ibid., n. 559, l'epigrafe

Theophilos

trjp

'

Ibid., n. 587,

ßoD^bv i^

di Delo,

äo/f^g

per

la

roig

che...

(bixodöfxrjoav.

quäle

un certo

naaxocpoQLov xal xrjv yQacprjv rdv te rolxcou xal syxavaiy x&v dvQiöv xal xohg nqofxöx^ovg xoi)g iv xoTg aixoTg aaviöag äviSrixEV ^agäniöi, laidi, üvovßidi, 'Jq-

xoylaaiv

T^? ÖQOcpf}g xal rrju roi^oig xal xäg in

rbv

i'drj.

tot)

'

noxQdxei, inl IsQStog Zeke^xov xoV !4vdQovLXov 'Pa/npovalov. Si ricordi il distico in lode di Polignoto })resso Plularco, Cimon., 4 (0 verbeck, S. Q. 1044).

Del resto a

tutti

sono note

le

iscrizioni spettanti

alla

costruzione

mentazione deirErechtheion (Jahn-Michaelis, Arcc Athenarum",

p.

e

orna-

99 sgg.).

NUOVE OSSERVAZIONI SULL' ISCRIZIOXE

cettazione deU'opinione del Furtwängler su quel

tempio che, come abbiamo veduto,

e

213

ECC.

terzo

primitivo

molto dubbio che sia mai

esi-

sarebbe quel siipplemento qualora col verbo in qiiesto caso un rifacimento o restauro s'intendesse avoixo6ofi€(o stito.

Pill accettabile

come

parziale dell'edificio,

ammettere

benche

(^);

lo stesso

sembra disposto

Maiuri

in qiiesto senso era piiittosto

una forma del verbo piü proprio

ad

da aspettarsi

snKSxsva^a), che qui e escluso

dalla desinenza superstite della parola. Altri dubbii sorgono dalla considerazione che, secondo le

distriitto

da

iin

ri-

tempio arcaico in antis di Egina, che fu incendio, ebbe appena la durata di un secolo du-

siütanze dello scavo,

il

:

rata forse troppo breve perche vi sia spazio per lavori di restauro degni di essere solennemente commemorati (^). Vengo ora al contenuto della parte rimanente dell'epigrafe stessa.

A

mi

questo proposito

ancora un

occorre di soffermarmi

poco sul signiticato delle due parole

e nagisnoi-qd^rj.

noTsnoir^^rj

Quanto alla prima, tutti i miei precursori, compreso il Maiuri, hanno dato al verbo ngoanoiäco {noTiTroiäcci) il significato di k aggiungere ", che puö anche benissimo accordarsi col mio assunto,

ma

che non

avere,

fra

procacciare

e

»

verbo

tuttavia l'unico di questo

altri

significati,

di

quelle

«

:

esso

guadagnare,

anche

puö

acquistare,

(per altri piuttosto che per se) corrispondente al la-

tino comjparare (^)

;

e

questo appunto io credo che sia il significato caso. Se qui si fosse voluto piü pre-

da darsi ad esso nel presente cisamente esprimere babilmente, a

Vi

e

poi

mio

il

l'applicazione di ornati in avorio,

parere,

avremmo avuto

piü

pro-

l'aoristo passive del

verbo

verbo nsginoisoo, che, tra

varii suoi significati,

i

non ha mai avuto quelle attribuitogli qui dai primi editori dell'epigrafe, come giustamente ha rilevato il Maiuri ma poi questi ;

C) Y. sopra p (')

202.

Furtwängler, Die Äegineten

stato distrutto nel

p. 13, suppone che il detto tempio sia 490 dai Persiani, benche non vi sia alcuna notizia di un

loro approdo in quelPisola; invece se, 11

posteriore tempio zum V. Jahrhundert

periptero n, la

fu

catastrofe

come pensa

costruito

del

«

primo

il

etwa

dovette

presto, e cio restringerebbe ancor piü la durata del (3)

Fiechter ibid.

um

die

p.

Wende vom

medesimo tempio.

Cfr. Thucid. 1, 55; 2, 2; 8, 85; 3, 70, e poi

Cfr. Euripide, Hippol. 631: yiytj&e x6afjiov

VI.

succedere assai piü

i

lessici di

Stephanus

e Passow. (*)

149,

nQoa&eig äyaXfxati.

214

SAVIGNONI

L.

non ha dato che

il

maggior peso all'uno o

me sembrano

a

all'altro

dei dne significati

concetto dell'epigrafe acqiiistare, venire in

rispondere al

meglio che sono quello di « procacciare, possesso » e l'altro di « fare con arte, rifinire, compire » corrispondente al latino perßcere {^). Penso che il secondo sia qui il sistessa, e

gnificato piü probabile.

Ma

che cosa

fu posseduto o compiiito per il tempio? Ecco di produrre i miei siipplementi alle parti maninomento giunto canti dell'epigrafe. II Maiuri si e contentato di rimiiovere quello il

h'Qxoc,

che

era

tazione del

lacuna

la

si

debolmente

fondato

ed verbo TtoreTioirj^rj (^) a davanti questa. aperta

sopra iina falsa interpreha rinunziato a colmare

;

Ma

a

quanti sieno gli elementi essenziali completo, non sarä molto difficile trovare quel verbo.

Tali elementi sono

il

di

Ed

e

menzionati

regola troviamo

questo

proprio

il

caso

il

tempio Tara

divinitä; e sono precisamente questi tre,

noi

chi

in

anche

pensi,

quali

e

vero

soggetto

e la

statiia

(*)

Per

il

primo significato

n€QL7ioif}aai,

fjQ&ov

ai)t&

cfr.

di

della

in questo ordine, che

iscrizioni

d'

indole

sacra.

della nostra, dove troviamo

successivamente la menzione giä sicm*a del tempio (oixog)

ai)t&

e

im santuario regolare e

di

Etym. M.

p.

256, 6

xaxaaxEväaavxeg xtA.

;

:

e

del-

ßovX6fj,8vu rtfiäg

Polyb. 15, 10, 4: 116: neQinoiBiv rö

äacpdXeiai^ n.; Philostr. p. 396: eiixXeiay n.; Ammon. p. nsQtxräa&cci ^ xoa^slv. II secondo significato ci h parimente indicato da questa ultima citazione e daH'öpywyo»' 7iept7i£7rot?;^eVo>' di Theoph., citato giä dal Maiuri. II valore intensive del neql, riconosciuto da questo in neginoisoj^

corrisponde esattamente all'uguale valore di per varii significati di questo verbo veggansi (^)

Nemmeno mi

i

in perficio. dizionarii citati.

Del

resto pei

par giusta la grafia rö)Qxog, da zö eoxog invece di &d)Qxog meno severo); infatti cfr. le crasi doriche S^ibtEQoy

d^o^QXog (dorico piü o

ätsQov) in Theoer. XI, 30, e &dxiQai (:= tal dreoai) in Epich. 23, e poi anche ^^xdirj (=rg 'Exärr}) G. 1. Ä., IV, b, 422 n. 3. L'influenza dell'aspirazione del secondo elemento sul primo della crasi e ripetutamente

(= rb

6 ßcofiög, esemplificato nell'epigrafe stessa in ;^tö ßo)fx6g, /(öÄ^
tosto occorrerebbe al

un dorico sQxog (con

suono incerto della contrazione

Kühner-Blass,

Grammatik der

psilosi) che io

non conosco. Quanto

noter5 che accanto airw di Theoer.

gr. Sprache,

I,

p.

224, n. 7)

nelle

(cfr.

epigrafi

abbiamo generalmente ov per es. rotnUomoy in Collitz, Dialektinschriften, di 1, num. 3325, lin. 281, e toiqyov ibid. num. 3342 lin. 57, (iscrizioni si ha ngwyyvog (Cauer^, n. 40). di 181 Nella tavola Heracl. I, sgg. Epidauro). III,

NUOVB OSSERVAZIONl SULL' ISCRIZIOSE

Tara

dunqiie la terza cosa

(ßoofiog):

poteva essere altro che

il

che

215

ECC.

era

ricordata

qui

simiilacro ossia lo sdog, e

\\

dod

che resta

g

ancora sulla pietra puö acconciaraente essere la lettera finale di questa parola. Precisamente con qiiesta stessa parola, a somiglianza di tante altre iscrizioni, si trova indicato il simiilacro della dea nella nota iscrizione di Egina, contenente l'inventario di

Aphaia

Qiolto

nel

riedificato

che

probabile

principio

simiilacro,

quel

del tempio

V

secolo(^); ed anzi e salvato dalF incendio del

del

tempio arcaico, fosse ancora quello stesso che era

stato

menzio-

nato nella nostra iscrizione.

Ma

soggetto t6 ^'Sog non basta, per le siie poche lettere^ viioto della terza linea. Senonche questo fine si ragsenza difficoltä tostoche si badi alla menzione dell'avorio giunge s' incontra nella linea precedente. die Chi non sa che [iXbipag) il

a colmare

cosi

il

simulacri del culto diinque di piü

v'e

la

come

neU'ornamentazione dei templi si

lavorazione

nella

dei

soleva associare loro con l'avorio? Che cosa

logico

dell'ammettere che, trovando

menzione dell'avorio, dovesse poi seguire

qui

qiiella del suo

giä indi-

compagno, l'oro? E il legame sintattico tra YiXäcpag e il non ci e suggerito naturalmente e senza sforzo dalla stessa XQvaog maniera onde nella fräse precedente sono collegati Voixog e il visibile

Per conseguenza, ecco la lezione

ßoofiög?

iscrizione completata

che

io

propongo della

:

Tov dstvog Tov KX^soita lagtog sovrog tagjaiai coi9og TfAfcö^ opp.

xaX&g (?)

Xd) x^vtrog,

xai ^ovSo~\g nsQisnoii^d-r^.

la quäle

messa

s^oafiyjx^Tj

x^

x^^^^^'^ TioTsnoirjOr]

/^«jMog,

in lingua latina (piü delle

moderne atta

all'espres-

sione del pensiero antico) puö suonare cosi:

cum

Cleoetae filius saoerdos esset

Aphaeae aedes

prorsus {oi^i^. pulchre) exornata fuit et ara, et ebur comparatum fuit et aurum^ et simulacrum perfectum (opp. constitutum) fuit. V'e appena la necessitä di avvertire (perche ognuno puö ve^ da se) che nella proposta restituzione e un perfetto ac-

rificarlo

cordo coi dati della pietra, sieche nella terza linea (^)

Aegina,

corrisponde

p. 366, n. 1

;

il

numero

esattamente

Fränkel

in /. G.

a

delle lettere supplite

quello delle

Argol. n. 39

:

v.

lettere

appresso, p. 217.

216

SAVIGNONI

L.

€he sono nella medesima parte della liuea sovrapposta

(^).

lo siip-

pongo che X€xoaf.irjd^i^ (o, se si vuole, eTisxoCiiij&ri) fosse preceduto da im avverbio che significasse o l'effetto della decorazione, al che poteva bene servire l'usiiale xaXwg, o meglio il compimento di essa con la seguente indicazione del compimento degli altri

in accordo

lavori del tempio e questo poteva esprimersi col proposto TeXscog o con altro avverbio simile, come nariMz, navTslibg, olwg ecc. (*). ;

Nella 3^ linea sono supplite 15 lettere (v. la nota seguente), e questa, suj)plemento piü probabile, deve servire di inisura pei Sup-

(')

a causa

del suo

plement! della 2^. Ora qui, se si pone il reXiayg, abbiamo supplito 11 lettere, che aggiunte ad altre 4 a dcstra, cioe fino alla / che sta sopra all'o di Mog, dänno un totale di 15, cioe di quante si suj>plirono nello spazio sottostante; invece col xccXüag si ha una lettera di meno, cioe 14, che potrebbe essere compensata dal composto insxoafxriStj, anch'esso bene appropriato, ma non necessario, perche Tepigrafe non e scritta aT0i/r]66v; e cosi le prime due linee, pur essendo quasi uguali in lungliezza nella tuttavia l'una 80, Taltra 27 lettere (non computati (»)

conservata, hanno

parte i

segni divisorii).

Altri supplementi possibili sono: \neQ^ixG>g o'^'^wr e navts^Otg

'^Gx]ifj^ri

per questo verbo Maiuri, sopra pagina 203). Un verbo che in principio mi parve atto ad esprimere qui 1' idea del compimento dei lavori h \exaenoLyiSr] che verrebbe terzo composto di uno stesso verbo in una stessa (cfr.

il

epigrafe,

posto (che,

il

che forse

semplice

come

Vixoaijrj&r]

dissi,

io

Furtwängler aveva per prima

h troppo. II

Chi

inoi^dtj.

poi

preferisse

Vdymxo&o^rj&f]

non voglio escludere del tutto) potrebbe

qualora non

gli faccia

po' minore dei supplementi da

me

troppa

difficoltä

proposti

;

e

il

numero

cosa del

pro-

Maiuri

sostituirlo al-

delle lettere

un

chi trovasse pleonastico l'av-

verbio potrebbe supplire [norsnexoafi'ji^^t]. Avverto infine che ho adoperato la crasi

GOaos

costante zione

v.

(:= &ovdog o d^ih&og), invece di rö

dove

della crasi, lä la nota 2

della

p.

e possibile. in

214.

benche forse sarebbe preferibile griech. Sprache,

I,

p.

Ho oi^^og

poi

i'dog,

questa

mantenuto

(cfr.

in

conseguenza dell'uso

iscrizione: la

per Taspira-

trascrizione öJL<^og,

Kühner-Blass,

Grammatik der

220).

Mi place infine di riferire qui che, avendo io avuto occasione di parlare col prof. D. Comparetti di questa epigrafe, nel tempo che io la studiava, anch'egli vide subito la probabilitä della menzione dell'oro appresso a quella dell'avorio (l'idea del /^i^ffd? erasi giä presentata durante la discussione nella Scuola, senza che tuttavia se ne tentasse allora l'inserzione nel testo)

e

che

poi egli, ristudiandola da so, giunse, indipendentemente da me, al mio stesso

com'egli mi comunicö per lettera dopo che io avevo trovato i miei supplementi: ciö che li avvalora di molto. Approvato poi il mio « ecTo? », proposemi di cambiarlo in dativo supplendo press'a poco cosi: [xal ta Met, XQvaö]g nsQLBnoirj&rj, intendendo qui « an circumpositum fuit » e nella linea seconda « ebur adpositum fuit (Trot^to =;70/ier(?) >?, sieche, a suo parere, ixoafirjd^ri,

mm

NUOVE OSSERVAZtONI SüLL' ISCRIZIONE

217

ECC.

Qiianto airavoiio ed all'oro mentovati nell'epigrafe, possono intendersi usati cosi per la decorazione di alcune parti dell'edi-

come per

ficio e dell'ara (^),

il

compimento della statua della dea,

«erto piü per questa che per quelle, dacche sappiamo che codeste

materie erano con speciale favore messe in opera nella esecuzione di simiilacri destinati al

ciilto.

Nel

primo rapporto

preliminare

dello scavo lo stesso FurtwäDgler, che non aveva intuito dove ve-

ramente si nascondesse la menzione della iDamagine di Aphaia, aveva espresso Fopinione, comunque erronea, che la parola sXs(fag significasse

«

la statua di avorio della

dea

» ;

ma

poi

pubblicazione definitiva dichiarö esser piü verosimile

nella

sua

che

questa parola alludesse agli ornati aggiunti alla porta o alle pareti od a tutte e due le cose insieme (^). Ora a me pare che la nostra iscriÄione (in cui l'acquisto dell'avorio e dell'oro e quasi orgogliosamente ricordato con una fräse speciale) possa ammettere anche delle preziose materie; ma che in ogni caso, e furono queste adibite alla composizione della statua principalmente, della dea, menzionata nella linea seguente. Ed e, come dissi sopra,

un uso

siffatto

assai probabile che questa statua arcaica fosse quello stesso h'Sog

venerato nel bei tempio ricostruito sulle rovine dellantico V secolo, e che era inventariato nell' iscrizione

<5he era

al principio del

sopra ricordata. La statua era di piccole dimensioni e rappresentava la dea seduta, come risultö dalle tracce della base oblunga riconosciute sul pavimento della cella

;

ed era poi recinta da una

balaustrata, della quäle fan fede cosi le parole deH'iscrizione predetta iJxQia ttsqI üb sdog svtsXt]), come i quattro buchi, corrispon-

denti ai quattro angoli della balaustrata,

Voixos e

il

ßcof^ög

me

nel

stesso

visibili (^).

sarebbero stati guarniti di avorio, Timagine sacra sarebbe

Le ragioni lessicografiche e archeologiche esposte testo mi dissuadono dairaccettare questa spiegazione

stata dorata.

da

li

dal Maiuri e e

il

relative

Supplemente. (*)

Cfr. p. es.

^axr}(j,ivog,

cunar

». (*)

e

Dio Cass. 74,4: ßeafiög iXi(pavri xe xcd Xt^oig 'iviftxoZs « non ebur neque aureum mea renidet in domo la-

Toraziano

Pindaro dice noX^xQvaov Sdua il tempio delfico [Pyth. 4, 95). Aegina p. 3; cfr. Blümner, presso Pauly-Wissowa, V, p. 2359,

ci-

tato ivi. (')

X

Aegina,

p.

43

1>12. Fiechter per

:

il

rettangolo della traccia della base misura m. 0,92 la statua li collocata potesse

primo ha pensato che

15

2l8

L.

E

SAVIÖNONI

quella statua arcaica non era fatta di

di legno e avorio solamente,

come

altri

solo legno, o al piü

pensö,

ma

bensi di legno

avorio ed oro, cioe di tutte le materie della tecnica piü sontuosa che si usasse per le immagini sacre : e qiiesto ci e dato oggi di con-

cludere dalle parole dell' iscrizioue, che meritamente ne fa vanto.

Ferse noi possiamo perfino farci un'idea approssimativa di queir immagine giiardando la tigura della dea (v. p. 222), rigidamente seduta con polos sul capo e con veste e predella fregiate di animali varii, la quäle era venerata in un tempio arcaico di Priniä in Greta {^). II richiamo di questo autentico monumento religioso

non

di quell'isola

e

inopportuno, perche

(lo

si

ricordi) la dea di

Egina era iina dea venuta da Greta, e la dedalea arte dei Gretesi dava ai santnarii ellenici i modelli pei simiilacri da esporsi alla pubblica venerazione, o da dedicarsi in dono alle divinitä venerate nei santuarii

(^).

Ne manca

in

Egina

stessa, tra

i

doni votivi sco-

perti nel santuario di Aphaia, qualche scultura che richiama, per lo Stile,

appunto

l'arte cretese

antichissima

(^).

V'e infine ancora una cosa che nierita di essere chiarita meglio di quanto siasi fatto finora; e qiiesta e la parola oJaog, che si legge

nella iscrizione di cui trattiamo.

Ghe questa

significhi qui la

«

casa

essere un idolo arcaico e « forse quello stesso che e rammentato nelFiscrizione di Aphaia », con le quali parole egli evidentem ente si riferisce all'errata interpretazione della parola iXecpag prima data dal Furtwängler, senza accorgersi che questi stesso l'aveva giä abbandonata; infatti egli pensa a ua

simulacro di legno oppure di legno e avorio

soltanto.

Finora

niuno,

ch'io

sappia, aveva scoperto la menzione di una statua chryselephantina nella terza

riga deir iscrizione. (^) Vedi Pernier, in Bollettino d'Arte del Min. d. P. I., If, n. 12, 1908, 459, figg. 13 e IG; E. Loevi^y, Typenwayiderung in Jahreshefte des oesterr. archaeoL Inst., XII, 1909, p. 243 sgg., fig. 123. II tipo e gli attributi di

p.

,

questa potevano bene prestarsi cosi per un'immagine di Ehea, a cui penso il come di Britomartis-Diktynna con cui s' identifica Aphaia, che alla

Pernier,

sua volta s'identificava con Artemis: la connessione si vede soprattutto nell'Artemis nörvia OriQ&v, cosi detta A. Persica, di cui corapare la figura in un dono votivo dello stesso tempio cretese (Pernier, ivi fig. 15). Tra i doni

Aphaia sono anche figure di dea seduta, con o senza ;90^o« Aegina, pp. 377 e 379 sgg. Cfr. Eurip., Hippol 145; Verg. Ciris 308. () V. per l'origine del culto e per il mito di Aphaia Furtwängler, Aegina, p. 8; cfr. Paus. II, 30, 3; Antonin. Liberal., Transform. 40. votivi del

tempio

di

in testa:

(«)

Op.

cit.,

p.

359, n. 168.

NUOVE OSSERVAZIONI SULL' ISCRIZIONB della dea

»

ossia

siio

il

tempio

noii

e dubbio,

219

KCC.

ed e cosa giä rico-

nosciuta ed ammessa.

Ma si deve osservare che il Fiirtwängler giudicö tale parola conveniente solo per quel piccolo e semplice edificio primitivo che fu da lui stesso ideato e che il Fränkel credette essere designato ;

con quella parola non il tempio della divinitä (che per lui era Artemis) venerata su quel coUe, ma un sacello secondario concesso

ad Aphaia entro

sacro recinto.

il

E

ormai chiaro che questa

conda opinione e sbagliata, e che ofxog significa l'unico dell'unica dea Aphaia.

Ma e

colo,

si e soppresso quel primitivo tempio del VlI sedimostrato e spettare l'iscrizione a quel piü grandioso del VI secolo, del quäle si rinvennero cospicui avanzi,

ora che

si

tempio

puö

se-

edificio sacro

stessa

l'uso della

affermo che

AI

si.

egualmente giustificato? lo Maiuri parve, in seguito alle risultanze termine ovxog dovesse ormai restringersi a parola essere

dott.

del suo studio, che

il

una parte del tempio. Questa idea, se per una parte si discosta da quelle ora rammentate, per l'altra partecipa di quell'esitanza comune a fare ofxog vaog puramente e semsignificare soltanto

=

plicemente.

Ma

lemica fatta per

Una culto,

io

non ho cotesta esitanza,

e

stimo inutile la po-

ciö.

ammessa la denominazione ohog per un edificio quäl valore mai possono avere, nelluso di quella, le

mensioni

volta

e la

forma

dell'edificio stesso?

Perche, per

del di-

esempio,

si

dovrä permettere il termine otxog per designare un semplice templum in antis, e non piü per un templum in antis con opistodomo?

Finora niuno

ci

ha dato

le

prove di

in questo o in altro caso sarebbe

della cosa.

E

il

ciö,

alterato

concetto e questo: che

e ci il il

ha dimostrato che

concetto fondamentale

tempio

e

la casa del

dio che vi abita sotto la forma visibile della statua, e si esprime tanto bene col semplice oJxog^ o con gli analoghi vocaboli do^og e

quanto col piü solenne

Siüiicc,

e piü usitato

termine vaog

(^)

;

alla

(*) Cfr. la glossa: vct6g' naQä rö ifvaleiv iv aijtiö xbv 9^e6v, e Hesych.: vabs, olxoq 'iy&a d^eög nQoaxvvslzat, Herod. VIII, 143 : rav {(hE&v xal fjQwcay) ivingrias rövg re oixovg xal rä äydXfxara. Per ^öfxog cfr. Hom., 11. Z. 89: &vQag ;

Eumen. 242: Isthm.

8,

Ran. 1273:

(fd^ao*/ üqxBfÄL^og) e per ^{öfia Aesch,. xal ßgetag rö abv, &eA; Pind., Pyth. 4, 95; id. 119; Soph., Oed. T., 71 etc. (altri esempi in Stephanus, op. cit. s. vv.).

IsQoto döf^oio: Aristoph.,

ngöaeifxi, ^CHfxa

220

SAVIGNONI

L.

che

Romani

lo esprimevano con la corrispondente parola aedes, oltre che con la piü dissimile parola templum. E ogniino sa che questo concetto, che si e perpetuato nella religione

stessa

guisa

i

e perfino con la

fino ai nostri giorni

cabolo antico

(^),

divinitä, che

prima coabita

si

affine vo-

coU'origine tempio. La con Tuonao nella stessa casa di lui stessa

del

ha da quella il supremo potere, una casa sua propria, imi-

deH'uorao che

propriamente

(e

ricollega

un

di

permanenza

ossia diQWava^) riceve a poco a poco

tata da quella deH'uomo, la quäle poteva ben dirsi anch'essa olxog

Cosi ancora Pausania poteva designare con l'affine panon tanto per la sua appa-

senz'altro.

rola oi'xri^a l'Erechtheion di Ateno,

renza esteriore differente dalla ordinaria dei templi cinti di colonnato,

come suppose

il

Furtwängler

(^),

quanto

e

piü per la pianta

e la struttura dell'interno, pei dislivelli delle

parti e per i porbalcone delle Cariatidi, messi senza simmetria lä dove oc-

tici e il

piacque il che si spiega, io credo, con la forza della tradizione che volle che il santuario, destinalo a conservare i ricordi

corse

;

piü sacri e vetusti della cittä, e costrutto sulla stessa parte ove fu la casa di Eretteo distrutta dai barbari, mantenesse anche nell'architettura alcunche di quella complessitä e varietä di ambienti

che s'indovina ancora preistorica

gli

avanzi

Non m' indugerö

(^).

abbia dimostrato che dai

su

a

rintracciati

ricordare

di

quella casa

come Farcheologia

forme iniziali dei templi classic! derivano solo non Irascurerö certi preistorici ('*)

le

dei

fAsyaQa esempii nuovi che ci vengono da Greta. I due templi arcaici teste tipi

;

discoperti a Priniä, all'uno dei quali

dea che

(^)

sc.

Dei:

O

sopra ho Si ricordi cfr.

i

rammentata nostro

11

«

Duomo

(^),

appartiene quella statua di piü che mai nella

somigliano

», ted. «

Dom

Dome

», fr. «

»,

da domus,

giä citati döfiog, d&f^a.

Aegina,

p.

3,

dove sono ricordati

i

varii

esempii di queste denorai-

nazioni. C»)

Cfr. Jahn-Michaelis,

phie von Athen, (*)

Cfr.

sacri: p. es.

Per

il

p.

Arx Athenarum^,

nome fxsyuQov conservato

Paus.

p.

vii;

Judeich, Topogra-

237.

1,

in

tempi

39, 5; III, 25, 9; IV, 31, 9;

storici

VIII,

ad alcuni 6,

edificii

5; VIII, 37, 8.

la derivazione dal tipo « continentale » rimando a Perrot-Chipiez, Vart, VII, p. 349 sgg., e per quella dal tipo cretese al mio studio sul Pythion di Gortyna in Monum. d. Lincei, XVIII, p. 213 sgg. (') Pernier, loc. cit, p. 457 seg., e tav. in.

IX,

8,

1.

Hut. de

Alla rag. 221.

NUÖVE OSSERVAZIONI SULL' ISCRIZIONE

221

ECC.

pianta ad iina casa antica: infatti consistono di iina cella rettangolare con davanti im vestibolo (al quäle neiruno dei templi corrisponde anche un opistodomo); e la cella stessa ha nel mezzo loro

un

rettangolo incavato

nel pavimento per ricevere i resti delle bruciate suH'ara posta li dentro, e il fumo delle che erano vittime, iisciva da quali un'apertiira del tetto corrispondente al rettangolo predetto; precisamente cosi come avveniva nella casa omerica (^).

Niun

altro ediflcio sacro, meglio e

una

prima di

questi, ci

aveva

dipendenza dalla casa descritta analogia in io ed riconosco anche i primi esempii, non nell'epopea; questi solo del tempio hypetrale, ma altresi di^W impluvium della casa raostrato

si stretta

e

classica

della

dell'origine e dell'uso ('). Quäle migliore giustiflcazione parola olxog per la denominazione di un ediflcio consacrato

alla divinitä?

Ora, appunto l'iscrizione di Egina (che ormai io credo di avere dimostrato doversi riferire al tempio abbastanza grande e sontuoso del VI secolo a. C.) ci da la prova piü certa e piü solenne di

quelluso,

indipendentemente dalla grandezza

e

dall'apparato

del

tempio. Soltanto e vero che in Grecia la parola oJxog cadde generalmente in disuso depo il periodo di tempo cui spetta l'iscrizione, cioe dopo

il

VI

secolo

a.

C,

a differenza ^QlYaedes dei Romani,

ma

a somiglianza dell'altra voce greca 66fiog, l'uso analogo della quäle ci e attestato dalle voci ngoSo^og ed ÖTna^oSofiog, super-

nella nomenclatura templare(^); e questo avvenne, io credo, a poco a poco e in ragione della prevalenza e generalizzazione del stiti

tempio circondato da un portico a colonne.

tipo di

tettura distinse

Come

l'archi-

almeno negli esempii piü solenni e perfetti, la casa del dio dalla casa dell'uomo, cosi anche la lingua si attenne ormai all'uso esclusivo della speciale e antichissima parola vaog, che, pur contenendo in se il concetto origiallora definitivamente,

nario, valeva a distinguere

nettamente

il

tempio dalla casa comune.

(') Cfr. Perrot-Chipiez, ibid. p. 88 sgg., dove forse, in consegnenza di questa scoperta in Greta, h da modificarsi la parte centrale della sala (veggansi le tavv. I e IT).

() Giä

il

Pernier suppose che fosse nel tetto un'apertura per l'uscita

del fumo. («)

V. sopra p. 205.

222

SAVIGNONI, NUOVE OSSERVAZIONI SULL' 5SCRIZI0NK ECC.

L,

Probabilmente

riptero,

che

stessi

Egineti

gli

principio dissero raoc

il

edificarono

dal

fin

magnifico tempio pein onore di Aphaia

sulle rovine dQlVofxog piü antico e dotarono di

im xod^iog assai piü gnificato e per arte,

tempio secolo.

ricco e

mirabile, per

non

che

si-

fosse qiiello del

commemorato nella iscrizione Rammentiamo con gratitudine

del e

VI

rim-

pianto Adolfo Fm-twängler, che per la sua fasuprema siil santuario di Aphaia non solo

tica

quella iscrizione

ritrovö in

dea che fn

li

venerata,

il

ma

vero

nome

della

ci

procacciö altresi ima conoscenza

piü

ampia

e

piü

novello

pregi

del

tutto

ciö che

dei

gradita

tempio,

e

di

una volta ne com-

piva la particolare bellezza.

LüIGI Savignoni.

\ImmM

Statua di dea, in terracotta, trovata in un tempio dell'isola di Greta. (Dal

«

Bollettino d'Arte «)

DIE

Die

HERKUNFT DER ROEMISCHEN SKLAVEN.

in rechts-

und wirtschaftsgeschichtlicher Beziehung gleich

wichtige und interessante Frage, mit der sich beschäftigt,

ist,

die

vorliegende Arbeit

soviel ich sehe, zuletzt von

Walion

in seiner

Histoire de l'esclavage (^) eingehender, wenn auch weder erschöpfend noch durchweg befriedigend, behandelt worden. Wesentlich

im Anschluss an ihn hat dann Marquardt im Privatleben der Römer (^) eine knappe, wie die Walions fast ausnahmslos auf die '

'

Angaben der

Schriftsteller gegründete Darstellung des Sklavener-

werbs bei den Kömern gegeben. Auch der verewigte Meister der römischen Altertumsforschung, Th. Mommsen, hat mehrfach Veranlassung gefunden ihr näher zu treten, ohne sie jedoch je zum Gegenstand einer eigenen Untersuchung gemacht zu haben. Er selbst hat freilich das Bedürfnis einer solchen empfunden und dies auch gelegentlich einmal

dem Wunsche nach

in

einer

'

umfassenden

Zusammenstellung der zerstreuten Nachrichten über die Herkunft der Sklaven zum Ausdruck gebracht (^). Die hier von mir vor'

gelegte

bemüht

sich,

dem von Mommsen

vor

nunmehr fünfund-

zwanzig Jahren geäusserten Wunsche im weitesten Sinne nachzukommen. Ihre Grundlage bilden, vornehmlich für die Epoche der Kaiserzeit, die Inschriften,

die Früheren gearbeitet

(^)

Bd. II« (1879)

S.

was gegenüber dem Material, mit dem

haben, hier ausdrücklich

16-66.

n

Bd. I (1879), in 2. Aufl. (1886) Schriften Früherer verzeichnet sind. (")

In der Abhandlung

im röm. Staat'

hervorgehoben

'

S.

166

ff.,

wo auch

S.

169 A. 2 die

Bürgerlicher und peregrinischer Freiheitsschutz

(18S5), jetzt in den Ges. Sehr. III S. 17 A. 2.

224

M.

BANG

werden mag; Papyri und Schriftstellerzeiignisse hinzu

(^)

treten ergänzend

(^).

Wie

jedem Staate mit Sklavenbetrieb vollzog sich die Ergänzung des Sklavenbestandes im römischen Reiche auf zweifache Weise, durch Zuwachs von aussen her und durch Selbstfortpflanzung. in

Von den dadurch geschaffenen beiden Klassen der servi facti servi nati, deren quantitatives Verhältnis nicht zu bestimmen für unsere

Zwecke auch gleichgültig

ist,

kommt

und und

für die Untersu-

chung der Nationalitäts Verhältnisse nur die erste in betracht (^). Ich beginne mit einer Gesamtübersicht über das vorhandene Maan Herkunftsangaben, nach Landschaften bezw. Provinzen geordnet {^), um dann zur Erörterung der Rechtsgründe der Unfreiheit überzugehen und weiterhin die Verteilung der verschiedenen terial

Nationalitäten auf die einzelnen tionalität auf die dienstliche

Provinzen, den Einfluss der Na-

Verwendung und

schliesslich die

Her-

kunftsvermerke auf den Inschriften der Sklaven zu behandeln.

Unberücksichtigt geblieben sind die jeweiligen Angaben der Schriftüber die in den Kriegen der republikanischen und der Kaiserzeit gemachten Gefangenen (s. die Zusammenstellung bei Walion IP S. 30 fF.). Ihre (*)

steller

Einbeziehung hätte bei der grossen Ungleichheit der Ueberlieferung über die äussere Geschichte des Reiches

notwendig ein schiefes Bild der wirklichen

Verhältnisse ergeben. Herangezogen habe ich vielmehr nur die zufällig sich findenden Nationalitätsangaben, diese aber in möglichster Vollständigkeit; was nicht ausschliesst, dass ich hier und da doch etwas übersehen habe. (*) Einiges habe ich schon vor vier Jahren ('Die Germanen im röm. Dienst', Berlin 1906, S. 74) ad hoc zusammengestellt. ihren Geburtsort ange(^) Immerhin haben auch die vernae, soweit sie ben, in der folgenden Uebersicht Berücksichtigung gefunden, obwohl ja die

Bezeichnung verna an sich schon in gewissem Sinne Herkunftsbezeichnung ist und sich als solche (mit dem 'Exponent natione) auch auf den Inschriften unfrei geborener Leute verwendet findet, wie C. I. L. VI 10049: Jlf. Aur(elius) Polynices nat{ione)

verna und M. Aur(elius) Moliicius Tatianus natione

Calpurnia natione vernacula; C. X 3646: C. Valerius Clemens vetranus nat(ione) verna (ähnlich C. XI 59. 61. 65) und sonst. verna-, 14208:

(*)

dies

Wo

der Sklaven- bezw.

durch Petitdruck kenntlich

Libertinencharakter nicht völlig sicher, ist gemacht. Ganz Unsicheres ist überhaupt

weggelassen. Anführungen aus Dichtern und generelle Erwähnungen sind in '

'

gesetzt.

DIE

I.

HERKUNFT DER ROEMISCHEN SKLAVEN

225

Allgemeine Uebersicht über die Natioiialitätsangaben der Sklaven. A.

der Republik.

Zeit

Ausland. '

multi eunuchi ex

Aegypten:

[Alexandra] Bad^vXXog Vgl. Plaut. Merc. ptia' Poen. 1291 \

cum ferunt '

Aethiopien:

:

.

.

'

414 "

.

f.:



Aegypto': Cicero Or. 70, 232.

6 ^Alb^avdgevgi^): Athenaeiis

ancilla

..

.

I20D. —

aut Syra aut Aegy-

Äegyptini qui cortinam ludis per cir-

'

.

Aethiops qui ad balneas veniat (centum) venatores Aethiopes

'

IV

Auct. ad Her.

:

— h. 61): VIII 131. — Ein Äetliiops im Lager des Brutus 42): ApIV 134; Brut. 48; Florus Obsepian — Eun. 165: 'ex ancilquens Vgl. Aethiopia 50, 63.

Plin. n.

(J.

(J.

b.

Plut.

c.

II 17, 7;

Terent.

70.

lula' (vgl. 471) und den sagenhaften Aethiops in der cretia-Erzählung bei Serv. in Verg. Aen. VIII 646.

Syrien: (Eunus) oixärrjg 2vQog 'Avnyärovg

Diodor

^Evraiov to

XXXI V/V

5

Lu-

yävog ix

= Eunus

ser134) vus natione Syrus Livius per. 56 nomine Syrus quidam Eunus: Florus II 7, 4. (Tvfißiovaa (Eifvcf)) 2vQa xccl i) .laav^noXTxig olaa (J. 134): Diodor XXXIV/V 2, 16. :

Tf^g "ATtafxsCag (J.

=

:



QaTviwv 2vQog ßacfiXsvg

(J.

134):

Evvovg iavTov

ebd. 2, 21.

^xhv 'Avtioxov^

(Stuimv to nXfjOog sTicovofjiaatv

2vQoi

Syria

ol '.

SgankTai

134):

(J.



Cicero Or. 70, 232.

(J.



rwv ärcoüTutSiv 2vQovg St twv änoo



ol 134): ebd. 2, 24. 'multi eunuchi e

ebd. 8.



2,



L, Lulatius Paccius thura-



CLL.

VI 5639. de familia rege Mitredatis (^): Die Zeugnisse über den bekannten aus Antiochia gebürtigen Mimendichter Publilius bei Schanz, Rom. Litt. I, 2^ S. 22. rius



Vgl. Plaut. Merc. (*)

414

f.

(oben unter Aegypten).

Maecenatis libertus: Schol. Pers.

sat.

5,

123

(vgl.

Seneca contr.

X

praef. 8). (")

Mommsen

wohl mit Recht, für den voi> Puer Syrus fortasse cum reliqua praeda regia Romae

(zu der Inschr.) hält diesen, '

Pompeius besiegten

:

venum datus ad Augusti aetatem

facile pervenire potuit

'.

226

M.

Cypern

ot oIxstui

:

xXrj^rjaav) (J. Cilicien

ot ix Tfjg

Kvttqov äxd^ävtsq

56): Dio

KXscov Tig KCXi^ ix

:

xaza

TTjv 2t,xsXCav

Diodor

XXXIV/V

BANG

XXXIX twv

vo^isvg 2,

ebd. 2, 20.

