Pagine letterarie e ricordi

26...

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Discussioni e ricerche letterarie
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Vincenzo Monti ; ricerche storiche e letterarie.: ricerche storiche e letterarie
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Scritti e ricordi
Includes bibliographical references and index Library's copy 2 is part of Leonardo Borgese Collection Library's copy 2 shelved at: ZZ 1 C no.295. Contains ephemeral material

Ricordi d'infanzia e di scuola
Ricordi d'infanzia e di scuola -- Bambole e marionette -- Gente minima -- Piccoli studenti -- Adolescenti -- Due di spade e due di cuori 26

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PAGINE LETTERARIE

PAGINE LETTERARIE

RICORDI

PAGINE LETTERARIE RICORDI DI

ISIDOEO DEL LUNGO

IL

PAKINI - DIPOETO DANTESCO - RITRATTI FIORENTINI DIVAGAZIONI GRAMMATICALI - SAPAVAMCELO

CESARE GUASTI

-

UBALDINO PERUZZI - ALTRI RICORDI - RICORDANZE NAZIONALI

ISCRIZIONI

IN FIRENZE G. C.

SANSONI, EDITORE

1893

^"viBT^^

PROPRIETÀ LETTERARIA

Tip. di G. Carnesecchì e

figli,

Piazza d'Arno.

A PIETRO DAZZI

Caro PietrOj Questo volumetto, del quale una parte contiene ricordi cari della

per ricordo

e

mia

vita, voglio sia dedicato

a

te^

suggello della nostra vecchia amicizia^

Firenze, nel maggio del 1893.

I.

D, L.

PARINI

IL

NELLA STORIA DEL PENSIERO ITALIANO (*)

•Ignori,

A

chi parla d'un

la vita e

mento

con

gli

de' suoi

esagerarne

al

corgersene se

sopra

le idee o

il

senti-

concittadini, accade facilmente di

le lodi.

naturalmente

grande uomo, che operò con

scritti

lo

E

ciò

perchè

affeziona

e' si

soggetto che tratta, e senz'acingrandisce; quando pure non

desideri di maravigliar gli uditori con la scoperta di nuove relazioni non avvertite dagli

e

fatti

umani

cosa

oggidì

sembianze de'

altri.

La

qual

avviene forse più di frequente. Imperocché non comportando più tempi gli sterili fiori dell'eloquenza accademica, si giudica che anche in sii

mili occasioni

possa un tema e debba essere stu-

diato con qualche la

acume

di osservazione: e così

novità che non può avere

il

soggetto,

dev'essere famoso e perciò notissimo,

si

il

quale

vuol tro-

vare nella maniera di trattarlo. Ora questa legge (*)

Discorso

letto nel

E. Liceo Dante

per la Solennità commemorativa degli

Del Lungo

il

dì 27

marzo 1870

illustri Italiani. 1

^

IL PARINI

che

il

pubblico tacitamente impone a chi s'ha da

credere lo abbia chiamato non a vano spettacolo,

può

di leggeri

ed

accennavo, servazione giiì

condurre

esagerazione che aver per conseguenza che T os-

filosofica

alla

letteraria riesca

come r erudizione

di certuni,

cipalmente dal desiderio gio poi,

quando

il

su per che nasce prin-

parere eruditi. Peg-

di

che impone la pe-

pubblico

ricolosa legge è così eletto ed autorevole

questo che m'accorgo aver

io

:

come

che posso a voi

più francamente confessare la mia insufficienza,

me ne Voi pertanto non udirete da cose nuove. Vere, mi studierò che siano; e

parlandovi per debito d'ufficio non perchè sia creduto degno.

me

certamente, quali nell'animo toria rità,

le

sento: che l'ora-

ha già troppi conti da regolar con la Vela « nuda dea » ^ di quel Poeta che oggi dà

titolo

e materia alla nostra festa scolastica.

Ma

se fra le lodi, che molte potrebbero darsi a Giu-

seppe Parini,

io

avrò scelto questa, ch'egli rin-

novasse nel poetare quel degno fine e altezza di concetti che i suoi tempi mostravano, non pure

ma

neanco quasi più riconoscere né pregiare negli antichi; non vorrete dirmi ch'io sia uscito del vero, né che l'argomento proposto al mio dire sia inopportuno a' tempi presenti; quando, o Signori, più che a questioni di lingua almeno con più passione, pare che di stile, aver perduto,

^

Nell'ode

U Impostura,

v.

6.

NELLA STORIA DEL PENSIERO ITALIANO il

secolo

e

il

si

fine

intorno forse poi gli

gì'

intendimenti

dell'arte, e vi si

travagliano

rivolga a quelle circa

supremo uni

piiì

e

i

gli

grande maestra,

à

filosofi

che

i

concordi

retori,

ad interrogarne

altri

quella

e d'arte e di vita, la storia.