23,

tvsqI

t6v

ysyovcog 17.

43, vgl. 2.



.

(Kvtiqioi ins-

.

.

2.

Tccvqov toticov

.

.

.

(J. 134): Kofxarbg 6 ScSsXtpbg

tTiJTOtpoQßicov



'Adi^vicov Kili^ üb ysvog olxovo^og övoTv ciSsXtfwv ^syaXonXovKov (J. 104): Diodor XXXVI Athenio pastor Cilix Florus II 7, 9. 5, 1

KXscovog

:

cov

=

:

'

Cappadocien

:

Cappadox modo abreptus de grege venalium

'

:

Cicero p. red. in sen. 6, 14.

BithTnien; {Nicomedes Bitliyniae rex C. Mario) cctioxqksiv söodxs Tovg nXsiovg twv Btr^vvu)v vnb t&v dr]f^io(!i(ov(bv öiaQTtaysv-

Tag SovXsvsiv iv raig inaQ^iaig 3,

(J.

104)

Diodor

:

XXXVI

1.

Thracien: AsvxXov zivbg Bariciiov luovoßccxovg iv Karivr^ TQscfovTog, cov Ol TToXXol FaXccTcci xal &Qaxsg fjüav ißovX€V(tavTo .

^ihv Siaxoaioi (psvysiv

J. (

73)

:

Pliit.

.

Grass. 8.

.



(Spartacus)

im

Tag 'ÄXnsig rbv atgarbv oto^svog SsTv vTtsQßaXovTag avTOvg im Tct olxsta %MQ€Tr, TOvg fjih' slg 0Qaxrjv, TOvg

fjyev

d' slg

FaXaTiav

(J.

72)

:



ebd. 9.

^naQTaxog &Qa^

avrjQ,

iaTQaTtvf^isvog noTä 'Pcüjuaioig, ix 6^ atxjiiaXwaiag xal nqa-

iv ToTg ^ovoiiaxoig lov (J. 73): Appian. b. c. I 116 ^TTocQTaxog avr]Q 0Qa^ tov Nofia6ixov ysvovg Pliit. Crass. 8 as(tig

:

=

=

(Spartacus) de stipendiario fhrace miles, de müite dezertor^ inde latro, deinde in honorem viriitm gladiator: Florus II 8,

8

= Spartacus

(fvXog oixTa tov

Macedonien

:

Tlirax: Orosius V, 24,

^naqTaxov

1.



i]

yvvi] oßo-

Plut. Crass. 8.

Macedones (multi Romae servierunt) rege Perse capto

168): Cic. Tuscul. III 22, 53. Griechenland: de Cn. Publicio Menandro, libertino homine^ quem (J.

apud maiores legati nostri in Graeciam proficiscentes Interpretern secum habere voluerunt, ad populum latum est, ut is

Publicius, si

domum

revenisset et inde

ne minus civis esset (vor 146): 'Axccibg xal Tovvo^a xal to ysvog

(J.

2, 16.

C) Vgl. Momrasen St.-R. III

S.

656 A.

1.

Romam

redisset^



Balbo 11, 28 (^). 134): Diodor XXXIV/V

Cic. pr.

HERKUNFT DER ROEMISCHEN SKLAVEN

DIK

Libiirnien: A.

Arrius A.

l.

Philemo Liburnus:

227

1269

C. I

= IX

352. Gallien:

Statins

Caecilius

comoediarum scriptor

{^)

... natione

Insuber Gallus ... quidam Mediolanensem ferunt (J. 225? 222?) (2): Hieronym. ad a. Abr. 1838 (=179 v. Chr.). %ervm natione Gallus (J. 88): Livius per. 77 percussor



=

= carnifex Gallus genere: Comm. — Crixus Oenomaus Lucan. Phars. 70 — Orosius V 24, Crixus 73) gentis eiusdem

Gallus: Auct. de Bern, ad Galli

(

J.

vir. ill.

Q7

II,

Galli atque

et

(^).

et

1.

:

Germani

(^) (J.

pars fugitivorum quae

72)

ex

97=

:

Sali. bist. III

Gallis

fr.

Germanisque

96 D.

-

constabat

Galli auxiliatores Sparlaci Ger71): Livins per. Galli Germanique ex factione maniquei Orosius V 24, 6 Casti et Gannici (^) Frontin. strat. II 5, 34. Castus et (J.

=



:



Gannicus duces Gallorum

(J. 71): Frontin. strat. II 4, 7. t6 Aixirog ^ihv ccqxccTov raXccTrjQ fjv, äXovg dh sg Si] xal Tovg "Pcojuaiovg dovXsvCag to^ KuC(Sccqi vnb ^bv sxsCvov

Sh

7]X6vd8Qd)drj ...

(J.

LIV 21, B {% — '(ad maxime ad iumenta Varro

58-44): Dio

'

pecuariam) Galli adpositissimi, rer.

rust.

Germanien

:

II

10,

:

4.

factum (eius hostis periculum) etiam nuper in Italia (J. 72-71): Caes. b. G. I 40, 5; vgl. Dio

servili tumultu

Gaecilius quoque ille (') Vgl. Gellius IV 20, i3: inclutus servus fuit et propterea nomen habuit Statins.

comoediarum poeta

In einem dieser Jahre scheint er in Gefangenschaft geraten zu sein. als servus publicus natione Germanus qui ... hello Cimbrico captus erat: Velleius II 19 servus publicus natione Cimber: (^j

C) Derselbe bezeichnet

Val. Max. II 10,

70

ff.

=

Vgl. Plut. Mar. 39;

Appian b. c. I 61; Lucan Phars. II und meine Ausführungen Klio X S. 178 ff. (*) Im ganzen 30000 Mann: Appian b. c. I 117, 543; vgl. Livius per.

96; Orosius

V

6.

24, 2; Plut. Grass. 9.

Die Form Gannicus (so die Perioche des Livius und der cod. Parisinus 7240 des Frontin au dieser Stelle) ist, wie die Inschriften zeigen (')

(C. XIII 5187 und vielleicht 2135), die richtige, nicht Gannicus, wie Gundermann, dem cod. Harleianus folgend, schreibt. Im übrigen scheint der Name lieber die Stärkegermanisch zu sein; vgl. Müllenhoff D. A. II, S. 155. verhältnisse dieses Heerhaufens s. Rathke, De Romanorum bellis servilibus*



*

(Berl. Diss.) 1904, p. 68. 70.

ecc

(«) Nach dem Grammatiker Probus Germania puer captus.

bei Valla schol. in luven, sat.

1,

109

228

BANG

M.

XXXVIII

— To rsQfiarixov

vßqsi xal (fQovrj^aTi tcov 2nccQTax€i(jDV ctTToaxKi^sv (J. 72): Plut. Grass. 9. Vgl. oben unter Gallien.

Ligmieii

1.

45,



servus natione Ligus (J. 218): Coel. Antipater

:

XXI

b.

Livius

46, 10.

Africa: a

Setinis captiva aliquot nationis eins (d. h. Karthagische) empto. ex praeda mancipia (J. 198): Livius XXXII .

.



6.

26,

nier) {'): C.

F.

salan{us) soc{iorum) s(ervus) (ein Pu7856 -= I. G. XIV 608 (ca. 180 v. Chr.). C^).

Cleon

X



Terentius Äfer ca.

(geb.

Romae Gaetulien:

.

.

Te-



est

Karthagitiietues multi

servierunt (nach 146?): Cic. Tuscul. III 22, 53. GaetuH {in Circo adversus eleplianios pugnantes

55): Plin.

J.

.

Suet. vita Ter.

190):

Romae

mature manumissus

Carthagine natus serviit

(^)

Lucano senatori, a quo

rentio

Geburtsland \mh estimmt puer (M. Äntoni IIl viri v.

Plin. n. h.

Chr.) Alpes genitus (ca. nales trans maria advecti': Plin. :

n.

Inland. '

'

Cic. de Syri venales de noviciorum grege quis

or. II

:

VII 56.

XXXV

Cic. in Pis.



'

ve-

199.

— Syrus nescio 1,1. — ävöganoSu '

QQ, 265.

'

:

h.

p. c) Irans

r,

:

40

Syrien:

i.

VIII 20.

h.

n.

'

'

2vQia

(J.

48)

Appian

:

b.

II 74.

c.

quod illic natum dicitur esse, comparasti ad cam (octo homines rectos) Catull. 10, 14-20. '

Bithynien

:

lecti-

'

:

Asien

:

Z.

Manneius

Q.

{libertus)

("*)

medic(us)

vfxQocTr^g Jt^iurjiQiov TqakXiccvog: C. (ca.

(^)

100 v.Chr.)

Wie

(^).



388

.

.

.

=

cpvaei 6^

I.

G.

Ms-

XIV 666

Cic. in Verr.

'venales Äsiatici':

aus der auf den lateinischen und griechischen Text folgenden accuratiora Cleon patrio usus ser-

phönicischen Inschrift hervorgeht, in der

mone

X

*

narravit' (Kaibel). (2) («)

(*)

Ritschi, Opuscula

IV

p.

661.

Vgl. Baehrens, N. Jahrb. f. Philol. 1881, S. 401 So und nicht filius, wie Kaibel und Dessau (Inscr.

f.

sei.

7791) meinen,,

nach Analogie von C. VI 700: C. Ducenius G. Hb. Pkoebus, filius Zenonis, natus in Suria Nisibyn{e), zu ergänzen. Ueber das Fehlen der

ist

Bezeichnung libertus (*)

Auf

Sadria S.

f.)

s.

Oxe. Rhein. Mus. N. F. 59 (1904), S. 111. Nomenclatur (ausserdem Maxsuma

diese Zeit führt sowohl die

wie auch die Schreibung ei in veivos und frugei.

DIE

V

146.

56,

HERKUNFT DER ROEMISCHEN SKLAVEN



*•

ctvSqaTtoSa (pQvyia

229

AvSia'

xccl

(J.

48):

Appian b. c. II 74. Achaia: vidi etiam in PeloponnesOj cum essem adulescens, quos-

dam L.

Corintliios (sc. servos) (J. 79)

Ateius

libertus

Phüologus

Suet. de

Sullas): .

.

.

:

libertinus

gramm.



10.



Cic. Tuscul. III 22, 53.

Atlienis

Le)iaeus

natus

est

(Zeit

Magni Pompei

traditur 'puer adhuc Athenis surreptus refugisse

patriam perceptisque liberalibus disciplinis pretium suum gramm. 15. •Gallien: M. Antonius Gnipho, ingenuus in Gallia (*) natus sed in

retulisse: Suet. de

expositus, a nutritore suo

manumissus

(geb. ca. 114): Suet.

de gramm. 7. Spanien Statius (^) Benni P. s{ervus) Hispanis (so) :

40

1848



(^)

C.

:

IV

'

non omnis apta natio ad peChr.) (*). (ca. Varro Bastulus cuariam, quod neque neque Turdulus idonei v.

'

:

rust.

rer.

Sardinien Cic.

II

10,

4. '

'

Sardi venaleSj alius alio nequior (sprichwörtlich) ad fam. VII 24, 2 Festus p. 322 M. Auct. de vir.

:

:

=

=

57, 2.

ill.

Sicilien:

Veneris Erycinae: Cic. in

Agonis Lilybaetana liberta Caec. 17, 55 (J. 70).

Italien

Q,

:

tis

Caecilius Epirota Tusculi natus, libertus Attici equiad quem sunt Ciceronis epistolae: Suet. de 16. L. Crassicius gener e Tarentinus, ordinis

Romani,

gramm.

libertini,



cognomine

Pasicles

(letzte

Zeit

der

n. h.

X

Republik):

ebd. 18.

B.

Kaiserzeit.

Ausland. Aethiopien: Aethiopes duo (Tiberius): Plin. thiopes (J. 41) (') (^)

Paenultima non potest esse u

man den Nom.



'

122.

— Ae-

duo Aethiopes capillati

'

:

'

bemerkt der Herausgeber. Trotzdem sing, zu verstehen haben, wie ja die Schreibung i für u

auch in der Endung -us 4222 (Christi.): duobis). (*)

Suet. Cal. 57.

In Gallia Cisalpina oder in der Narbonensis. Vgl. Gellius IV 20, 12. '

C)

wird

:

öfters

vorkommt

(C.

XIV

3031: libertabis; C. III

So auf Grund der Nomenclatur und anderer Indicien Oxe

S. 126 oben.

a.

a.

0.

230

BANG

M.

Petronius 34,

4.



VII 87.

tial.



*

fruitur tristi

AetMops

procerüsimus homo

:

advectus

.

Gabbara nomine ex Ärabia h. VII 74. esse{danus)

.

.



n.

lib(eratus) Faustus (coronarum)



XII 3324

Mar-

:

5.

Plin.

(Claudius):

'

— Äethiopes

luvenal. sat. 8, 33.

:

aniculae: vita Elagab. 32,

Arabien

Canim Äethiope

'

'

XXXVII n{atione)

Ärabus:

Ein Araps Caesar(is) n[ostri) (vgl. 1245). ser. C. VI 8868. 8869, eine Sklavin Araba ebd. 12280. Indien (^): fjv 6h ovxog {Autolecythus Favorini serous) ^IvSbg fihv C.



xai txavobg fiäXag (Hadrianus) Philostr. vit. soph. 18. Mummeia Peducea Inda: C. VI 22628. Vgl. Hör. sat. II 8, 14: :

cum Parthien



Gereris procedit fuscus Hydaspes. lul(ius) Mygdonius generi Parthus, natus ingenuus,

sacris C.

:

capt[us) pubis aetate^ dat{us) in terra(m) Romana{m) s. factus cives R{omanus): C. XI 137 (1. Jahrb.). natione Narcissus» Parthus lib. paedagogus [puero}Aug. .



.

rum

.

VI 8972 (Marcus).

imp{eratoris): 0.

Trans fluminianus nomine Abbas qui

— puer

.

.

.

.

.

natione

anEutyches Mus. 229 norum circiier Septem (J.166): Pap.Brit. (Schulten, Sex Vividius Sex. l. Parthus C. Hermes 32, 273 ff.). .

[_ef]



.

.

:

VI 29112. Persien: Mercurius origine Persa ex ministro triclinii rationalis (J.

354)

Cappadocien:

:

Ammian

XV

\_Ca']ppadoca

3, 4.

Antoniana

(^):

C.

VI 33390 (Au-

gustus).

Dacien: Dacus insutarius: C. VI 7407 (Augustus).

Nereus nat(ione) \German{us)) (^) Peueennus Germanicianus Neronis Caesaris: C. VI 4344 (J. 19-29).

Germanien:



Suebus Germanus

(^)

:

C.

VI 6236

(Claudius).



'

rig vjjlwv



sie (V) Bei der ethnographischen Unklarheit der Bezeichnung Indi wird auch von Aethiopen und Südarabern gebraucht: Letronne, Mem, de l'Acad. sind alle des Inscr. IX (1831), 158 if.; v. Gutschmid Kl. Sehr. I S. .38



hier aufgeführten Nationalitätsangaben mit einem Fragezeichen zu versehen. Antonius oder seiner (^) Ursprünglich Sklavin entweder des Triumvirn M.

jüngeren Tochter. vgl.

C) Zu ergänzen corpore custos, gehört hinter das folgende Peueennus; Germanen im röm. Dienst S. 67.

meine (*)

'

*

Germanus

ist

o/ßcium servile (vollständig Germanus armiger), nicht

DIE

HERKUNFT DER ROEMISCHEN SKLAVEN

231

ovx äxofj TTccqsiXv^ipev to reQfiav(är TiXf^^og; ccXxr^v ^kv yciQ xai fisys^r] aco^drcov sl'dsts drjTiov nokXaxig, insl 7iavTay(pv Tovg tovtwv alxficckcoTovg

'PwiLiatoi

Ind. II

bell.

376 (Agrippa

'

loseph» — empti per66)commercia

s'xovcJiv

spricht).



:

(J.

Tac. Agr. 39. {Usipi quidam) per commercia venumdati et in nostram usque ripam mutatione ementium Tac. Agr. 28. adducti (Domitian) Germanus (= bar-

(J. 83):



:

'

barus) minister

'

'

Germanici baiuli

Logus

.

.

:

nat(ione)

.

nat(ione)

.

.

.

Sh ta

ol

(po-

Germanus

C.

\

X



3577.

Cn,

14359^

VI 17861.

C.

(^):

Vibius

III

C.

\_Er'ynundur(us):





14.

Tertull. ad ux.

Felix serbus nat(ione) Germanus lix

^

yvvaixwv xal (fOQad}]v ßaCtdiovClem. Alex. paed. III 4 (27, 2).

Kslvol tioXXoi':

Teg



96.

tcov

slg vipog oI'qovtsq

QeTa

XI

Martial. epigr.

:

'



Fe-

... [se'y{vus'^)

Suebus: C. VI 30569.

Mauretanien

pueri minuti Mauri (Augustus)

:

Suet. Aug. 83.

:

l,





armillata plialerataque Mazacum turba (Nero) Suet. Nero 30. cursor Gaetulus': luvenal. sat. 5, 52. Gaetulus :

'

Gaetulien:



'

ebd. 5, 59. Gaetulus und ganymedes Sklavennamen C. VI 18842. 31012 und sonst. :



'

Gaetulicus

als

Geburtsland unbestimmt: {paedagogus Claudii) barbarus et olim regis fisuperiumentarius (Augustus) Suet. Claud. 2.



:

lius '

.

.

.

ipse

me

dedi

in

servitutem

serva nulrix adhibita, ut plerumque

bar ae nationis': Gellius XII

17.

1,

:

Petron.

solet^





4.

57,

externae

et



bar-

Annius C. l. Dioa(nnos) XII: C. VI

C.

nysius {c~\aptus an(norum) IX, servi(i)t 11712. externis (^) natus terris: Not. p.

'

'

d.

1898

scavi

477.

Inland. Greta: p.

mutier nomine Theudote ... n{atione)

959

tab. cer.

XXV

(J.

— 160).

xTr]Tix7]

Gretica:

C.

III

6ovX[r] dJy6(j,aTt

Herkunftsbezeichnung. Andere Germani aus derselben Zeit, wie dieser Sklaven der Statilii Tauri, C. VI 6221. 6229-6235. 6237. 9191. (')

Wenn

nicht,

Avie

der

folgende,

aus

der

Provinz

Germanien,

gebürtig. (^)

Wofern nicht das Wort hier nur

gebraucht

ist.

in

dem Sinne von

'

nicht italisch

BANG

M.

"232

2T€(pccvrj sTiixsxXrjf.isvri ^'c'^sifuvovg

ürk.

d.

Leipz. Papyriissaraml.

SovXy] 7

1059,



57.

ovofia

fj

13

(J.

Chr.

V.

. .

ysvsi Kgr^rixt]

.

Movaa

svysvrig

?).

Aegyptü



Aegyptius puer

Griech.

Petron. 35,

:

BGÜ. IV

ÄlyvTtxoy. (Gaiiis)



'

'

:

5 (J. 293).

4.

C. VIII 10881.

Oyrenaica: Philipus Cyrenaeicus:

Aegypten:

I

6.

Suet.

:

Cal.

Harpocras Ae-

gyptius vofxov MsfxcpiTov a peregrina manumissus Plin. ep. X 6; vgl. 10. 1. (Eclectus a cubiciilo Aug.) to yävog Alyvrt:



Tiog

(Commodus)

flerodian

:

I



6.

17,

Apollonius medicus ^Ejicccpov yswrjiia 1. G. XIV 809. f^iu ('): C. X 1497

=



^

.

B. Servilius D. L .

.

^Pcofjiaicov

(Sttsq-

^

pueri Alexandrini' puer Alexandrinus qui caldam ministrabat Petron. 31, 3; 68, 3. Thr{aex) M. Antonius Exoclius nat{ione) Alexandrinus: C. VI 10194

Alexandria:



'

:

(Traian-Hadrian).



Triaex)



nat(ione) Alexsandrinus:

Aptm

XII 3329 (3. Jahrb.). Macedo Thr(aex) uro AlexandriVI 10197. C. Generosus retiarius invictus n(us): n{atione) C.



Alexandrin{us)

Alexandria

{et)

:

V

C.

3465.

.



C.

lulii Crispinus et

co(l)libert(i) et fra-

tres: C. III 10551.

Syrien

.

Euritus domo

Iul{ius)

Lynx

.



C. lupueri minuti Syri (Augustus) Suet. Aug. 83. Menoetes Antioehensis Syriae ad Baphnem\ C. IX 41 :

:

lius

— Nomius Syriä (pantomimus): VI 10115 — Glap(h)yra Syra Messalae: VI 4699 (Augustus). — Prima Sura Alexandri (Augustus-Tiberius). VI 6338 (Tiberius-Claudius). — Auge Sura VI 6340 (Tiberius-Claudius). — I)ap{h)ms Sura: VI — 6431 (Tiberius-Claudius). Syrus nequa(m): qui — munera IV 4831 tulere quae grandes — Martial. VII 53, Syri suffulta — utSyris IX datur canusinaius puellae — libertinus ebd. IX 22, nostro Syrus asser sudet luvenal. 102. — natus ad Euphraten (Syrae) 65. — ad cireum iussae prostare puellae {mu— ebd. 351. vehitur cervice Syrorum' quae longorum C.

(Augustus).

C.

l{iberti) pist,

C.

:

quasillari[a']:

C.

C.

scripsit

*

C.

octo

(vor 79).

'

:

*

lo.

epigr.

octo

'

lectica

:

ebd.

11.

2,

'

'

e

,

.

'

9.

:

'

sat. 1,

':

.

'

:

:

lier)

*

Apollonius D. Servilio et patrono natus Aegyptia'- (Kaibel). (»)

'

ebd. 3,

et patre

6,

usus esse videtur et matre

HERKUNFT DER ROKMISCHEN SKLAVEN

DIE

Jsidag 2vQog ''Hoovlog y>(»(>yog rfjTLs ivQog: BGÜ. II 618 ii 19 (J. :

BGÜ.

I

213/4).

233

155, 3



153).

(J.



Allectus [natusj



Laudicia Syria C[oele~\ Aug. Hb. curs[or]: C. VI 241. C. Ducenius C. lib. Phoebus, ßlius Zenonis, natus in Suria



Msibyn(e), liber factus Romae: C. VI 700. natus'} in Suria oppido Olumpi lib. [. .



851.

.

.

.

.

Julius

C.

C.

:

.

XII 4899

T. Aur(elius) Apollinar^s'} nat{ione) »S'f«/]Strato Augg. lib. rus Apamenus (Hb.): C. VI 13021. Flamma 5[^]natione Syru Antiocense: C. VI 26883.

vgl. p.

.

€{utor)

nat(ione) S^yl^rus: C.

.

.



nem Surus (0C. XI 198 Ä.

VI 32827.

C.

— X 7297. — Bassus



Bamas

natione

natio-

Surus:

VI 17318. — — VIII 9493. *Postumus ^Annaeus Fros Suru{s) VI 24898. — L. Appaleius L. ONISOR Syrus: Hi— BGU. X 557 —"ox^iog larus Sur{us): — BGÜ. Marina 816, 2vQog (Pasionis cuiusdam) X 1984. — Lucia natione Syra: X natione Syre: X 3467. — Aurelia Tyche nat(ione) Syra: — VI 16486. 3540. — Manneia 0. Surisca: Epistolium VI 17117. — Tyche Fortunata Surisca: Egnatia — VI 27868. PJioenica: ...] Commagen\_. (conserva aus Rom. — Syrus imedierte Syra {Sy-



Eudem\iis\ natione Surus:

C.

L.

C.

:

l.

C.

l.

C.

ii 11.

o

1 178, 4.

ivgog-.

III

:

14.

C.

C.

C.

liber(ta) ..

C.

l.

C.

C.

l.

0.

.

Inschr.

illius):

imö.

Sklavennamen sehr häufig (*). ludaea: \_cr\audia Aster \_H}ierosolymitana [ca']ptiva: C. X 1971 risca

(mit Nebenformen)

als

(Claudius).

Forlunatus Cyprius Zweifelhaft Inscr. Gr. XIV 677.

Cypern:

Gavius

Q.

Cilicia (pantomimus): C.

Cilicien: Pylades

Hieronym. ad

Cilix pantomimus:

KiXi^

xcofirjg

C.

cissa: C.

VI 6483

Thars(o) luliantis Sklav eines

eques

C.

14523.

Beispiele 17344. 18636.

27034.

27081.

(•)

27082.

55716 und sonst

VI 1011h

Abr. 199b

MrjaTaQv&v: Suidas s. VI 4294 (Augustus-Tiberius).

ccTiö

[_Ci']lix:

(»)

a.

(s.

V

C.

(Hb.):



v.



1032.



= Pylades

= IIvXa^r]g



*

Loiadus

Laudica

Cili-

L. Laelius L. Hb. (Tiberius-Claudius). Cilic(ia): C. VI 220, 13 (laterc. vigilum singularis; vgl. C. VI 3173. 3227. 3229. 32796. ii 49. 2223. 5833. 6943. 7546. 11292. 13782.

VI 975 18707.

19315.

22402.

23775.

24206. 24239. 24299.

27211.

28076.

28687.

33450.

38612. 33910. 34953.

die Indices der einzelnen

Bände des C.

I. L.).

16

234

BANG

M.



J. 203). L. Arlenm L. l, Demetrius nal{ione) Cilix. negotiat{or) sagar{ius): C. VI 9675. [Tl Petr]onius T. l. De\_. .]r^^5 natione Ci\_lix^ : C. XI (3396. Ta^Qae^vg V.





.

devtsQog mklog \_M~\6XaviTinog Cagnat IGß. III 43. Prima Erotis Cappadoca: C. VI 6510 (Tiberius:

Q7]Tiaqig

Cappadocien

:



Claudius).

hjmo Cappadox

'

'

qui valebat

Petron. 63,

:

5.

valde audaculus et

longus,



'

'

Cappadox

'

'

Cappadoces in catasta sex^: Martial. VI 77.

X

ebd.



76.

"

C.

C~\appadox X 3571.

C.

Inscr.

Vgl.

C.

:



VI 2171.

C.

2.



'

— L. Antistius L. Aeteius

C.

VI 11188.



XI

Cyrilla nat(ione)



864.

— ancilla Gr.

:



luven, sat. 7, 15.

':

Cappadoxs:

Cappadox'.

ebd. 69,

77. Cappadoces 'de Cappadocis eques catastis't (equites) Cappadoces, altera quos nudo tra-

ducit gallica talo

Eros

Pers. sat. 6,

:



XIV

{_L

C.

l.

l.

Eroz

L Ero^s

L.

'^^ienm

nomine Cappadoca:

C.

Cappa{doca) :

VI 17263.



400.

ävdqccTioSa fih' yaq JIorTixcc r) Avöia tj ix ^Qvy&v TTQiaiT' av xavTav^ä Tig, oov ys xat ays'Xaig svtvxsTv ictiv

Pontus:

''

'

afxa (foiTuiaaig

dovXog TQiibv:

övofiaTi

BGÜ.

Paphlagonien

:

dsvgo

KccQog

C.

yävsi

Apoll.

Tyan.

novTi[xbg wg]

VIII

itiJbv

7.



d6[_xtt~\

III 937, 9 (J. 250).

lecticarius: C.

Phil[e~\ros

(Tiberius-Claudius). ne)

Philostr.

:

—\_P~]ap{h)lago L. Arlenus L.

l.

VI 6311

Artemidorus

Paphlago mercator sagarius: C. VI 9675. X 1973. 3462; Inscr. Gr. XIV 1787.

nai(io-

— Zweifelhaft

Bithynien: servus (Tauri Statilii Corvini cos. a. 45) nomine Bithynicus: C. VI 6417. equites Bithyni, altera quos nudo



'

' .

traducit gallica talo rilla

domo Bithyna

:

luven,

(liberta

et

sat.

7, 15.



coniux militis



Puhlicia Cy^ leg,

V Mac):

Bi^v^ni BGU. I 118, r (^). (J. 189). Sijnfor{us) gen{ere) Bythynus: C. VI 27053. Polychronia natione Thyna {vixit annos XX, servivit anC. III

7503 (Hadrian-Marcus)



nos IUI)'. C. 4337.

(')

XI 3541.

— ....



nationis Nicomidii: C. XIII

Die Zeit ergiebt sich aus dem Fundort der Inschrift, Troesmis in

Niedermoesien. Vgl. Filow, Die Legionen der Provinz Moesia (Leipzig 1906)^ S 64.

DIE HERKUNFT DER ROEMISCHEN SKLAVEN

Galatien

Diocles

:

Caesaris ministr(ator) Germanicianus na-

Ti.

VI 4351

Gallo grae[c(us)']: C.

tione





(Tiberius).

Caesaris Augusti equiso Gallograecus:

Ti.

235'

C.

Hilarus

VI 33777



Asclepi[_. .] nat^one GaP^ata'. C. VI 12495. alumnus natione Calatus: C. X 1976. Galata Glycerus als Sklavenname C. VI. 10077. 19538 34123«. BulL

(Tiberius).

.



=

comun. 1905

159. und sonst.

p.

Lycaonien: Laiemus Aug{usti) circitor natione Lycao (et filius): C. X 711. Zises Aug(usti) atre(n)sis natione Lycao: CX 713 (beide, wie es scheint, aus Claudischer Zeit). (^).



Onirus Isaurus: Not.

Isaurien:

Pamphylien ^

XIV

838.

Lycius (puer)': luven,

QoccTior

BGÜ.

scavi 1897, 406.

AvQ{riXioq) 'Avuioxog nsqycuog (üb. hominis Pergaei)

:

Inscr. Gr.

Lycien:

d.

11, 147.

sat.



Avxiov ov

6v[jonaTi IlQoadoxCcc ysv~\si

:

(foi;Afx6[v] xo-

cog

si&v

sl'xoCii

Fragment aus Myra vom

III 913, 7 (J. 206); vgl. das

Jahre mit der Erwähnung eines \_na~\i:aQ€vg H^aytov ebd. p. 242. Vielleicht auch C. VI 28228 : Sovlrjv Valeria D. l. Lycisca, XII annorum naia Romam veni. selben

.

Asien

:

.



.

pueri nobiles ex Asia (Gaius)

Suet. Cal. 58.

:

'Axirj STisTigavo fxhv sx rrjg 'A(riag (Claudius) '

(Trimalchio Maecenatianus spricht) tarn Petron. 75, quam hie candelabrus est '

:

ticus: C.

IV 2393. 2394

(vor 79).

'



'

:

Dio

magnm





LXI

17

dt

7, 1.

— Sri

ex Asia veni

Dapnus AsiaMytilenaei roseus man-



10.

'

'

Martial. VII 80, 9. gonis ephebus flos Asiae (=pul' eher puer Asianus caro pretio comparatus: Schol.): luven, sat. 5, 56. equites Asianij altera quos nudo traducit :



'

'

gallica talo in

Asia: C.

:

V

ebd. 7,

=

14.





L, Ursius L.

l.

Boetus natus

[Z.] Laelius L. l. Eros Asiaticus: L. Laelius Eros Asiaticus: C. VI 21021.

7451.



VI 10683 Isidora m{urmillo) Primus lib. Asiaticus: C. XII 5837. domo Asiae (viearia Aug. dispensatoris) C. III 7802. Laudica Asiatica: C. VI 9907. Phrygien: (^) adulescens quem Phrycia edidit tellus: C. VI 17130, C.



:

13 (J. 12 V. Chr.).

— M.

Livius Aug.

l.



\_Ph']ryx a veste: G.

Vgl. C. X 696. 698-701; ein C. lulius Augusti [Z. ... das. n. 710. Vgl. Philostr. Apoll. Tyan. VIII 7: ^qvH yotfy inixtttQtov xal dnoSidoad-ca roig airdv xal äydQano^tad-eytcay fx^i ini
236

BANG

M.



VI 4042 (Augustus).

'

luven, sat. 11. 147.

':

Phrijx (piier)

— —

Eutychas servos natione Phrijge: C. VI 3173 (Hadrian). civitati Nacolensium patriae suae testamento legavit P. Aelius

Onesimus Äug.

(Siov

2ccfißaTlg

yia:

BGU.

f.ihv

li[b.~]:

— xoga-

fjisTovofiafr^sTcTa ^Adrjvaig ytvei C>qv3. 14 (J. ro 151). KXsavSQÖg iig

i)

Cxsaäai (Commodi

0Qvym'

:

.



.

.

fjv

drjfxodia sIoo^otcov vtto xtjqvxi niTiQcc-

Herodian

libertiis):

'

€x

6998 (Hadrian).

III 887,

ysvog (P^v^, tcov

noSa

CHI

oben

I

12,

3.

234 unter Pontus.

S.

— —

— —

^

ävdqalantinus

... TrophiFryx C. V 4506. mus Äug. Hb. ... puer quondam Phrygius pastor: C. VI 27657. C. VI 35053. Petronia ViCosmu[_sl, Phryx

retiarius

.

.

natio{ne)

.

:



:

X

ctoria natio(ne) Phryg{ia) {Hb.): G. 1986. Carlen: Vitalio baliat (= valeat), Car est: C. IV 4874 (vor 79). Philostr. Apoll. Tyan. III 25. '/fctvdqanoSu Kagixa



'

'

:

QoxXfjg KccQixöv ccvöoccTcoSov

= Zonaras

XII

14.



(

Elagabalus)

:

Dio

LXXIX

Symphoros Äntiochi Caesareus

— 1

15,

{\. e.

Antiochi Gaesaris servi vicarius) Trallianos'. C. IX 285. Lydien: qui Colitis Cybelen et qui Phryga plangitis Attin ... flete

meos cineres; non

est

alienus in Ulis Hector (Demia. 95 servus vel lib.) et hoc

Flavii Clementis cos.

tillae fort.

tumulo Mygdonis umbra tegor: C. VI 10098. noSa AvSia oben S. 234 unter Pontus.



^

arSga-

'

:



Tyrannion Cyncena: C. VI 27264. JI. Ai'Xiog ITsgyaiJirjVog, smSo^og \yov^~\^aQovSiqg, xoXXrjyiov ^X^[v] «V ^Poüfiri t&v (Tovfif^iaQovd\^(ov^: Cagnat III Älcimas Zmurneus tubocantius: C. VI 10149. 215. C. XIII 2623. CoL. lib. Parthenopaeus Ephesi{us)

Griechenstädte: Terentia M. .

.

l.

.



.

.



:

.



VI 4936 (Claudius?).

tinos Milesios: C.

Khodus: Gaius nat(ione) Rhodius:

C.

XIII 7084.

Griechenland: (^ Eutychis Graeca (') (meretrix): C. IV 4592 (vor natus in fans delegatur Graeculae alicui ancillae 79).



Tac.

(*)

'

'

dial.

29.

Im weitesten



Sinne

:

puer Apalaustus

genommen denn ;

.

.

.

n(atione)

Grecus

:

dass ein Sklav mit der unbestimm-

ten Herkunftsbezeichnung natione Graecus ebenso gut wie im Mutterlande »uf einer der Inseln oder in Kleinasien oder sonst wo geboren sein kann, versteht sich von selbst. («)

Für Graeca stand ursprünglich verna.

DIE HERKUNFT DER ROKMISCHEN SKLAVEN

940

C. III p.

tab. cer.

VII

(J.

237

— Apollmaris 142).

servi Greci: C. VIII 11985.

Glauce

et



{collibertus et

L. Aemü{ius) Hippolyt(us) educator illius) q(ui) fuit natione Graecm:

C. II 4319.

Euttjchidesnat(ione) Graecus:Q.Nl\14.i:%.—



XX

Beryllus esse{darms) lib(eratus) (pugna) nat{ione) Graecus: C. XII 3323. Vgl. den venaliciarius Graecarius



(oder, wie

Attica

:

Mommsen

JioSwqu

'ASrjvccia

gr{d)e{g)arius) C. XII 3349.

will,

C.

:

VI 7596 (Claudius-Nero

?).

— puer

(Calvisii Tauri philosophi Atheniensis) genere Atticus (AnEahodus Athenesis: toninus Pius): Gellius XVII 8, 4.



G.

VI 17343.

— —

VI 6519 (vorneronisch). C. VI 10187. Nasanatione Traex: Samnes Thelyphus Uta puer serve 'pronatus natione Trade: C. II 3354. Secunda Thraecida:

Thracien:

Vielleicht auch C. III

vitatem Äncialis,

et

C.



14190: ... de provincia Tracia cidtmnicomon'

morit\^u]r Doroleum^ de

tanis. Bessi

:

...

XX

(h)opl{omachus) palmarü{m) 1739. Crescens D. ser. natione



C. II

natione

Bessus

:

Bessus olear(ius)

de portic(u) Pallantian[a) Venetian{orum)parmul(ariorum?): C. VI 9719. Maedi: lecticarius



M(a)edus: C. VI 6310 (vorneronisch).

nomioe

'

iuvenes Maedi' (lecticarii) luven, sat. 7, 132. Moesien: duo fortes de grege Moesorum (lecticarii): luven, sat. :

'

'

9,

142.

Dardanien

:

Messia Dardana quasillaria

danus:

— lacinthus unctor Dar-



VI 6343 (vorneronisch). Aurelius alumnus illius l^BJiardama genitus

C.

libertus

.

8371.

.

.

Timavius :

C.

XIII



Dacien: Scor^^p^o Ressati Über tm domo Dacus: C. III 13379. Amabilis secutor nat{ione) Dacus pug{narum) XIII: C. III



Aurel(ius) Primus libertus nat{ione) Dacus: VI 3227. Sassa coniunx et conliberta illius nat(ione) Daca: C. III 14355^^ Mettus nation(e) Geta: Eph. ep.

14644.

C.





VII 840. Dalmatien

:

C. III

Hilarus L.

14355'^

Liburnien: Liburnus



Semproniorum nat{ione) Dalmata Pempte nat(ione) Dalmata: C. 111 5913. Sei Strabonis (praef. praet.) a manu:

et

L.

T.

:

238

BANG

M.

C.

VI 9535



'

{dives) ingenti curret luven, sat. 3, 240. Liburnus super ora Liburno (^) (officialis ab admissione [qui admissionibus praeerat Schol.]):

(Aiigustus-Tiberius).



'

:

ebd. 4, 75.

Pannonien: C. Fl.

'

'

:



'

Liburnus'

Arri

Carito



XIII 7247.

l.

\

ebd. 6, 477.

Pannonius:

natione

argentarius

L. Atilius L.

Saturninus

l.

.

.

.

domo

Scarbantia: Dessau 8507.

Noricum: Norica quam cerlo venabula dirigit ictu fortis adhuc leneri dextera Carpophori: Martial. sp. 23 (vgl. 15. 27).