L

E

veramente che

molti precetti,

o,

la

storia

almeno, che

i

acquistino quel lume e calore di vita, principii astratti è

valga

dell' arte

precetti il

da essa quale

negato dalla loro stessa uni-

versalità e comprensività, basta a dimostrarlo fatto,

ai

che studiare un po' a fondo

un'opera d'arte vale quanto far

un

il

libro o

capo all'esame

delle relazioni di quel libro e di quell'opera verso le consimili

non

dell'ingegno umano,

produzioni

altro nel

se

medesimo paese e nel periodo di Il qual metodo di critica sto-

quella data civiltà. rica a torto

si

accuserebbe che avvolga

il

libro

o l'opera d'arte nel laberinto delle digressioni e

quando anzi avvicina più dappresso allo scrittore od artista il lettore, cui impone lo studio de' tempi loro e della lor vita, quasi come termine di paragone entro limiti circoscritti. Con che viene a stabilire una norma, per la quale principalmente si distingue la moderna critica da quella de' secoli passati non potersi né di opere né d'ingegno sentenziare, che in pari tempo non de' paralleli,

:

si

giudichi e della vita e dell'animo;

o,

in altre

4

IL PARINI

un giudizio

parole, di

od

letterario

artistico essere^

sua propria natura, un giudizio anche morale,

uomo

ed ogni vita di grande

sponta-

riflettere

neamente una condizione o un aspetto o un inomento della civiltà. Se la poesia dantesca ci rappresenta il risorgere dell' ingegno italiano fioco per lungo silenzio, anche la vita di Dante, ne' mae negli esilii, negli studi

gistrati ci

dice la storia del gran

tanto dovè quel risorgimento

poeta chi l'uomo e

il

e le

pompe

Ruggero Estensi

medievali,

qual

di

e di

meno

non

gli ultimi

corti

guelfo, a cui

né intenderebbe istudiasse.

Se

bagliori di esse

italiane;

e

figliuoli

Bradamante non erano

principi

il

in se le splendidezze

messer Lodovico, i

:

cittadino

VOrlmido Furioso raccoglie ripercotevano nelle

e negli amori,,

Comune

ma

italiani fra

di gli

soli

tutti

qual più

xv e

il

il

xvi se-

colo: ora la storia de' suoi servigi in quella corte è storia

della sua poesia,

anche quando

egli

ci

addiviene, di poeta, cavallaro.^ L'alta malinconia

che riconduce

Tasso a quel vero,

il

intesse fregi, noi fa senza scusarsene

al

con

quale se la

Musa

ha sue radici nella trasformazione della vita d'Italia dopo caduta la libertà: e la corte dell'ultimo duca di Ferrara, dove quella grande cristiana,^

anima lemme

si

logorò, deve alla critica della Gerusa-

ispirazioni più. larghe e più eque, che

ne attingessero

i

1

Satire, VII, 238.

2

Gerusalemme

retori

liberata.

I,

antichi dal

2,

gretto

non con-

NELLA STORIA DEL PENSIERO ITALIANO

5

fronte de' due epici cinquecentisti. Quel che alla vita di Dante, Firenze; del

Tasso e dell'Ariosto,

la corte; sono a quella del Petrarca gli eruditi

e i

i

principi e le donne, gli

trovatori di Francia,

pubblica fiorentina e la repubblica e

Padova

di

mana. Così il

Roma

baroni di

e

i

pon-

d'Avignone; a quella del Machiavelli, la re-

tefici

i3ità

i

scolastici d' Italia e

i

l'

Italia

Medici;

e Pisa,

i

di

;

Michelangelo,

di

Galileo, le univer-

granduchi, la curia ro-

che studia

la critica, nell'atto stesso

generale nel particolare, e ritesse di secolo in

secolo la storia ideale dell'arte, non impone principi!

ma

li

deduce; non abbandonai

teoriche, anzi la indagine dei

fatti

fatti

perle

allarga ed in-

vigorisce, e questi rende, avvicinandoli, più elo-

quenti.

E

se io le chiedo

m'interpreti

il

Parini

poeta, essa pur con l'occhio intento alle forme e

mentre ricerca con quelle la forma pari-

alle vicende della nostra poesia, e

la relazione che abbia

niana, incomincia dal

considerare

nel

Parini

il

lombardo,

il

oampagnuolo

di Bosisio,

professore,

magistrato: la vita del Poeta; per-

chè

al

il

l'abate,

il

poeta sia commento l'uomo, e nel poeta,

compiutamente interpretato, apparisca e risplenda da sé quella forma che a lui piacque di poesia, e che

lui

distingue dagli

altri

l'arte e del pensiero, italiano.

nella

storia

del-

IL PAKINI

IL

La

vita dei Parini è presto raccontata, presto

giudicata. Nato in modesta condizione, condotta alla città

perchè cogli studi s'apra una

priraa eh'

e'

batte

è,

come

di tanti

via, la

a que' tempi^

un sentieruzzo d'Arcadia, ma che a lui sarà cammino a ben altre regioni chi in Giuseppe Parini rammenterà piiì Ripano Eupilino e Darisbo Elidonio ? Ed anche, come di tanti allora, ingegnosi :

ma

plebei e

poveri,

la

sua veste è

ch'egli però saprà rispettare, e

far

prete:

di

rispettabile

Presto partecipa alle guerre letterarie

altrui.

:

e

dalla pietà boccaccevole del padre Bandiera di-

fendere le forme, più potenti dove di

Paolo Segneri; e contro

quelli avvocati

piiì

semplici,

Branda, uno

il

di

incomodi della toscanità che nean-

che allora mancavano, scaramucciare pel dialetto

meneghino; mostrano già nel novello Arcade un sentimento del vero

e

del

quelle selve, dove del bello

a frasche e frondi gnorili, diti

vi

ignoto

smarriva

in

in

mezza

la vista. Precettore in case si-

acquista l'amicizia di que' nobili eru-

che a niuna città italiana fecero difetto nel

passato secolo,

rono

naturale, si

ma

monumenti

che forse in nessuna lascia-

dell'operosità

propria

tanti

e

tanto insigni quanto a Milano, dove basta ricor-

dare che fu

di patrizi la Società Palatina, dalla

quale l'Italia riconosce

le

maggiori opere

del

NELLA STORIA DEL PENSIERO ITALIANO Muratori. Airamico di cotesto

convenne

'

ben

patriziato

far la satira della vita de' cicisbei

vocazione

ecco determinarsi la poesia morale

Parini

del

si

ed

:

alla

vocazione a cui d'allora innanzi,

:

ch'egli era in su' trent'anni,

neanche la sua

lirica

ruppe mai fede; dico quella

lirica, che sola avrebbe meritato d'essere raccolta da quelli amici indiscreti che furono, anche per lui, gli editori delle

opere postume.

^

Dalla pubblicazione del Giorno

incomincia la fama del Parini: e «il verso »

^

gli

procaccia,

condiscendenze,

la

favore

de' go-

cattedra,

il

de' giovani

Milano descrisse

le

partecipò scrivendo alla Metastasio

Alba;

lodato viltà o

vernatori, la benevolenza del cui arrivo in



senza prezzo di

e per la sposa, la bella

e

arciduchi: feste,

e vi

VAscamo

in

Maria

gentile

Beatrice d'Este, trovò versi di miglior tempera,

che per l'augusta Maria Teresa,

seppe scrivere

l'elogio,

egli

netto congiunse le lodi di

ratore filosofo a minacce

^

Vedi

i

sei

La

3

Confronta

della quale

non

che in un ardito so-

Giuseppe contro

il

II

l'

impe-

governo

sa-

volumi delle Opere di Giuseppe Parini puh-

hlicate ed illustrate 2

^

da Francesco Reina; Milano, 1801-1804.

caduta, v. 37. i

sonetti

Ardono,

il

giuro, al tuo divino aspetto,

per la Estense arciduchessa, e Io vidi

il

Tempo, che

lo

sguardo acuto,

per l'imperatrice. Su Maria Teresa vedi anche alcuni versi (145-146, 155-160) dell'ode

La

laurea.

IL PAKINI

8

cerdotale di

preparato

Roma.

turbine francese, né da

il

come

fatto incapace, lo

sguardo

di

con

fu di altri, a seguirne

quella

da un

dolorosa necessità

ma quando

rivoluzione:

la

meraviglia

vertiginosi moti; ne alieno

i

equo giudizio fu

Lui dunque non coglierà im-

^

questa,

che

trasmo-

dando, s' imbestiò nel sangue e nelle rapine, non poteva piiì piacere al Parini, che aveva accettato d'essere, col Verri ed altri ottimi, magistrato municipale nella Cisalpina. Così, né maravigliato né dolente, vide tornare gli Austriaci: e cinque mesi dopo, nove innanzi Marengo, moriva. Vita

tutta individuale: tica

come vedete, tutta privata, tale insomma che per una cri-

semplice,

non educata

somma

dalla libertà a dare

portanza agi' individui e

alle loro relazioni

im-

morali

con la società, poco o nulla offrirebbe da essere studiato rispettivamente agli scritti di

invece

il

cercare quali relazioni

lui.