\

Tertius nat{ione) Noric{us) C.

C.

:

(2)

VI 3229.



Zweifelhaft

VI 23068.

ßaetien: Mercator nal(ione) Raetus annorum XII II (^): C. VI 32796. Thr(ae)c(tim) Pinnesis ... nat(ione) Raetus:



C.

V

5124 (Gordian).

Lepontii: Felix

Lepontia: C. VI 6453 (vorneronisch). C.

VI 6471

Lepontia: (desgl.) Germanien: servus nomine Nervius



Hilara

(^).

{^)

(J. 16):

CXI

1356.



Bassus Germanus Germanicianus Drusi Caesaris nat(ione) C. VI 4337 (wie die folgenden aus der Zeit des U[b~]ius (^) :

Tiberius).

natione



VEIN

Macer Germanicianus Ti. Caesaris Germanus C. VI 4339. Valens Germanus Germa-



:

nicianus Ti. Caesaris Augusii natione \_B']atc^'\us (?) (®): C. VI 4341. Bassus Neronis Caesaris corpore custos



natione Frisius: C. VI 4342.

— Hilarus

Neronis Caesaris



M. Ulpius corpore custos natione Frisiaeo C. VI 4343. Felix mirmillo veteranus ... natione Tunger: C. VI 10177 :

= 33977

(Traian).



Vitalis

invictus

retiarius

natione

Bataus: C. XI 1070.

(')

So Munro bei Mayor, Liburna die Hss. Vgl. im übrigen Friedländers

Bemerkungen zu der Stelle. (^) Oben S. 233. A. 1. nomen Lepontia (') Henzens Bemerkung quomodo intellegendum sit, non constat, quoniam nomen civitatis pro natione non addi solet ist, wie *

.

.

.

'

unten (Abschnitt V) gezeigt werden wird, irrtümlich. ' Germ, im röm. Dienst (*) lieber das Germanentum der Nervier meine S. 4 A. 27; über die im Folgenden aufgeführten Leibwächter ebd. S. 65 ff. '

(*)

Ueberliefert ist veivs.

{")

So

Mommsen

für das überlieferte

ataevs.

HERKUNFT DER ROEMISCHEN SKLAVEN

DIE

Gallien: L.

Vetilius L.

l Primus G^a/C-

.(?)]

239

VI 7760.

C.

:

T. P. Pescemu[s] Hilaru[ß~\ natione Gallus: C. T. Tullius Syntropus nati{one) Gal(lus): C. VI 27741. 4172.

P.



l.

6ovXog ö[y6fiaTi 'ÄgyovTig

.

.

.

FaXlog: BGÜ.

ysv{s)i

— —

IX

816, 11

I

(J. 359).

Phoebe Vocontia emboUaria artis omnium erodita: VI 10127. L, Statins C. l. Volt(inia) Naso AquienL. Domitius ViXII sis: C. 4527 (früheste Kaiserzeit).

I^'arbonensis

:



C.

rilis

Viennensis

{tib.)

Laetus

[.

.

:

Nl^arbone\_.

.

V

C.

7046.

Viannessis

peius ... n{atione)

.

.



(?)

ret{iarius) Z.

C.

XII 3327.

C.

VI 21053.

:

:



mur(millo) Cotumbus Serenianus L. Carisius L. Aedu(u)s: C. XII 3325.

Lugudunensis

:

.



.

l.

PomL.l.

.,,

nat{ione)

.

Iucun\_dus'\

XII 4538 (früheste Kaiserzeit).

C.

Lugudunensis: AquitaDieii: C.



Silani

Iu[n{ius)'\

'^

l.

Irilibertiis natione

Biturix

:

C. III 5831.

A.

Titinius A.

l.

Scymnus Corda

{^):

C.

VI 27477

(früheste

Kaiserzeit).

Belatusa Cauti Spanien:

l.

Boius

Julius Htjginus

C.

(2):

14359^^

C. III

libertus

Augusti

natione ffispanus

(nonnulli Alexandrinum putant et a Caesare puerum Romam adductum Alexandria capto) Siiet. de gramm. 20. Ephesia ffisp(ana): Not. d. scavi 1909 p. 436 (erste KaiserPrimulus n(atione) ffispanus: C. VI 5337. zeit).



:



Tr{aex)

.

Q.

XII 3332.

Vetlius



.



.

Gracilis

.

.

.

natione

Lucifera ...ex Hispania:

ffispan(us) C.

:

C.

VI 21569.

Eros IUI IT (vir) Aug{u' stalis) (Narbone) domo Taracone: C. XII 4377 (1. Jahrh.). M. TJlpius Aracinthus retia{rius) ffispanus p{alo) prim(o)

Tarraconensis

:

L. Afvanius Cerialis

l.





Phoebus qui natione Palantinus: C. VI 10184 (Traian). et Tormogus ffispanus natus Segisamo{i)ne {natus a. 143, defunctus a. 163): C. VI 24162. Lusitanien: Corinthus ffelvi Philippi ser. p{io)

Gollipponensi (seine Brüder

ex Lusitania munici-

Victor und Geier)

:

C.

VI

(^) Wenn dieses Corda, Insel an der Westküste von Gallien, gemeint ist (Corda auch Stadt im nördlichen Britannien). (^) Ob auf die gallischen (zwischen Loire und Allier) oder auf die pan-

nonischen Boier zu beziehen,

ist zweifelhaft.

240

M.



16100.

M.

G. Äll{ius)

500

BANG ] Aemirdenlsis']: C.

lilb



— Ru]ßnae — Publida Eme[ritensis?] Ebora: Venusti Emeritemu 505. —

C. II 769.

lanuarius

iib{erta) Cauriensis:

:

:

Calephasis Enier{ilensis) {Hb.) L. Liciaius L. Hb. Cogitans

Baetica:

Q. Hb.

Equüius

C. II 504.

C. II

Urbici Hb. Annianus Emer{itensis)

Q.

:



Inventim

L.

— Norbana 1201. — 1467. —

G. II 506.

C. II 50S.

Patriciensis: G. II

Primigenius VenUponensis

:

G. II

Lucius Ca\_e~]Hus Philocy\ryus \_An~\Hcariensis

(*)

...

mu-

— \_Af\Ha Hb. T\ert\iola — Mummia (muHeris) Hb. For-

Heris Hbertus: G. II 1485. Olaur\_ensis\\ G. II 1446.

IL

Am-

Äventinus Maximae Hb.

(früheste Kaiserzeit). ... maiensis: C. II 501.

L.



tunata OsHpp{onensis) G. II 1449. FAcinia ModesUna Licini G. II 1651. Hb.: Ipolcobulcolensis, So]^p~]r\_h']onis :



Carpime Gaditana VI 9013.

Chii Aug. l{iberH) procur{atoris):

(^)

G.

L. Sulpicius Maxentius vern{a) Tarracionensis): C. II 4325. Qiuintius) Aratus verna 7'arr{aconensis): C. II 6071.

Vernae:

qui retorto crine Maurus incedit, fatetur esse se coci Sanlrae' Martial. VI 39, 6. '

Mauretanien

:

Maurus

Maura

subolem

hie,

:

'

luven,

:

sat.

'

ebd. 6, 307.

:

53.

5,



'



Mauri

'

notae

:

ebd.

— \

collactea

'

7, 120.





'

niger

Maurae Crescens

agit{ator) factionis ven(etae) natione Maurus: G. VI 10050 Victor natione Maurus [Hb.): Eph. ep. VII 1002 (Traian).



(3. Jahrb.).

— pueUa (nomine Mainuna conserva

illius)



quam

*Alldigenuit teltus Maurusia: G. III 6618 (3. Jahrb.). stus Maurus puer an{norum) XXIIII: G. II 1755. Vernae'.

C

Julius

Rogatus

C.

{I)uli

Jovin{i) filius

verna Lemelefensis:

C. VIII 20G03.

Numidien:

IX

22,

'

ut 14.

Massyla



meum

*

Libys Libyci niger cabalH

..

virga gubernet equum

eques': ebd.

'

:

bezeichnung findet sich (^)

ebd.

XII

24,

6.

Numida Seneca

X

13,



2.

':



Martial. '

rector

Als Funktions-

ep. 87,

9

' :

cursores

So Mommseii, wohl richtig, für das überlieferte Jl/uticariensis.

Vgl. die des öfteren von Schriftstellern (Plin. ep. I 15, 3; Martial. 78, 26; VI 71. 1; XIV 203; luven, sat. 11, 162) erwähnten Gaditanae* (^)

V

Tänzerinnen von übelstem Ruf und wohl jedenfalls spanische Sklavinnen, die von Unternehmern (Martial. I 41, 12) gehalten wurden.

HERKUNFT DER ROEMISCHEN SKLAVEN

DIE

Numidae'

et

ebd. 123, 7:

\

'

cursorum

Tac.

;

bist.

II

'

40

Numidarum citus

:

241

agmen

equitatuSj

= Plut.

Numida

equo

C.

twv xaXovpLsvMv Nojua^oov (kaiserlicb) ; VIII 1290 b: CO lieg ium cursorum et Numidarum (kaiserlich); VI 7582: C. Bruttim TeiespTiorio C. Brutli Praesentis

c.

m.

Otho C.

Africa:

11:

tTinsvg

JI

V.

COS.

(vor 79).

VI 6507

C.

Numida

ipsius.

— catervae

(Aiigiistus).

Suet. Cal. 18.

— Helpis Afra:

{Catulo fratri)

Numida Aug.

rum pugilum:



lib.j

180)

(a.

Preima Afra:

ser.

n.

Afro-

IV 2993

C.

z y

vil(icus)

Aemil{ia) Primiliva mater oriundiex Africa VI 13328 vgl. 13327 (1. Jahrb.). ThevesteiC. i^fl«^« col{oma)

Medaiirianus

et

— VI 1429 = 31652

stinus ser. act(or) ark(arius) ex Africa: C. Q. Publicius Aemilianus rhetor nationem (nachbadrianisch).



Afer

C.

(J):

(norum)



in 2127 a.

Crinitus secutor nat{ione) Afer anII: C. III 8825. Scorpianus



XX, pug{narum)

L. Papirius L.

l.



[••..] natione Afer: C. III 12013^. Mandalus Clup(eis) C. XI 1528. Bala

\_agita~\tor factionis



:

luliae filia nata regione

Adrumelo (conserva

illiiis)

:

C.

IX

3365. Vernae: Pu{b)licius Ziocas v{erna) Lcptitan{us): C. Lepcitana: C. VIII 3521. Sicilien:

Rußo

Siculus: C.

VI 4651

Libonis: C.

VI 6514 (Augustus). (Tiberiiis).

Xivaato Tovrop,a Ovr^quv: C. leicht

XIV

auch C.

II 61 IG.

X



.



Cirra ver7ia

Scia Sicula

TqsivuxQia yatcc ^s Xo1494. Ein Siculus viel-



3535.

Sardinien: Auctus L. Alliea[f\vetran{i) leg. na(tus) in Sar(dinia) an{nos) XI .

~

:

.



VI[_. .'];

C.

ei servi{i)t

V 2500

(vorne-

M. Ulpius Augg. lib. Charito (et ülpia Charonisch) (^). ritine soror eius et P. Aelius Augg. lib. Africanus cognatus eorum): C. VI 29152; Charitos Herkunft zeigt Inscr. Gr. XIV 1915:

tCxts Sh

Inscr. Gr.

Corsica:

XIV

^agdoiCrj f,is 1008. 1009.

[^ns^QiQQVTog.

twv ävdqanoSoov oguv sanv iv

xfj



'^Pcofir]

Zweifelhaft

xal ^avfid-

Wahrscheinlich ein freigelassener Municipalsklav (Publicius). Allienus entbehrt eines Cognomens, dessen Gebrauch in der Nomenclatur des römischen Bürgers seit Claudius Regel, seit Nero Regel ohne Aus (')

(^)

nähme

wird.

242

M.

BANG

sß(paCv8Tai tb ^r^Qiojdeg xal to ßo(Txr]fiaTU)S€g iv V 2, 7 p. 224. Strabo avToTg: o(Toi'

^€iv

Italien.

Eom

Claudius Esquülna Äug. \_l.~\ Tlberinus patrlaest, media de plebe parentes: C. VI 10097.

:

Tl.

.

.

.

Roma mihi



Scu-

T.

trlus T. lib. Fab. Sabinianus Romia) und Z. Septimius L. IIb. Fab. Hyginm Roma'. C. VT 220, 9. 25 (latere. vigiliim V. J. 203).— P. Tltius P. l. Pamphilus Roma C. VI 27501.— :

Decumlus L.

L. p.

Felix Roman[iensis) pistor: C. XII 4503,

l.

847.

Methe

Kegio I:

Cominiaes Alellana:

C.

L. Livineius Fellclo Neapolllanas'. C. Valentina Nucherina G. X 3499. :

rolis ab

Ostia: C.

X

IV 2457 (vor 79). VI 33404 (Aiigustiis).

— —

— Cerdo Veratl Herme— M. Aurelius Äugg. 7956. Agilib.

huic temporis primus Septentrio pantomimus res publica Praenesiln{orum) ob itisignem amorem eius erga Z. Faecives patrlamque (siatuam posuit) C. XIV 2977. sui

lius

.

.

.



:

Alexander thurarius Puteolanus: C. X 1962. Pierius Tlburtin(us) ^pantomimus)'. C. VI 10115 (Augnstus). C. X 6638 c m 20 (Claudius). Felix Aug. l. Tuscul{anus) nius L.

l.

:

Macer Velit[ernus quasilla\_ri']a a

.

?]

(früheste

33919

Q.

C.

X

Regio IV:

G.

XII 4540.



.

.

.yis

VI 9850.

Hllarus \_A~\eclanus\ C. XII 4526

Kaiserzeit).

(latere.

lib.

vigilum

— 203).

J.

Regio: C. VI Musice Viboniensis:

Theomnestus

Iul(io) v.

7365.

Muanin[f\us

T.

Philocles

l.

Compse vicaria (hominis

libertini)

Romae, mortua Praeneste:

C.

Coljrynihis Anconitana: C.

V

Reatinus:

C.

VI

nata PicenOj nutrita

VI 21695.



Attia M.

l.

1906.

Hülsen möchte die Heimatsangabe eliminieren triftigen Grund. (^)

ohne

l.

.:

VI 35075.

Sosius Q.

[r.] 22708.

Regio V:

M.

C.

:

.

/.

(erste

220, 24

Caesaris

— [_Fulvia ^.] Lais Tarent{ina) (0Kaiserzeit). — L. Curvius L. L Priamus Ta-

rentinus: C. Eegio III:

.

Pandateria

Eogio II: \^M. ü"]mbricius

^

.

— — —

(*

fortasse fuit

parent '),

DIE

Kegio VI:

L.

HERKUNFT DER ROEMISCHEN SKLAVEN

Titulenus

Fano Fortunae:

C.

L.

oriundus

Tertiiis

l.

243

colonia

lulia

— lulia QVAENIT a Fano VI 35579. — L. SabiVictoris:

XI 6238.

(^)

C. Fortun(a)e liberta ... L. L ab ortus Primigenius n{i)us Iguvio medicus: C. 5836. Q. Marcius Q. l. Philargurus Pisaurensis: C.



3191

mmSj



C.

(vorneronisch). sed ob discordiam

Melissus,

natus ingeMaecenati

Spoleti

parentum exposiius pro grammatico muneri datus est {cito manumissus) de gramm. 21. Regio VII

:

Musclosus

.

a(gitator)

Tuschs: C. VI 10063.



XI IX

.

.

:

Suet.

r{ussatae) nat(ione)

f\actionis)

M. Livius Paederotis



lib.

Felix

C. Titius C. l. Celer domo Arretinu{ß\: C. VI 21393«. Cortona: C. XI 2123. Urbicus secutor primo palo na-



tion(e) Florentin{us)

:

V

C.

5933.



\_F^lorentin{us) {Hb.): C 7iat{ione) Florentina: Not. d. scavi iio(ne)

Regio

vm:

Eaecia Sex.

(früheste

l.

Kaiserzeit).

Tertia



C.

Corneli milil(avit) coh{orte)

Aurel(ius) Leo na-

T,

VI.



2992.

1908

Primitiva

389.

p.

Claterne{n)sis: C.

Papirius

VI

C.

vig{ilum)

lib. :

XII 4256 Foro

Felix

VI 2990.

C.

Glaucus n{atione) Mutinemis pugnar{um) VIT: C.



Varisidius Icelus \^P']armensis {lib.) C. Flavia Victoria Raveana {Hb.): C. VI 18461. .

.

:

L. Hb. Agor. Lepidus

gilum Regio IX:

:

V



L. Cassius

22 (laterc. vi-



Prima Ligurus: C. VI 4720 (Tiberius). C. VI 33598. Pardon Dertonensis pugnar{um) 3468. Rodine Pol{l)entina an{n)o{rum)

Tullus

C.

Regio:

VI 220,



3466.

IX 2269.



J. 203).

V.

Liguria

X:

{^)

C.

V





XX

(ancilla hominis oviundi Pollentia): Westd. Korrbl. 22 (1903) S.

Regio

X

168 (frühe Kaiserzeit). :

Eutyches [ vytti BathylH [ß]ervus domo \^Aq]uileiae 8827. Rapidus retiar[ius'] Aculeie{n)sis C. III

C. III

:



:

(') Hülsens Vermutung q{uae) vaenit wird, abgesehen von dem Befremdlichen dieser wohl nirgends zu belegenden Formel, schon durch die dadurch sich ergebende unmögliche Form der Libertinen-Nomenclatur widerlegt. In

QVAE-NIT steckt vielmehr das (in der Ueberlieferung verderbte) Cognomen und a ist der Exponent der Heimatsangabe (s. Abschnitt V). ('^)

Wahrscheinlich verhauen für Lepido Agor{ianus

?).

244

BANG

M.

12925. —

4532

C.

Äutronius

C.

domo Veronae:

l

Ferrarie(:d)8\_ü~\ (0:



(erste Kaiserzeit).

Thallus

VI 9124.

C.



C.

C XII

Sei Phaedri acior

M. luventius M. üb. PubL

Felix Verona vetranus ex coh. III vig,: C. VI 32754. Regio XI: C. Apron(ius) C. l. Clemens Medio lan(iensis): C.

V

6344. (*) Sagria Prima verna Italica: C. VIII 4283. Olympus domin{i) Domitiani Aug. ser. vern. Rom{üe) natus:

Vernae:

C.

VI

23*454.

Lysimachus (Claudius). C.

aedit{uus)





VI 8958.

6638 c

III

nus: Not.

3.

d.

Dorcas



C.

vern{a) Ant{iatinus): luliae Augustae verna

X

6638

c

ii

23

ornatrix

Coprensis

:

Bathyllus ver{na) Capr(ensis) a bybkiotheca)'. C. X Euplutus Ti. Claudi Aug. Caesar, verniä) Capreta-

scavi 1895 p. 235.



Valeria Isidora vern{a) Jl/isen{en-

X 3444. — lulia Longina verna Misenensis, filia C. luli Firmi: C. X 6338. — lulia Auta natione vern{a) Nucherina: C. X 1981. Q. Val{erius) Maximus vete{ranus) vern{a) Oste(nsis): C. X 3654. —

sis): C.

IV 4699

Isidorus verna Putiolanus: C.



(vor 79).



Cornelia Dionysias

Memmia Nereis ver{na) Stabi{ana)\ vern(a) Puteol{ana): C. X 3446. C. X 3472. Q. Remmius Palaemon Vicetinus mulieris verna (geb.



unter Augustus): Suet. de gramra. 23, vgl. Hieronyin. ad

Die vorstehend Sprache. Insonderheit

a.

Abr. 2064.

mitgeteilten Listen sprechen eine dentliche erfährt die wichtige Frage nach dem Ver-



hältnis von Auslands und Inlandsrekrutierung in gewissem über die die Ansichten noch immer ausSinne die Kardinalfrage einandergehen, durch sie ihre, wie ich hoffe, endgültige Beantwortung. Fassen wir zunächst die Verhältnisse der republikanischen -



Zeit ins Auge, so ist bei

dem

relativ

geringen

Umfange

des rö-

mischen Staatsgebietes in dem Hauptteil dieser Epoche von vornherein mit einem Prävaliereu des Auslandes in der Sklavenliefe-

um

zu rechnen, und das

rung

so

mehr,

je weiter wir

zeitlich

hinaufgehen. In einer Periode, wo der römische Besitzstand nicht über die italische Halbinsel nordwärts bis zum Arnus und Aesis

und über

die drei ihr vorgelagerten grossen Inseln hinausreichte,

(')

Ferraria jedenfalls das heutige Ferrara.

(')

Beachtenswert

vernae

mit

ist,

dass

Herkunftsangabe

die inschriftlichen Zeugnisse

fast

ausnahmslos

stammen und campanische Städte nennen.

aus

für

italische

Campanien {regio I)

DIE

WO

alles

landes

Land

HERKUNFT DER ROEMISCHEN SKLAVEN

Aus-

jenseits dieser Grenzen unter den Begriff des

und dieses

fiel

245

Römer nach Nähe lag, war

für den

allen

Richtungen hin

man sozusagen zur Deckung des Sklavenbedarfes, der sich damals, um die Wende des dritten Jahrhunderts v. Chr., noch in bescheidenen Grenzen in handgreiflicher

es natürlich, dass

hielt und mit leichter Mühe zu befriedigen war, in erster Linie ausländische Gebiete heranzog. Man braucht dabei durchaus nicht nur an Kriegsgefangene zu denken, obwohl diese Kategorie in der

Sklavenschaft gerade jener Zeit eine hervorragende Rolle spielte und der Krieg noch einen Hauptfaktor für die Ergänzung derselben darstellte.

Schon damals blühte der Sklavenhandel, und die stän-

digen Sklavenmärkte in den grossen Handelscentren von Tarent und Syrakus hinauf bis Rom versorgten ganz Italien mit lebender

Ware. Es kommt hinzu, dass man die familia

rustica von

Zeit wenigstens für Sklaven Züchtung und vernae nicht viel in jener

dem ausländischen, womöglich ausgewachsenen und unter allen Umständen den Vorzug gab (^). empticius Mit dem Umsichgreifen der römischen Machtsphäre, mit der fortwissen mochte und stets

schreitenden Einverleibung

Landschaften musste auch

angrenzender und auch überseeischer der Begriff des Auslandes stetig sich

verengern und

damit dessen bislang dominierender Einfluss auf die Sklavenlieferung allmählich schwinden. Namentlich die Unterwerfung Spaniens, die Annexion von Griechenland und Macedonien, der

Gewinn des Attalidenreiches und

die Eroberungen des

Pom-

peius im Osten haben dieses Monopol gebrochen und im Bunde mit der ständig sich steigernden Nachfrage bewirkt, dass in immer grösserem Umfange die Inlandsrekrutierung Platz griff.

Diese aus historischen Gründen hergeleitete und mit Notwendigkeit zu folgernde Entwicklung findet ihre volle Bestätigung in

den

Listen,

so

wenig

reichhaltig das

Material auch gerade für

Nach Ausweis derselben sind die Sklaven, von denen wir Herkunftsangaben besitzen, im dritten Jahrhundert v. Chr. und in der ersten Hälfte des zweiten samt und sonders, in der zweiten Hälfte des zweiten noch in der überwältigenden Mehrzahl Ausländer; dagegen tritt im ersten Jahrhundert das inländische Element, neben Italienern und Sicilianern Spanier, Gallier, diese

Epoche

ist.

Mommsen, R.

G-,

P,

S.

834.

246

M.

BANG

Griechen und Asiaten, bereits ziemlich stark hervor und macht ausländischen in dieser Zeit sind es hauptsächlich Aegylebpter, Aethiopen, Gaetuler, Thraker, Gallier und Germanen hafte Konkurrenz. Von einer Verdrängung des Auslandes kann



dem



indes in dieser Periode noch keine

Rede

sein,

und wenn

es

auch

den Markt nicht mehr wie einst unumschränkt beherrscht, so behauptet es sich doch als zum mindesten gleichberechtigter Faktor. Das ändert sich mit dem üebergang der Republik in das Kaiserreich und

mit der von diesem

grossartigem Massstabe Die Unterwerfung und

in

betriebenen Expansionspolitik vollständig.

Einverleibung von

Nordspanien, Britannien, der

Rheinlaude, der

Alpendistrikte, der gesamten Donauländer mit Eioschluss von Dal-

und Dacien, der Binnenlandschaften von KleinLycien, Pontus und Kleinarmenien, der syi-isch-arabischen Grenzgebiete und Palaestinas, von Aegypten und Maure-

matien, Thracien asien

samt

und nach erfolgenden umfangreichen Gebietserweiterungen schliessen das Ausland zuguterletzt vollkommen von der Mittelmeerwelt ab und beschränken es auf den abgeschiedenen Norden von Europa, auf den äussersten Orient vom armenischen

tanien, diese nach

Gebirgsland hin bis nach Indien und auf die afrikanische Wüste. Für die Ergänzung des Sklavenbestandes liegen somit die Verhältnisse in der Kaiserzeit ganz anders.

Rand der Welt zurückgedrängte Ausland

kommen

ausserstande, den

Das gleichsam ist

bis

an den

erklärlicherweise voll-

mittlerweile ins üngemessene gestie-

genen Bedarf an Menschenware zu decken. Die notwendige Folge davon ist, dass die im Reiche vereinigten Länder von sich aus für frischen Nachwuchs zu sorgen haben, das heisst die Provinzen im Verein mit Italien nunmehr fast ausschliesslich die Versor-

gung des Marktes übernehmen. Deutlich

kommt

das in unseren Listen

zum Ausdruck. Von den

rund 360 darin aufgeführten Herkunftsangaben aus der Kaisei'zeit entfallen ziemlich genau 320 die vernae sind nicht mitgezählt auf Italien und die Provinzen, der kleine Rest auf ausländische





auf Germanien, Parthien und das numerische Verhältnis von AusDas nordafrikanische Binnenland. landsklaven und Inlandsklaven ist also in dieser Epoche annähernd 1 8. Das zeigt zur Evidenz, wie die Bedeutung des Ausin der

Gebiete,

Hauptsache

:

landes für die Sklavenlieferung

verblasst

ist,

gerade in der Zeit,

DIE HERKUNFT DER ROEMISCHEN SKLAVEN

WO

im Staate wie

die Sklavenschaft

247

nie zuvor eine Rolle spielte.

Gelegentliche besonders beutereiche Feldzüge mögen wohl dieses Verhältnis zeitweilig ein wenig zu Gunsten des Auslandes ver-

schoben und das betreflfende

exotische Volkselement sich

für den

Augenblick haben bemerkbar machen lassen (^), an dem dauernden allgemeinen Charakter der Sklavenbevölkerung des Kaiserreiches

haben

sie

nichts zu ändern vermocht.

Sklavenschaft, wie wir

gefunden haben,

sie in

im

also

ist

Aus

einer fremdländischen

der älteren Zeit

der Republik vorLaufe von zwei Jahrhunderten eine

einheimische, sich aus der Bevölkerung des Reiches rekrutierende und in Art und Sprache in nichts von dieser unterscheidende ge-

worden. Wir haben bereits gesehen, wie diese Entwicklung Schritt hält mit der territorialen Entwicklung des Reiches und durch sie ihre natürliche Erklärung findet.

Es erhebt sich weiter die Frage, welches die Länder im einzelnen gewesen sind, die vorzugsweise zur Deckung des Sklavenbedarfes beigetragen haben. Auch darüber geben die Listen ohne

und in bündigster Weise Auskunft. Es zeigt sich, dass das Sklavenland par excellence zu allen Zeiten Syrien gewesen ist. Nicht nur erscheint in den Herkunftsangaben aus republikanischer weiteres

Zeit

sowohl wie aus der späteren

Italien abgesehen weitaus

das

Syrervolk geradezu

am

Epoche diese

häufigsten, es galt

als ein für die

Landschaft von

auch den Alten

Sklaverei prädestinierter

Menschenschlag. So urteilen Cicero (^) und Livius {^), so urteilte schon Plautus (*). Mit den Syrern teilen sich in diesen zweifel-

Ruhm

haften

ebenfalls das

Juden und die kleinasiatischen Griechen, denen

wenig schmeichelhafte Prädikat der natio naia ser-

Vergl. die schon angeführte Stelle aus Josephus bell. lud. (II § 376): dxofi 7iaQeiXrjq)sy rö TsQfxavGiv nXf)9oq; dXxfjv [xsv yäQ xttl fxe-

(*) Ttff

die

i^&v oix

yiS^rj a(OfA,dT(av etdere

d'^nov noXXaxig, inet

sxovaLv und impletae barbaris servis

navTa^ofi 'P(0(j,aTot, roi»? toükou Worte der vita Claud. 9, 4-5:

die bombastischen

ttlX(^aX(hxovg

Romanae provinciae; nee ulla fuit regio, quae Gothum servum triumphali quadam servitw non haberet. (") De prov. cons. 5, 10: ludaei et Syri, nationes natae servituti. (^) XXXV, 49, 8: Syri... haud paulo mancipiorum melius propter iervilia ingenia quam militum genus; XXXVI, 17, 5: Syri et Asiatici Graeci vilissima gener a hominum et servituti natu. (*) Trin. 542: Suri, genus quod patientissumumst hominum. .

.

.

.

.

.

248

M.

vituti beigelegt wird

Juden

für die

BANG

Und

die Listen bestätigen dies, weniger Graeculi und die anderen Bevölkerungs-

(^).

als für die

^lemente Kleinasiens. Phryger. Karer, Lyder, Lykier, Pamphyler, Isaurer, Lykaonen, Galater, Biihyner, Paphlagonen, Pontiker, Kappadoker, Kiliker müssen, wie aus der ungewöhnlich grossen Zahl von zufällig erhaltenen Zeugnissen hervorgeht, von dem Zeitpunkt an, wo Asien ein Tummelplatz der Sklavenjäger und Sklavenhändler

wurde, ununterbrochen in ungeheurer Menge den Markt bevölkert haben. Besonders in Phrygien, Bithynien, Cappadocien und Cili<;ien scheint das Exportgeschäft geblüht zu haben sind doch nicht ;

weniger

als drei

Fünftel aller namentlich bekannten Sklaven klein-

asiatischer Herkunft, über deren engere

Heimat Angaben

aus diesen vier Landschaften gebürtig. So liesren hinsichtlich des Sklavenbezuges in Asien.

Wenden

wir uns nach

dem

Verhältnisse

die

schwarzen

vorliegen,

Erdteil, so

ist

hier an erster Stelle Aegypten zu nennen, das schon in republikanischer Zeit recht bedeutend, in hervorragendem Masse dann der Kaiserzeit an der Sklavenzufuhr beteiligt war. üeber Aegypten führte auch der Transithandel aus Innerafrika, aus

aber

in

^

Aethiopien ', wo, wie die zahlreichen Erwähnungen von Negersklaven aus der früheren wie aus der späteren Epoche beweisen, schon dazumal

umfange

Menschenjagd in demselben erschreckenden sein muss wie heutigentags. Neben

die

betrieben worden

diesen beiden Ländern bildeten das römische Afrika tanien

namentlich

in

der

Kaiser^eit

höchst

und Maure-

ergiebige Bezugs-

quellen. '

dem

'

In Europa giebt es für die Sklaverei geborene Völker in oben erläuterten Sinne nicht. Immerhin müssen auch hier

s^ahlreiche Gebiete, Italien nicht ausgeschlossen, in

Masse

ausgedehntem

Sklavenlieferung herhalten. Die Griechenwelt, Thracien, Dacien, Germanien, das freie wie das römische, Gallien, für

die

Spanien und Sardinien, welch letzteres in dieser Beziehung sogar sprichwörtlich geworden ist, stellen nach Ausweis der Listen die grös&ten Contingente.

Eine ganz singulare Stellung nimmt auf den ersten Anschein Wenn man die blosse Zahl der Zeugnisse zum Massstab

Italien ein.

(>)

S.

247 A. 2

u.

3.

DIE

249

HERKUNFT DER ROEMISCHEN SKLAVEN

nimmt, müsste das herrschende Land

in

der Kaiserzeit

man

aber erwägt, dass diese Zeugnisse in der

lassene betreffen

und

hinter denen sich vernae

(^),

Ge-

alle

biete des Orbis in der Sklavenproduktion überflügelt haben.

Wenn

Mehrzahl Freigeverbergen können

in vielen Fällen verbergen werden, so ändert sich die Sachlage

ganz erheblich. Wir haben

es

dann nicht mehr mit freigeborenen mit (vielfach vom Herrn ge-

.Vollblutitalienern zu tun, sondern

zeugten) Sklavenkindern, die in Rom, Neapel, Mailand oder sonstwo das Licht der Welt erblickt haben und insofern diese Städte später nach der Freilassung als ihre domus bezeichnen können. Freilich bleiben auch so noch genug Zeugnisse übrig, bei denen diese Voraussetzung schlechterdings nicht zutreffen kann, bei denen es sich vielmehr um wirkliche Italiker handelt, so viele, dass sie es

mit den an der

verstatten, Italien dennoch in einer Reihe

Skla-

am

meisten beteiligten Ländern zu nennen. Ueber die Ursachen dieser zunächst auffälligen, ja befremdlichen Erscheinung wird weiter unten, bei der Erörterung der Rechtsgründe der Unvenzufuhr

handeln

freiheit zu

sein.

Diese Ausführung kann nicht abgeschlossen werden ohne einen kurzen Hinweis auf das Verhältnis von Orient und Occident im allgemeinen. Es hat sich bereits gezeigt, dass im Osten einzelne Gebiete, Klein asien, Syrien und Aegypten, in ganz aussergewöhnlichem Umfange für die Sklavenlieferung herangezogen worden sind, dass andererseits aber

auch die westliche Reichshälfte samt

dem germanischen Norden

in

nicht

unerheblichem

Masse

zur

Deckung des Bedarfes beigesteuert hat. Wägen wir nun aber unter Berücksichtigung aller inbetracht kommenden Momente die Leistungen beider Teile genau gegen einander ab, so sinkt die Wagschale ohne weiteres zu Gunsten des Orients, und das kann nicht

wundernehmen. Das Reich brauchte nicht nur Sklaven, es brauchte auch Soldaten, und die besten Soldaten lieferten bekanntlich die Provinzen des Westens und die Donauländer. So erklärt vielleicht,

nicht

wenn zum

mehr

als zwei

Beispiel

aus

dem

volkreichen

Sklaven bekannt sind,

Aehnlich verhält es sich, wie ein

Blick

sich

während wir auf der

anderen Seite wissen und durch Hunderte von

(^)

es

Pannonien

Beispielen zu be-

auf die üebersicht zeigt,

mit Spanien. 17

M.

250

BANG



verlegen vermögen, dass dieses Land wie kaum ein zweites der unhöchstens Germanien sich Hesse Conscription gleichen



terworfen gewesen ist. Und ähnlich liegen die Dinge bei Dalmatien, bei ßaetien und Noricum. Dieses Menschenmaterial war

um

eben zu kostbar,

— Gerade

es leichter

Hand auf

der

Catasta

zu

ver-

schleudern. umgekehrt verhält es sich mit dem eigentlichen Orient. Einen so schlechten Soldaten der Orientale im allge-

meinen abgab

(^),

ein so brauchbarer

lag in seiner

Gesinnung Sklaven. So kommt

Knecht war

er.

Die sklavische

Natur und stempelte ihn zum geborenen dass er die Rolle, die er schon in der vor-

es,

römischen Zeit spielt (*), in der römischen weiterspielt und der Orient dem ganzen Altertum sozusagen als das an Menschenware unerschöpfliche Negerland gilt. Es bleibt noch übrig, auf die zeitliche Folge der Beteiligung der einzelnen Nationen an der Sklavenzufuhr einen Blick zu werfen.

In ältester Zeit

— die

Angaben reichen nicht über

Decennien des dritten Jahrhunderts

v.

Chr.

die

letzten

hinauf — begegnen

unter den Sklaven zunächst italische Kelten und Ligurer, sodann, nach Beendigung des Kannibalischen Krieges, in grösserer Anzahl

Punier und karthagische Afrikaner. Augenscheinlich eine Folge der Annexion und der im Auschluss daran erfolgenden, bis zum

174 sich hinziehenden Pacificierung von Sardinien ist das massenhafte Auftreten sardischer Sklaven, das zur Entstehung der

J.

schon erwähnten sprichwörtlichen Redensart Veranlassung gegeben Mit der Unterwerfung Macedoniens (168) gelangen zahl(^).

hat

im 1. Jahrh. n. Chr. ungemein zahlreich im (*) Die Galater, die wir Heeresdienste, zumeist als Legionare, antreffen (Mommsen, Hermes XIX, S. 5 Ges. Sehr. VI, S. 24), sind noch in der Kaiserzeit, was sie ursprünglich

=

waren, scheiden also aus. (2)

Die

Sklavennamen

in

der

griechischen

Komödie und zahlreiche

sprichwörtliche Redensarten (vgl. Cicero pr. Flacco 27, 65) legen Zeugnis davon ab. Die Bestätigung im einzelnen giebt zum Beispiel die attische Poletenurkunde Inscr. Gr. I 277 (wahrscheinlich vom J. 415 v. Chr.), wo von

16 zum Verkauf gestellton Sklaven mit Herkunftsangabe genau die Hälfte Orientalen sind, nämlich 3 aus Karlen, 2 aus Syrien und je 1 aus Lydien, Kolchis und Melittene (die übrigen sind Thraker [5], Illyrier [2] und Sky-

then

[1]).

57, 2: Ti. Sempronius Gracchus... altero contantumque captivorum adduxit ut, longa vendi•' Hone res in proverbium veniret, Sardi venales\

(») Vgl. Auct. de vir. sulatu Sardiniam (domuit)

ill.

'

DIE

HERKUNF DERT ROEMISCHEN SKLAVEN

251

Anhänger des besiegten Perseus in die Gefangenschaft und Sklaverei. Ungefähr zur selben Zeit tauchen griechische Sklaven auf dem Markte auf. Um die Mitte des Jahrhunderts erscheinen reiche

zum

Male Syrer und Kiliker, und zwar beide Elemente grossen Mengen, gegen das Ende desselben Bithyner und

ersten in

gleich Karer. Es folgen mit

dem Beginn

des ersten Jahrhunderts Aegypter, Aethiopen, Thraker, transalpinische Gallier und Germanen, Sicilianer

und

Italiener,

späterhin, in den letzten Decennien der Re-

publik, Kappadoker, Phryger, Lyder,

und Gaetuler.