Per noi

Parini

il

abbia

avute col governo austriaco, quali con la

rivo-

luzione, quali con la reazione; quali con la nobiltà

da

adulata

lui

ma

satireggiata, quali con la plebe,

rispettata e virilmente consigliata; e

confrontare, per tal modo, la sua vita alla

poesia; sarebbe, secondo

avviamento trattasse

i

di

non

il

già detto,

il

sua

migliore

alla intelligenza di questa; se qui si

dettare

Quando

il

Nume

sulla

improvviso

poesia

pariniana un

al suol latino

ec.

NELLA STORLV DEL PENSIERO ITALIANO corso di lezioni o scrivere un libro.

(accenniamo,

ode canta

Musa pure

il

poeta.

il

poeta che nella sua

Il

pri-

Vita rustica^ e nell'ultima, alla

la

nobili piaceri e la dignità degli studi, è

i

da ogni ambizione,

letterato che vive scevro

non immemore «

E vedremmo

così in iscorcio, siffatta ricerca) con-

corde airaomo

ma

9

del

casa popolare »

«

vago Eupili suo

ond'è uscito: e a

^

»

lui

e della

s'addirà

bene nella Recitazione de' versi, nella Laurea^ odi In morte del Sacchini compositore e

nelle

sulla Musica,

sostenere

come

dell'arte;

decoro

il

all'amico e

la

e

compagno

santità

del Becca-

difendere le ragioni

dell'igiene

pubblica nella Salubrità deWaria^ e

n^' Innesto

della pubblica

morale nel

ria e de' Verri,

del vainolo,

Bisogno

e quelle

nell'

,

ode

a

Silvia,

nelP Educazione.

L'uomo che da giovane ha copiato scritture forensi per campar sé e la madre, vecchio non scriverebbe la Caduta^ se la coscienza non gli concedesse

di

raffigurare in sé

e

rini

il

spetto,

^

nel suo

l'

imagine del povero

uomo potranno

onesto: e da tale

il

cardinal Bu-

nobilissimo Gritti esser lodati senza so-

come, senza timore

Poema

di rinfacci, egli

rassito e del verseggiatore salariato.

1

La

^

Nelle odi

•^

Il

vita rustica, v. 34;

La

ha

potute scolpire le figure del pa-

E

Ad Andrea Appiani, La magistratura.

gratitudine e

mezzogiorno, vv. 452-477: Or chi è quoU' eroe che tanta parte Colà ingombra di loco, e mangia e E guata ec. ;

^

fiuta,

nel Poevv. 2-3.

10

IL PARINI

ma, dov'egli canta l'eguaglianza degli e

«ignoti nomi....

plebe

e

uomini,

nobiltade »,

grama parola

anni prima che cotesta

molti

^

« egua-

glianza » assicuri una patente d' invenzione losofi francesi, e rinnovi

a' fi-

cognome a un principe

il

sangue reale, e alquanti più innanzi alla sonora democrazia de'martelli e degli scalpelli guerreggianti contro gli stemmi e le corone sulle facdel

quando

ciate de' palagi e nelle cappelle gentilizie, il

conte Pietro Verri comandato

ma

porrà nel

suit)]

cuccia,

^

nome {stemma

il

Poema, dove

se

pensa

si

eloquente

pili

di

ci

il

ad ogni

Parini, con le sue azioni^ co' suoi pen-

co' suoi sentimenti.

sieri,

Parini, dove le imagini

Ma

qual'è

stiano

poesia

al frasario

(mi perdonino la similitudine,

non Voi,

ombre

degli Arcadi), e

d'

ma

le

interno e

di vivo e di vero, sia idea sia affetto, sia

poeta? Guardate l'ode

e 905-939:

Né del poeta temerai che beffi Con satii'a indiscreta i detti tuoi All' alta

poetico

non invece come rappre-

sentanza e simbolo di qualche cosa sia l'animo del

del

solamente come

come attaccapanni

imagini, o

parrà

sociali del secolo

decimonono; nel poema noi ritroviamo pagina

ar-

vergine

della

da un povero,

romanzi

l'

nomen pò-

ahstuUt,

l'episodio

scritto

certi

di togliere

Voi l' inalzaste mensa, e tra la vostra luce

Beato l'avvolgeste,

ec.

mezzogiorno, vv. 250-252.

^

Il

^

Il mezzogiorno, vv. 517-556.

il

di

secolo

Alcone

NELLA STORIA DEL PENSIERO ITALIANO Teni'pesta:

la

Giuseppe

l'altro

quando

scritta,

segni

primi

i

apparivano da un

delle novità francesi

11

lato, dal-

sbalestrava que' subitanei de-

II

monarcondannata inoculare la rivoluzione; non giustifica ella il dono del vaticinio attribuito ai co' quali fu

creti,

detto che tentasse alla

chia

poeti,

quella

storiografi

ode nata in tempi,

scrivevano

nel 1787) queste

(sono

formali

parole:

la

ritrarre le impressioni che

trasti

per

da

navigazione

la

e la rivoluzione

della

della

Svezia

le

67-72

ee.