Corsica, Mauretanien

Kyprier,

und auch

Liburner, Spanier Indien treten in

unseren Listen zuerst in

Augusteischer Zeit auf, wenig später, unter Tiberius und Claudius, Arabien, Judaea, Paphlagonien, Galatien, Lycaonien,

Moesien (Dardanien), die alpinen Lepontier und

Numidien. Ebenfalls noch dem ersten Jahrhundert

n.

Chr. gehören

die ersten Erwähnungen von Lykiern und Parthern an. Im Laufe des zweiten Jalirhunderts endlich erscheinen Kreter, Pontiker, Noriker und ßaeter. Für das erstmalige Auftreten anderer Völker-

schaften in den Herkunftsangaben, wie der Isaurer und Pamphyler einerseits, der Daker, Dalmater und Pannonier andererseits, lässt sich eine genauere Zeitbestimmung nicht geben. mir nicht, dass diese auf den Listen basierenden

Ansetzungen hei der Lückenhaftigkeit des für die ältere Zeit

im einzelnen

vielfach

— Ich

verhehle

chronologischen Materials namentlich

willkürlich

und

daher

keineswegs unbedingt zuverlässig sind, und es wird auch kein Verständiger in ihnen mehr sehen wollen, als sie in der Tat sind,

nämlich ein ungefährer Anhalt. In diesem Sinne aber sind sie, ich, verwertbar und einigermassen geeignet, ein Bild von den

denk

wirklichen Verhältnissen zu geben, und solange nicht neue Funde, auf die freilich bei der ganzen Sachlage kaum in grösserem Umfange zu rechnen sein wird, unser Wissen in dieser Hinsicht bereichern, werden wir uns mit den gewonnenen Resultaten begnügen

müssen.

M. Bang.

I

GIOIELLI NEL

Nei frammenti

di

NÜOVO MENANDRO

Menandro che

i

papiri ci hanno di recente

restitiiito(^), occorrono due volte enumerazioni interessanti di gioielli, fra gli yvoüQia^aTa di fanciulli esposti, che souo cagione di qiiei riconoscimenti foutunati su ciii, quasi sempre, s' imperniano le co~

medie.

..

Queste rassegne meritano d'essere studiate brevemente, come sussidio alla completa intelligenza del testo, ed anche perche portano dei contributi nuovi, sebbene di non grande valore, alla storia

della piccola arte antica.



Negli 'E7tiTQ67toiT8g Siiusco, un carbonaio, consegna alla moglie^ esaminandoli, i contrassegni rinvenuti su di un fanciuUo esposto che^ in seguito a si

e

quelV arbitralo ch'e la ragione del

fatti restituire

Davo

dal pastore

titolo della

comedia^

:

ovTOffi inh^ sivai (paCvetai

äXsxTQVMV

TIC xal

TOVTi 6^ SiaXiOov

fidXa atqv(fv6g. Xaßh TtsXsxvg ovxoaC

Tl.

VTioxQvaog daxtvXiog rlg ovtoCi.

aviog Oi6r]Qovg, yXvp^fia ravqog ovx

ccv

sOtiv 6

Siayvoirjv. 7ioYi
rj

KXsoütQaTog Sä

«g Xsysi

tcc

rgäyog rig

yQccfifjiaTa (^).

I papiri di Menandro furono scoperti, come e noto, nel 1905 e pubdapprima dal Lefebure, quindi dal Van Leeuwen e dal Robert e, recentemente dal Körte (Menandrea, Leipzig-Teubner, 1910). In pochi anni h sorta intorno a questa scoperta importantissima una vasta letteratura dovuta, (*)

blicati

per citare solo alcuni nomi, oltre che agli editori giä menzionati, al Croiset, al Wilamowitz, al White ecc. all'estero. ed in Italia allo Zuretti a L. Maccari,

Menozzi,

Terzaghi.

Una

ricca

pp. Liv-Lviii dell'ediz. del Körte.

H

Vv. 167-173.

bibliografia deirargomento

trovasi

a

I

Nella lIsQixsiQOfiävrj

n

25S

MENANDRO

GIOIELLI NEL NUOVO

la fanciulla tosata

»

e Pateco,

che mo-

stra dei gioielli anch'essi contrassegni, a Glicera:

Ilaraixog OV xcd TOT SlSoV. OV TQccyog Tig, €(fTrjx€V

ßovg,

rj

aVTOV OVTOCC

TTCCQ'

r}

toiovtI d^rjqCov

;

rlvxäga sXaipog (pUTUT

iCTiv, ov TQccyog.

lliXTmxog

xeqa Y^'X^h t^ovT ol6a. xaT tovtI tqCtov jisTsivbg Innog (^). I contrassegni del

bambino degli Epitrepontes sono dunque un

monile adorno di

gemma

non

forma,

e chiara

la

di cui, data

sieche

coUana ed un anello con pietra di gallo e di

1'

indeterminatezza della fräse,

puö pensarsi egualmente ad una incisa, e due altri gioielli a forma

scure.

monile ingeramato deve notarsi che Menandro usa la parola che pare avesse un valore tecnico Siahdog, voce che ricorre piü volte anche negli inventari del tempio di Diana Brauronia (-).

Per

il

:

Non molto monili indicati

difficile e

indagare che cosa possano essere gli

l'uno come una scure

(tcsXsxvc),

l'altro

altri

come an

gallo (aksxTQvwv) sulla cui durezza il poeta si compiace di scherzare. La scure che ebbe, com'e noto, un significato sacro e simbolico accennante ad un principio divino fin dall'etä fu usata,ridottaapiccole proporzioni,

portato al collo dai bambini.

un taglio che a due Plauto

('*)

si

sono

(di

Di

queste ultimo ne ricorre

(*)

(^)

;

(^)

accettine simboliche sia ad

tali

rinvenuti numerosi

bronzo, di ferro ed anche d'osso

Micenea

come SLmnleto [TtQoaßacxdvia)

e

mensione

in

esempi sia d'oro, che di dunque uno di questi pic-

Vv. 33842, ed. Körte.

C. I. G. 150*»^. Dittenberger, Sylloge Inscriptionum Graecarum. Lipsia 1883, n. 366. Anche nelPinventario del Tesoro di Apollo a Delo ricorre menzione di monili d'oro SidXi^a. Dittenberger, Sylloge, 367' •^8*'^*^.

C)

(*)

La Grlce 'primitive, p. 842. Rudens, verso 390: « securicula aurea anceps».

(*)

D*oro in Antiquitös du Bosphore Cimmirien reedit4s p. S. Meinach

{•)

Perrot,

254

PACB

B.

che

coli amuleti,

la

custodia, al collo del

madre ha messo come contrassegno e come bambino ch'era costrotta ad abbandonare.

Qiianto al gallo, non ostante non

siasi

fin

qui, ch'io sappia,

rinvenuto nessun gioiello che ne abbia la forma, puö pensarsi sia ad UDO di quegli anelli a base zoomorfa, di cui si conoscono nii-

ad iin amiileto da appendere al collo; che (^), sia un gallo si potesse fare im amuleto basta a dimostrarlo la parte che esso ebbe nell'antica mitologia come attributo del dio della

merosi esemplari di

salute e

come

infernali

offerta gradita alle divinitä

in particolar

modo Persephone. L'anello, da cui dipende

della comedia, e dal

detto

poeta,

avTog

vTioxQvaog

lermini,

corrisponde

monete

esempi

;

al

riconoscimento e la chiusa felice

il

con

precisione il

(TiSrjQovg,

di linguaggio tecnico

con

che,

scambio di

suberato che comunemente applicasi alle da una foglia

di gioielli di metallo ignobile coperto

di oro e d'argento sono, com'e noto, numerosissimi anche per l'arte

antica K

ict

(^).

L' incisione di

yqafifjiccTa

»

quest'anello,

a Kleostratos,

un

nome

sciuto; sulla veritä di questo

e

doyiita,

secondo dicono

artista toreuta fin qui sconoio

non credo che debba dubi-

non essende evidentemente una ragione sufficiente per ritenerlo imaginario, il fatto che non si trovi in nessuna delle antiche tarsi,

gemme

firmate che ci son rimaste, e

non ne facciano mensione

altri documenti letterari. L' incisione di questo artista, rappresenta

un

toro od

SU cui nella

un capro, figura molto simile a quella, pure «

fanciulla tosata

»

discutono Porteco

e Glicera,

incerta,

creden-

dola ora un capro, ora un toro, ora un cervo, accompagnato da una

XII; di Bronzo in sepolcri di Megara RyhlBLea. {Orsi, Mon. d. Lincei, e Siculi di Cassibile, Plemmirio e Mt. Dessueri {Bull, di Paletn. ItaL, 176) I, 1890, p. 20); di ferro inedite del Museo di Siracusa; d'osso al Fusco (Sira-

tav. IX,

cusa) (Orsi, Not. d. Scavi, 1895, p. 127) e

Megara Hyblaea (Kekul^, Die Ter-

rakotten von Sicilien, p. 8). se ne vedano in Hadaczek, Der Ohrschmuck der (^) Anelli con colombe Griechen und Ftrusker, Wien, 1903 (in Ahhandl. des Archäol.-Epigr. Se-

minars der Univ. Wien, XIV Heft) colombe, op. (^)

Nei

cit.

citati inventori del

(TaxrtJAtot ai&tjQoi

p. 50, figg. 91-92;

orecchini con piccole

p. 63, fig. 35.

tempio di Apollo a Delo

si

trovano ricordati

tnoxBXQvamfiivoi, (Dittenberger, Sylloge, 367"),

parola i'ndgyvQct (Dittenberger, op.

cit.,

366*^).

e ricorre la

I

belva

MENANDRO

255

da un Pegaso; ambedue rientrano in quella seile di con rappresentazione di animali cornuti di cui si ha qualche

e

gemme

riscontro

(*)•

Ma, ed che

GIOIELLI DEL NüOVO

si

ricava

e

questo forse Teleineüto

scientificamente piü utile

da queste enumerazioni dei crepundia Menandrei,

r incisione tutta dell'anello e detta yXvfifxa, con parola nuova, di trasparente etimologia, che insieme a diaXi^og e ad v7T6xQv(fog, va aggiiinta alla serie non molto ricca di termini tecnici deH'oreficeria antica, che ci hanno conservato Polluce Teofrasto Seneca, Plinio ed

alcune iscrizioni

(^).

BiAöio Page. coi nomi di artisti, ricordo (*) Per citare solo le piü note, Apollonides e quello di Illos, figlio di Dioscoride {CtE.Bsibelon, des jintiques, p. 103, tav. XXXIII). (")

Si

vedono raccolti

e discussi in

il

toro di

Le Cabinet

Blümmer, Technologie und Termi-

nologie der Gewerbe und Künste, tomo III, p. 281; o, piü brevemente, nel beirarticoio di E. Babelon, Gemmes in Daremberg et Saglio, Dictionn. d, ant., V. V.

Abgeschlossen

am

1.

Oktober 1910.

:\:-::'^

••inv.'i

;'

uh>

MOSAIK IM WIENER HOFMÜSEÜM.

Das nebenstehend Abb. tino deiristituto 1866, p.

1 (^)

170

abgebildete Mosaik

von

ist

im Bullet-

W.

Heibig besprochen worden, bald nachdem es in Centocelle gefunden worden war. Im Jahre 1868 ging es in den Besitz des Wiener Hofraiiseiims über, wo es ff.

an der Fensterwand von Saal XII angebracht ist (^). Es 39,7 cm. breit und 38,6 cm. hoch; die Darstellung samt der einfachen schwarzen Umrahmung ist in allen wesentlichen Teilen

jetzt ist

intakt erhalten. Ergänzt ist nur der untere

Rand mit dem Puss-

bodenmuster und einige Flicken links neben der kleinen Dionysostigur und rechts von dem Baume; durch ungeschickte antike Ausbesserung

ist

der Thyrsos

des Dionysos zerstört worden

Eine

(^).

Zeichnung und eine Photographie im Besitz des römischen Instituts zeigen das Mosaik noch ohne die Ergänzungen, die vermutlich erst in Wien vorgenommen wurden. Dass das Mosaik nicht an Ort und Stelle ausgeführt war, zeigt die äusserliche Herrichtung ; es ist, wie ein gleichzeitig gefundenes Maskenmosaik (^), in einen Terrakottakasten eingeschlossen. Etwas ähnliches finden wir bei

den Neapler Dioskuridesmosaiken, die nach Winckelmanns ('*) Angaben nicht nur an den Seiten, sondern auch unten mit dünnen

Marmorplatten gefüttert waren.

(^)

Die Photographie des Mosaiks, die Vermittlung der Erlaubnis zu und eine Reihe von Angaben verdanke ich der Liebenswür-

ihrer Publikation

digkeit von Dr. Julius Bancö. (^)

Antike Ausbesserung

sieht

man auch

rtchts

vom Kopf

der

alten

Dienerin rechts. a.

a.

0. S. 178. Zeichnung im Institut. d. Kunst B. XII,, Kap. 1, § 9. Guida

{^)

Heibig

(*)

Winckelmann, Gesch.

Naz. 167

u.

169.

18

d.

Mus.

258

G.

RODENWALDT

Das in der Zeichnung und Ausführung gleich geringe Mosaik würde kaum eine Abbildung und erneute Besprechung verdienen, wenn nicht seither eine gemalte Replik derselben Darstellung in einem der imitierten Tafelbilder des im Garten der Farnesina

Abb.

1.

Mosaik im Wiener Hofmuseum.

gefundenen Hauses erhalten wäre (^). Abb. 2 zeigt den jetzigen Zustand dieses Gemäldes nach einer Aufnahme C. Faraglias, während eine deutlichere, aber stilistisch und sachlich nicht überall zuverlässige Zeichnung {^) in den Monumenti dell'Istituto XII, (')

Mon.

d.

Inst.

XII, Taf.

8,

5,

Ann.

d.

Inst.

1884,

S.

322 (Mau);

Heibig, Führer 1131. (^j Z. B. fehlt die allerdings undeutliche Trennung zwischen Decke und Matratze der Kline. Der rohe Typus des Jünglingskopfes entspricht nicht

MOSAIK IM WIENER HOFMUSEUM Taf. VIII, 5 veröffentlicht

ist.

Das

259

Mosaik hat mit dem Bilde

die Haiiptscene gemeinsam, enthält aber, von kleineren Unterschieden zunächst abgesehen, eine Figur weniger und eine völlig

veränderte Räumlichkeit. Es kann sein,

wo

die

originale

Fassung

keinen Augenblick zweifelhaft ist. Das Bild hat den

erhalten

typischen Hintergrund hellenistischer

Abb.

2.



vielleicht

muss man sagen:

Wandgemälde aus dem Hause der Farnesina.

frühhelleuistischer

— Innenscenen,

Aach auf dem Mosaik haben

eine verschieden getönte wir zunächst rechts die dunkle

Wand.

Wand,

dem Kopfe der Frau durch eine hellere Fläche abgelöst Dann aber folgt links ein Strauch und eine hohe, gelbe

die über

wird.

dem

Original. Die straffe, feste Zeichnung ist, wie die stilistische Eigenart der meisten dort reproduzierten Bilder, durch die weichliche Manier der

Zeichnung verwischt worden.

260

RODENWALDT

G.

trägt (0- Hinter

Basis, die eine Statuette des Dionysos

Baumstamm

ein knorriger

dem

hervor, von

sich

ein

rechte Wandfläche hinweg

Vorhang über die ganze

ihr

ragt

mächtiger

spannt.

Das

Baum und Vorhang

gehören zum t}^hellenistisch-römischen Landschaftsmalerei. der pischen Repertoire Götterbild auf hoher Basis,

Wir

mische Art,

An

flicken.

dem Mosaik

also in

besitzen

ein Musterbeispiel für die rö-

landschaftliche Elemente

an Figurenbilder heranzusich war es sinnlos, die dargestellte intime Scene aus

einem Innenraum ins Freie zu verlegen wollte man aber einmal der herrschenden Mode folgen, so war es nicht unüberlegt, ein Dionysosheiligtum anzudeuten und einen Vorhang über das Liebespaar ;

zu spannen. Viele der sonstigen Abweichungen entspringen

nur

der

Ge-

ringheit der Arbeit. Dagegen ist vielleicht im Zusammenhange mit den landschaftlichen Elementen eine räumliche Wirkung beabsichtigt,

wenn

Raumschicht der anderen

die Dienerin links aus der

Figuren heraus mehr nach vorn gestellt und der Fussboden überhaupt vorne verbreitert ist. Der dreibeinige Tisch mit der Schale

war dem

Mosaikarbeiter

offenbar

zu

schwierig; er ersetzte

ihn

durch eine Silensstatuette, die ein nur ganz roh angedeutetes Gefäss trägt. Auf dem Bilde steht die Dienerin hinter dem Tische ;

auf dem Mosaik m.usste decken, nach sie

ihren

schüttet,

rechts

um

sie,

verschoben

Silen

und Gefäss nicht zu

werden.

Abgesehen davon, dass

Wein nun nicht mehr in das Gefäss, kam dadurch ihre Spitzamphora mit der

in Konflikt.

ver-

sondern

davor

sitzenden Frau

Der Mosaikarbeiter oder der Verfertiger seiner male-

rischen Vorlage verkürzte sie einfach, da er eine üeberschneidung

nicht wagte.

Das Bild der Farnesina gibt das Original in den Hauptsachen genauer wieder als das Mosaik, wohl auch darin, dass der Kopf Jünglings wesentlich idealer ist als dort. Dagegen mag in einigen Punkten das Mosaik vorzuziehn sein. Wenn auf ihm Decke des

und Matratze der Kline deutlich unterschieden sicherlich

richtiger

als

auf

vorhanden, aber undeutlich

dem

ist.

wo

sind, so ist das

Trennung zwar Vor allem aber haben wir auf dem Bilde,

die

Mosaik rechts das typische Motiv der alten Dienerin

{')

Vgl. Heibig

a.

a.

0.

in

gebückter

MOSAIK IM WIENER HOFMUSEUM

261

Haltung mit gebogenen Armen, während auf dem Gemälde die anscheinend jugendliche Dienerin sich elastisch und keck auf die Kline

stützt,

eine Haltung, die

Mau

dazu

verleitete, die

Ob

rechts als Kinder des Liebespaares zu deuten.

nerin sich

im Hintergrunde dem kaum entscheiden.

Figuren

die zweite Die-

Originale angehörte oder nicht, lässt

Wichtiger als zur Ergänzung dieser Einzelheiten

ist

für die

Beurteilung des Gemäldes die Existenz einer unabhängigen Replik überhaupt. Sie beweist, dass die imitierten Tafelgemälde dieses

und anderer Häuser nicht etwa dekoratives Beiwerk, sondern wirkliche Kopien von bekannten Tafelbildern sind. Das Original des

Gemäldes innerhalb der hellenistischen Epoche genau zu datieren, schwer möglich. Die Bestimmtheit der Zeichnung, die

ist vorläufig

der Dienerin links mit Festigkeit der Formen, die Verwandtschaft den an frühen lässt Hellenismus denken. tanagräischen Terrakotten,

Dazu

passt,

Bilde

dass auf

desselben

dem

zweiten,

Zimmers (M.

d. J.

übereinstimmenden

stilistisch

XII,

8,

4)

der

Mann

einen

kurzen Yollbait trägt, wie wir ihn bei frühhellenistischen Portraits finden

(^).

den Angaben bei Heibig a. a. 0., in Farben wie das Gemälde; nur die Decken der Hauptsache dieselben und Kissen der Kline sind bunter. So beschränkt sich das Rot der

Das Mosaik

Decke ist

in

hat,

nach

dem Gemälde auf

rötliche Schatten.

Uebereinstimmend

die Helligkeit der Farben, das Fehlen kräftiger,

farbiger Flä-

Zwischentönen. Die gleichen Eigenschaften haben das zweite Bild desselben Zimmers und die beiden chen, das Vorherrschen

von

Tafelgemälde des cubiculum 5 der Casa Farnesina (Heibig 1132). Im Gegensatz dazu steht die Buntheit und Farbenkraft der Gruppe dreier Bilder

im cubiculum

4.

Besonders der Schmuck der Kline

dort ausgenutzt, um grosse Flächen eines einheitlichen, reinen, satten Gelb, Violett, Grün und Rot nebeneinander zu setzen. Es ist

sind dieselben Farben stisch

gemalten

und Zusammenstellung wie auf den enkau-

Stelen von Pagasai, während die weniger bunte,

Fouill. d. (*) Vffl. das Portrait des Demosthenes, den Kopf in Delphi Delphes IV, 73, den Wiener Kopf bei Hekler, Oester. Jahreshefte 1909, Tf. 8, S. 198 iF. Die Bärtigkeit des Mannes verbietet es, das zweile Bild mit Heibig als spätere

Scene derselben Figuren aufzufassen.

262 helle

G.

RODENWALDT, MOSAIK IM WIENER HOFMUSEUM

Tönung der anderen Gruppe

eine Parallele in den Mosaiken

des Dioskurides in Neapel hat. Der verschiedene Erhaltungszustand verstärkt vielleicht, aber verursacht nicht diesen Gegensatz,

der auf Vorlagen verschiedener Technik, vielleicht auch verschiedener Künstler hinweist.

Gerhart Roden waldt.

EIN

DENKMAL DES MITHRASKULTES AUF ANDROS IN GRIECHENLAND.

seit

Zur grossen Zahl von Monumenten, die uns die Bedeutung des der zweiten Hälfte des ersten Jahrhunderts und besonders

seit

dem

Reiche

Jahrhundert nach Chr. im

zweiten

so

neue Inschrift

römischen

ganzen

verbreiteten Mithraskultes bezeugen, tritt

stark

hinzu, die

ich

am

17.

Mai 1910

in

eine

Palaeopolis,

der Stätte der antiken Hauptstadt der Insel Andres, der nördlichsten der Kykladen,

aufgenommen habe.

Diese Inschrift findet sich auf einem 0.48 hohen und 1.263

Einheimischen

breiten, von den

als

«

Marmaropetra

»

bezeichneten

Stein, der in der letzten noch sichtbaren Reihe von rechteckigen » « to genannten Mauer, un^ElXiqvixo grossen Quadersteinen der

weit der

«

Porta

"

liegt

(^).

Die Inschrift

ist

gut

erhalten

die Mitte der Schriftfläche hat infolge der Feuchtigkeit ein

(^)

Diese von den Einheimischen als

«

rö 'EXXrjvtxö

n

;

nur

wenig

bezeichnete Mauer

schon Weil Athenische Mittel]. I 1876, S. 235 ff. angibt, gleich unterhalb eines schlechtweg « Porta » genannten Tores, dessen Pfosten aus zwei

liegt,

wie

gewaltigen Felsblöcken bestehen. Diese Mauer hat eine Höhe von 3. 1 Meter und wird oben durch 0,37 vorspringende Platten aus gleichem Material abgeschlossen. Die Länge dieser rechts von der Inschrift sich erstreckenden

Mauer beträgt ungefähr 25 Meter. Wieweit reicht, lässt

sich

die

infolge des daraufliegenden

Mauer

links von der Inschrift

Erdreiches nicht

feststellen,

ebensowenig ihre Dicke. Auch andere, südwestlich davon gelegene Punkte von Palaeopolis zeigen, allerdings kleinere, Teile einer Terrassenmauer und

werden

als « rö 'EXkrjrixö n bezeichnet.

Weil

a. a. 0.

nimmt

an, dass die

Mauer

unterhalb der Porta mit ihren mächtigen Quaderblöcken als Terrassenmauer für ein darauf stehendes Gebäude gedient habe, und vermutet, es habe hier der Apollotempel gestanden, in dem die Beschlüsse der Andrier aufgestellt wurden. Dass diese letztere Vermutung nicht ganz zutrifft, wird uns die vorliegende, im Folgenden näher zu beleuchtende Inschrift zeigen.

264

T.

SAuciuc

Die Höhe der schönen Buchstaben schwankt zwischen 0.055

gelitten.

und 0.057. Nach jedem Wort (Praepositionen ausgenommen) finden wir als Interpunktion ein Blatt mit dem Stiel nach oben, abwechselnd links und rechts.

Am

Anfang von Zeile 1 sehen wir kein solches dekoratives Element; desgleichen nicht in Zeile 6. Hier ist

Fehlen

das

Zeile 6

Zeile eng

Blattes erklärlich, da das

des

erste

Wort von

mit der Praesposition « cum » der vorhergehenden zusammen gehört. Aus demselben Grunde finden wir

mil.

«

»

am Ende von Zeile 5 nach der Praeposieht man diese Zeichen deutlich zu Anfang

diese Interpunktion nicht sition

«

cum

»

.

Sonst

und zu Ende einer jeden Zeile. Am Ende der letzten Zeile wechselt das dekorative Element und wir finden nach Ael., Messius,

und Aur.

statt des Blattes jedesmal drei nicht in einer Geraden Punkte. Nach dem letzten Worte der Inschrift sehen wir liegende mit einem Blattstiel verbunden zwei nach rechts gewendete Blätter,

wobei der Stiel des zweiten Blattes sich

in

zwei einander

zuge-

wendete Spiralen verzweigt.

Im Folgenden gebe

ich

die

Umschrift ohne das dekorative

Element dieser Inschrift. 1 Pro salute imp(eratoris), Caesari

(sie!)

2 L(uci) Septimi Severi et M(arci) Aur(eli) Antonini 3 Augg(ustorum) et P(ubli) Septimi Gaetae (sie !) Caesari (sie !) 4 M(arcus) Aur(elius) Rufinus evocatus Augg(ustorum) nn(ostrorum) 5 Sancto deo invicto speleum constituit cum 6 Mil(itibus) pr(aetorianis) Fl(avio) Clarino, Ael(io) Messio, Aur(elio) Juliano. Wir erfahren in dieser Inschrift von einem speleum, das für das Heil des L. Septimius Severus, Marcus Aurelius Antoninus, die Augusti genannt werden,

Geta, dessen

Name

und

für das Heil

des P. Septimius

hier ausnahmsweise nicht ausgetilgt, sondern

P. Septimius Gaeta (sie!) geschrieben erscheint und der nur den Titel Caesar führt, dem Sanctus Dens invictus geweiht wurde.

Für

Bestimmung dieser Inschrift ist es angezeigt, hier Momente aus der Regierungszeit dieser drei Herraller Kürze anzuführen. die

einige wichtigere

scher in

L. Septimius Severus, der in unserer Inschrift Augustus genannt wird, wird am 13. April 193 von den in Pannonien befind-

EIN

DENKMAL DES MITHRASKULTES AUF ANDROS

zieht ungefähr 7. Juni

ihm

die

Gegner, der ersten

265

193 mit seinem Heere

in

Rom

ein.

Seiner

die Herrschaft streitig machten, wird er erst iu

Hälfte des Jahres 197 Herr und betritt dann als al-

leiniger Herrscher

unternimmt Syria

GRIECHENLAND

zum Imperator proklamiert und

Carnuntiim

liehen Legionen in

IN

Rom am

2.

Juni des Jahres 197. Ende Juli 197

den grossen parthischen Feldzug und

er

nach

geht

(').

Mit Lucius Septimius Severus erscheint in unserer Inschrift auch dessen älterer Sohn Bassianus (genannt Caracalla), der im Jahre 196 (Oktober oder November) mit dem Namen des Marcus

Den Titel AugusMai 198, im Anschlüsse an die Eroberung der parthischen Kapitale und teilte somit die Regie-

Aurelius Antoninus auch den Titel Caesar erhielt (^). tus

bekam Caracalla vor dem

3.

rung mit seinem Vater (^). Der zweite Sohn des L. Septimius Seist Publius Septimius Geta, der in unserer Inschrift nur den Titel Caesar führt. Diesen Titel bekam Geta während des parthiverus

am

schen Feldzugs

(^)

Cassias

Für

2.

Juni 198

die oben angeführten

LXXV

und

LXXVI

4-8;

vom Senate

(^),

Angaben

Herodian

H

aber

bestätigt

siehe: Vita Severi

c.

1-13; Dio

13- III 5, 2-8; Aurelius Victor

c. 20; dann D. M. J. Höfner. Untersuchungen Septimius Severus und seiner Dynastie I 1875 S. 61 if, 103, 185 ff, 221; Adolphe de Ceuleneer, Essai sur la vie et le regne de Septime Severe, Bruxelles 1880 S 35, 111, 114; Dr. Karl Fuchs, Geschichte

de Caesaribus

c.

zur Geschichte

20; epitome

des Lucius

des Kaisers L. Septimius Severus, Wien 1884, S. 5 ff.; 30 ff. 59 u. 60 ff. 68; Otto Schulz, Beiträge zur Kritik unserer litterarischen Ueberlieferung für die Zeit von

Comraodus' Sturze bis auf den Tod des M. Aurelius Antoninus

(Caracalla), Dissertation, Leipzig 1903, S. 35

ff.;

53.

Vita 10, 3; 14, 3 vgl. 16, 3-5; G. Goyau, Chronologie de l'empire romain S. 243; siehe auch Höfner a. a. 0. S. 190; Fuchs a. a. 0. S. 69; Schneider, Beiträge zur Geschichte Caracallas, Diss. Marburg 1890 0. Schulz («)

;

und Anmerkung 66; vgl. auch Otto Th. Schulz, Der römische Kaiser Caracalla. Genie, Wahnsinn oder Verbrechen? Leipzig 1909. vita Severi 16, 1 (*) C. I. L. VIII 2465 Cagnat, Cours d'epigraphie latine, S. 197; Goyau a. a. 0. S. 248; dann Höfner S. 264 u. Fuchs a. a. 0. S. 80, die das Jahr 197/8 annehmen. Schulz a. a. 0. 53 « noch in der ersten Hälfte des Jahres 198». Tillemont, Histoire des empereurs III 58 behauptet, dass ihm der Senat diesen Titel am 2. Juni oder ein virenig später bestätigte; a

a.

0. S. 19

;

;

Wirth, Quaestiones Severinae S. 31 u. 32 nimmt August oder Sei)tember des Jahres 198 n. Chr. als die Zeit an, in der Caracalla den Titel Augustus erhielt. (*)

Vita Severi

dann Höfner

a.

a.

0.

c.

16,3-5; vita Getae

S.

265

ff.,

vgl.

S.

1. 1; 5, 3; Cagnat 221; Fuchs a. a. 0.

a. a.

S.

CS.

80;

198; Schulz

266

SAUciuc

T.

wurde ihm

dieser Titel erst

am

7.

März 192

{^).

Wir

hätten somit

als termimis postqiiem für unsere Inschrift den 2. Juni 7.

in

198 oder

März 199. Den anderen Terminus gibt uns I. G. III 10, der in dem getilgten Namen wohl mit Eecht Getas Name

an, er-

gänzt wurde, dessen Erwähnung auf Denkmälern, ja selbst auf Münzen nach seiner auf Befehl des Caracalla erfolgten Ermordung (27. Februar 211) (2), bald nach dem Tode des L. Septimius Severus (4. Februar 211)

(^)

ausgetilgt wurde. In

I.

G. III 10, die

nach Eckhel (Doctrina nummorum VIII 245) sicher ins Jahr 209 zu setzen ist ("*), erscheint Geta in gleicher Weise wie Caracalla

was den Titel Augustus zur Folge

zur Herrschaft herangezogen, hatte.

In dem Jahre 209 n. Chr. (wahrscheinlich gegen Ende) hätten wir somit einen sicheren terminus ante quem für unsere Inschrift.

Doch wir werden weiter unten

sehen, ob sich

die Zeit

der

Inschrift nicht näher begrenzen lässt.

a. a.

0. S. 49

fF.

u.

115

Beinamen Antoninus schon Höfner

a.

a.

ff.;

dass Geta mit

dem

Titel Caesar nicht auch den

geht aus unserer Inschrift hervror, wie auch 0. und Schulz a. a. 0. festgestellt haben. erhielt,

Tillemont

a. a. 0. S. 55; Domaszewski, Geschichte der römischen 260 nimmt an, dass Geta im Jahre 215 gleich seinem Bruder dem Antoninus zum öaesar erhöht wurde, was mit der Ueberlieferung keineswegs (')

Kaiser

II,

vereinbar (^)

ist.

Tillemont

a.

a.

0. S. 215.

Fuchs, a. a. 0. S. 122; Schulz a. a. 0. 66, 87 ff. 116. Die griechischen Volksbeschlüsse, S. 191 Dit(*) So auch Swoboda, den (in Bemerkungen zu I. G. III 10) schliesst aus üoasi&eGipog A, tenberger (3)

;

das er für November-Dezember hält, dass Geta im September oder Oktober des Jahres 209 den Titel Pius Augustus erhalten habe. Nissen, Rheinisches

Museum XL 1885 glaubt Wirth ten

hätte.

a.

S.

a. 0.,

Höfner

a.

330

ff.

a.

A für Ende Jänner und daher im Dezember 208 den Titel Augustus erhal-

hält Iloaei^edav

dass Geta

0. S. 265

Anm. 126

:

Beginn des Jahres 209. Vgl.

quaenam Eomanorum temporibus fuerit condicio S. 24 ff, u. Schmidt, Handbuch der griech. Chronologie S. 741. Cagnat a. a. 0. S. 198 Anm. 2 lesen wir, dass nach den sicheren Inschriften von Afrika (C. I. L. VIII 2527 und 2528 j Geta schon im Jahre 198 hinter seinem Namen den Titel Caesar Augustus führte, und dass seit 209 der Titel Imperator Caesar vor seinen Namen gesetzt wurde, während der auch Fr. Neubauer: Atheniensium

rei publicae

Titel Augustus seither seinem vollen

Namen

folgte.

DENKMAL DES MITHRASKULTES AUF ANDROS

EIN

IN

GRIECHENLAND

267

Die Stiftung für das Heil des Lucius Septimius Severus und Söhne geht von Marcus Aurelius Rufinus aus, der « evocatus Augustorum nostrorum » zusammen mit den Prae-

seiner beiden als

torianern

— denn

«

mil. pr.

l(itibus) pr(aetorianis)

kann

»

ergänzt

in unserer Inschrift nur zu

werden — Flavius

mi-

Clarinus, Aelius

Messius und Aurelius Julianus genannt wird. Als evocatus Augustorum wird M. Aurelius Rufinus wohl selbst ein Praetorianer geda meist an die ausgedienten Unteroffiziere der Praetorianer die evocatio des Augustus erging (^). Namen wie M. Aurelius Rufinus begegnen wir in den Soldatenlisten sehr häufig, In

wesen

sein,

der grossen Zahl dieser Inschriften scheint mir C. I. L. VI 4, 2, No. 32640 Beachtung zu verdienen. In dieser zuerst von E. Ste-

venson, Scoperte di antichi edifici al Laterano, in den Annali delristituto di corrispondenza archeologica 1877, Bd. 49 S. 343 ff. gedruckten und dann ausführlich in der Ephem. epigr. IV No. 895

(Add. zu vol. VI Pars 1, S. 317) von E. Bormann und W. Henzen behandelten Inschrift, haben wir den Teil einer Liste von verabschiedeten Praetorianern aus

ptimius Severus

(Z.

8

u.

dem Anfang

der Regierung des

9 hat Carnuntum noch nicht den

Se-

Namen

Septimia, auch Siscia erscheint in Z. 15 noch nicht nach Septimius benannt) (*). In Zeile 25 der linken Kolumne finden wir den

Namen

Aurel. M. F. ülp. Rufinus Bize. Dieser Rufinus gehörte zur Centurie des Munatius Pius, die sich übrigens auch auf der

209 dem Septimius Severus geweihten Basis

(C.

I.

L- No.

32533)

Naheliegend ist es, den Aurelius Rufinus, Sohn des Marcus, aus der Tribus Ulpia in Bize (Stevenson a. a. 0. vermutet Bizya findet.

in Thrakien)

mit unserem Marcus Aurelius Rufinus zu

der bald nach

seiner Verabschiedung der evocatio

identifizieren,

des L. Septi-

mius Severus, welcher gerade damals bedeutende Truppen benöabtigte, um sich mit seinen Feinden in Italien und im Orient zurechnen, Folge gegeben hätte.

(»)

Hermann

Schiller u. Moritz Voigt, Die römischen Staats-, Kriegs-und Handbuch der Klass. Altertums-Wiss. IV 2, S. 250.

Privataltertümer, im (^)

mann 1. J.

Ich benütze die Gelegenheit,

um

hier H. Hofrat Prof. Dr. E. Bor-

und wertvolle Anleitung auf der am 10./9. gemeinsam unternommenen Reise nach Italien meinen ergebensten Dank für die äusserst freundliche

auszusprechen.

268

SAuciuc

T.

Betreffs der drei anderen Praetorianer

ähnliche

Vermutung

auf Inschriften wiederkehren. Dass in

einer Provinz zu

können wir nicht eine

häufig auch dieselben

so

aufstellen,

sie

nicht

Hause waren, etwa auch

in in

Italien,

Namen sondern

Thrakien, da die

Zahl der Thraker unter den Praetorianern eine beträchtliche war

möchte ich aus der Neuerung schliessen,

im Anfang

verus

Rom

brach

(^),

Septimius Se-

Regierung in der Garde der Praetoindem er mit der Bevorzugung von Italien

seiner

rianer geschaffen hat,

und

welche

(^).

Unter sancto deo invicto

ist in

Zeile 5 unserer Inschrift

Mi-

thras zu verstehen. Mithras, der von alten Zeiten als Sonnengottheit verehrt wurde, ist bei den Römern als Beschützer des Lebens, sowohl

gegenwärtigen wie des zukünftigen, als Bürge der Unsterblichkeit, vor allem der Gott der Soldaten geblieben und musste unter der Militäräespotie eines Septimius Severus des

einen ganz besonderen Aufschwung nehmen (^). In den Inschriften heisst Mithras meist Dens invictus; sehr « sol » hinzu, das öfters statt Dens mit invictus häufig tritt noch oder auch allein vor dem Namen Mithras steht. Der Name Mithras ist

in sehr vielen Fällen nicht genannt,

indem wir da entweder Sol

tus oder deus invictus oder deus sol C.

L.

I.

(^)

Anm.

VI 3722

a finden.

Da

invic-

oder auch nur deus wie

in

Mithras als ein Gott gedacht wurde,

Joachim Marquardt, Römische Staatsverwaltung

11, 2.

Auflage, S. 479,

2.