:

misera

la

In un momento

sol,

gir mille fatiche

Col tetro fumo a voi.

magistratura,

v.

163-168:

Non

vedi quanti aduna Ferri e fochi su l'onda e su la terra Vasto mostro di guerra, Che tre Imperi commette a la Fortuna.

Li morte di A. Saccìiini,

E

la

e

due d'In-

Sassonica contrada, Che vide arse suo spiche

La

Voi con-

Turchia, e dell'Austria;^

recita dei versi, v. 13-18

E

i

Schelda;^

americana,^ che tra

vita rustica, v.

rivolu-

de' fatti,

accennati

negato Scaldi V'ha chi al ne^ di Cesare veleggia^ Con gli abeti di

La

una

essi riceveva.

guerra de' sette anni;- quelle e della

e

Bertola

stessa fedeltà a

pur nelle Liriche,

della Russia,

La

«

medesima potenza apprensiva

che lo circondavano, e con la

trovereste,

filosofi

teme»?

zione l'Europa, già, più non la

Con

che

Aurelio

d'

v.

81-34

:

spesso a breve oblio La da lui declinante in novo imporo

12

IL PARINI

ghilterra e di Francia sta

come parte media

dramma mondiale;

solenne

ardimento o per beneficio

d'

un

e le invenzioni o per piiì

insigni,

come

l'in-

nesto del vainolo (su questa è una intera ode),^ parafulmini fier;^ e,

del Franklin

tornando alla

povera Polonia che

fati

sino

il

i

giogo moscovita; e «i nuovi

al

regal Parigi a sé prepara»;^

Cotanto

a

i

Montgol-

del

politica, le riluttanze della

pericoli di Venezia,

i

gina.

,

globi

le

« del

superbe

ire

mar

e per-

l'alta

vicina, »

quale più che Tira superba doveva però cere la slealtà impudente.

Il

^

realla

nuo-

poeta che così per

tempo venne in aspettativa di grandi fatti, potè, nel frammento bellissimo a Delia ricusare di descriverli avvenuti; egli che fin da quando sulla ^

toilette

del giovine signore trovava allato al

Fontaine e

a

Ninon de Lenclos

e tema de' discorsi

Il

al

pranzo

lasciò.

.

Al dottore Giammaria Bicetti

~

La

de' Buttinoni.

recita dei versi, v, 19-22.

A Giove altri l' armata Destra di fulmin spoglia; ed Sopra 1' aria domata Osa portar novelle genti

altri

a volo

al polo.

gratitudine, v. 254:

Dove

il chiaro Polono Dell'arbitro vicino al fren s'arretra; Dove il regal' Parigi Novi a sé fati oggi prepara

^

La

s II

magistratura, v. 169-180. mattino, v. 583-619.

^

proponeva

.

^

La

lui

Pulcella^

Britanno severo

America

2

di

la

La

NELLA STORIA DEL PENSIERO ITALIANO TAristippo di Ferney e

Diogene

il

1^ ^

Ginevra,

di

ebbe messo in guardia quel delicato dal

« tos-

mortale » nascoso in cotesti volumi, e con-

sico

da parte

sigliavalo a lasciar

teoriche strane

le

uguaglianza degli uomini, e apprenderne

sulla

solamente

che la dolce voluttà rinfran-

« quel

ca » e che « scioglie

medesimo canto

;

Mezzogiorno

il

,

desiri »

i

^

che nel

egli

avvicinò

^ ,

il

panegirico della cucina francese alla satira del Colbertismo, onde i

discorsi

quali la

si

brillantavano, com'

mondo

del bel

« volatile

« delle elfemeridi »

d' allora

scienza » ^

i

:

e' dice,,

discorsi

forniva oramai

il

cotidiano

strano

Le quali citazioni, o m'inganno, non solamente la poesia e tempi

Parini,

ma anche

ultime,

la

alimento.

che le

i

vita

sue

vita d'

uom

la

vita di lui;

politica,

politico

idee e sentimenti

o,

Lombardia austriaca, verno di Maria Teresa

e

più,

illu-

del

queste

per parlar proprio,,

mal

si

intorno

intendendosi specialmente

ai

oggi perfezionata

direbbe la sua, alla

politica;

come, cittadino della potè

egli

e di

amare

Giuseppe e

il

di

go-

Leo-

poldo, perchè diffidava delle negative e distruggitrici

teorie

francesi, ed

egualmente accoglier

poi con lieto animo, dalla necessità degli eventi, la

improvvisata repubblica milanese, perchè av^

// mezzogiorno, vv. 940-992.

993-1020.

2

Ivi, V7.

3

vv.

203-230

e 660-700.

^

La

notte, v.

511-517.

14

IL PARINI

vezzo

lunga mano

di

a guardare

faccia

in

i

avean potuto

morali che quelle teorie

principii

travisare e adulterare, non però distruggere o mutare sostanzialmente. La quale distinzione dei principii della rivoluzione da' fatti

medesima,

zione scritti,

quando

ma al

e

in

e

d'uno

più

mano

guardi alle tasche; e

quando

si

atti:

come

crede debito

cuopra

si

capo

il

a'furti antichi degli stra-

avea già accennato nel Mattino,

nieri in Italia

intatte

rivolu-

dinanzi a' magistrati,

Parini magistrato ammonisce si

della

pure ne' suoi

de' suoi

dabben brianzuolo che

stare col cappello in il

non

apparisce

ancorale gallerie nostre e

le biblioteche:

levatogli dalle stanze d'ufizio

il

malato, al sentirsi correre per la persona

domanda

striscia di fuoco,

se

o

Crocifisso,

chiede « che cosa han fatto del cittadino Cristo »

una

^

si

:

come

ha a

cre-

dere al diavolo in tempi che più non credono in Dio, e che scherniscono,

aveva cantato, il

come

fren che

i

creduli maggiori

Atto solo stimar l'impeto

A

nel Mezzogiorno

^

folle

vincer de' mortali, a stringer forte

Nodo fra questi, e a sollevar lor speme Con penne oltre natura alto volanti.

^

vv. 615-616, nell'apostrofe al Lafontaine: Poi che rapirle Invidiasti ec.

2 V.

965-969.

i

o tu che a Italia, 1' oro e le gemme.

tuoi

5

NELLA STORIA DEL PENSIERO ITALIANO Che

1

se per ultimo ricercassimo quanto questo

prete integro e sdegnoso conservò di sua dignità nelle

relazioni

che

ebbe

amicizia con donne,

di

sincera e costante

eulte e belle e nobilissime,

Tron, ed

la Castelbarco, la Castiglioni, la



la

sua vita

la sua poesia:

altre,

offrirebbe cosa dispiacevole

ci



imperocché non è da dispiacere

quella ingenua

caldezza

alla

quale

il

poeta

si

abbandona, parlando a cotesto dame e di loro di ^uel fuoco é, per così dire,

e di sé: molto piiì

nelle tinte del quadro, che

espressione delle l'artefice; e forse gentili

veramente nella

figure e nella intenzione il

del-

Parini voleva presso cotesto

ricomperare con

galante la fiera ironia parte frivola d' una

le squisitezze della di

poesia

che avea flagellato la

società alla quale

esse ap-

partenevano. Que' pochi versi nacquero insomma nella

mente

dell'autore,

pessero da una

più

che non prorom-

passione; o se passione vi

fu,

anzi diciamo pure che vi fu, fu d' artista per bei modelli. Egli stesso ce lo

dice:

«

L'alta stima

«

da me conceputa di Lei,» scrive alla Silvia CurVerza « le impressioni da lei lasciate nel mio animo, fieramente sensibile a quel bello

«

che esce

«

toni

« dell'

dell'

ordinario

educazione,

il

corso

della

natura e

mio zelo proporzionatamente

mi fecero pensare a scriverle in modo piii nobile e solenne che non è la triviale prosa di una lettera». Ecco l'origine di quelle delica-

« esaltato, «

«

tissime miniature, che

si

chiamano

il

Pericolo ,

il

,

16

IL PARINI

Dono,

Messaggio.

il

Di questa ultima scriveva

^

il

« La canzone all'inclita Nice non amo che abbia nota veruna indicante la «persona a cui è supposta diretta».^

Parini medesimo: «

Ma

questo abbozzo che tentammo del carat-

tere di Giuseppe

Parini

nella

non prevenissimo una abbiamo

tempi

fu

sino

che a

ieri

solo

Imperiali

^

da qualche

par

egli,

che

V indipendenza dagli stranieri d' un' anima libera come il Pa-

francesi,

parte?

in

peggio: ed è che salpina,

vi

dominazione tedesca, e che la diffidenza

delle novità fichi

Non

idea suprema della vita nazionale

l'

queir acquietarsi rini alla

taciuta.

dette, e

duro ad intendersi, a noi cresciuti

resti tuttavia

in

un dubbio, che

difficoltà,

rampolla da alcune delle cose altra che

vita e nella sua

alcuna parte nelF ombra, se

lascerebbe

poesia,

E

poi tu

l'antico

ci

lo

al

giusti-

hai taciuto

municipale

repubblicano,

cotesto

il

della Ci-

tornare degli

99, salutava le orde austro-russe

nel

Vedi anche

l'

ultima strofa della Recita de'

contessa Castiglioni Litta

....