Marquardt, a. a. 0. S. 478. Carl Fuchs a. a. 0. S. 37 ff. Ueber den Mithraskult ausführlich bei J. Marquardt, Römische Staatsverwaltung III, 2. Aufl., S. 84 ff., in Anm. 3 ist hier auch die ältere Litef«) (')

Dann Jean Reville, Die Religion zu Rom unter den Severern (übersetzt von Dr. Gustav Krüger) 1888. S. 74-99; W. H. Röscher, Ausführliches Lexikon der griech. und röm. Mythologie II, 2, 3028 ff. Die auf diesen Kult bezüglichen Denkmäler sind übersichtlich zusammenratur über Mithras beisammen.

gestellt bei

demselben F. Cumont, der auch den Mithrasartikel bei Röscher

Textes et monuments figurös relatifs geschrieben hat, in seinem Werke aux mysteres de Mithra, Band II, Brüssel 1896; Band I 1899. S. auch F. Cumont, Die Mysterien des Mithra, ein Beitrag zur Religionsgeschichte der römischen Kaiserzeit, Leipzig 1903 (Autorisierte deutsche Ausgabe von G. :



Gehrich) Otto Seeck, Geschichte des Untergangs der antiken Welt III 1909 S. 130 ff.; Heinrich Nissen, Orientation, Studien zur Geschichte der Religion, ;

3.

Heft, 1910 S. 314.

DENKMAL DES MITHRASKULTES AUF ANDROS

EIN

der unaufhörlich die bösen

IN

269

GRIECHENLAND

Geister bekämpft und in

Flucht

die

schlägt, wird er fast durchgehends Invictus genannt (^). Das Wort sanctus, das wir in unserer Inschrift finden,

ist

für Mithras in der Verbindung mit deus und invictus ohne ausdrückliche Nennung des Namens Mithras auch anderwärtig bezeugt,

wenn auch nicht so in C.

C.

I.

I.

in derselben Reihenfolge wie in unserer Inschrift,

12374 (Deo sancto

L. III suppl. 2, No.

invicto)

und

XI 1821

(/In/victo deo sancto) {'). Mithras wurde in Grotten verehrt und, wenn solche

L.

ihm

errichtete nian

fehlten,

unterirdischen Tempel, der «spe-

einen halb

genannt wird, wofür man auch allgemeinere Bezeichnungen wie aedes, sacrarium, templum einführte (^). Da von einem Feldzuge oder einer Reise, die Septimius Severus mit seinen beiden Söhnen nach Andres unternommen hätte,

leum

y>

uns nirgends berichtet wird, so lässt sich diese Weihung auf Andres, die der evocatus Augg. Marcus Aurelius Rufinus mit den drei an-

dem Mithras gestiftet hatte, am ehesten in Zusammenhang bringen mit dem früher erwähnten Partherfeldzug deren Praetorianern

0) Statt invictus finden wir C. I. L. 1479 omnipotens und C. I. L. XIV 64 indeprehensibilis. Oefters so C. I. L. III 879, VI 511, 722, 5204, XI 3865 (imvicto), 5735 wird Mithras schlechtweg Invictus genannt. (*)

C.

I.

Sonst

ist

sanctus für Mithras nur an wenigen Stellen sicher bezeugt. C. I. L. III suppl. 1. 10465.

L. III 3475 D(eo) s(ancto?) Soli invicto

Eph. epigr. II 641 Deo s(ancto?) o(ptimo) m(aximo) Soli invicti (sie!); CLL. VI 82 a und b Sancto domino invicto Mithrae, (Dorai)no sanct(o o)ptumo maxim(o); VI 710 und 711 Soli sanctissimo, VI 787 deo sancto Mi(thrae); invicto Mithrae, C. I. L. VII 99 (Deo sa)ncto (Mit)hrae, und vielleicht ist auch C. L L. VI 756 statt D(eo) S(oli) M(ithrae) zu lesen

VI 3726 Sancto

D(eo) S(ancto)M(ithrae);

CLL

XI 5736 N(umini)

s(ancto) S(olis) i(nvicti)

M(ithrae). (^) Von einem speleum, öfters mit dem nötigen Zubehör erwähnt, das dem Mithras nicht gerade immer von Soldaten geweiht wird, erfahren wir

C

auch aus anderen Inschriften, so (sie!)

cum omne

(sie!)

impensa

.

.

.

I. .

L. III suppl. 2, 13283: ... spelaeum L L. V 810. . speleum cum

C

fecit.

.

.

omni apparatu fecit. CLL. V 2, 5795 .... hoc speleum constituit. C I. L. VI7 33 ... hoc speleum constituit IL 5 638 speleum consecravit 649 (dem .

.

.

.

;

652 (dem Mithras u. der Luna Aecate") hoc speleum I. L. VIII 6975 Speleum cum (sig)nis et sacr.) hoc speleum .... constituit. I. L. IX 3608 .... speleum consummaver(unt) 4110 ornamen(tis) ...

Mithras

u.

der

«

.

.

.

C

C

Speleu)m .... XXXIV No. 7

.

restit(uit). .

.

.

.

dann noch bei

speleum cum signis

.

.

;

J.

Gruter, Corpus Inscriptionum S.

et

(...) ceterisq ....

dedit.

270

T.

SALCIUC

des L. Septimius Severus aus dem Jahre 197 und den darauffolgenden Jahren, auf dem ihn seine beiden Söhne und seine Gattin begleiteten.

(^).

Unter den Truppen, die Septimius Severus mit sich auch Praetorianer (^). Dio Cassius LXXVl, 12,

führte, befanden sich

35 weiss auch zu berichten, dass bei der Belagerung von Atra (oder Hatra) in Mesopotamien (Ende 199 n. Chr.) ihm der grössere Teil der europäischen Truppen den Gehorsam kündigte, und Wirt 0. S. 11 verweist auf C. I. L. VI 225 a, b, c, die durch

Nennung der Konsuln

a. a.

die

und aus der

sicher datiert ist (200 n. Chr.),

wir auf der linken Nebenseite des Altars erfahren, dass der Altar

aus

Marmor von M. Aurelius Nepos, remansor dem

mae

» pro (sie!) eorum ab expeditione Parthica geweiht « Auf der rechten Nebenseite stehen die nomina turmae »

ist.

«

genio tur-

reditus

während wir auf der Vorderseite des Altars

die

Widmung

lesen,

aus der wir sehen, dass der Altar vornehmlich für die glückliche und* siegreiche Heimkehr der kaiserlichen Familie (der Name des

Geta

ist ausgetilgt)

gestiftet war,

Kom

202 aus Asien nach

die erst in

zurückkehrte

der

ersten

Hälfte

(^).

Darnach scheint ein Teil der europäischen Truppen während der Belagerung von Atra entlassen worden zu sein und die Heimangetreten zu haben. Bei C. I. L. VI das Jahr der Weihung nicht, dagegen scheint

227

reise

kennen

wir

VI 226 aus dem

Jahre 202 (vielleicht auch VI 738) unmittelbar nach der Rückkehr Geta's Name ist überall der kaiserlichen Familie aus dem Orient ausgetilgt





worden zu

für deren Heil gestiftet

sein.

dass die Prätorianer, die in unserer Inschrift

ist

es, Möglich genannt werden, und auf die wir oben ausführlicher zu sprechen kamen, Ende ] 99, in der schweren Krisis vor Atra, wo die Gährung

im Heere schon mehr offene Rebellion war (^), entlassen wurden, und auf ihrer Heimreise Andres erreichten, wo sie für das Heil

(*)

Höfner

Feldzug bei Ceuleneer a. Fuchs a. a. 0. S. 76 ff Schulz

Genaueres über diesen a.

a.

0. I S. 217

ff;

LXXVI

;

a. a.

0. S. 113 a.

0. S. 47

ff; ff.

Tribun der Praetorianer, Julius Crispinus, der die Gährung im Heere geschürt haben soll, von Septimius Severus hingerichtet, und an seine Stelle tritt ein Valerius. {')

Dio Cassius

(3)

Ceuleneer

a.

a.

10, 2 wird der

0. S. 131;

III, S. 65. (*)

Otto Schulz

a.

a.

0. S. 65.

Wirth

a.

a.

0. 12;

Tillemont

a. a.

0.

EIN

DHNKMAL DES MITHRASKULTES AUF ANDROS

dem Dens Sanctus

ihrer Herrscher

IN

GRIECHENLAND

271

Invictus ein speleum weihten.

Doch wahrscheinlicher ist es, dass die Praetorianer unserer InEnde 199 bei der Belagerung von Atra entlassen wurden, sondern erst nach Beendigung des Feldzuges und der Reisen des

schrift nicht

L. Septimius Severus

und dessen Söhnen,

also

Anfang 202 heim-

kehrten und bei dieser Gelegenheit auf Andres die Weihung dem Mithras stifteten. Dass auch Septimius Severus auf seiner Rückkehr

Rom

nach

den

übers Meer nach Thrakien eingeschlagen

Weg

(^)y

könnte diese letztere Annahme nur stützen.

Ob Septimius

den

Severus

Weg

übers

Meer gemacht und

dabei sich auf Andros aufgehalten habe, können wir aus der vorliegenden Inschrift nicht entscheiden. Auch können die Münzen

mit dem Haupte des Septimius Severus oder des Geta, die sich auf Andros finden, uns keinen Aufschluss in dieser Hinsicht geben CO.

Denkmal bezeugt nur, dass auch auf Andros, das als dem im Jahre 133 v. Chr. erfolgten Tode des Königs Attalus III, auf Grund eines Testamentes an die Römer überging und von diesen zur Provinz Asien geschlagen Dieses

Besitz der Attaliden nach

wurde

Mithraskult unter der Militärdespotie des Septimius Severus bestanden hat, dessen Schuld es ist, « das Reich der

(0,

einer zuchtlosen Soldateska

zerstörenden tete

Kämpfen

die

ausgeliefert zu

haben, die in selbstMittelmeerländer vernich-

Kultur der

(Domaszewski, Geschichte der römischen Kaiser II S. 262)» Da diese auf Lucius Septimius Severus und seine beiden

»

Söhne bezügliche Inschrift von oben gerechnet in der siebenten Reihe von Quaderblöcken in situ erscheint, kann auf dieser Ter(^)

a. a.

Ceuleneer

adriatische (^)

&yi]g

und

a. a.

0. S. 131; dagegen

0. S. 64: Carl Fuchs

J.

Meer JI.

icprjfxEQlg

n

a.

a.

0. S. 90:

Wirth a «

a.

0. S. 12 und Tillemont

nach einer Seefahrt über das

.

naa/ükt], NofiiafXttxixfj rf}g

pofj,iafj,ccrtxf)g

tfjg

dp/at'a?

doxaioXoylag

I

296

^^v^qov

1898;

Tafel

if.

17,

in

Jie-

N. 11

17.

C) A. MrjXiaQäxrjg dcay vqatov

dnb

:

Kvx'Aa(fixä tjrot ye(oyQa(pia xal latoQta

xGtv dQ^ttioidicoy

XQ^*^^^ H'^XQ^ xaraX^ipecug

tüv KvxXdinb T&y

avriöv

^Qdyxoiv 1874, S. 180 ff; Giuseppe Cardinali, II regno di Pergamo, in den Studi di storia antica pubblicati da Giulio Beloch, fasc. V S. 52; hier findet sich auf Seite 284 Anmerk. 1 und 2 auch die ganze das Testament des letzten Attaliden betreffende Literatur

beisammen.

272

T.

SAUCIUC, EIN

DENKMAL DES MITHRASKULTES AUF ANDROS ECC

rassenmauer nicht der Apollotempel gestanden haben, in dem die Beschlüsse der Andrier aus dem vierten imd den folgenden JahrV. Chr. aufbewahrt wurden, wie Weila. a. 0. vermutet, vielmehr scheint diese Terrassenmauer, wenigstens in dem Teil, in welchen sich unsere Inschrift aus der Zeit der drei genannten

hunderten

Herrscher befindet, in späterer Zeit aus wieder verwendeten nen hergestellt worden zu sein.

Stei-

Lage des Apollotempels, der Agora und der anderen Baulichkeiten, sowie des Mithraeums können wir keine genauen Angaben machen, bis nicht auf Andres nach einem einheitlieber die

Wir

lichen Plane gegraben wird. einer systematischen

mal

sich

erst

kommen;

Grabung

hoffen, dass alle Schwierigkeiten der antiken Stadt Andres doch ein-

werden überwinden lassen mit Kücksicht auf den Erfolg, der hier zu erwarten ist. « Die Auferstehung von Andres muss

lässt

1909

»

hoffen wir, dass sie nicht

mehr lange auf

sich warten

(F. Hiller von Gärtringen, Athenische Mitteilungen S.

XXXIV,

187).

Teophil Sauciüc.

Beilage zu

S. 272.

Inschrift auf Andros.

Nachtrag.

Auf

Seite

264

dessen

Zeile 8 v.

Name

hier

ii.

ist

zu lesen

ausnahmsweise

:

nicht bis

zur

TJnleser-

lichkeit ausgetilgt etc.

Auf

Seite

als

detachierter

der

in

271

Z.

1.

v.

u.

ist

zu lesen: nicht in

Die auf Andros anwesenden

Praetorianer

situ.

Hessen

sich

Posten zur

jenem Kriege bei

auch

üeberwachung des Hafens denken, militärischen Transporten eine Rolle

spielen mochte.

Athen.

Theophil Sauciüc.

DER SARG EINES MAEDCHENS BEMERKUNGEN ZUM SARKOPHAGE VON TORRE NOVA (Taf. 2-4; S. 89-167)

G. E. Rizzo sah voraus, dass trotz

seiner

eindringenden Er-

klärung des Sarkophags von Torre Nova ein solch hervorragendes monumeato dotto den Scharfsinn und das Wissen noch von man-

chem Archäologen herausfordern werde, und da

er einen Vorschlag

beiden

Deutung einiger Gestalten auf der Rückwand und Seitenflächen als Bildern von 'ccfivtjToi bereits diskutiert

hat, so

möchte ich die Reihe der

von mir zur

wollte dies auch aus

dem Grunde

dsvtsqai

(fQovTiSsg

eröffnen

tun, weil ich glaube, jenen

;

Ge-

danken, welcher sich mir einst bei flüchtiger Betrachtung des Originals aufgedrängt hatte, jetzt mit Hilfe der vortrefllichen Publikation auf festere Basis stellen zu können.

Wenn

über den Inhalt des Bildes auf der Frontseite als der

Einweihung des Herakles

in

im We-

die eleusinischen Mysterien

kann — mag auch, wie wir sehen

sentlichen kein Zweifel bestehen

Benennung dieser oder jener Figur und an der so mancher Einzelheiten noch zu bessern sein Bestimmung

werden, an der



schwebt die Exegese

der

Gestalten

auf den übrigen drei Seiten

so lange in der Luft, als man mit Rizzo (149) die Attribute in den Händen der beiden Mädchen auf Seite C als enigma insolubile

hinnimmt. Von vorneherein

ist

ja nicht anders zu erwarten, und dass mit ihnen der

als dass diese Abzeichen sprechen sollten

Bildhauer

dem

Betrachter einen Schlüssel

zum

Verständnis seiner

Hand

zu geben beabsichtigte. Beim Versuch, das Rätsel zu lösen, dürfte es sich empfehlen, zwei Fragen getrennt zu halten erst nur zu entscheiden was für

Schilderei in die

:

;

Gegenstände sind

es,

welche der Künstler

zum Zwecke

der Cha19

274

F.

rakterisierung auswählte,

HAUSER

und diese Vorfrage nicht zu vermengen

mit der Untersuchung: welcher ausgedrückt werden?

Sinn

sollte

durch die Attribute

Das Gerät, welches das sitzende Mädchen auf 1)

Seite

mit ihrer Linken an den Felsen anlegt und das Rizzo

ersten Bericht für ein

simpulwn

entsprechend meinem Vorschlage

gehalten als

C in

(Taf. 4,

seinem

hatte, erklärt er

nun

als rj^/Äog,

von

Weinsieb,

einer Form, wie es sich in zahlreichen Exemplaren aus Bronze erhalten hat. Und zwar nehme ich für diese Bestimmung mehr

Prädikat probabile in Anspruch. Denn im Scheitel der Wölbung des Blechs bemerkt man nicht blos am Original, sondern

als

das

deutlich auch in

der

oder Eintiefimg,

deren

Abbildung eine kleine kreisrunde Fläche Durchmesser gerade dem durchlöcherten

Zentrum an den erhaltenen omphalosartig vorspringt

von

dieser

manchmal auch

Seite

gesehen,

sich

Danach kann kein Zweifel

aufs

einbaucht,

das

Bronzesieben,

oder,

genaueste entspricht. an der Bestimmung des Gerätes als Weinseiher übrig bleiben. nun nach dem Sinne des Attributs zu fragen, so hatte

Um

ich auf die Siebe hingewiesen, mit welchen nach antiker Vorstel-

lung in der Unterwelt die Uneingeweihten Wasser in ein leckes Fass tragen. Dagegen wendet aber Rizzo (154) ein, Piaton spreche im Gorgias 493 B, auf den ich mich berief, von einem xoaxivov, geflochtenen Sieb, keinem bronzenen Weinsieb, keinem fj^fxog. Allein eine der von Rizzo selbst in der Anmerkung genannten Stellen redet ja doch von einem xoaxirov xaXxovv, Beweis

einem

genug, dass

man auch

Bronzesiebe als xoaxiva bezeichnete. Ferner

zwar die Bemerkung auf S. 155, das xoaxivov der Uneingeweihten bei Piaton vertrete die Stelle der lecken Hydrien in

ist

den Händen der Danaiden, gewiss richtig; nui hätte dann Rizzo noch hinzufügen müssen: selbstverständlich vertritt es auch die Stelle der zerbrochenen Hydrien, mit welchen Polygnot in seiner

Nekyia die

Uneingeweihten

liess (Pausanias

Und man

sollte

Krug und Sieb

X

31,

Wasser

in

den

5 und 8; Robert, Nekyia

Pithos S.

tragen

19-21, 68).

meinen, ein solcher Austausch von zerbrochenem lasse keinen Zweifel darüber, wie

wenig für diesen

Vorstellungskreis auf die Form des Siebes ankomme; was er braucht, das ist ein rinnendes Gerät und Durchlässigkeit fehlt ja einem Bronzesieb gewiss nicht. Somit ist bewiesen, dass ein

DER SARG EINES MAEDCHENS

durch ein

äfjLvrjTog

Bronzesieb

als

der

275

Weihen

nicht teilhaftig

charakterisiert werden konnte.

Antike Gräber enthalten nun als ein keineswegs seltenes Fundstück derartige Weinsiebe und ihre Beigabe für den Toten erweist auch in Rizzos Augen, dass das Sieb nicht in die Reihe der dem

Cadaver mitgegebeneu täglichen Gebrauchsgegenstände gehöre, sonihm eine symbolische Bedeutung zukommen muss. Nur

dern dass

mir ein vages simbolo di purificazione nicht hinunter, so wenig als ein arnese rituale di culto funebre. Vielmehr führen will

den

die in

beigebrachten Stellen ausgesprochenen Vorstellungen der Alten auf eine ganz bestimmte Erklärung, dass nämlich durch Beigabe des Siebes ein Toter als ctfxvrjTog bezeichnet wird. Dass « uneingeweiht " jedoch doppelsinnig zu verstehen ist, werden wir später sehen. Zunächst soll noch auf anderem Wege belegt werden, dass

dieses

im mundus funebris

Weinsieb nichts anderes besagen will, als eine ganz andere Siebform, die mit dem Seihen des Weines sicher nichts zu schaffen hat. Minervini beschreibt und publiziert ein rundes

im Bullettino Napoletam, Nuova

Serie

Taf. 3, Grabfunde aus Nocera, welche

V,

1857

S.

177 und

nicht blos eine Reihe der

üblichen bronzenen Weinsiebe zutage förderten, sondern in zwei Fällen. Hess sich beobachten, dass auf der Brust des Skeletts eine rechteckige, leicht gebauchte, ähnlich wie Reibeisen durchlöcherte Eisenplatte lag, deren Ränder nach Ausweis der Abbildung unblieben, somit ursprünglich versteckt gewesen sein verdeckt ohne Zweifel durch einen Holzrahmen, welcher müssen;

bearbeitet

die durchlöcherten Metallplatten

mutlich von

Händen

zum

Siebe vervollständigte.

man dem

Toten auf seine Brust legt und verder aufgebahrten Leiche gleichmässig mit beiden

Ein Sieb, das

fassen Hess,

kann kein beliebiges Haushaltungsgerät sein

hier drängt sich die Forderung einer sj^mbolischen

:

auf.

Deutung Ausserdem wird aber durch dieses rechteckige Sieb auch einem etwaigen Einwand begegnet, jene Weinseiher in anderen Gräbern hätten keine tiefere Bedeutung als die übrigen Beigaben, wie Schöpflöffel

nnd Weinkrüge.

Allein trotz

— oder

wegen der weiten Unteritalien muss es Bedenken er-

vielleicht sage ich besser:

Verbreitung der Mysterien in

regen, dass bei so vielen Verstorbenen

immer wieder nur das

eine

276

F

HAUSER

ausgesprochen sein sollte: slvca xal 'EXsvaTvi €v ovSsvl Osfiävoov ^oyo),

(X 31, 11) jedenfalls,

zu

als

gebrauchen,

tun'

rovvovg

um

üuserem

%a

dQwfisra

Worte des Pausanias

die

Zai-tgefühl widerstrebt es

man

vor der Leiche gerade einen Mangel des stark betont und diesen Tadel für alle Zeit ver-

hätte

Verstorbenen so

ewigt. Legten die damaligen Griechen einmal solch hohen

Wert

auf Mysterienweihen, so verstünde man nicht, warum trotzdem so gar viele Menschen sie verschmähten. Jede Schwierigkeit schwindet jedoch, sobald wir einsehen, dass der Hinweis auf die Einweihung bildlich geraeint

ist.

Von verschiedenen Gelehrten, deren Namen aus den in Wasers IV 2089 gegebenen Zitaten zu finden

Artikel bei Pauly-Wissowa sind,

wurde beobachtet, wie

die

Danaiden

was haben nur Danaiden mit

erst

im vierten Jahrhun-

im Hades übernahmen. Aber

dert die Stelle der Uneingeweihten

ccf^ivr]Toi

gemein?

Auf den

ersten

Blick nicht das Allermindeste, und ihre Vermischung beruht auch eigentlich auf nichts als einem spitzfindigen Wortspiel. Danaiden sind aya^oi, da sie ihre Gatten

Ehe vollbracht

sie

ist;

bleiben

bevor

ermorden, also

in

das

räXo; der

diesem Sinne

äisleTc,

wie in ganz anderem Sinne, wer die tsIt] der Mysterien nicht kennt, dcTeXrjg bleibt. Weil sie ayaijoi sind, treten sie an die Stelle von afxvr^toi (^). Zu dieser uns schwer einleuchtenden Begriffsverschiebung wurden die Alten jedoch auch noch dadurch verführt, dass die Zerimonien bei der Ehe auf nächste denjenigen bei der Mysterienweihe verwandt sind. Schon Lobeck im Aglaophamus S. 648 hat auf Grund schriftlicher Belege und die Contessa Lovatelli

bildlicher

(')

im Bulleltino Commale 1879

S.

10 mit Benutzung der Bräuche

Darstellungen auf die Uebereinstimraung

Daraus dass ein männliches Gei^enbild zu den Danaiden nicht genannt man nicht schliessen, jener Büssertypus sei auf das weibliche Ge-

wird, darf

schlecht beschränkt geblieben. Sichere Anzeichen von männlichen Sündern sind wahrauf diesem Gebiet freiwilligen oder unfreiwilligen Sündern zunehmen auf der Palermitaner Lekythos, für die ich nur ihre letzte Behand-





lung durch Kuhnert im Jahrbuch 1893 S. 110 zitiere. Und einen entsprechenden Büssertypus hat Dieterich Nekyia 168 aus des Angabe erschlossen, dass

nach

Pythagoras

in

der

Unterwelt

bestraft

werden

ol

(xfj

&eXorTeg

avvBivai xaig ccit&v yvyatU; also wohl hauptsächlich Sünder wie Dantes verehrter Freund Brunetto Latini, dem er im Inferno (XV 22) begegnet.

DER SARG EINES MAEDCHENS beider Feiern aufmerksam gemacht;

277

nimmt man

hinzu,

was Mann-

Forschungen S. 354, 368, 370 über Hochzeitsbräuche zusammenbrachte, so tritt diese Verwandtschaft noch klarer hervor. Daraus nun dass ayafxog und ä^vi]tog für die Griechen hardt in seinen

Wechselbegriffe bilden, erschliesst sich das Verständnis der Reliefs auf diesem Sarkophage der Künstler stellt Eingeweihte und Unein:

geweihte dar, wählt dieses Thema jedoch nur, weil er unsere Gedanken auf Verheiratete und unverheiratete lenken will. Das Attribut in der

Hand

des zweiten

Mädchens auf

Seite

C wird

diese

Auffassung bestätigen. Rizzo (149) sieht in diesem Gegenstand ein Diptychon. Eigentlich hätte ihn schon die von ihm selbst beigebrachte vermeintliche Analogie eines in

Rom

dem

Täfelchen

das Attribut schon

darum

gefundenen Elfenbein-Diptychons, das mit einem an seiner Schmalseite

rechteckigen sitzenden Ringe in der Tat recht wenig ähnelt, von dieser Bezeichnung abhalten sollen Diptychon, also ein Doppelblatt, darf man ;

kennen

lässt,

es

sich hier

nicht nennen, weil, klärlich

um

ein

wie Abb.

einfaclies

17

er-

Täfelchen

handelt. Eine wirkliche Analogie wird nur in dem Gemälde Museo Borbonico I 12, 2 angeführt, das auch von Heibig n. 1726 beschrieben ist. Allein in natura genau entsprechende Täfelchen aus

Holz begegnen unter ägyptischen Funden nicht allzu selten. Man vergleiche die griechischen Mumien-Adressen, Revue Arclieologique

XXVIII, 1874 Taf. 19-28, Papyrus Erzherzog Rainer Ausstellung Taf. 2 und die Schreibtafel mit Schulaufgaben, die im Journ. Hellen. Stud. 1909 Taf 5 abgebildet ist (^). Freilich lehren die von mir beigebrachten Analogien nicht mehr, als dass solche Täfelchen, die man doch wohl Sslroi nannte, eben Schreibmaterial

was

waren;

sich der

Bildhauer des Sarkophagreliefs darauf geSinn er darum dem Attribut bei-

schrieben dachte, und welchen legte,

wäre

kaum

zu erraten, wenn

wir nicht schon die richtige

Spur gewittert hätten. Auf römischen Sarkophagen mit Darstellung der Hochzeit, wie deren mehrere in Benndorfs Vorlegeblättern 1888 Taf. 9 zusammengestellt sind, C) Prof. Hülsen

ansatus,

über

zu

weist

welchen

denen

man

noch das Fragment im Bri-

mich freundlichst derauf

Mommsen Gesammelte

giebt, aus derartigen Täfelchen bestand.

dass der codex V 340 Aufschluss

hin.

Schriften

278

F.

tischen hält

HAUSER

Museum

bei

der

Cat. Sculptures III n. 2307 hinzunehmen mag, dextrarum iunctio der Ehemann mit der Linken

eine Schriftrolle, in welcher die Erklärer ohne Zweifel mit Recht

den Ehekontrakt suchen. Als Bezeichnung für dieses schwerwiegende Schriftstück behält aber die lateinische Sprache, auch als

mehr auf Holz geschrieben wurde, folgende Austabulae nuptiales, tabellae sponsalium et nuptiarum,

es längst nicht

drücke

fest

:

tabulae dotales, moArimoniales; wofür man die Belege bei Marquardt-Mau, Privatleben der Römer 48 findet. Diese tabulae und tabellae verraten aber deutlich genug, dass in älterer Zeit Heirats-

auf

Holztäfelchen niedergeschrieben wurden. Damit, wir was wir brauchen. Das Täfelchen, welches haben glaube ich, die Frauengestalt gewiss nicht zufällig mit ihrer Linken hält, gekontrakte

rade so wie sonst der in der

Linken

trägt,

Ehemann auf den Sarkophagen

ist

ein Ehekontrakt, seine

seine Rolle

Besitzerin

eine Ehefrau, welche einer durch ihr Sieb charakterisierten

somit

Ehe-

losen gegenübersteht.

Selbst auf

dem

breiteren Friese der Rückseite (Taf. 3) wird

dieses Lieblingsthema weiblicher Unterhaltungen weitergesponnen.

Hier erklärt Rizzo das mit Guirlanden und einem Stierkopf ge-

schmückte tektonische Gebilde für einen Altar. Ausgemacht ist das es kann sich ebensogut um einen auf dem Sarkophage keinesfalls ;

dargestellten Sarkophag handeln

und

die Beobachtung, dass dieses

Gebilde die Dimensionen des wirklichen

Sarkophages in genauer

Proportion verkleinert, wird uns sogar eher zu Gunsten der Erklärung auf einen Sarkophag stimmen.

Einen bisher nicht ausgenutzten Anhalt zur Deutung ergibt der geistige Rapport, in welchen die liebevoll ihr Kind an sich drückende Mutter zu der anderen weiblichen Gestalt gebracht wird,

dem Sarkophage sitzt. Beide blicken sich Aug in Auge und doch ist die Stimmung genau die gleiche. Die Gestalt auf dem Sarkophag

die trauernd auf

mit innigem Ausdruck nicht bei beiden

sendet einen tiefen, einen wehmütigen, fast beneidenden Blick auf die glückliche Mutter herab diesen Blick fängt die Matrone auf ;

und beantwortet ihn, indem sie zugleich ihre Hand gegen das Kinn hin führt. Nicht sowohl um den Kopf zu stützen; sondern mit einer unwillkürlichen Bewegung, wie wir sie leicht ausführen, wenn uns ein Gedanke völlig absorbiert und wenn wir an uns

DER SARG EINES MAEDCHKNS halten müssen,

iini

279

lebhaften Empfindungen nicht lauten Ausdruck

zu geben. Polygnot hat nach Ausweis des Berliner Skyphos (Mon. In. X 53) eine der Mägde beim Freiermord durch diesen Gestus

wehe

dass so gesunde, frische Burschen sterben sollen. Die Trauernde findet also Sympathie bei der

verraten lassen, wie

es ihr tut,

Frau, Mitgefühl dafür, dass Elie und Mutterglück ihr durch den sich auch hier das Leit-

Tod versagt blieben. Somit wiederholt motiv, Frau und Jungfrau.

Nicht ebenso deutlich klingt dieses Motiv in den beiden rechts befindlichen Figuren an, trotzdem auch sie offenbar differenzierend charakterisiert werden.

Das ganz

Mädchen knickt

sitzende

in

hilflos in

seinem Schmerz sich

aufgehende

zusammen, wogegen

der

stehenden Frau das Anlehnen ihres linken Armes auf die Hüfte, die gerade Stütze des anderen Armes, die Festigkeit ihrer Stellung

überhaupt ein nicht zu verkennendes Gefühl von Sicherheit gibt, das neben dem Elend der weggekrümm-

fast von Selbstbewusstsein,

ten

Schwester

verletzend

wirken könnte,

wenn

einen teilnahmsvollen Blick auf die Trauernde In der Stehenden

erkennen

wir

also

wieder

nicht

es

durch

gemildert würde. die

Frau,

in der

Trauernden die Jungfrau. Die erste Erklärung des Sarkophags von Torre Nova fand zwischen diesen sämtlichen Frauengestalten keine innere, sondern nur eine aus dem Streben nach Keichhaltigkeit der Motive erwachsene künstlerische Unterscheidung heraus und fasste sie alle gleichartig auf wie die 18 Klagefrauen des Sarkophags von Konstantinopel.

Genauere Analyse der Motive legt aber Gegensätze von einer Figur zur anderen klar, welchen die Erklärung gerecht werden muss, und

wenn jener Kontrast der Attribute

ungesuchte

Grunde

sich von selbst mit

auf Seite

C

in

Zusammentreffen,

dem

verschiedenen Sinne

Einklang bringt, so erweist dieses dass unsere Erklärung auf festem

ruht.

Die zur Betrachtung noch übrige rechte Nebenseite

D

(Taf. 4, 2)

wurde vom Bildhauer etwas flüchtiger behandelt; auf ihr vermissen wir auch die gegensätzliche Charakterisierung des Figurenpaares entsprechend den vorher besprochenen drei Gruppen. Die Niedergeschlagenheit beider Epheben, ihre widerstandslose Hingabe an den Schmerz kann hier auf einem Sarkophage keinen anderen Grund

haben

als

den bitteren Tod; zweifelhaft bleibt jedoch, ob sie den

280

F,

Hingang

HAUSER

eines Freundes betrauern, oder ob sie selbst als Verstorbene

gedacht sind, die über ihr eigenes Schicksal jammern. Bei dem sitzenden Mädchen mit ihrem Sieb auf der gegenüberliegenden Seite

schwanken

lässt sich nicht

welt hausen

;

also

drei Bilder der

sie

;

kann nirgends sonst

als in der

haben wir das Reich des Hades

Nebenseiten, deren

Unter-

für sämtliche

untrennbaren Zusammenhang

ßizzo (144) betont hat, als Local anzuerkennen. Dass der Künstler mit strenger Logik die einmal gewählte Szenerie durchdacht hätte, darf

man bei einem antiken Menschen von vorneherein nicht erMan vergleiche nur z. B. das Bild der Grablekythos, abge-

warten.

Denkmälern

bildet in den Antiken

welche

sicli

der

Maler

attische

I

23, 2

:

vor

kaum anderswo

der Grabstele, als

nahe beim

Dipylon aufgestellt dachte, sitzt der Tote und bis dicht zu ihm heran treibt Charon seinen Nachen, während doch jeder Athener

wohl wusste, dass der Acheron glücklicherweise fernab vom Kerafliesst. Pedantisch ausfragen lassen sich die alten Kunst-

meikos

werke nun einmal nicht; wo ein Sarkophag, eine Grabstele steht, da ist die düstere Welt der Toten, so wenig der nüchterne Verstand auch darüber im Zweifel bleibt, dass alle diese Denkmäler auf der Oberwelt

vom

hellen Licht der Sonne beschienen werden.

Der abgekantete

Pfeiler,

auf den

sich

der

einer

Bpheben

stützt, wird als eines der bescheidenen Grabdenkmale gelten dürfen, wie sie seit dem Ende des vierten Jahrhunderts durch eine Kirch-

hofs-Polizei-Reform des Demetrios von Phaleron wieder aufkamen,

wie

n.

schon für ältere Zeit belegt werden

uns aber auch

sie

durch eine

in

Lekj^thos

Bologna,

Pellegrini,

z.

B.

Catalogo Bologna,

358 (Brückner im Archäologischen Anzeiger 1892

S. 23).

Der

Jüngling stützt sich somit auf sein eigenes Grab, wie im Bilde der erstgenannten unter den beiden herbeigezogenen Lekythen ein

Jüngling vor seiner eigenen Stele sitzt. Danach werden wir auch in seinem Genossen suchen

als einen Verstorbenen.

gelegten

Armen bekümmert

verspreche ich mir noch sollte,

leider

was Brückner nicht

in

Von

dieser tatlos

niclits

anderes

mit übereinander

vor sich hinbrütenden Jünglingsgestalt

manche Aufschlüsse, wenn

es

gelingen

den Oesterreichischen Jahresheften XIII 50 den in der Zeit

um 440

geschaffenen griechischen Relieffries, in dessen Besitz sich der Herr Erzherzog Franz Ferdinand in Wien mit den K. Museen zu Berlin teilt,

gelungen

ist,

DER SARG EINES MAEDCHENS richtig zu

Denn

deuten.

den

Jüngling auf

hier

um

281

diesem Friese steckt das Vorbild für

in

dem Sarkophag von

Torre Nova.

Da

es

sich

eine Koustatierung handelt, die auch ganz abgesehen von

Erklärung unseres Sarkophages wichtige Konsequenzen im Gefolge hat, sehe man scharf zu, ob die Uebereinstimmung sich wirklich nur durch Abhängigkeit erklärt. Die Haltung beider der

Figuren ein

ausser dass die Figur auf

ist,

dem Sarkophag

ganz klein wenig weiter vorstellt (was hier zur

erwünschter war) völlig

die

gleiche und

völlig

ihre

Füsse

Raumfüllung

gleich

auch die

Gewandanordnung. Den Gewandzipfel, welchen Brückner irrtümlich für das Wehrgehäng ansah, und die Falte an der Hüfte, die er für ein

und

Schwert

hielt, finden

in einer jeden

auch wie die

Irrtum

rechte

wir hier in der frischesten Erhaltung Deutlichkeit wieder;

ausschliessenden

Hand über

die

linke wegläuft,

das könnte

nicht genauer übereinstimmen. Da den Relieffries seine Arbeit zweifellos in das fünfte Jahrhundert verweist, so wird die Annahme

abgeschnitten, die Figur

im Friese und

die auf

dem Sarkophage

gingen auf ein gemeinsames Vorbild zurück. Denn in den Tagen des Phidias wurde nicht so treu kopiert, dass die vermeintliche

Kopie des V. Jahrhunderts auf dem Friese mit der sicheren um sechs Jahrhunderte jüngeren Kopie am Sarkophage so

fünf bis

peinlich übereinstimmen könnte.

Wir

dürfen also wirklich unserem

Glücke trauen, dass hier einer jener ganz exzeptionellen Fälle vorliegt, in welchen ausser der römischen Kopie auch das griechische Original erhalten blieb. Den gleichen Schluss zog übrigens auch schon Brückner (59) für das Fragment aus Ephesos, welches ebenfalls eine Gestalt aus dem Friese wiederholt.

Aergerlicherweise

ist

es aber bis heute nicht

geglückt, den

dem Mädchenraub, welchen ein kunstgeschichtlich unbefangeneres Zeitalter ohne weiteres für den Raub der Sabinerinnen erklärt hätte, einleuchtend zu deuten, so wenig als das Rätsel in

Fries mit

den anderen Friesteilen und seinen traurig umherstehenden oder Männern gelöst ist. Wenn dies, wie dringend zu wün-

sitzenden

schen, noch gelingen

Jünglinge,

und dann

Namen kämen

(^).

sollte,

so Hesse sich

erwarten, dass unsere

auch die

Frauengestalten, zu bestimmten müssen wir bei der allgemeinenBezeichVorläufig

Die oben stehenden Worte waren gesetzt, als das diesjährige Leipziger Winckelmanns- Festblatt in meine Hände kam, welches die glänzende Ent(^)

282

nung

man

F.

HAUSER

als Jünglinge, Frauen und Jungfrauen stehen bleiben. Aber wird sich erinnern, dass das reifere Altertum eine Abneigung

gegen generelle Büssertj^pen im Hades überkam an Stelle namenloser ayaiioi und cci^Lvrjioi in Polygnots Nekyia traten die Danai:

den. Dass auch diese

Epheben auf dem Sarkophage wiederum

Bil-

der von Unverehelichten darbieten sollen, ergibt sich allein schon aus ihrer Jugend.