E

da me allegata,

il

te,

Paola, che

il

alla,

retto

bello atta a sentir formare

Te, che

versi,

;

i

numi;

piacer concetto Mostri, dolce intendendo i duo bei lumi, Onde spira calore Soavemente periglioso al cuore.

2

voi.

il

In una lettera a Giuseppe Bernardoni, a pag. 195 dei

IV

delle Opere. Dallo

stesso voi., pag. 183, sono tolte le

surriferite parole alla Curtoni Veiza.

NELLA STORIA DEL PENSIERO ITALIANO con

un Sonetto,

con

severo

glie

però che

dove

il

ammonimento

neggi

to-

santo tabernacolo, e che s'in-

a David vincitore in onoranza delle

tòrie del

tolato

pel

non

certa bi-

siano, in

pe' Filistei, e la fortuna

blica allegoria, figurati

dell'Impero

vi

a' vincitori

passato,

il

Francesi

i

ricordarsi

IT

Suwarow;

Vittoria,^

basteranno

gli

anzi

Che

il

s'

sonetto stesso è

ha

egli

a dire

di

vitinti-

ciò?

errori e le colpe della repubblica,

basterà la stanca vecchiaia del Poeta, almeno a

Noi accennammo a ben altra difesa, quando abbiam detto che né maravigliato nò

scusarlo?

dolente vide

il

Parìni ritornare

poco appresso quando dito dell'Austria,

Ne

ma

lui

gli

Austriaci

chiamammo non

cittadino

della

;

e

sud-

Lombardia

permesso non altro che illustrare brevemente coteste parole, prima di passare dallo studio dei fatti a quella parte del noaustriaca.

sia ora

che considera la poesia del

stro ragionamento,

Parini nelle sue relazioni con l'arte e col pensiero italiano.

Nella Lombardia austriaca del secolo passato,

r amore per quello che chiamavano governo centrale era, ne' piiì nobili spiriti, l'amore per la unità opposta alla divisione, per la legge opposta a' provvedimenti giornalieri, pel certo opposto

all'eventuale: era infine, e veggasi

quante

trova non avvertite e quasi non credibili

Prc'laro

1

Dkl Lungo

i

Fili-^tfi

l'

;irca di

Dio

ec.

il

vie

pro-

^ Si

IL PARINI

18

gresso!, era l'idea di nuovi tempi e di più ferma

che preludeva

civiltà,

derno

non si

diritto

all'

inaugurazione del mo-

nazionale. Tutto questo faceva che

abbadasse più che tanto

si

dimenticavano

le

passato infelicissimo, perchè e

nella vita reale

i

seguenze, di esso:

una ottima

alla

italianità:

tradizioni pur gloriose

cattivi

si

sentivano presenti le tristi

effetti,

governo

il

e desiderabile cosa,

governo; e la repugnanza

solamente perchè

alla

e alla coli,

dove da Carlo Vili

pace

di

sua di

qualità

Rastatd, cioè per più che due se-

plebe, corruttele

di

aiutando

artistiche,

come

d'Utrecht

ai trattati

invasioni, guerre, ambizioni

cenze

con-

pareva

austriaco

straniero era difficile a sorgere in un paese l'Italia,

del

ogni giorno più

prepotere

il

forti,

domestiche,

li-

morali letterarie ed degli

stranieri

erano troppo ben riuscite

a spengere quel sentimento di nazionalità che le nostre repubbliche, se duravano, avrebbero tosto tardi fatto germogliare dall'amore pel

Comune

e dalla necessità della reciproca difesa.

Questa aspirazione degli animi verso l'idealità governo produsse un corrispondente movimento negli intelletti, che è rappresentato da del

quella schiera di pubblicisti italiani, la quale se

non* dette

proprio alla luce una scienza

mica, precorse però in molte dottrine Il

Genovesi, l'Ortes,

Verri,

il

Carli,

il

Filangeri,

crediamo

il

traessero

i

econo-

forestieri.