Wenn

Kizzo (144) zu dem Ergebnis gelangte, dass der Sarvon Torre Nova, welcher seines Formats wegen keinenfalls kophag für einen Erwachsenen ausreichte, einem naTg f.iv7]^€lg a(f eatiag als letzte Ruhestätte gedient habe, so zog er diesen Schluss ledig-

lich aus der Darstellung

im Friese der Vorderseite. Seitdem der

Sinn der übrigen Bilder erschlossen ist, wissen wir, dass das Einweihen in die Mysterien hier nicht im eigentlichen Sinne zu verstehen war, sondern als ein zartes Bild von Vorstellungen, über

man nicht gerne allzu deutlich spricht. Das Menschenkind, das in diesem prächtigen Marmorgehäuse zu Staub zerfiel, musste fort von der Welt, bevor es in die Mysterien der Ehe eingeweiht

die

wurde, und, worauf für die Alten der Nachdruck

fiel,

bevor es die

Nachkommen zeugen

konnte, welche durch heilige Pflicht dazu berufen sind, einst nach seinem Tod den Kultus der Psyche des

Ahnen zu

erhalten.

Da

unter den Bildern der Unverehelichten auf

dem

Sarkophage, welche dem Verstorbenen als Folie dienen, das weibliche Geschlecht überwiegt, so schmückten diese Reliefs den

deckung von Studniczka

raittheilt,

dass jener

Fries einst den 1'empel ;im

schmückte. In der Deutung des Frieses ist sich freilich der Urheber der Kombinazion selbst noch nicht sicher. Er weist auf den von Felasgern

Ilissos

verübten Qeberfall der jungen Athenerinnen hin, welche kamen um aus der Kallirrhoe, der späteren Enneakrunos, welche trotz Doerpfeld dicht neben

dem Tempel

liegt,

Wasser zu holen. Für

könnte diese Erklärung genügen, wenn

man

die Platten

mit dem Frauenraub

sich über das Fehlen der Hydrien

wegsetzt. Aber die übrigen Friestheile mit angeblich wandernden Felasgern das will mir nicht recht einleuchten. Was mich an dieser Entdeckung be:

sonders überraschte, das ist, dass eine Gestalt des Frieses an einem Tempel, man ohnehin schon mit dem Heiligthum der kleinen Mysterien in Agrai identifiziert hatte (Furtwängler, Meisterwerke 210 Anm. 3), nun gerade in

den

Verbindung mit einer Mysteriendarstellung auftritt. Wenn hier kein innerer besteht, so wäre es wenigstens ein närrisches Spiel des Zufalls.

Zusammenhang

DER SARG EINES MAEDCHENS

283

Sarg einer Jungfrau: nccgdävog r] firj^sTTo) fivr]&€T(ra arSgög wie Grammatiker ausdrückt (Ammonius ed. Valckenaer

sich ein alter

XLVIII). Der neue Gesichtspunkt, welchen wir dem Sarkophag von Torre Nova abgewannen, erweist seine Berechtigung nun auch noch p.

er sich beim Verständnis längst bekannter Darder aus Unterwelt als brauchbar erweist und in diesen stellungen Bildern die Bedeutung einiger Gestalten aufhellt, über welche sich

dadurch, dass

Darum machen

die Eiegeten noch nicht geeinigt haben.

kein Gewissen daraus, für wenige

wir uns

Minuten einen Seitenweg

ein-

zuschlagen, der vom Sarkophag wegführt denn die Abschweifung lohnt sich auch für unser eigentliches Thema, da wir mit einem Gewinne zu ihm zurück kehren, mit festerer Zuversicht auf die ;

Kichtigkeit der vorgetragenen Auffassung. « Die Darstellungen der Unterwelt auf unteritalischen Vasen sind in einer Monographie mit diesem Titel von

Breslau 1888, behandelt worden und seither

»

August Winkler,

kam nur

eine einzige wesentliche Bereicherung des Materials durch ein Ruveser Fragment hinzu, das Michele Jatta in den Monumeati dei Lincei XVI, 3 veröffentlicht

und

S.

517 besprochen

hat.

In der Hölle, wie sie

nach der Phantasie der Tarentiner des vierten Jahrhunderts ausschaut, werden die Verächter der

Danaiden dert,

in

Ehe durchweg schon durch die einem Falle so ausführlich geschil-

exemplifiziert; dass sie die volle Hälfte des Bildfeldes einnehmen; ein an-

dermal auf drei Vertreterinnen reduziert, zuweilen auch ganz unUnd zwar fehlen sie sonderbarerweise gerade auf der

terdrückt.

Münchener Amphora, Furtwängler- Reichhold, Vasenmalerei I 10, wo wir jetzt das gleich links hinter Orpheus angebrachte Ehepaar mit Kind sofort

als

eine Folie

für die

Ehelosen verstehen. Nur

Kontrast zu den ayufxoi aufgefasst, gewinnt diese Familie von Seligen ihre Existenzberechtigung im Hades. Aber trotzdem sie nur die Idee der Familie vertreten, geht doch ein kahler Typus als

dem

antiken Menschen gegen den Strich

in dieser Periode

— darum kann

es

kaum

— zum

mindesten noch

eine Frage sein, dass der

erfindende Künstler, dessen Komposition die erhaltenen Vasen in mehr oder minder vollständigem Auszuge, in mehr oder minder

trüber Brechung widerspiegeln, ganz bestimmte Namen lür diese drei Gestalten parat hielt. Denn mit der Zeit wurden alle die ge-

284

F.

HAUSER

im Hades auf individuelle Figuren der Sagenwelt umgeschrieben (*). Das Vernünftigste zur Deutung der Familie auf der Münnerellen Büssertypen

chener Vase

hat jedenfalls Wilhelm

Todes^ 408 vorgebracht, wenn er drei in

enger Verbindung

mit Eleusis

Die Idee des

Furtwängler,

Namen

stehen,

nennt, die sämtlich

also

gerade

mit der

Kultstätte, die den grössten Einfluss auf die Vorstellungen über die Unterwelt gewann (Dieterich Nekyia 64). Er tauft das Ehepaar

und Deiope oder Antiope mit ihrem Kinde Eumolpos. genannte Frau eine Rolle im Hades spielte, besagt ein

Musaios Dass die

Gedicht von Hermesianax (Athenaeus XIII 597 d): yiwairj d'sazl slv 'Aidji. Und ich glaube den Beweis dafür, dass Musaios mit seiner Gattin das Muster-Ehepaar vertrat, durch folgende Beobachtung au einer anderen ünterweltsvase stützen zu können.

Zufällig handelt

um

es sich

eine Vase,

die ebenfalls schon

wurde und zwar von Amelung 104. Die Amphora mit Schwanenhenkeln be-

in diesen Mitteilungen besprochen

im Jahrgang 1898

S.

Ermitage zu Petersburg und ist im Bullettino Napoletano, Nuova Serie III 3, darnach in den Wiener Vorlegeblättern Serie E 6, 2 und in Reinachs Repertoire I 479 abgefindet sich in der

Auf den

bildet.

Streifen

als die

als Persephone,

ersten Blick sind sämtliche Gestalten

Danaiden und die

Hades und

drei

im unteren

Mittelfiguren des oberen

Hekate erkannt.

Die

Frauengestalt aber die Gestalt entspricht in allem Wesentlichen ihrer Haltung, namentlich auch dem Attribut eines Schwertes, der in einer anderen Vase mit Unterweltsbild

rechts nennt

Amelung

eine Erinys

;

(Arch. Ztg. 1883 Taf. 18) am selben Platze sitzenden Dike. Da Dike nun auf dem oben genannten, von Jatta publizierten Fragmente mit Flügeln nachgewiesen ist, so lässt sich schwanken, ob

unser Maler an Dike dachte,

welche er in ihrer Erscheinung an

die nahe verwandten Erinyen annäherte, oder ob er Erinys selbst

darstellen wollte, welche dann ihr Schwert von Dike hätte.

Uns

interessieren jedoch

Hier

mehr

übernommea

die Gestalten links von Perse-

Frauengestalt, welche stört, dass ihre linke Schulter und der Busen bloss aus

phone.

wände

(')

sitzt

zunächst

hervortritt. Sie hält

U.

V.

eine

einen Ball und

blickt auf

Wilamovitz, Homerische Untersuchungen 202.

es

nicht

dem Geeinen un-

DER SARG EINES MAKDCHENS terhalb von ihr stehenden, mit leichtem

285

Gewand

versehenen, aber

dadurch nicht verdeckten jungen Mann herab, der beide Hände vor sich in Brusthöhe erhebt: « mit ihr sprechend » meint Stephani

im Katalog der Ermitage n. 426. Allein Stephani wie Amelung haben das Motiv der Hände nicht richtig aufgefasst; es sind keine Gesten zur Begleitung der Rede, sondern die einander zugekehrten und doch in einiger Distanz von einander gehaltenen inneren Handflächen entsprechen der Haltung von Ballspielern. Man vergleiche Joiirn. Hellen. Stud. XI 12. Da nun die Partnerin tatsächlich einen Ball in der Hand hat, kann seine Geste nur sagen

wollen:

wirf mir den Ball zu!

Sonderbar,

diese selbe Aufforde-

rung steht griechisch ausgedrückt auf einem oft erörterten italischen Krater in Neapel, Heydemann 2872, abg. Millingen, Ancient Umdited Monuments I 12. Die Inschrift ist auf den Pfeiler geschrieben, der ganz jener columella auf Seite

phages

entspricht,

D

unseres Sarko-

und wäre nach Kretschmer (Vaseninschriften

215) zu lesen: Ifjg av fjiol rccv (t(f[a)TQav, das tfig av als vulgäre Ausdrucksweise für den precativen Imperativ zu erklären. S.

Hier kamen wir durch Zufall einem interessanten Zusammenhang auf die Spur. Aber wo steckt der verbindende Faden? Das Bild des Kraters sagt nur soviel, dass einem ruhig auf den Pfeiler, sicher einen Grabpfeiler sich stützenden Mädchen von Eros, der von ihr

weg

schreitet, ein Ball zugeworfen wird, den sie

sich übrigens nicht aufzufangen

bemüht

(^).

Hier

am Grabe können

wir ein Ballspiel nicht in seinem nackten Sinne hinnehmen, hier muss ein Hintergedanke damit verbunden sein. In der Tat lässt sich der Sinn

mit

Hilfe

von

Dichterworten auch noch

heraus-

einem Epigramm, Anthol. Pal. V 214, parallelisiert das Ballwerfen mit einem Zuwerfen des Herzens, und Meleagros wenn Anakreon in seinem allbekannten Liede singt, dass Eros den schälen. In

Purpurball ihm zuwerfe und ihn zur Liebe mit der Lesbierin rufe, so liegt auch hier ein tiefer Sinn im kindlichen Spiel. Sodann Dass es sich um einen Grabjjfeiler handelt, wird ausser Zweifel gedurch die Analogie des Bildes einer Amphora, ebenfalls in Neapel (Heydemann 2868; abg. Millingen Taf. 36), da in diesem Fall das auf den Stein eingegrabene Distichon die Grabinschrift nicht verkennen lässt. Und die Wie(^)

stellt

derholung des gleichen Epigramms auf einer anderen Vase (Heydemann Pariser Antiken 90) steht auf einem Pfeiler, der von Grabvasen umgeben wird.

286

F,

wird es nicht Zufall

sein, dass

HAUSER der Einsatz gerade des H^anenaios

beim Kottabosspiel nach Nonnos Dionysiaka XXXIII 69 iu einem Ball besteht. Für primitivere Zustände vertritt ein Apfel den Ball; was aber

(irjXo^

ßXrjS^sig bedeutet,

das verrät uns das Scholion zu

civtI tov sQcott. ovicog yäg slsyov ol Aristophanes Wolken 997 nccXaiol tö TiTor^aai xal dg sqootcc ayaysTv^ f^^^fp ßccXXsiv (^). Mit dem Apfel oder mit dem Ball werfen bedeutet also, um einen uns :

in

Rom

nahe liegenden Ausdruck zu gebrauchen, far alV amore.

Nach diesen antiken Aeusserungen, deren Sammlung Belesenere ohne Zweifel bereichern könnten, sind wir über den Sinn jener zwei Gestalten auf der Amphora im Klaren: wir haben ein glück-

Paar vor uns, abermals einen Kontrapost zu den liebWiederum jedoch nicht blos ein Typus von Lie-

lich liebend

losen Danaiden.

benden, sondern ein bestimmtes Paar. Denn die Kithara oberhalb des jungen Mannes will durch die Deutung berücksichtigt

vom Kopfe sein,

wie Attribute an

Teil

in

dem

Paar,

Münchener Amphora net,

also gerade

für

den Stützen von Statuen.

welches auf

unserer Vase

entspricht, wird das,

wofür

demnach

Musaios

dem Musaios

Vase kaum

der

Sänger bezeichSomit lässt sich

als

gilt.

Wilhelm Purtwänglers Deutung der Gruppe auf noch bezweifeln

Der männliche

der

Münchener

(^).

Der Gedanke, welcher die Auswahl der Bilder auf den Nebenseiten und der Rückwand des Sarkophags von Torre Nova leitete,

die Kontrastierung der Ehelosen

und der Verheirateten, fügt

sich also in eine schon für das vierte vorchristliche

Jahrhundert

erweisbare Gedankenreihe ein, die gerade von Vorstellungen der

Un-

terwelt verwertet wird, somit auf einem Sarkophag an ihrem richtigen

Diesem Gedankenkreis kann auch das von Plutarch (Coningalia PraeD [Moralia ed. Bernardakis I 338] und Aetia Romana 279 F [Moralia II 290]) erwähnte Solonische Gesetz nicht fremd sein, wonach die Braut sich erst hingeben darf nachdem sie einen Quittenapfel gegessen, üeber den Apfel (•)

cepta 138

Liebessymbol: Stephani im Compte Rendu 1860 S. 86; weiteres 1872 S. 160 zitiert; Boettiger Kunstmythologie II 250. dieser Gestalten als ApoUon und Aphrodite (^) Amelungs Auffassung dem vernachlässigt den Stock, welcher für Apollon nicht passt, und wird Motiv der männlichen Gestalt, der Aufforderung zum Ballspiele, nicht geals

wenn man keinen Anstoss daran nehmen wollte, dass si(^ gerade Zu und Leben in die Unterwelt verirrt hätten. Musaios: Maass Orpheus 110.

recht; selbst

diese Gottheiten voll Licht



287

DER SARG EINES MAEDCHENS Platze

sitzt.

dem

Danach können wir mit

Gefühl,

diesem

auf

Umwege doch keinen vergeblichen Schritt getan zu haben, zum Gegenstand unserer Exegese zurückkehren. In der Deutung des Hauptbildes auf dem Sarkophage (Taf. 2)

langen

entfernt sich meine Auffassung weniger erheblich von der oben vor-

getragenen; trotzdem sind die Differenzen gross genug, dass es sich lohnt anzugeben, wo und warum sich an Rizzos Exegese noch

Hier traue ich mir nicht mehr zu, als die sechs im Hochrelief gehaltenen Figuren zu taufen; denn die flachen Gestalten im Hintergrunde bieten der Erklärung gar zu wenig^

feilen lässt.

Stützen und solcher würde der Exeget um so nötiger bedürfen, als allem Anscheine nach gerade die Füllung des Grundes nicht aus

dem gemeinsamen holungen stammt, ruhige

griechischen Vorbilde der erhaltenen Wiedersondern erst in römischer Zeit, welche die

Wirkung des griechischen

Fläche nur langweilig fand, in wurde.

Um

mit

dem

Reliefs

die

Protagonisten,

alte

dem

mit

seiner

neutralen

Komposition interpoliert

verhüllten Herakles zu be-

besonders das Widderfell, das

ginnen, so interessierte Rizzo (21)

sogenannte ^ibg xwdiov, das über dem Steinsitz liege. Allein da das Fell unten in eine nicht zu bestreitende Löwentatze ausläuft^

uague leonem\ ein Vliess würde übrigens am Rand, welche nicht kraus, sondern schlicht herabhängen, ausgeschlossen. Da nun zudem die Re-

so

erkennen wir

allein schon

plik auf der

ex

durch die Haare

Marmorurne

(Taf.

7) bestätigend hinzutritt, so

Löwenfell nicht mehr mit der

sich das

lässt

Annahme

wegdisputieren, der Bildhauer habe dieses Detail nicht verstanden. Er wusste nur

warum

zu gut,

er

ein

Löwenfell braucht; denn

an

dem

in ein

Himation gewickelten Herakles, der überdies nach Vorschrift des eleusinischen Zeremoniells eine Fackel lialten musste, waren seine allbekannten

Kennzeichen

das Löwenfell

bringen sonst Unkenntlichen ;

Ein

beim

blieb

besten

Willen

nicht

das

einzige

Mittel,

also

dem Beschauer

Miss Verständnis, wie

es

unterzu-

um

den

vorzustellen.

Rizzo beim Sarkophag voraus-

begegnet vielmehr dem Relief in Neapel (104) welches das Löwenfell mit einem Ziegen- oder Rehfelle verwechselt. In keiner

setzte,

der Repliken liegt somit das Widderfell auf der Bank; es befindet sich dagegen an einer anderen Stelle, über der Kiste, auf welcher

288

F.

HA. USER

Demeter sitzt. Der Verfertiget der Urne zwar mit löblichster Absicht aber mit um

(Taf. 7) so

bemühte

sich

geringerem Gelingen

die Flocken des Vliesses durch gleichmässige Schuppen auszudrü-

cken, während auf dem Sarkophage die Oberfläche des Fells, soweit ich aus einer der Gefälligkeit von Rizzo verdankten grösseren Photographie erkenne, nicht weiter modelliert wurde (^).

Und ausserdem

bleibt der Zerimonie doch ein Jibq xwSiov er-

halten; nur liegt es an anderem Punkte, als wo

man

es

Es

suchte.

nämlich genau da, wo man es nach Polemon, der über dieses wusste, zu liegen pflegte, nämlicli unter den Füssen des zu Heiligenden. Ein flach auf den Boden gebreitetes'

liegt

Thema wohl Bescheid Fell war

im Relief nicht

Widders zu charakte-

leicht als das eines

und darum schlug der Bildhauer des

Sarkophages den Ausweg ein, durcli einen Widderkopf die Beschauer, bei denen er ja Bekanntschaft mit dem wirklichen Vorgange voraussetzen durfte, risieren

an

das

symbolische

Urne glaubte

sogar,

Fell

zu

dass

zur

erinnern;

ja

Andeutung

der

Verfertiger

der

schon ein Widderhorn

genüge.

Der Steinsitz ohne Lehne, der wie ein grosser Schemel ausschaut, kann nicht wohl auf die Bezeichnung ^qovoq, welche Rizzo ihm gibt (121, 123), Anspruch erheben. Wahrsclieinlich erfahren

wir seine richtige Bezeichnung aus Aristophanes' Wolken, wo der feierliche Ernst einer Weihung parodiert wird und wobei der Proselyt

sich

Wenn

nach

Vers 254 auf einen

mit diesem Worte auch

tsQO(;

sonst

eine

axi^inovg

elende

setzen

Pritsche

soll.

be-

zeichnet wird, so muss es doch seiner Zusammensetzung nach ur-

(^)

Die wie ein Korb geflochtene

Kiste

mit

dem

Wi(Jderfell darüber,

welche der Sarkophag zum erstenmal greifbar deutlich ausführt, erklärt nebenbei auch ein Epitheton im Demeterhj'-mnus, mit dem sich dessen Erklärer seither vergeblich bemühten. Dort sd^rjxsv

^Idfxßr}

xi^v''

Silvia \

heisst es

nrjxtbv

edog,

im Vers 195: xaS-ibneQr^e

tiqIv y'bts

&'in''dQyvcpeov

di]

ol

ßdXe

xßag. Unter diesem

« aus mehreren Stücken zusammengefügten Sitz » versteht Demeter und Persephone 95 Anm., einen » gemeinen Sessel im Gegensatz zu dem Prachtsessel, auf welchem Metaneira sieh niederlässt». Keine einleuchtende Erklärung, da selbst der herrlichste Thron nicht aus einem einzigen Stück Holz geschnitzt wird. Hier muss also das Adjectiv etwas anderes bedeuten: u aus vielen Stücken zusammengefügt» und dann

Preller,

malt es das Weidengeflecht der Kiste. Unsere Interpretation ist wohl sicher, weil der Hymnus wie der Sarkophag über den runden Korb ein Vliess breitet.

289

DER SARG EINES MAEDCHENS

sprünglich eine Fassbank bedeuten und der Sitz des Herakles bei der Weihung zeigt gerade die Form einer solchen.

dem

Eine böse crux bereitete

Erklärer die letzte Hochrelief-

Jüngling mit dionysischen Attributen. Rizzo weiss sich schliesslich nicht anders zu helfen als ihm den Namen Dionysos zu geben, trotzdem er wohl empfand, wie wenig passend figur rechts, der

Hermesähnliche Kopf auf einem Dionysoskörper sässe, wie wenig zumal in der Kaiserzeit. Dass der richtige Namen für diese Figur nicht gefunden wurde, beruht auf einem Zufall, nämlich dieser

dass der Erklärer

seinen

Weg

von links nach rechts

nahm, an-

umgekehrt vorzugehen. Legt man sich angesichts des Fackelträgers rechts die Frage vor: ein dem Dionysos durchaus ähnliches Wesen des eleusinischen Kreises, nur jugendlicher, einem statt

xA-lltagsmenschen ähnlicher als er

— wer

kann das wohl

sein,

wer

Niemand, der diesen Namen nicht vorher für eine andere Figur schon abgegeben hat, würde mit der Antwort zaudern: natürlich lakchos, der mit Dionysos geradezu identifiziert

muss das

sein ?

wird, dessen Aeusseres aber

Künstler

reifere

wie

derjenige des

vom Dionysos-Charakter abwangeben der Erscheinung des eleusinischen Dionysos

Terrakottareliefs Taf. 6 merklich

deln einen ein

Sie

(').

Stich

bäuerlich

ins

Gewand, das

umsäumt zu

sein.

die

Kräftige,

Derbe,

Eigentümlichkeit

Zu dem

in seinen

und hüllen ihn

aufweist,

mit

in

Fransen

Augen unfeinen Realismus, im

Bäurische herabzusteigen, verstand sich freiBildhauer des Sarkophages nicht aber er gewann es wenigstens über sich, an Stelle des Dionysoskopfes mit seinen in der Kaiserzeit obligaten Schmachtlocken den

Kopftypus

bis aufs

lich der klassizistisch geschulte

;

kurzhaarigen Krauskopf eines Epheben zu setzen, eines jungen Burschen wie man auf jeder Strasse begegnen konnte. Bestätigt wird aber die Deutung der fraglichen Figur auf dem Sarkophage als lakchos dadurch, dass sein Chiton befranst ist, ein Detail, das

für Dionysos

nie nachzuweisen, für sein eleusinisches Ebenbild auf jedoch jener Terrakottaplatte belegt wird. Und lakchos passt auch vortrefläich an diese Stelle denn nun sitzt Herakles wirkja ;

lich

inmitten der drei eleusinischen

tischen Kreis er (')

vgl.

Hauptgötter, in deren

mys-

aufgenommen zu werden wünscht.

Die ältere Zeit

(z.

B. der Maler des Kraters, abgeb. Tischbein I 32; S. 120) kennt diese Unterscheidung nicht.

Furtwängler im Jahrbuch 1891

20

290

F.

Infolge dieser links den

Namen

HAUSER der

verliert

Umdeiitung lakchos, mit

junge

Fackelträger

welchem ihn Rizzo bedachte, und

damit verträgt

sich aufs Beste, dass die fiir ihn vorgeschlagene durch die herbeigezogenen Analogien der Figur auf Identifizierung Vasen anstatt bekräftigt, vielmehr in Frage gestellt wird. Denn

Rizzo

entgangen, dass zu den genannten Vasen, auf welchen der angebliche lakchos niemals durch Beischrift beglaubigt es ist

war, neuerdings ein Vasenfragment mit einer entsprechenden Figur hinzukam, wo neben ihr das Ende der Beischrift flO^ erhalten ist;

zwar ein kleiner Rest, aber

mit voller Sicherheit

um

Namen Eumolpos Der Knabe mit dem Bu-

er genügt,

zu

den

ergänzen (^). bouleuskopfe wird nun also zu Eumolpos und damit den Streitereien über die Bedeutung des praxitelischen Kopfes das Feld erweitert.

Den Stammvater der Eumolpiden wollte Rizzo (139) vielin dem feisten Weihepriester suchen, der aus einem zierlichen

mehr

Kännchen, so zierlich wie das Taugefäss der Aglauriden und wie das der Aurora auf dem Augustuspanzer, Wasser über das Feuer giesst(^). Es wird nämlich geradezu angegeben, Eumolpos habe Herakles eingeweiht.

Doch

ist sich die

üeberlieferung in diesem Punkte

nicht einig: denn ein so vortrefflicher Zeuge wie Xenophon nennt einen anderen Namen, Triptolemos. In seinen Hellenika (VI, 3,0) lässt er Kallias den Spartanern Friedensvorschläge machen und zur

Einleitung bedient

sich

minem: wurde denn

der Unterhändler des

Arguments ad ho-

nicht euer Altvordere Herakles

unseren Vorfahren Triptolemos

in

einst

durch

die eleusinischen Mysterien ein-

geweiht? Selbst als Phantasieprodnkt Xenophons genügt diese Rede doch zum Nachweis, dass gegen die Mitte des IV. Jahrhunderts hin zu

Athen wie im Peloponnes Triptolemos für denjenigen

Furtwängler-Reichhold Vasenmalerei II, S. 56. Nicole Meidias Taf. 5, Nicht verschweigen darf ich, dass mir die Bestimmung des Geschlechtes dieser Gestalt auf dem Sarkophag nicht über jeden Zweifel erhaben scheint. Ueber der linken Brustwarze führt schräg nach oben gewölbt eine Falte, wie (^)

S.

75.

sie nur durch die Rundung eines weiblichen Busens sich erklärt. Aber nicht minder zweifellos fehlt an der rechten Brusthälfte jeder Vorsprung. Wenn die Person weiblich ist, kann kaum ein anderer Namen als Hekate in Frage kom-

men; ich halte (")

Man

die Auffassung als Jüngling indessen

vergleiche dazu:

Stengel Opfergebräuche

für wahrscheinlicher.

der

Griechen

S.

34

DER SARG EINES MAEDCHINS

291

welcher Herakles in die Geheimnisse von Eleusis einführte.

galt,

Dass die andere Version, welche Euraolpos nennt und für die sieh nur wesentlich jüngere Zeugen als Xenophon vorbringen lassen, piü autorevole wäre, wie Rizzo (139) will, darf man also wirklich nicht behaupten.

bei

Aus den Bildwerken wurde uns der jugendliche Triptolemos seiner Aussendung auf dem Flügel wagen eine so vertraute

Erscheinung, dass es überraschen wird, seinen Namen angesichts eines behäbigen Domlierren ausgesprochen zu hören. Allein für den Sohn des Keleos grünte, so wenig als für gemeine Sterbliche, der Lenz nicht ewig; das beweist seine Auffassung auf den tarentinischen

wo

er inmitten

Mann

auf seinem

Unterweltsvasen (Furtwängler-Reichhold Taf. 10), der greisen

Throne

Totenrichter

sitzt.

Demnach

Weihepriesters

als

als

gestandener alter

bringt

am

Sarkophage die

Benennung des

Triptolemos nicht die mindeste

Damit wäre aber

Schwierigkeit.

die undankbare

Aufgabe des Dissentierenden, wenigstens für das Gebiet der Exegese, zu Ende geführt; denn in der

Benennung der drei Hauptfiguren auf der Vorderseite als Demeter, Köre und Herakles dürfte Rizzo kaum einem Wieder-

spruche begegnen. Des Herakles

die

eleusinischen Mysterien wählt der griechische Bildhauer unter tausenden von Weihungen als die berühmteste aus, weil sein künstlerisches Empfinden, ganz im Gegensatze zu den Gepflogenheiten in der christlichen Epoche,

Einweihung

in

sich dagegen sträubt, nur eine

beliebige Weihung, die abstrakte bildnerisch Weihung gestalten zu wollen; blasse Verallgemeinerung widerstrebt ihm, trotzdem sie lediglich als Folie

Idee einer

Uneingeweihte dem Sinn genügt hätte. Antike Künstler wissen, wer an nichts Bestimmtes denkt, an gar nichts denkt.

für

dass,

Immer ein

Bild

droht uns aber noch die Frage: warum schmückt denn sogar die Vorderseite an dem Sar-

der Mysterienweihe

kopliag einer Person, welche doch gerade als uneingeweiht,

auch

Auf

als afivr]rog

im Sinne von

diese Frage antwortet ein

wenn

aya^og bezeichnet werden soll ? Vergleich. Zu Athen war es von

Alters her der Brauch, unverheiratet Gestorbenen eine Lutrophoros aufs

Grab zu

seine Freunde

stellen:

das Brautbad, welches

nie von der Kallirrhoe ins

wenigstens symbolisch

dem Verstorbenen

Haus tragen

durften, sollte

nachgeholt werden, indem nun das Gefäss

292

F.

HAUSER, DER SARG 2INES mAEDCHENS

mit dem Badewasser

für alle

Zeiten

auf

dem Grabe

steht.

So

wird die Weihung, welche dem in den Sarkophag von Torre Nova gebetteten Mädchen zu Lebzeiten versagt blieb, im Grabe, wenigstens

symbolisch,

noch

an

jedoch will nichts weiteres

ihr

vollzogen.

Die

Weihung

sein als ein leise, aber

selbst

auch zu

noch klar sprechendes Bild.

Friedrich Haüser

Rom

uns

DO VE Fü TROVATA LA GHIMERA

DI AREZZO.

Ancöra oggi si narra in Arezzo, e specialmente nel popolo, il ritrovamento della Chimera: e questo fatto ci puö dare facilmente un'idea deH'interesse che sollevö nel 1553 questo rinvenimento, che se ha preso

nella fantasia

popolare proporzioni di leggenda,

interessa altresi gli archeologi.

conoscenza del punto esatto in cui fii trovato bronzo famoso, possono trarsi deduzioni importanti. questo Essendo convinzione generale ormai, che la Chimera in origine doveva appartenere ad un gruppo e doveva essere unita al Infatti, dalla

Belloforonte il

molti ritengono che

(*),

luogo in cui essa fu trovata,

del Belloforonte montante

Ma la

il

se qiiesta uon e che

moderna opinione

sarebbe

opportuno

Pegaso.

una vana speranza, perche, accettando

di illustri archeologi,

i

di essa e che si riferisce alla

di cui

gamba

po-

sinistra

sua dedicazione al Dio Tin, la cre-

inaportato

faceva parte

ritenendo

quali,

steriore alla statua l'iscrizione etrusca incisa nella

dono un originale greco

esplorare

sperando forse di rinvenire la statua

separatamente

dal

resto

del

e logico ritenere

improbabile il ritrovamento del Belloforonte suUo stesso luogo in cui fu rinvenuta la Chimera, pure, sapendo da numerose testimonianze d'antichi scrit-

gruppo

(^),

(^) Benvenutü Cellini, Vita di s^ medesimo, vol. II, pp. 468-69, n*. 2. Firenze 1829; Gori, Museum etruscum, tom. II, pp. 289-294. (In queste pagine vi sono riportati quasi tutti i brani dei poeti e storici antichi che si

riferiscono

alla

etruschi, tom.

Chimera). Firenze

516

MDCCLXXXVII;

Inghirami,

Vasari, Ragioiiamenti, Giornata vol. VJII, p. 163, ediz. Sansoni, Firenze. («)

d. klass

I,

p.

Conestabile,

Altertums.,

;

II,

Monumenti

rag. III. Opere»

Iscrizioni etrmche, p. 186 e seg. Baumeister, Denk, 316. Brunn-Bruckmann, Denkm., tav. 319.

fig.

;

294 tori (^),

della la

DEL VITA

A.

che furono trovate insieme con essa

medesima maniera

importanza

"

per dire

come

Fino ad ora perö

ritiene

li

di

bronzo

(^), e facile capire

anche

interessante per

Arretium, nel posto

in cui tutti

venuero alla luce. era incerti nello stabilire

si

furono rinvenuti quei bronzi. Nella popolazione aretina zione che

molte ligurine

«

Vasari

uno scavo, che sarebbe

di

la topografia e la storia della antica qiiesti oggetti

il

trovati

ho

nella

il

luogo in cui

constatato esser viva la tradi-

sommitä

Arezzo, e vicino al punto dove s'erge tezza medicea.

colle dove

del

tuttora la

Cosi la pensano anche altri archeologi e chimera trovata dum aedificaretur

ritiene la

Gori

il

sorge

smantellata

arx

et

(=^),

il

for-

quäle

fossae esca-

varentur.

Ma

altri

luardo di

S.

I piü,

capisce in tanta diversitä di pareri, erano incerti,

e si

anche Giorgio Vasari che nel nel Proemio delle Vite

e fra questi

dissotterrata

la dice

Arezzo

sostenevano essere stata essa rinvenuta vicino al ba-

Lorentino, ed alcuni presse quelle di S. demente.

«

nel

far

fortificazione

fossi,

e

muraglia di

»

{^).

Ig perö confesso che,

mancando

di

basandomi sulla

prove e

sola logica, pensavo che questo bronzo famoso dovesse essere stato

trovato nella parte alta della cittä attuale, dove sorgeva in antico

quella etrusca, e dove fu rinvenuta anche la celebre statua di Miperche nella parte bassa della coUina su cui si estende

nerva;

Arezzo, dalla parte di occidente, fino ad

sono stati mai

ora non

trovati oggetti e costruzioni dell'epoca etrusca. Perö pensavo pure,

che se veramente questo ritrovamento fosse avvenuto nei pressi di porta S. Lorentino, ciö avrebbe provato l'esistenza di importanti costruzioni

etrusche anche

in quella

non

zona che

e stata

mai

tom.

289.

regolarmente esplorata. (>)

Cellini, op. cit., vol. II, p.

(^)

Vasari, op.

cit.,

Proemio

468;

Inghirami, op.

delle Vite, vol.

I,

p.

cit.,

III,

221.

Inghirami, op. cit., tom. III, p. 289 Demster e Buonarroti, De Etruria tom. I, tav. XXII; Gori, op. cit., tom. II, p. 293; Angelucci, MeRegali, morie utoriche di Arezzo, p. 34. Winckelmann, Storia delle arti del disegno, tom I, p. 177, n* (a), [*•) (')

tom. p. 67

;

II, ;

p. 47.

Roma MDCCLXXXIII;

Vasari. op.

cit.,

vol.

I,

p. 221.

Micali, Antichi

momenti,

vol.

III,

DOVE FU TROVATA LA CHIMERA DI AREZZO

Pensando

mi proposi

a ciö,

che avesse permesso trovata la statiia che

di stabilire e

di cercare

295

dociimenti la prova

siii

con esattezza

il

oggi un cimelio prezioso del

dove fu

liiogo

Museo Etrusco-

Egiziano di Firenze. 11 cartello esplicativo

la dice rinvenuta in

posto in questo

Museo

sotto la

Chimera,

Arezzo nell'anno 1554.

Per quanto non perfettamente sicuro sii questa data, mia fu di esaminare le deliberazioni del Comune di Arezzo

prima cura

di detta epoca. Infatti nel libro esistente nell'archivio le

deliberazioni dal 1551

titolo,

al

1558,

a caratteri molto sbiaditi

lessi in

ma

comunale, che contiene

prima pagina,

intelligibili, la

fräse;

sotto

il

Leone

trovato fuori di P.^ S. Laurentino a b®. 102.

ben

Seguendo questa indicazione, trovai il documento cercato molto conservato, sebbene un po' diffieile a decifrarsi in qualche

punto.

Eccone «

Die

il

XV

testo

:

Nove(m)bris. MDLIII. Du(m) extra m(o)enia urbis

Aretii prope porta(ra) divi Laurentini (^) Terra fodiebat(ur) quae in novu(m) quod ibi fabricat(ur) vallu(ra) portanda erat subscri-

ptu(m) insigne Etruscor(um) opus inventu(m) erat

Leo

extitit.

Id. n.(empe)

(a)eris polite ac ingeniöse factus veri Leonis statura aspe-

ctu ferox, qui

magna

mor(e) sinistro erat,

ira

ob vulnus

fortassis,

quod eidem

in

fe-

accensus, iubas erectas simul et ap(er)tas ge-

r(e)bat fauces ferebatq(ue) sup(er) tergora tropheu(m) veluti quohirci jugulati caput spiritu(m) et sanguine(m) emittentis. In cuius Leonis crur(e) anteriori destero h(a)o era(n)t

da(m) ostende(n)s

Sed ip(s)um uti egregiu(m) quod una cu(m) plurib(us) tu(m) pueror(um)

iscript(a)e lipter(a)e >IR)/V\I/IIX.

erat opus Princeps noster

brutor(um) parvulis (a)eris statuis, Inter quas equi una erat et qu(a)e simul cu(m) ip(s)o Leone rep(er)t(a)e fue-

tu(m) aviu{m)

et

ru(n)t et quar(um) singul(a)e pedis fere me(n)sur(a)e era(n)t Flo-

(') Queste parole sono scritte a grosso carattere stampatello. Si capisce che ranonimo autore di questa nota, conscio deirimportanza deiravvenimento che essa riguardava, avrä cominciato a scrivere a grossi caratteri appunto

per dar

piü risalto a queirimportantissima notizia; seguito con il carattere usuale.

ma

poi, per far prima,

296

A.

rentia(m) portari

DEL VITA

hoc qui videru(n)t

Nempe

iiissit.

«

o(mn)es admi-

et elegaDtia(m).

su(n)t et operis antiquitate(m)

rati

hoc leone

in

signii(m) erat iiullu(m) no(n) fuit ideo arbitratu(m) e(ss)e chimer(a)e Bellorofontis simulacru(ra) " (^).

Serpentis

Come si

si

vede,

estese nei

il

documento

e

e cbi lo t:crisse

chiarissimo,

appunto per l'importanza di quel

particolari

ritro-

vamento.

Ora dunque, non essendo piü dubbio che vata fuori di

Chimera

la

trarre dj

porta S. Lorentino, possiauio

ciö

fu

tro-

alcune

dediizioni.

Chi ha

un'idea della topografia antica ed attuale di Arezzo sa che la cittä nei tempi etruschi si esten-

e del suo territorio,

deva piü che altro sulla parte di tramontana della coUina sii cui anche oggi sorge, pure avendo subito in vari tempi diverse variazioni con la mutazione e l'ingrandimento della cerchia delle sue antiche mura.



romana

Sotto la dominazione

com'e noto,

le

cittä

romane

quasi sempre avevano un orientamento del tutto opposto a quello cittä

delle

etrusche



si

estese

tendenza ha mantenuto nei secoli

poi e

a

mezzogiorno,

e

questa

mantiene tutt'oggi Arezzo nei

suo ingrandire.

Naturalmente

sommitä il

il

del colle.

E

cuore di questa nei tempi etruschi era sulla infatti non solo si puö determinare su essa

cerchio delle antiche

mura urbane

;

ma, appena si scava vicino cima del podium Sancti

all'attuale fortezza, che occupa proprio la

Donati (come templi perti

fu

chiamato

di edifizi pubblici

e



Medio Evo),

nei



si

trovano ruderi di

quelli del teatro sono in parte sco-

ed infine in quel luogo furono rinvenuti la celebre statua altri bronzi ed oggetti dell'epoca etrusco-

della Pallade e molti

romana.

Ma

nella parte nord-ovest della collina al basso della cittä,

dove oggi

si

trovano la porta

e

il

baluardo di

S.

Lorentino, per

Chimera, mai furono rinvenuti ogtraccie di antiche costruzioni dell'epoca etrusca. Solamente

la cui costruzione fu trovata la

getti

a mille metri da questo punto, sulle rive del Castro (torrente di si trovava la fornace dei vasi aretini

non antichissima formazione)

(^)

Quesf ultimo periodo

e scritto

da altra mano o posteriormente.

DOVE PU TROVATA LA CHIMERA

AREZZO

DI

297

Calidia

(se ne vedono anche oggi gli spurghi), alle e lo storico aretino trovarono presenti Leone ne fabbrica e che su scrisse Alessi, pubblicö varie sigle, questa mentre il Vasari, a suo dire la scavö ed esplorö inleramente (^).

della famiglia

ciii

escavazioni

Ma

che del

tolto questi avanzi,

nessun

riale,

X

si

resto sono dell'epoca

oggetto o costruzione dei

impe-

tempi etruschi sono

stati

rinvenuti in qiiel vastissimo tratto di terreno.

Senza eseguire scavi od assaggi almeno in qiiella zona, e difficile emettere un parere reciso suirimportanza archeologica di

Ma

essa.

viottola,

io

credo che vi sia molto terrapieno; infatti liingo una oggi detta l'Orciolaia, che la traversa, nei ciii

ancora

pressi in antico sorgevano fabbriche di vasi aretini di un genere molto rozzo, non ancora stiidiato, non appare alla superficie fram-

mento alcuno

di quelle celebri terrecotte,

gli spurghi sono profondi si

scorgono in

Nessuna

anche

mentre sui terreni dove

diie o tre metri,

questi frantumi

gran copia. perö di quelle

caratteristiche elevazioni

dove solevano gli etruschi -erigere

le

di

terreno

loro costruzioni, esiste vicino

alla porta S. Lorentino.

Perciö, considerato dal punto di vista dell'archeologo il luogo dove sappiamo oggi essere stata trovata la Chimera, vien fatto di suppporre che quei bronzi vi siano stati nascosti. Supposizione, del resto, assai verisimile, dati

i

nnmerosi esempi, anche recenti, di

ri-

trovamenti di statue nascoste deliberatamente.

La natura

perö dei piccoli bronzi rinvenuti insieme colla Chi-

farebbe ritenere appartenenti ad una stipe votiva. Se ci6 sarebbe certa nelle vicinanze della porta di S. Lorentino fosse,

mera,

11

l'esistenza d'un antico tempio.

Disgraziatamente non abbiamo nessuna notizia dell'epoca che, fornendoci particolari esatti sullo scavo o sulla

disposizione delle statue rinvenute, ci permetta deduzioni piü fondate.

Alessandro Del Vita.

(»)

M. A.

Alessi, Historie

deWAntichitä di Arezzo. Manoscritto n° Qß

della Biblioteca della Fraternitä dei Laici di Arezzo; Vasaii, op, cit, vol. II, p. 557.

ßlLIEVO

«

ELLENISTICO

«

DI

GENOVA

(Tavola VIII)

poche sculture antiche conservate a Genova Palazzo Bianco, la mia attenzione fii attratta da un

Nell'esaminare

Museo

nel

rilievo

di

le

marmoreo, murato nel piano superiore deH'atrio,

per qiianto mi fosse dato saperne e

degno

di esser conosciuto

II rilievo e di

marmo

e

che



— ritenevo assolutamente inedito,

(^).

lunense,

alt.

m. 0,74,

largh.

m. 0,45

rotondato ai due angoli superiori; di buona conservazione,

;

ar-

tranne

qualche piccola scheggiatiira. La saperficie e molto lisciata e nelle parti promin enti alquanto erosa. I due margini laterali sono an-

tichi ed intatti,

in

modo da esclndere una continuazione

rilievo sia a destra che a sinistra, o che esso

del

abbia fatto parte di

una rappresentanza figurata piü estesa. II rilievo deve assolutamente considerarsi come a se stante ed intero (*) e credo, inoltre, arbi;

Questo articolo era preparato e la tavola giä eseguita, quando studiando nella Biblioteca deiristituto archeologico germanico, rilievo ^ compreso nelle Einzelaufnahmen, n. 1370, con un breve arti-

(^)

mi

accorsi,

che

il

colo del Bulle. I mezzi di studio, dei quali a Torino posso disporre, non

mi

avevan permesso di sapere cio e, d'altro canto, non avevo vi^to citato il rilievo anche in pubblicazioni recentissime relative a tal genere di monunienti. ;

Stimo, ad ogni modo, non inutile una nuova e piü accarata edizione del riperche rimasto quasi nascosto (come tante altre sculture) nelle

lievo, sia

poco

accessibili

oifrirne e,

come

Einzelaufnahmen, spero, assai migliore.

sia perche

Del

la

resto, le

riproduzione ch'io posso mie vedute non sono pre-

cisamente uguali a quelle espresse nell'articolo citato. Non puö certo chiamarsi edizione del rilievo la piccola figura pubblicata a p. 25 del « numero unico » Genova-Palazzo Bianco, Museo di

Storia e d^arte, Genova 1908.

ch« (•) Questo esame fu fatto dall'ispettore prof. G. Campora, prima rilievo fosse murato dove ora si trova. Egli mi scrive, escludendo che il marmo possa essere frammento di un sarcofago o di altra comil

RILIEVO

"

ELLENISTICO

«

DI

GENOVA

299

traria la congettura del Bulle siilla continuazione del soggetto verso

Del resto, non solo la rappresentanza figurata e, come completa e chiara in se stessa ma la forma cosi armonica del « quadretto » bene si adatta al fine di questi rilievi, che era

sinistra. dirö,

;

— come

e

ben noto

un

feriore sporge II rilievo



quello di decorare le pareti. Dal lato in-

listello,

che serve come di base alle figure.

proviene dalla chiesa di S.

lassana, nella Valle del Bisagno

dagli

scrittori

sulla

piii

ab

Podestä

presso Genova, ed e perö,

non

conosciuto

dänno alcuna notizia

provenienza di esso (^). Certo, e perö, che era dentro la Chiesa, nella parete a destra

antica

una leggenda popolare, raccolta anche dal nota) riconosceva in esso un soggetto sacro:

e

maggiore; (loc.

(^),

l'altar

presso

in

cit.

che tenta

Diavolo

d'importanza e

quali,

Assunta a Mo-

immemorabüi murato

dell'altar

il

i

locali,

Maria

pora) un parroco volo un Satiro e

s.

A

Giustina.

deve se

si

il

(come mi scrive

maggiore, finche

meno ignorante

«

non priva

questa leggenda,

rilievo fu conservato in luogo sacro

degli

altri

»

il

prof.

Cam-

riconobbe nel Dia-

Santa Giustina Minerva;

e non volle piü in chiesa un'opera pagana. Acquistata dal municipio di Genova, la « Tentazione di s. Giustina » trovö definitiva accoglienza a Pain

lazzo ßianco.

Nella popolare leggenda.

io

vedo quasi un accenno alla giusta

interpretazione del soggetto: che non Santa Giustina e tentata da

Satana,

ma Athena

non vuol piü esser tentata da quelle maledeformato il viso verginale. E vengo

dette tibie, che le avevano

piü estesa.

posizione

Colgo l'occasione, per ringraziare l'egregio Ispettore datemi sulla provenienza del rilievo e sugli scrittori

di tutte le informazioid

che ne parlano e degli aiuti prestatimi per farmi ottenere la buona fotografia che qui si pubblica. Altre fotografie, eseguite prima che il rilevo locali

;

fosse murato,

mi furono

esibite dallo stesso prof.

Campora.

Genova Genova ad Alizieri, Re-

F. Podestä, Escursioni arckeologiche in Val di Bisagno, 1878, p. 15; A. e M. Kemondini, Parrocchie deWArchidiocesi di (*)

Reg. X, Genova 1890, lazione sui il

1859; a (^)

p.

188 seg. Questi libri

monumenti piü meritevoli

me non

si

di cura in

riferiscono

Genova

ecc. (pubblic. verso

accessibile).

Conosciamo esempi di statue antiche trasformate in santi e divenQuanto ai rilievi e simili opere di scultura antica, mu-

tate oggetti di culto.

rate nelle chiese o in

Pisa

etc.),

altri

luoghi sacri

(Duomo

di

Sieua,

Camposanto

vedi le notizie raccolte dal Sittl, Archaeol. d. Kunst,

p.

35.

di

300

da

G. E. RIZZO

al soggetto

ciö,

del

rilievo

del Bulle non

letto l'articolo

;

senza

tacere

mi pareva

Marsia ed Athena, qiiautunque

di

forma diversa,



supporre

Bulle



la

potesse pen-

riferisse al

Che

mito no-

una

debba, invece,

si

continuazione della seena a

della gara fra Apollo

tratti

si

11

di aver

rappresentato in

appunto interessante.

e perciö

come opina

che

sinistra, e

si

prima si

possibile

sare ad alcim'altra interpretazione, che non

tissimo

clie

e

Marsia,

presente

non arrivo davvero a comprenderlo. Vediamo un po' di spiegare il momeuto dell'azione. Athena, vestita di chiton e di himation, armata di scudo, di lancia e di io

Athena,

ma

elmo,

senza egida, sta seduta sopra uno scoglio.

verso la sua destra, ma ripiega per non vedere ciö che le sta a sinistra

ma

non della testa soltanto,

si

;

accompagna questa mossa

e

puö dire

— con quäle

satiro,

persona, con

di tutta la

un gesto di rifiuto e quasi di orrore, Or questa azione non puö riferirsi che il

Non guarda

la testa e ritorce lo sguardo,

alla figura del giovane

due lunghe tibie nelle mani



si

allontana

volgendo lo sguardio indietro, a rimirare Athena, come sorpreso e timido del disdegno della Dea. Altre considerazioni verranno fra poco; ma nient'altro io vedo nel rilievo che

verso sinistra,

due personaggi ben definiti in un momento dell' azione, che ci offre del mito una forma nuova e diversa, che nelle rappresentanze conosciute

dell'arte

forma, ma il

classica

nuova

e

Nella letteratura

e

di

(^).

E

non

e

soltanto

questione

di

c'e posto soltanto

per

mutata concezione del mito. nell'arte antica

non

severo disdegno patriottico di Melanippide (Athen. XIV, 616 e) per le solenni figure del gruppo dell'Acropoli ateniese, attri-

buito a Mirone

quäle

parole,

menti

(^);

ne

di quella etä e di quell' arte, alla quäle

almeno indirettamente,

(')

SS.

(cfr.

(I,

24,

il

nostro

si

ricollega,

o nelle sue fonti di derivazione

artistica.

accennaro alle questioni fatte

notissimo

Ho appena bisogno

luogo di Pausania basterä rimandare

125

ho bisogno di dimostrare qui, con troppe realistica del mito prevalga nei monu-

io

concezione

1),

di

in rclazi
alFarticolo

del

Sauer in

speciahnente a pag. 152). p. 136 ss.

Cfr.

sul

gruppo attribnito a Mirone;

e

Jahrb. d. Inst. XXIII (1908),

pure

Svoronos,

Das Athener

Nationalmuseum, (*)

p.

136

Cfr. le obiezioni alla identificazione del

SS.

e

Cultrera, in Rendic. dei Lincei

Brunn, in Svoronos, op. (1909) p. 372 ss.

XVIII

cit.

RILIEVO

Basta confrontare

ELLEMSTICO

«

"

DI

GENOVA

frammento conservato

il

301

Melanippide con

di

la

narrazione ovidiana di questo mito {Fast. Yl, 696 seg.), per renderne ancora piü evidente la profonda differenza psicologica.

Di questa concezione umana mito

iiei

rilievi

ellenistici,

e

Palazzo Bianco non

lievo di

servazioni piü volte ripetute

Ma

prima

e

«

quasi sempre

idillica

stato detto molto e da molti; e e

del

»

il ri-

che iina biiona conferma delle os-

(*)•

qualche breve osservazione stilistica, momento dellazione: Athena ha giä buttato

di esporie il

precisiamo meglio

il Satiro {^) le ha raccolte, e quantiinque sorpreso dal disdegno della Dea. couserva l'acqiiisto ch'egli crede prezioso (e mentre Athena non vnol piü saperne, e gli costerä... la pelle !),

via le tibie,

il viso e ne sente orrore. B non per istituire im confronto fuor di liiogo), ma per far comprendere meglio l'azione, sarebbe (che potrei addurre l'esempio di una piecola gemma del Museo di Ber-

ritorce

lino

(^),

in cui

e

incisa

il

piccolo Satiro che,

di

Molassana ha

e

non

Athena che

si

stando dietro di

rivolge, per lei,

Giä da im primo sguardo d'insieme, e

tutti

indegno di

i

sceuario

e

il

e chiaro

che

tibia.

rilievo

il

caratteri della serie studiata dallo Schreiber,

tigurare tra

Dell'opera precedentemente

Notevole

non giiardare

suona la doppia

i

monumenti

consimili,

raccolti

citata.

prospetto

architettonico,

cosi

frequente come

per l'azione figurata in questi rilievi (*). Nel nostro abe un albero sacro, ch'io credo di alloro; ed

biamo un'edicola

anche questo dell'albero, che protende i suoi rarai dalle aperture di archi e finestre e un carattere molto comune e noto della pit-

(')

Basterä accennare

ai

miti nel ciclo

di

rilievi

del

Palazzo

Spada

(Schreiber, Hellen. Reliefbilder, tav. III-IX), e a quelli di Perseo ed Andromeda, di Endimione e Selene (ibd. tav. XII-XIII) ecc. (*) Non Marsia, propriamente, ma un giovine Satiro. Del resto Mar.sia e indicato nel mito greco come Sileno o come Satiro (cfr. Plat. Symp. 215 B; nutde fluv. X, 2; Ovid. Metam. VI, 383; Fast. VI, 703 ecc). (»)

Müller-Wieseler, Denkmal, d. alten

(*)

Cfr. le diligenti

Varte ellenistica e

Kumt

II,

22, 239.

enumerazioni di monumenti in Cultrera, Saggi greco-romana, pag. 205 ss.

sul-

302

G. E.

tiira paesistica

llen

«

pompeiana, dei

ellenistici

»

RIZZO

romani

rilievi

di

stiicco,

dei ri-

e

(^).

L'edicola e scolpita con assoluta ignoranza delle leggi proe perciö riesce, a prima giunta, non facile immaginare la

spettiche

;



forma architettonica, che lo scultore ha inteso riprodurre. Poiche date le conoscenze che ora si hanno siüle rieche, strane e quasi fantastiche forme dell'architettura di etä

Eell'Asia Minore e nell'Arabia alla fantasia di artisti

della pittiira

Per

— non

decoratori e

imperiale, specialmente lecito attribuire soltanto

prospetti architettonici, p.

dei rilievi

come

io

credo

pompeiana forma

risalire alla

i

e

reale,

il

nostro

clie

ci

es.,

(^).

aiutare

possa

principalmente l'osservazione dei punti nei qiiali lo scultore ha supposto che siano, da un canto la roccia su cui Athena e sediita, e, dall'altro, lä.

l'albero: questo, cioe, di

Un ramo

l'arco,

qua

dall'edicola, quella al di

dell'albero, a sinistra di chi guarda, s'introduce per

disegnato

come piü

piccolo e di scorcio, e spunta dall'arco

grande di prospetto. Ora, tra la roccia e l'albero c'e una profonditä che lo scultore non ha saputo rendere; e ancora di piü, a ostacolo il fatto che lo zoccolo su cui a primo aspetto, ci e di poggiano le basi dei pilastri sembra continuo, in linea retta, fra i quattro pilastri medesimi. Ma questi devono supporsi disposti in quadrato: i due archi laterali dovrebbero esser visti di scorcio, e quelle in fondo in proporzioni

diverse, rispetto al grande arco di

prospetto. Gli archi si innalzano direttamente dai capitelli; e Tedicola si suppone coperta da una völta in croce, col tetto a cono, co-

ronato da un acroterio centrale, decorato delle note forme vegetali. Chiari sono questi particolari dei tetto e i canali, che scendono sulla cornice dell'arco di prospetto, chiusi da piccole antefisse circolari.

Di un'edicola simile, coperta egualmente di un altro esempio, nel frammento di rilievo

ricordo

Museo

(»)

al

Terme,

Cfr.

rilievi in Schreiber, op.

i

LXXX, XCIV. Frammento 7

quäle ho sopra accennato

delle

dei

Museo

cit.,

delle

tetto

(^).

tavv. III, IV, V, IX,

Terme,

in

conico,

ellenistico dei

Ausonia,

LXVIII-

II, 1,

2,

pag. 93,

ecc, ecc. Devo rinunziare ad un esame stilistico comparativo delle foirae ar('') chitettoniche dell'edicola, perche non mi sono accessibili, qui a Torino, le

fig.

;

grandi opere descrittive dei monuraenti, specialmente dell'Asia Minore. Ausonia, II, 1, pag. 92, fig. 7 [Cultrera] « In fondo un arco con (=») :

ELLENISTICO

«

RILIEVO

»

SOS

GEKOVA

DI

Athena deriva certamente da im esemplare di arte ed e stato osservato come nei rilievi di quest'arte sia

tipo di

II

ellenistica

;

quasi un motivo scoglio

üna

(^).

muliebre seduta sopra uno

di predilezione la figura

commento merita pure

parola di

vine Satiro, dai capelli

ed

crespi

con

irsuti;

la testa del giotratti

fisionomici

barbarici quali sono una maggiore conferma della supposta derivazione, iieH'arte ellenistica, del tipo del di innegabile verismo,

»


come

Satiro dal tipo etnico barbarico,

ture di

Pergamo (*). mi sembra

il

Singolare cui

di

il

e

vita,

i

modo

nel quäle e disposta

forma

satiro e vestito: in

vediamo nelle

noi lo

di

pelle

chiton esomide cinto

suUa spalla

con le zampe annodate

la

sinistra.

passarsi sotto silenzio le lunghissime tibie con

i

fori

scul-

alla

Ne possono per

suoni

i

(xodi(oaeig), muniti di piccoli coni e intermezzati da quelle appendici ricurve (ßofißvxsg i(f6Xxioi), sul cui uso, sulle indicazioni degli scrittori

musicali e sui confronti monumentali, rimando all'articolo

Denkmäler

del von Jan, nei

Come e

del Baumeister,

la composizione, cosi

eminentemente

certa cura

pag.

556

ss. (^).

anche la tecnica di questo rilievo

A

questo effetto contribuiscono una sottile e studiata di ogni particolare, e l'uso

pittorica.

troppo

I,

e l'abuso degli scuri profondi e del trapano: contrassegni

non infrequenti nei

rilievi

tando, per esempio,

i

come

tecnici

puö vedere confrondel Museo del Vaticano con quadri-paesaggi ellenistici,

si

sopra una bizzarra prominenza a cono o a piramide che sia, sostenuto da ioniche ». L'esame diretto del frammento mi lascia credere che

due colonne non

si

che

il

tratti di

un arco, raa

di un'edicola; e la

bizzarra prominenza non h

tetto di essa.

(*)

II

teraa e stato con tanta cura studiato dal Cultrera, che ogni altra soverchia: cfr. Saggi cit., pag. 162. II confronto del-

osservazione sarebbe

l'Athena del nostro rilievo con quella della stato fatto dal Bulle nell'art. cit. (*)

Cfr.,

per

grande

tazza di Hildesheim, h

questa derivazione, Watzinger, Magnesia, pag. 220

piü estesamente, Cultrera, op. C) Anche il Bulle (art.

qualche altro esempio.

cit.,

cit.)

pag. 86 si

s.;

e^

ss.

riferisce

al

Baumeister, aggiungendo

304

RILIEVO

G. E. RIZZO,

«

ELLENISTICO

alberi ed animali (Scheiber, tavv.

Museo

di

Mantova

(ibid., tav.

CVIII e

CVII),

Vienna

e

»

GENOVA

DI

CIX),

paesaggio del

il

principalmente

sul

rilievo

11

un

e scolpito

quäle (ibid., tav. LXVII), forme assai piü singolari che quelle dell'edicola del lievo di Genova. di

edifizio

sacro, di

In esso e davvero

ri-

l'abuso del trapano, per ot-

straordinario

tenere gli scuri e le decorazioni dei particolari architettonici

perö questa tecnica non puö aver nuUa di comune con quei caratteristici punti e forellini, ai quali lo Schreiber attribuisce molta importanza, ;

per sostenere la derivazione dei rilievi ellenistici dalla metallotecnica(^): ma e soltanto indizio e prova che molti di questi rilievi,

come

il

nostro, sono opera di tardi

tempi romani.

Ed anche

per motivo della tecnica, attribuisco Genova alla seconda metä del secolo secondo d. Cr. la

forma architettonica dell'edicola ed

alte basi dei oltre

pilastri

che gli stessi

Satiro — parlino

i

il

rilievo di

e

credo che

;

particolari stilistici delle



corintii con doppio toro e dei capitelli

tipi artistici

da cui

derivano

l'Athena ed

il

in favore della provenienza del rilievo dall'Asia

Minore. Chi pensi

ai

commerci

troverä inverosimile che

di

di

Genova con

lä sia venuto

il

l'Oriente

(^),

non

marmo, giä murato

nell'antica chiesa di Molassana.

G. E. Rizzo. Torino.

Credo opportuna questa osservazione, per evitare la confusione, in sia caduto qualcuno, nel discutere questa parte della teoria dello Schreiber. Oltre la nota monografia sui rilievi di Palazzo Grimani, bi(^)

cui

mi sembra

sogna ben considerare, per tale questione

di tecnica,

l'articolo

dello

Schreiber in Jahrb. d. Inst., XI [1896], specialraente a pag. 81 s. (') E appena necessario ricordare il rilievo emigrato al British dalla Yilla Di

Negro a Genova, ed

attribuito al fregio del

anche non appartenuto a questo monumento

stesso

Museum

Maussoleo.

E

se

per tale questione Wolters u. Sieveking, Der Amazonenfries des Maussoleums, in Jahrb. d. Inst., XXIV [1909], pag. 183), e certamente di un'arte coeva e molto simile, e a Genova noQ pote venire che per i commerci medievali con TOriente ellenico. Ville e palazzi di

sorpresa!

Genova sono ancora da

(cfr.

esplorare, e potrebbero

serbarci

qualche

EINE BRONZENE ATHENASTATÜETTB

AUS NEÜMAGEN

Die Bronze der Athenastatiiette, Abb. 1. u. 2 wurde in Neumagen 2V2ni von einem römischen Canal entfernt

nordöstlich der Kirche

Schutterde gefunden. Sie ist massiv gegossen, 10 cm hoch und gut erhalten. Es fehlen nur die Finger der rechten Hand, die Nain

Ecken vorn

senspitze, die

am Helmbusch und

die

Lanze.

Die

mit einer hellgrünen, an einigen Stellen ins bläuliche übergehenden Patina überzogen. Bronze

ist

Athena steht

in

bein, der linke Fuss gesetzt. <^.ie

aufrechter Haltung da mit rechtem Standmit der ganzen Sohle vor und zur Seite

ist

Die linke Hand, die den Mantel hält, stemmt

Seite.

Der

rechte

Oberarm

ist

die

gesenkt,

hielt die Lanze, wie sicher aus der vertikalen

Hand des

Der

fest in

Hand

Durchbohrung der

nach der Seite gehobene Kopf Die Göttin ist bekleidet mit einem

leicht

hervorgeht Standbeins gewendet.

sie

erhobene

ist

langen, bis auf die Füsse herabfallenden Chiton, einer schmalen,

um unteren Rande von Schlangen gesäumten, die Brust schräg überschneidenden Aegis, deren Gorgoneion auf der rechten Schulter liegt (^) und dem Mantel, der den linken Arm und die linke Schulter Rücken schräg überschneidet, die rechte Schulter und mit den von der linken Schulter herabfallenden Falten

verhüllt, den freilässt

so zusammengerafft

ist,

dass das rechte Mantelende vorn eng und rechten Oberschenkel anliegt, über der

dem Leib und

dreieckförmig Hand einen kleinen Bausch bildet und dann in freien, tiefen Falten an der Seite des Spielbeins herabfällt. Den Kopf bedeckt ein korinthischer

(^)

tuaire

Helm mit

tadellos

Vgl. die Athena in den 465, 876.

erhaltenem

Helmbusch, das ge-

Tuilerien, Reinach,

Repertoire de

L PL

21

la Sta-

306

E.

FÖLZER

scheitelt« und gewellte Haar fällt in einem langen Schopf auf den Rücken herab. Die Gesichtszüge sind jugendlich frisch und passen vorzüglich zu der festen Haltung und den mädchenhaft schlanken

&

EINE BRONZENE ATHÄNAStATüETTE AUS NEUMAGEN

Wiederholungen

Amelung wegen ten

und

dritten

(*)

307

Dieser Florentiner Athenatypus

gibt.

ist

von

der ausserordentlichen Aehnlichkeit mit der zwei-

Muse auf

Abb.

2.



der Basis von Mantinea

(a.

a.

0. F.

I,

1)

Athen artatuette aus Neumagen.

mit Recht dem Kunstkieis des Praxiteles zugeschrieben Dass aber (^). dieser Athenatypus nicht erst im IV. Jahrhundert erfunden wurde, sondern schon aus

dem V. stammt, und

das Motiv von Praxiteles

Amelung, Basis von Mantinea, 16 ff. Da die Kopfhaltung der Bronzerepliken der Florentiner und Neuniagener Athena übereinstimmt, jedoch bei keiner der Marmorrepliken der Kopf (^)

(')

sicher zugehörig

ist,

so darf vielleicht

angenommen werden,

dass das

ge-

308

E.

FÖLZER

Zeitgeschmack verfeinert und weiterentwickelt ist, hat Amelung bereits durch einen Vergleich der Florentiner Replik mit der Athena Campana aus Petersburg schlagend nachgewiesen (^). So nur im

wie sich die Musen von Mantinea

mit ihren Marmorrepliken

und

die florentinische

in einer entwicklungsreiclien

Athena

Reihe vom

Original des V. Jahrhunderts entfernen, so auch wieder die Neu-

magener Athena von ihrem praxitelischen Vorbild, denn trotzdem bei ihr die wesentlichen Züge in Stellung und Haltung konservativ festgehalten sind, so sind doch Stand und Gewandmotiv reicher

und

effektvoller weiterentwickelt.

Während

bei den in den

frühpraxitelischen Kunstkreis gehörigen und von der Mantineabasis abhängigen Repliken durch das ruhige und sichere Standmotiv ist und die KörperHüfte infolgedessen so gut wie gar nicht heraustritt und die Schulter fast in eine Grade mit derselben fällt, sodass die Figuren vollkommen frontal und

die Last

hälften

des Körpers

kaum

gleichmässig verteilt

differenziert sind, die rechte

wie an den Platz gebannt erscheinen, ruht bei der Neumagener Athena das Gewicht lediglich auf dem rechten Bein und das Spielbein ist leicht und frei vorgesetzt. Dies Standmotiv fast Säulenhaft

hat ein müheloseres Tragen des Körpers auf den Hüften und eine Bewegung zur Folge, die dann im Oberkörper durch das

reichere

energische wird, dass

Zurücknehmen des linken Armes

so

stark

accentuiert

schraubenförmig, dreidimensional und damit viel unruhiger, momentaner wirkt, als die der älteren Vorbilder. Die sie

Neumagener Athena ist bei weitem grösser, der Rythmus lebendiger, die Formen haben eine Entwicklung zum

Aktivität

der

Eleganten, Zierlichen, fast Koketten durchgemacht. In dieser Neigung zum Eleganten zeigt die Bronze eine auffallende

üebereinstimmung mit der

des Lateran

aus der

Mitte

des IV.

bekannten

Sophokles-Statue Jahrhunderts (^). Hier wie

meinsame Original nach Art der Bronzewiederholungen den Kopf nach der Standbeinseite gedreht hatte Auch wird die Vermutung Amelung's (Führer S. 256), dass die Marmorkopieen inhezug auf die schmale Aegis das Original treuer wiedergeben als die Florentiner Bronze durch die Neumagener Athena

noch gefestigt. (')

n

Amelung, Basis von Mantinea 18 ff. ^ Heibig Fuhrer Nr. 683. abgeb. Baumeister, Denkmäler

S.

1685.

EINE BRONZENE ATHENASTATUKTTE AUS NEUMAGEN dort das weit vorgesetzte linke Spielbein, das graziöse

den Hüften, das

309

Wiegen

in

eneigische Einstemmen des linken Arms in die ganz verschiedenen Gewandmotivs zeigt

Seite, ja sogar trotz des

sich bei

beiden

eine gewisse üebereinstimmiing in

dem

IV.

Jahrhundert

der

Gewand-

behandlung,

die

besonders

Neigung des

sich

Anschmiegens des Gewandes an den Körper und

eigentümliche

Markierung der Körperformen, namentlich des Leibes und Oberschenkels, durch das Gewand. Auffallend ist bei beiden die deutliche

Statuen die Aehnlichkeit der Faltenbehandlung über der rechten Hüfte und dem Leib. Aus allem diesen ist klar, dass die Kunst-

werke derselben Zeit und Geschmacksrichtung entstammen müssen. Aber während der in seinen lang und grad herabfallenden Mantel verhüllte Sophokles als ein Ausläufer des noch früh praxitelischen

Gewandstils, der

die

Tendenz der Verhüllung des Körpers durch

mannigfaltige Drapierung verfolgte, zu betrachten ist, macht sich gerade im Gegensatz dazu bei unserer Neumagener Athena die der Enthüllung geltend, d. h. die Neigung, die Gewandung so anzuordnen, dass die Schönheit der Körperformen durch das Gewand

hindurch möglichst deutlich zum Ausdruck kommen und Arme, Schulter und Unterkörper soweit wie möglich vom beengenden

Mantel befreit werden, und

es fragt sich, in

welche Zeit wir diese

durchgreifende Aenderung des Geschmacks zu setzen haben, wo wir die nächsten Analogien für das Gewandmotiv unserer Bronze finden.

Das Motiv des Aufhebens des Mantels mit der Hand scheint zwar von Praxiteles erfunden und für ihn geradezu charakteristisch zu sein meines Wissens taucht es zuerst bei der Muse mit der



Kithara auf der Basis von Mantinea auf

(^)

und wird dann

anderen seiner weiblichen Gewandstatuen wieder verwendet aber dient dies Motiv wirklich steigern

dem Zweck,

(*),

bei nie

die Beweglichkeit zu

und den Körper formen zu grösserem Ausdruck zu verhelfen, ist rein dekorativ, und der Mantel fällt immer in einer

sondern es

Geraden über die Kniee herab.

Amelung, Basis von Mantinea. 46 ff. Amelung. Katal. des Vatican I, S. 94 ff, N. 77. Taf. 13 S. 96 N. 80 Tafel 13. Jordan, Tempel der Vesta Tafel IX. 6. Berlin Beschreibung de»Antiken N. 583. Baumeister Denkmäler S. 1845. (*)

(«)

310

E.

FÖLZER

Einen Schritt weiter geht dann die frühhellenistische Kunst, die linke Hand den Mantel so sog. Demetertypus (^)

wo beim hoch

zieht,

Teil des Oberschenkels

das ein

und der

sichtbar ist

untere Mantelcontour schräg den Unterkörper überschneidet. Die letzte Consequenz des gänzlichen Hoch- und Schrägraifens ist

Neumagener Athena gezogen und etwa in muss auch das Original, auf das unsere Bronze

dann bei unserer

frühhellenistischer Zeit

zurückgeht, entstanden sein

denn für diese Zeit

;

ist

Zug zum

der

Anmutigen, Zierlichen, Graziösen, der unsere Statuette kennzeichnet, charakteristisch. Jedoch scheint, da mir in der Grosskunst kein

einziges

weiblichen

einer

Beispiel

Mantel mit der linken Hand Oberschenkel sichtbar

ist,

so

hoch

bekannt

ist,

den

die

Gewandstatue,

raffte, dass der ganze linke das Original nicht für diese,

sondern für die Kleinkunst erfunden zu sein, denn bei Terracotten der hellenistischen Zeit ist das Motiv beliebt und kehrt mehrfach variiert wieder, vgl. Winter, die antiken Terrakotten III 2. S.

so

z.

B.

bei

drei

museums N. 207

Exemplaren des Bonner

(^),

216

(^),

und 206

(^),

39

ff.

akademischen Kunst-

von denen letzteres unser

Motiv bereits weiter entwickelt und abgekürzt gibt. vgl. Abb. 3. Die Sitte, den Mantel kurz, schräg und so hoch zu raffen, dass er den Oberschenkel des Spielbeins sichtbar

macht,

ist

wie

ein üeberblick über die Entwicklung imseres Gewandmotivs lehren wird, in der zweiten Hälfte des IV. Jahrhunderts erfunden und

allgemein geworden. Für unser Gewandmotiv lassen sich bereits im V. Jahrhundert 3 Varianten nachweisen. Erstens der Typus, wie wir ihn in

der Athena

vorn fest

Petersburg vor uns haben mit dem Taille liegenden horizontalen Faltenwulst des

Campana

um

die

(^)

in

oberen Mantelendes, zweitens der Typus mit dem locker herabfallenden oberen Mantelrand, der den oberen Teil des Leibes unbedeckt lässt und bei

dem wie

bei der

Hera Barberini

(^)

der End-

Amelung, Katalog des Vatican I, S. 163, 2, Taf. 22, 2 und Müncheiier Archäologische Studien Hakler S. 228 XXI d abgd S. 243, 19, u. S. 175 ff. (^)

(»)

(3)

(*) (")

Fundort Piraeas H. 0,15. Capua Bacone H. 0,20. Athen, angeblich Piraeus, H. 0,16. Amelung, Führer durch die Antiken in Florenz

S.

256, Abb. 46.

Heibig Führer^ Nr. 308 Baumeister Denkmäler Abb. 715 Vatican s, I, S. 98 Nr. 83 Taf. 13. des Katalog («)

u.

Amelung,

EINE BRONZENE ATHENASTATUETTE AUS NEUMAGEN

311

durch die Gürtung des Chitons durchgezogen oder aber bei über den linken Unterarm geworfen fst(^), seltener über die linke Schulter wie bei der am üebergang vom V. zum IV. Jahrhundert entstandenen Athena Giustiniani zipfel

anderen Statuen dieser Art

und ihren Repliken

Bei der dritten Variante macht die Statue

(^).

Abb.

3.



Terrakotten in Bonn.

Verhüllung des halben Oberkörpers und die schräge üeberschneidung der Brust durch den Mantel den Eindruck des durch

die

Eingewickeltseins. Ein Beispiel hierfür ist die Gewandfigur von der Insel Klaudos bei Kreta, welche Amelung für ein Werk aus der Zeit des Parthenon hält 0) Amelung, («) {^)

Amelung,

a. a. a.

a.

0.

1.

0.

S. I.

(^).

585 No. 421 Taf. 61 und S.

138 No. 114 Taf. 18.

AmeliHig, Basis von Mantinea

S.

54 Abb. 28.

S.

351 No. 62 Taf. 37.

312

E

Für

alle 3

Varianten

die Oberschenkel bedeckt

An

diesen

drei

ist

und

FÖLZER charakteristisch, dass bis unterhalb der

der Mantel

Kniee herabfällt.

dem V. Jahrhundert überkommenen Tjpen

aus

hält die erste Hälfte des IV. Jahrhunderts noch streng fest wie die Florentiner Athena, die als Parze ergänzte Statue im Vati-

can(') und die zur Urania ergänzte Köre im Musensaal des Vatican (^) beweisen, nur dass sich im einzelnen bereits eine Neigung

zum

und Eleganteren der Faltenbehandlung geltend macht, was Amelung (^) an einem Vergleich zwischen der Athena Gampana und der Florentiner Athena nachgewiesen hat. Raffinierteren

In der letzten Hälfte des IV. Jahrhunderts taucht

dann

in

einem bestimmten Kunstkreis eine neue Geschmacksrichtung auf, der es darauf ankommt, mehr als es bisher bei den im praxitelischen

Geschmack lang herabfallenden und die Körperformen verhüllenden Gewändern möglich war, dem Körper zu seinem Recht zu verhelfen und ihn durch das Gewand hindurch klar und überTage treten zu lassen. Deshalb geht man zu der für unser Gewandmotiv stilistisch bedeutsamen Aenderung der kurzen sichtlich zu

Raffung des Mantels über, die charakteristisch wird für frühhellenistischer Zeit sich entwickelnden Hygieiatypus

den in ('*),

mit

dem

das Motiv der Neumagener Athena aufs engste verwandt und zeitlich gleich zu setzen ist, mit dem einzigen Unterschied, dass bei den Hygieiadarstellungen der obere Mantelrand, wie im V.

Jahrhundert einen Horizontalwulst bildet, der entweder durch die Chitongürtung durchgezogen oder aber über den linken Unterarm geworfen

ist.

Da auch

für

wandmotiv verwendet wird,

Juno und die Musen

fen den Mantel jetzt

Aber auch kurz und schräg,

locker herabfallenden

dies neue

so ist dies ein Zeichen, dass

grosser Beliebtheit erfreute.

dem

(^)

oberen

es

Gesich

die anderen Varianten rafso ist für

Rand

die

den Mantel mit

Athena

im

Museo

Amelung, Katalog des Vatican, I. S. 640 Nr. 498 Taf. 68. Amelung, Basis von Mantinea S. 53 Zu vergleichen ist auch die als Euterpe ergänzte Statue der Kora. Amelung, Katal. des Vatican II. S. 605. No. 400 Taf. 49. C)

(^)

Basis von Mantinea, S. 18-20, Heibig Führer« S. 93 No. 161. Amelung, Katalog des Vatican I. S. 364 und S. 366 No. 83 und 86 Taf. 38, Clarac PI. 560 A, 1174 A, PI. 558 A, 1182 B. (») (*)

(»)

Clarac PI. 421, 742, PI. 311, 722.

EINE BRONZENE ATHENASTATUETTE AUS NEUMAGEN

Ghiaramonti sichtszüge

Und

(^),

in

welche Amelnng

die Spätzeit

schliesslich hat

aus der zweiten

ihrer praxitelischen Ge-

des Praxiteles setzt, ein gutes Beispiel.

Amelung

Hälfte

des

Variante 3

für

IV.

442 No. 262

seines Kataloges S.

wegen

313

mehrere Beispiele

Jahrhunderts im zweiten Bande (Taf. 49) zusammengestellt.

Diese neue Kunstrichtung, der es vor allem auf klar bewusste Ordnung und Uebersichtlichkeit des organischen Baues des Körpers trotz seiner Verhüllung durch die Gewandung ankam, er-

wuchs in bewusstem Gegensatz zu der des Praxiteles, an dessen Gewandstatuen namentlich in der Spätzeit eine Abnahme des Interesses an der plastischen

am Gewand die einzige

Form

zu konstatieren

Norm

zu gunsten der lebhaften Freude « der Körper nicht mehr

für den

ist,

Anlage der Gewandung bildet, sondern Schaffensperiode nach seinem klein-asiati-

für die

der in seiner zweiten

schen Aufenthalt eine grössere Vorliebe für das scheinbar als für das merkbar Beabsichtigte bekundet » (^).

zufäl-

lige,

In einem Kunstkreis, der wohl den Stil

des

Praxiteles

zur

Voraussetzung hat, der aber durchaus selbständig an der Weiterentwicklung des Gewandstils arbeitete, muss denn auch das Original, auf das unsere ist

der

Einfluss

Athena zurückgeht, entstanden sein. Wohl Formen und praxitelischen Ge-

praxitelischer

schmacks noch unverkennbar

in

der zierlichen Gesamthaltung, der

Wendung des Kopfes, dem lieblichen Gesichtsausdruck, aber die Umbildung des Gewandmotivs bedeutet eine eigene, persönliche, von Praxiteles unabhängige Leistung, ünpraxitelisch sind auch die überaus schlanken, eleganten Proportionen, das stark Bewegliche, Graziöse der Erscheinung, das an eine Beeinflussung von der Seite des Lysipp her denken lässt.

So können wir für eine Spanne Zeit von etwa 120 Jahren eine stets fortschreitende Entwicklung an unserem Gewandtypus feststellen, die aber trotz der Veränderung der Einzelheiten ganz konservativ an den aus •.:ipien

dem V. Jahrhundert überkommenen

der Gesamtanlage festhält.

E. PÖLZER.

{')

Amelung,

a.

a.

0.

I.

S.

542 No. 354 Taf. 56.

(} Amelung, Basis von Mantinea 61.

Prin-

VIAGGIO EPIGRAFICO DEL SETTEMBRE-OTTOBKE 1910 PER

1

LAVORI PREPARATORII

DEL CORPUS INSCRIPTIONUM ETRÜSCARÜM.

üna

raccolta epigrafica, la quäle possa soddisfare

esigenze di

uno studio

alle varie

non puö formarsi nelle sale di

scientifico,

una biblioteca cou semplici relazioni

scritte o

stampate

;

oltre

ma,

quella generale preparazione filologica che si domanda per qualsiasi ricerca di antichitä classiche, essa richiede viaggi ed indagiüi accurate nei luoghi dove le iscrizioni furono rinvenute o sono

conservate, perclie queste siano presentate in copie fedeli ed esatte.

Se ciö

e necessario

per qualsiasi

raccolta

epigrafica in

generale,

un Corpus Inscriplionum Etruscarum, monumenti di letlura non sempre facile, va-

assai piü deve esserlo per in cui

si

tratta di

riamente discussi e interpretati, e molte volte arrivati

siiio

a noi

guasti dall'opera del terapo e dell'uomo. Per queste ragioni principalmente il compianto prof. Pauli alla pubblicazione del nuovo

Corpus premise una in parte dal suo

serie di viaggi

compiuti in parte da

lui,

degno collaboratore e continuatore prof. 0. A.

e

Da-

nielsson, ricercando dappertutto gli originali delle iscrizioni tanto

edite quanto inedite, per ricavarne copie meccaniche in calchi, lucidi,

fotografie ecc, con cui allestire

i

facsimili, che

dovevano

il-

lustrare e documentare l'edizione. sotto le eure dirette del

Cosi,

primo volume del C tali

continiiano

monianza

i

due

i

I

E., e

primo editore, vide la luce il cosi coi medesimi criteri fondamen-

lavori del secondo volume, fascicoli giä pubblicati

:

comparso alla

fine

del 1907);

testi-

quelle del prof. Daniels-

son, contenente le iscrizioni di Orvieto e del (fascicolo

come ne fanno

territorio Volsiniese,

e quelle del dott.

Herbig,

315

yiAGGIO EPIGRAFICO ECC.

con le iscrizioni falische di Civita Castellana e dei creti,

comparso nella primavera dello scorso aono

vicini

sepol-

(^).

SiiUo stato dei lavori in generale e su qualche modificazione introdotta nella redazione dei secondo voliime in confronto dei

primo, fece una comunicazione il prof. Danielsson nel Congresso internazionale di Scienze storiche di Berlino (agosto 1908), pube intorno ai viaggi comblicata poi in Le Mond Oriental (^) ;

piuti in Italia rifeii per la parte sua

Accademia

conti della R.

che anch'io riferisca

dott.

il

brevemente

Herbig nei Rendi(^). Resta ora

Monaco

delle Scienze di

all' ultimo

intorno

epigrafico compiuto nel settembreottobre 1910 ("*). Questo viaggio ebbe per limiti estremi Firenze

Archeologico da una parte, dall'altra;

ma

le

dei

e il

suo Museo

e la sua Biblioteca

comunale

ricerche principali furono dedicate alle iscrizioni

Museo Archeologico

delV inslrumen tum dei noscritti

Fermo

mio viaggio

conservati

Fabretti

di

Perugia e

Biblioteca

nella

ai

ma-

comunale

di

quella cittä.

Coadiuvato validamente dal gacia ha

diretto

il

prof.

Bellucci, che con molta sa-

nuovo riordinamento di quell' importante Museo,

e insieme con lui dal

dott.

Fiumi

bibliotecario

dell'üniversitä,

Litterarum Regiae (*) Corpus Inscriptionum Etruscarum Academiae ßorussicae et Societatis Litterarum Regiae Saxonicae munißcentia adiutus in societatem operis adsumpto Olavo Augusto Danielsson edidit Carolus Pauli.



Volumen alterum post obituni Paulii adiutore Bartholomaeo Nogara

deruiit 0. A; Danielsson et

Gustavus Herbig, Sect.



I,

fasc. 1 (Tit.

edi-

4918-5210)

Lipsiae apud loannem Ambrosium Barth, 1907. Veterum Unguis Falisca et Etrusca conscripti. Conlegit edidit enarravit Gustavus Flerbig. Ibid. 1910. C). Der gegenwärtige Stand der Vorarbeiten zum Zweiten Bande ekes

curante 0. A. Danielsson. Tituli Faleriorum



Corpus Inscr. Etr. II, 1908. Vorarbeiten zum Corpus Inscr. Etr. Sitzungsber. Kgl. Bayer. Ak. (') Wissensch. 1904, fasc. II, pag. 283 e sgg. Bericht über eine Reise nach



Italien in (*)

Frühjahr 1908. Ibid. 1908, pag. 30*

I miei viaggi di ricerca di iscrizioni

estate 1893 per irapulso dei

mio maestro

piuti fino al 1900 si trova relazione negli

e sgg.

etrusche

Accademia sono depositati

in quegli anni. nio,



nella

Dei viaggi com

Annuari dell'Accademia

letteraria di Milano, 1894-95, 1895-96, 1897-98, 1898-99 la stessa R.

cominciarono

prof. Elia Lattes.

scientifico-

1899-900,

e

presso

calchi, disegni e trascrizioni raccolte

Delle iscrizioni ancora inedite, raccolte nell'ultimo decen-

renderö conto nei prossimi fascicoli di queste Mitteilungen.

316

B,

NOGARA

potei esaminare e prendere calchi di tutti quei

racotta e di bronzo custoditi nelle lettera



incisa o graffita

vasi

materiali di

ter-

che

vetrine,

portano qiialche forme e dimensioni diverse,

di

candelabri, sigilli, tessere od amuleti, specchi, strigili, armi, ecc.



che vanno sotto

e

11

nome generico

di

instrumentum.

Si tratta

molte volte, specie nei vasi di terracotta, di pochi segni convenzionali e di una o due lettere apposte forse dai commerciaati antichi (*), di cui im tempo si faceva poco o nessun conto, ma che coa Testendersi

ora,

e

l'approfondirsi delle ricerche, possono

nuove ipotesi circa

gerire o corroborare

degli Etruschi colle popolazioni

loro

le

e

contemporanee,

siig-

scambi

relazioni e gli

che

nel

suH'esempio del C I L., tra le iscrizioni deU'Etruria propriamente detta, formano una classe speciale, che giä il Pauli af-

C

I E.,

per la redazione, al dott. Herbig. (Jn esame accurato di tutti i manoscritti del Pabretti avrebbe

fidö,

domaudato un tempo

assai piü lungo di quello del

disporre, tanto piü che la

tessi

maggior

parte di

quäle io po-

quei manoscritti

risulta di scartafacci e di minute, mescolati senza alcun riguardo

materia a cui

alla

il

restringere risce tre

Dovetti perciö, per questa volta, mio studio a quella serie di manoscritti che si rife-

espressamente

Sttpplementi,

e

nel suo viaggio del

si

al

riferiscono.

Corpus Inscriptionum Italicarum

1908

(*).

serie si

di

Qnesta prima moltissime Schede

scritte.

I

e ai suoi

che fu in parte esplorata giä dal dott. Herbig

14 volumi giä rilegati, e parte a stampa e parte mano-

compone

di iscrizioni,

volumi rilegati contengono

di

i

Fabretti per la pubblicazione del suo

materiali che

servirono al

e del

Glossario, e

Corpus

presentano in generale una divisione analoga a quella adottata nel volume si riferisce alle iscrizioni da liii dette RetoCorpus. II

P

Etrnsche

(Italia

settentrionale)

;

il



alle

umbre;

i

sei

dal S^ air8° alle iscrizioni etrusche propriamente dette; il

10*'

agli

arcaiche;

(*)

i

specchi etruschi;

il

tre ultimi, dal 12° al

volume 11°

il

volumi 9<>

ed

alle iscrizioni latino-

14°, alle osche. Si trovano riuniti

Molto istruttivo in proposito h il lavorö del dott. Rud. Hackl, Merauf Attischen Vasen, München, 1909.

kantile Inschriften (2)

Devo anche qui grazie

special! al sig. conte dott.

Vincenzo Ansidei, mie ricerche in

direttore della Biblioteca, che agevolö con molta liberalitä le

questi manoscritti.

317

VIAGGIO BPIGRAFICA KCC.

volumi

in questi

calchi e disegni d'iscrizioni

mandati a

stesso

lui

fatti

dal

Fabretti

dai siioi corrispondenti, lettere che descri-

Yono monumenti ed iscrizioni di recente scoperta o tratte da madi altre biblioteche (per esempio, nel volume VIII, a sono le iscrizioni estratte dalle schede dell'Amati conser174, pag. yate nella Biblioteca Vaticana e coraunicate fin dal 1848 dal

noscritti

P. Demetrio Diamilla), note e riassunti di pubblicazioni etruscologiche, ecc.

Fra

le lettere,

dotti al Vermiglioli

sono

parecehie e

,

del

Vermiglioli,

fra queste, in fine

o

volume

al

di

altri

se

3°,

ne

trovano diie lunghissime sottoscritte coUe iniziali L, L. e con la data del 1800 da üdine, che sono sicuramente di Luigi Lanzi. Risulta dall'esame dei volumi 9-10 che il Fabretti non fece

uno studio originale delle

iscrizioni

Panofka

del Braun, del Bunsen, del

fondamentali del Gerhard. e

descrittive, dei

degli

e le sue

trasse per essi le sue notizie

II

specchi

copie

dalle

etruschi,

specialmente dai

e

confronto poi delle

ma

pubblicazioni

notizie

volumi storiche

calchi e dei disegni contenuti in questi volumi

Corpus, dimostra che siffatti matemanoscritti hanuo servito giä alla preparazione della stampa e costituirono la parte sostanziale tanto del Corpus quanto del

col testo e con le tavole del riali

Glossario.

Oltreche ai quattordici volumi rilegati, rivolsi la mia attenzione a quelle parecehie migliaia di schede di iscrizioni che nivano subito dopo i volumi.

ve-

Esse erano in grau parte disordinate ma bastö l'esame sommario di alcune a farmi persuaso che rappresentavano il lavoro preparatorio del Fabretti stesso per una seconda edizione del C I L, ;

nel quäle dovevano rifondersi

Gamurrini

e

1

tre

Supplementi, VAppendice del

materiali offerti dalle nuove scoperte e dalle nuove

come si vede, egli stesso vagheggiava, con forze Pauli, piü gagliarde e con metodo scientipiü perfezionato, avesse deciso di farla.

pubblicazioni

prima che fico

i

;

edizione che,

il

La maggior

parte di quelle schede

erano

formate

delle iscrizioni etrusche ritagliati dalle pubblicazioni del e dei

Supplementi ed

coi

testi

Corpus

incollati su cartelle tutte di egiiali dimensioni,

alle quali erano State mescolate

Mi parve conveniente

molte

altre, soltanto manoscritte.

riordinarle secondo la distribuzione geogra-

318

B.

NOGAHA

del Fabretti, per vedere se veramente tutte le inscrizioni

fica

e

Corpus

dei

Supplementi

vi

del

fossero comprese, e se tra le Schede

manoscritte s'incootrassero raateriali inediti; tutte le iscrizioni del

e

e potei

persuadermi che

dei

Corpus Supplementi erano riportate immero progressivo siille schede cosi come furono stamcon qiialche aggiunta, qua e lä, manoscritta, di genere bi-

col loro

pate,

bliografico,

che le schede manoscritte riproducevauo

e

le iscrizioni

Appendice del Gamurrini, nelle Notüie degli scavi^ nel BuUeitino e nelle Mitteilungen dell'lnstituto,

pubblicate

\iq\Y

posteriormente

ecc.ünica eccezione facevano parecchie schede di Adria, nelle quali, erano riprodotte molte sigle graffite sui vasi del Museo ßocchi. Di piü, alla scheda della iscrizione n. 14 del

oltre quelle giä note,

Corpus (tav. II) erano uniti due lucidi, l'uno dei quali fornito dal prof. C. Cipolla (cfr. Notisie degli scavi 1884, pag. 10), i dai differiscono facsimili e dal Fabretti stesso quali pubblicati tav.

II,

14) e dal Pauli [Altital. Forsch.

I,

pag. 19, tav.

II, n.

38),

dänno lezione diversa da quella comunemente accettata.

e perö

In altra occasione spero di poter riprendere e compiere la esplorazione delle carte rimanenti.

Ancora

in Perugia, grazie alle indicazioni ed ai buoni uffici

del prof. Lupatelli

dell'üfficio regionale per la conservazione dei

Monumenti neiriTmbria, sig.

Romeo

Duomo.

Bartoccini

potei visitare

il magazzeno del capomastro Maestä delle Volte dietro il

la

presse

Ivi sono riuniti moltissimi

colti dal Bartoccini

frammenti

architettonici

rac-

in occasione dei lavori

compiuti in Perugia e mella provincia, e tra essi parecchi ossarii e cippi etruschi, nove dei quali con iscrizioni, delle quali, col cortese consenso del proprietario, potei prender copie e calchi (').

Bellucci, presi

il

Accompagnato poi dal

Bettona e conservata nell'orto della

sig*.

Marzia De Sanctis,

zione che sembra ancora inedita, benche la

giä in una (')

di quel

abbia

1879

Mentre correggo queste bozze, mi giunge notizia che

E

a far voti che

magazzeno non vadano

d'accordo colla

i

materiali

d'

importanza

iscri-

figurato

{'^).

11

signor Bar-

storico-artistica

dispersi, e che TUfficio Regionale dell'Unibria

Provincia e col

Comune ne agevolino

Archeologico deirUniversitä. (^) LMscrizione h la seguente il

stele

esposizione tenutasi in Perugia nel

toccini e morto.

prof.

calco dell'iscrizione di una stele proveniente da

:

ar

nesso delle due lettere iniziali ar.

.

hatina

.

l

.

,

l'acquisto

al

Museo

nella quäle h notevole

319

VIAQGIO EPIGRAPICO ECC.

A

Chiusi,

che

tilezza, sci'itti,

di

il

si

ciii

sig.

Luciano Lancetti consenti, cou l'nsata gen-

potessi copiare e fare

io

calchi di alcuni cimelii in-

i

e arricchita la sua raccolta

ch'egli poi volle cedermi in dono, un'olla

con quattro figiire, coi loro

A

nomi

:

quattro pesi da telai

ed uno specchio

fittile,

graffiti sull'orlo.

Fermo, nella Biblioteca comunale, vidi alcuni ossari fittili, due inscritti e conosciuti giä fino dal

e tra essi presi notä di

tempo del Pabretti.

Da ultimo logico,

il

dott.

a Firenze, presso

che prendessi copia del calco di toraba

Direzione del Museo Archeo-

la

Pernier, in assenza del direttore prof. Milani, lasciö

esplorata

nel

una

1909

luglio

iscrizione

Melone

al

scoperta

Sodo

del

in

una

presso

Di

questa iscrizione, col cortese consenso dello stesso lieto di poter offrire sin d'ora le primizie. sono prof. Milani, Cortona.

Essa era incisa

secondo (contando da

di

una porta

for-

di pietra contigui, in

modo che

sul

in tre linee sull'architrave

mato da due parallelepipedi destra)

sono

incise le

ultime due

della

prima linea. II primo parallelepipedo poi mezzo da una screpolatura. Lo spazio occupato

e attraversato

dall'iscrizione,

surato sul calco tra la prima e l'ultima lettera, e di

0,27 circa. L'altezza delle lettere e molto varia. La es.,

e alta

La

m. 0,105:

lettere

t

in

mi-

m. 1,05

X

iniziale per

m. 0,06 circa. presenta come certa. La

la v seguente e soltanto

lettura di questa iscrizione

si

l

formata da un'asta verticale a cui se ne aggiunge una piü breve obliqua verso sin. il piccolo tratto che piega a destra iniziale e

:

(vedi alla

flg. n. 1

lineetta

e 7)

e

appena accennato.

trasversale

che unisce

verticale aggiunto due aste della a (n. 2)

II tratto

le

320

sembra accidentale:

infatli

B.

NOGARA

il

solco

e 8) e

il

del

Una

neetta non sono fra loro congiimti.

tratto e quello della li-

particolaritä della r (n. 3

piccoto tratto obliquo inciso entro la figura della lettera,

forse perche la figura tondeggiante di questa

non

fosse confusa con

quella della 0. Per tale particolaritä una r siffatta, oltreche con o

puntata degli alfabeti

greco-italici,

si

con ß

confronta anzitutto

raffigiirato negli esempi piii recenti col segno di o semmentre nei piu antichi appare crociato, piintato ed anche

etruseo plice,

con tratto trasversale, e secondariamente colla figura di u con punto sovrapposto nell'osco in rappresentanza del suono o, e di u con tratto verticale in

come

si

mezzo

vede nelle due

alle

discendente a sinistra della u raente in

i

cui

trave,

due della si

i (n. 5).

congiungono

estremitä superiori delle due aste,

iscrizioni di Novilara (0-

i

La

(n.

4)

H

piccolo tratto

e affatto accidentale:

linea verticale n. 6 indica

due parallelepipedi che formano

simil-

il

punto

l'arclii-

quella serpeggiante a sinistra del n. 2 la screpolatura che

attraversa tutto

Tra

le

il

primo parallelepipedo.

particolaritä paleografiche dell' iscrizione, oltre quella

manda questa iscrizione con quelle dei testi ß meno recenti con puntato, si rileva tosto l'alternarsi, da una linea all'altra, della direzione della e, giusta il vezzo proprio di della r puutata, che

altre

iscrizioni

nella quäle

quella della

i

cortonesi

due

Ä

(^)

di

;

circoletti o

(lin.

3),

piü,

la

forma

rombi appaiono

in cui l'asta verticale

della

f

ancora

(linea 2),

disgiunti;

e separata dai

due

che s" incontrano ad angolo verso sin. e quella della m^ n^ s' formate da cinque, tre e quattro lineette spezzate. Tutto sommato perciö, se l'iscrizione non ha paleograficamente

tratti

i

caratteri di quelle piü recenti,

piü antiche: di

;

non

di

meno,

vasi trovati nella tomba,

non possiede neppur quelli delle alcuni frammenti

se si tien conto di i

quali appartengono al

VI

sec. a C.

una palmetta d'avorio intarsiata d'ambra che trova riscontro oggetti della tomba IJarberini di Palestrina, non si andrä lou-

e di

in

due nuove iscrizioni preromane trovate presso (*) Vedi E. Lattes, Di Pesaro. Rend. R. Acc. Lincei, 1893, pag. 784 e sg., e tav. IIl*. 466. Infatti nella nostra iscri(») Vedi C I E., 442, 444, 445, 448, 453, zione la e della prima linea volge a. d., i due della seconda a s., e i due della terza ancora a d.

VIAGGIO EPIGRAFICO ECC

attribuendola ai secoli

tano dal vero

VI-V

321 (^).

Ciö

confermato

e

pure dairesame dell' iscrizioae nel suo contenuto. Essa e ininterpunta; ma la divisione delle parole e ovvia, almeno nella seconda e nella terza linea che contengono due nomi proprii di persona,

femminile

bimembri

secondo:

il

quindi

ambedue

coniugi deposti nella cella sepolcrale incisa Tiscrizione:

Ärnt Mefanates

maschile

(^),

quasi con

certezza

i

il

nomi

primo e dei due

sulla porta della quäle era il

marito e Velia

Crapisnei

la moglie.

Amt

Velia sono due prenomi comunissimi, ed anche

e

(^)

nome Mefanates

e

territorio (C I E. I,

Non

ma

rappresentato da

il

di Chiusi e del suo

altri

esempi 1927, 2468), e dal gentilizio latino Mefanas

(^).

conoscono finora altri esempii di gentilizii come Crapisnei; non e nuova la radice crap- che ritorna cinque volte nelsi

riscrizione della

Mummia

Stastne con Petinius,

Resta la prima linea,

nomi proprii

e in

(^)

sempre confrontarsi con lat.

Crapilunia

Cramponius

C^),

(^),

e Crapisnei

puö

come Petsna Ratumsna

Ratumenna Ratumennia^ Statinius ecc. (^). nella quäle non mi sembra dover ravvisare

di persona; quindi, partendo dal noto avi^ dividerei

le parole cosi:

tus'Bi

-

avi

-

rupnineBi.

come mi suggeri il prof. Lattes, e Variante regolare per tus'(r)di^ come LaOi LaBial Laßialisa per Larßi

tus'Si^

fonetica

Larßial

(*)

AB

e

ecc.

per

ArnB

ecc, e perö

si

confronta con tus'urBi

Ciö risulterä ancor meglio dalla relazione circostanziata dell'interessi sta preparando dalla Direzione del R. Museo Archeolo-

sante scoperta che

gico di Firenze. (')

«

Nelle piü fra le arcaiche le persone si nominano di solito con for». E. Lattes, Le formole onomastiche delVepigrafia etrusca

mola bimembre

XIII

pag. 64 e seg. LO s'incontra per lo piü nei testi di scrittura arcaica. Vedi E. Lattes, Saggio di un indice lessicale

in Äfem. R. Ist. (^)

etr. in

Amt

Lomb.,

per ArnB,

vol.

(serie III),

AB come Lart

Mem. R. Acc. Arch. B. Lett. Vedi W. Schulze, Zur Gesch.

(*)

per Lard,

di Napoli, vol. I (1908) pag. 135. lat.

Eigennamen, pag. 214

e seg., 531,

556.

Vedi E. Lattes, Saggi ed appunti in Alem. R. Ist. Lomb., vol. X e A. Torp. in ßtrus. Beiträge, I, pag. 82 e sg. III) § 50, pag. 238 [106j E. Lattes, Correzioni giunte postille al {^) C I E. I, 1644, 2445 ed (•)

(serie

;

CIE. W.

(')

Vedi

(«)

Vedi W. Schulze, op.

Schulze, op.

cit. cit.,

pag. 301 e 591 add. alle singole

voci.

22

322

NOGARA, VIAGGIO EPIGRAFICO ECC.

B.

(G I E.

3858

I,

e ius\ureir) 433,

3858

pure nelle due iscrizioni

e

tusurSir 3860) tanto piü che esso e voce aggiiinta, come ;

3860

qui premessa, ai nomi di due defunti

sieme in un solo ossario

uomo

e

donna

raccolti

in-

(^).

avi ritorna piü volte nei testi etruschi, ed e spiegato dal prof. 0. A. Danielsson (^) corae corrispondente etrusco dal prenome o gentilizio

Avius

tendo che in dissente

il

(cf.

prof.

ma, pur consencit., pag. 348) ave avei avi rispondano ad Avius, ne quäle trova legittimo supporre che tali

Schulze, op.

taluni casi Lattes,

il

;

nomi comuni (^); e l'esempio della nostra iscrizione rincalza, se non erro, questa opinione. voci abbiano talvolta valore di

Rimane rupnineOi^ dove gulare che va di

Agram

Lattes



p. es.

('*).

si

si

tratta certamente di locativo sin-

con repin-ßi repine delF iscrizione della Mummia cosi ancora mi suggerisce il prof.

rupnine poi



confronta con acnina,

hupnina, Alpnana, Alpnani, Vipinana, husrnana, Velznani, Einainei ecc. (^); e la coppia locativa avi rupnineOi si riconnette ad isvel tuleti del-

Axinana,

l'iscrizione

capuana

28)

(lin.

deiriserizione orvietana della

i

(^),

rumi

o meglio ancora a

tomba

Grolini

(C

I

trineOi

E. II, 5093).

Se pertanto nella seconda e nella terza linea sono nominati insieme sepolti, nella prima si avrä

defunti marito e moglie

una formula introduttiva, la quäle poträ contenere un saluto ai due coniugi, oppure Tindieazione generica del luogo e dello scopo a cui esso era dedicato. B.

NOGARA.

{') Vedi E. Lattes, Rend. R. Ist. Lomb., 1899, pag. 1359. () Nella recensione di Die vorgriech-Inschrift von Lemnos di A. Torp in Berl. Philol. Woch., 1906, col. 594 e segg. (») Vedi Rend. R. Ist. Lomb., 1907, pag. 824, nota 13.

(*)

Vedi E. Lattes, Saggi ed appunti

dncYio rupinie

rupinam

(=

ecc. § 22 pag. 137 [35] e sg. Cfr. luogo sacrificale) delle tavole di Gubbio (I b 27,

35 ecc), e i gentilizii latiiii Rupius e Rubenius (Schulze, op. cit., pag. 321j. Per e in luogo di u cfr. Grutluniai Cretlu, Repusiunas vedi Repesunas E. Lattes, Rend. R. Ist. Lomb., 1908 pag. 843. :

e

(')

Vedi E. Lattes, Saggio di un indice lessicale ecc, giä

(«)

Vedi, anche ultimaraente, E. Lattes,

cit.

a pag. 37

69.

gründe iscrixione di Capua pag. 10 e nota 17.

in

Le annotazioni

Atti R. Acc.

Arch.

ecc.

di

del

Torp alla

Napoli

XXV,

SITZUNGEN

16 Dezember 1910.

Th. Ashby,

Drawings of Rome

in

British

Collections.

26 Januar 1911. G. Boni, Mura ürbane.

BERICHTIGUNG

Zur Figur auf Seite 222

ist

statt

'

'

terracotta

zu lesen

'

pietra

*

tufacea

.

Nachtrag zu

S.

278.

Die Rolle in der Linken des Ehemannes während der Hochzeitszeremonie, auf welche auch Birt, Buchrolle S. lernte ich aus

kommt, im Archiv stehen.

für Papyrusforschung I S.

Danach weist

67 zu sprechen

Bemerkungen von L. Mitteis und Wilcken

sie

auf den

Schriftehe, eine verbriefte

343 und 487

präziser ver-

syyqatfog hin, auf die mit ausdrücklicher Bedin-

yciiiog

Monogamie

gung der (fvvofxTjaig, der cohabitatiOj griechischen wie lateinischen Terminus in eigentlichem Sinne zu fassen. Nichts anderes will

demnach das Täfelchen

in

unserem Relief besagen. F.

Häuser.

REGISTER

Athena, Typus auf Relief von Genua

äyafiog 276. Aelius Messius (inschr.) 267.

Aegina, Inschr.



303.

vom Aphaiaterapel

197.

Ausgrabungen Furtwaenglers 207.



primitiver

Tempel nicht

vor-

handen 209.



Goldelfenbeinstatue 217.

Agonium

sterienreliefs

Ursprung fuer Mynachzuweisen

nicht

140.

Amor am Baumstaram dfnbrjrog 276.

Mauer xb

roera. Religion 76. Apollon, Kolossalstatue in Gela 10,15. auf dem Panzer des Augustus





canosinischen 182.

Architektur auf hellenistischem Relief

Genua 301.

ad



Original arbeit 29. Portraet 29.

— —

Panzerrelief 30.



Amor am Baumstamm 50

avi etr. 322.

kologie 75. Ballspiele als Liebessymbol 285. Basis von Mantinea 307.

v.

328, 111,

127.

Wolken

der

Canosinischen

Vasen

192.

Beil als Schmuckstueck 253.

Belagerung von Agrigent von Gela 6.



6.

Binde, weisse 39.

Aristophanes, Froesche



der Villa

gallin as 28.

Bogen und Koecher der Grosskoenige

Arezzo, Topographie 296.

v.

725

137.

Cameo Gonzaga

276.

(Petersburg) 44.

Campanareliefs 106, 132.



Tempel von Gela

40.

Bonucci, Ausgrabungsberichte 169,172. Camöe de la Sainte-Chapelle 53.

321.

Athena, und Satyr mit Floete 300. Statuette aus Neumagen 305



Standort in

Bauernstil

36.

Apulische Vasen, Chronologie 193. Vorbilder fuer die

dr6^g

— —

babylonische Forschungen und Etrus-

Animismus der

etr.

36.

Augustnsstatue der Livia 27. Literatur 27 A. 1.

Auslandssklaven 246.

genannt

'EXXrjPixö

263, 271.

Arnt

160.

Aurelius lulianus (inschr.) 267. M. Aurelius Rufinus (inschr.) 267.

Andros, Mithrasinschr. 263.



E

Auguralsystem 83. Augustus auf Arndt'schem Relief

der Augustus-

statue 50.

in

I 21

77.

alexandrinischer



Athenaeus

12.

Canosa, Vasen 168. „

— —

Chronologie 168.

ungenuegende Inventare 170.

REGI8TKR Canosa, Schichten der Gräber 179. Vasen der Verfallszeit 195.

— —

reiche und arme Graeber 196.

vom Sarkophag von Torre

Capitell

Nova

96.

325

Feldbinde 44.

Hand des Augustus von Primaporta 49. Fell des Satyrs auf Relief von Genua Feldzeichen in der

303.

Capitolinische Gottheiten 81. Caracalla 265.

Fermo,

Centocelle, Mosaik aus 257.

Fischgraetenmuster 185.

Chimaera von Arezzo 293.



S.

Lo-

Chiusi, etr. Inschriften 319. Cicero, in Verr. II 103 u. 192, 23.

Cod. Marc.

118, 288.

IV 149

Delphinreiter,

Demeter auf

Nova

56, 64.

Amor

d.

als 50.

Sarkophag von Torre

d.

Panzer des Augustus 36. 1,

6,

23.



127, 289.

Jibg xtö(ftov 122, 287.

Etrusker, und die roemische Religion 74. in historischer Zeit 75.

Herkunft aus dem Osten 77.



Erlaeuterung 59.

A.

Einwanderung

in Italien 78.

Etruskische Inschriften 314.

Gallia auf

phie

— — — —

— — —

d.

Panzer des Augustus 37«

und Topogra-

zur Geschichte 1.

Literatur

1. 2.

Flussmuendung Stadtmauer 13.

Tempel vor der Stadt wieder bebaut 26. Schriftquellen

ueber

die

Geta 265.

Genii tutelares 38.

139, 290.

Gewandmotiv der Athena von Neu-

magen

309.

Glaspaste, Berliner mit Victoria

£t&vptr]Qia 93.

und

Parthern 35, 41.

evocatus Augustorum 267.

Nachlass

Zer-

stoerung 23. Geloer in Phintias 16, 25.

Eubuleus, Kopf des sog. 113, 116. Eumoipos auf Sarkophag von Torre

hds.

14.

zerstoert 15.

Genius des Mannes 81.

Fabretti,

281

am Tronk der Augustus-

Etruskologie 75. Erinnyen, Tracht 162

Nova

Ilissos

1.

Gela,

Dionysos vom Herculanum 163. auf Sarkophag von Torre

— —

Allgemeines 56. Text 58.

statue 54.

Diodor ueber Gela

Nova

— — —

Gaius Caesar

117.

^idXi&o? 253.

Diana auf

Floete auf Relief von Genua 303.

Forum, Sepulcretum 79. Fries vom Tempel am

321.

etr.

76.

Fontanas Rechnungen ueber den Abbruch des Septizoniums 56.

rentino 296.

Crapisnei

Rom

Flechtband 187.

gefunden fuori porta

Cista mystica

Inschriften 319.

Flavius Clarinus (inschr.) 267.

Fundbericht 295.



etr.

Festkalender in

ueber

Inschriften 316. Falerii 78, 81.

Farnesina, Wandgemaeide 261. favissae 80 A. 1.

etr.

yvMQiafjiata 252.

Grabstele des IV. Jahrh. 280. Griechisches

in

der

roera.

74, 79.

Grotten des Mithras 269.

Religion

326

REGISTER 81.

gruma

lateinische

Epigramm

:

Haartracht des Hierophanten 159. Hadrian im Typus des Ares Borghese

ronski, I



im Typus Diomedes 44.

des

Muenchener

A.

Schmuckstueck 253.

als

Haus und Tempel 220. Hausform des Sarkophages

91.

Hekate auf Sarkophag von Torre Nova 125.

35579 243 A. 68.

X

228 A. 4

338

Romana

Interpretatio

1.

VIII 2657

80.

lulia auf Relief von S. Vitale 54.

Inno und lanus 81.

Helm, griech. Typus 43. Herakles

Nova

auf

Sarkophag von

Torre

137, 291.

Hierophant 156, 166. Hispania auf d. Panzer des Augustus

— — —

Regina von Veii 85. Schutzgoettin der Frau

81.

Sororia 81.

M. etruskisch

luppiter 0.

80.

Klagefrauen in Athen 147.

37. in militärischer

Verwendung

47.

Hydria aus Rodi 112. aus Cuma 112.



in der

146.

auf Sarkophag von Torre

und luno

81. 1.

Königsdiadem

39.

Königsgeschichte Roms 76. Köre auf Sarkophag von Torre Nova

Inschriften

Vorarbeiten zum C. I. E. 314.

120.

KovQOTQÖcpog 33.

neue in Florenz 319.

Kriegsgefangene

neue in Perugia 318 A.l.

Kyma, lesbisches

vom Aphaiatempel

in

Aegina 197, 206.

AGANAIA

96,

Sklaven 224

A

1.

97,

Nymphaeum

68.

hellenistisch- rö-

mische 260. Limitation 81,

XIV 256-259,8.18. 666 S.228A. 2393, 481c

Lambaesis,

als

Landschaftsmalerei,

auf Pithos

aus Gela 12,

— —

100>

KX]6olra 201, 210.

230 A.

Inlandssklaven 246.

Gr.

153.

Kunsteinfluesse

304.

Indi, ethnographisch unklar

I.

145.

Klageszenen am Grabe kleinasiatische

lanus Curiatius 81.

griechische:

auf Sarkophag von Sidon

Nova

115, 143, 289.

:

in Berlin 147.

Kunst 110.

auf Sarkophag von Torre Nova

etruskische

— —



lakchos im Kult 109.



5639 225. 32640 267.

I&isschopf 141.

hellenistische Innenszenen 259.

— —

2.

VI VI VI

Haruspizin 85.

Hund

Pamphylien n. 107. S. 71.

CLL. VI 220,22,8.243

44.

Hahn

105

bei Lancko-

4.

S. 22.

gefaelschte 22. lateinische: n«ue des Mithraskultes

auf Andres 263.

Lindioi, Akropolis von Gela 14 A. 2.

Lorbeerbaum apotropaeisch 107. Loewenfell auf Sarkophag von Torre

Nova

287.

Lutrophoros auf dem Grabe der 291.

äyafioi,

327

REGISTER lydische Graeber und Etruskologie 75. lysippischer Einfluss in der Athena von Neumagen 313.

Maeanderband auf canosinischen Vasen 183.

Mamertiner Zerstoerer von Gela 15.

Mars

Ultor, zwei

messapische Vasen 168.

Mosaik im Wiener Hofmuseum 257. Replik Wandgemaeide der Farnesina 258.



Verhaeltnis von Bild und Mo-

zum

saik



Original 260,

Farben 261.

— —

beim

luliustempel

Tempelbild des Mars Ultor 34, 43. Gerraanicus mit Feldzeichen 49.

Musaios und Deiope

Musterehe-

als

Mus.

von Bol-

artistico, Spiegel

sena 46 A.

1.

Mus. Capitol., Hadrian 44. Mus. Later., Sophokles 308. Mus.

Naz.

d.

Terme, Campa-

narelief 106.

— — — —

Urne vom Esquilin 106.

Wandgemaeide

258. v.

Prima

Turin, Sarkophagfragment 106. Wien, Hofmus., Mosaik 257. Samml. Franz Ferdi-





nand, Theseusfries 280. Mysterien auf Sarkophag von Torre



:

Nova

teilt

103, 123.

von Eleusis

nicht

dreige-

136.

Mysteriendarstellung und Ehelosigkeit

Berlin, Klagefrauen 147.



Hiero-

Barberini, Schutzflehende 147.

— — —

paar 284.

Athen, Meto