Beccaria,

i

ispirazione,

più che dagli esempi e dagli accenni di dottrine

NELLA STORIA DEL PENSIERO ITALIANO economiche il

eh'

avean dato l'emiliano Scaruffi

calabrese Serra e

meno

tempi

lontani

cessità dei popoli

E

e

fiorentino Davanzali e in

il

senese Bandini, dalle ne-

dalle vicende piii

si

dei governi.

fecero sentire,

vicende politiche portarono

le

mutazioni, o dove e separata

il

governo

profonde

piii

era cosa

cittadinanza

dalla

e

il

perchè queste necessità

dove

10

e

distinta

dalla nazione,

perciò vediamo quelli studi economici farsi con maggiore alacrità e più larghe applicazioni e fruttuose in quelle parti d' Italia, le quali o rice-

vettero di fuori

Napoli

pendenza

come

nuove forme

e

co' proconsoli vicereali, nel

modo che

Spagnuoli un secolo innanzi, non era

cito,

lt>

studio

predominio sicura

pili

men

de' rispettivi

dei

Ma

scienziati: e

diritti

fu

naturale

e la scienza

governativi,

le-

favorì

perchè, di

impedire

Gian Rinaldo

partigiani

cittadinanza,

che

trasmodassero in

non tutti la sentivano come gli uno degli economisti da noi ricor-

dati, l'istriano

siano

diritti

:

piii

determinazione, e nell'esercizio loro

difficile lo

privilegi.

di-

lontana,

Lombardia da Vienna. In tempi che

la

nel governo e ne' cittadini

vi

governo, come

da. un'autorità straniera

governare gli

il

di

Borboni, o rimasero in assoluta

dai

o,

di

Carli,

lamenta che

governo e partigiani

com'egli dice, regii e

civici.

di

La

lombarda era tutta regia; compreso il Parini, il quale in una delle sue prose indica i modi con che il governo viennese potrebbe re-

scuola

20

IL PARINI

staurare la letteratura in Italia.

^

Era

tutta regia

quella scuola: né per questo ninno

oggi

il

nome

liberale, nel più

di

agli scrittori di essa,

che sostennero mercio,

a'

suoi

vinsero

e

Tutto

nobile senso,

filosofi

legislatori,,

libertà

la

guarentigia ne' giudizi,

la

della tortura.

negherebbe

del

T abolizione

sta nelF intendere, che al-

lora era questione di riforme economiche e

non

politiche

di

queste; e

nomi

i

quelle

:

di

presero altro significato,

y>

:

furono

poi

« civico

»

e di

meglio,

o,

in altri più schietti e arditi,

niero

com-

si

civili,,

scala

a

« regio »

mutarono

« italiano » e « stra-

e dalle ruine secolari, con V antica co-

rona dell'arte e la nuova della scienza, pida alle ultime prove degli degli Spilberghi, risorse, per

esilii,

intre-

de' patiboli

e

non iscomparire mai

più dagli occhi né scancellarsi dai cuori,^la santa

imagine della patria. Ingiusto sarebbe dunque far carico al Parini di

certe parti della sua vita e della sua poesia,

che ricevono

ampia spiegazione dalla

storia di

que' tempi e del suo paese; e malavvisata quella critica

che

le dissimulasse,

samente difenderle:

critica,

quando può animointendo, nemica delle

capricciose fantasmagorie, che voglion misurare il

passato alla stregua del presente: secondo le ^

In una Memoria al Conte di Firmian, Delle cagioni del

presente decadimento delle e di certi

belle lettere e delle belle arti in Italia,

mezzi onde restaurarle; nel

pag. 147-158.

voi.

V

delle Opere,

NELLA STORIA DEL PENSIERO ITALIANO

Lega lombarda non

quali la

giornate

delle

un

1815

di

è che

21

preludio

il

Milano, la dieta di Roncaglia

all'aria aperta,

il

conte di Cavour

il

Veltro dantesco. Dante un libero pensatore o un

monarchico costituzionale del secolo xiv; e tutta la storia italiana, un dramma architettato a regola d'arte, in omaggio delle unità aristoteliche.

III.

Ma

tutto

questo non è giudicare

se per giudizio

i

e che, raccolti prima e divenga confrontandoli a certi sommi principii dedotti da un ordine di fatti

concentrico

ma

vasto. Più chiaramente, dirò

pili

ha due modi

ci

Parini,

fatti,

criteri o

che

il

intenda una sentenza sotto ogni

compiuta,

rispetto

scussi

s'

individui e

il

loro

di giudicare:

valore

uno, sopra gli

assoluto,

considerato

cioè in loro medesimi e basta, solo tenendo conto di

che immediatamente

ciò

che risguarda non tanto e gli uomini in mezzo quanto

i

ai

li

circonda;

l'altro,

tempi da loro vissuti quali

si

trovarono,

la serie o circolo di fatti a cui nell'istoria

la vita e l'opera loro appartiene; e questa

lamente è grandi v'

ha

è,

so-

critica storica. Distintivo poi de' veri

che mentre sotto

scrittore o

il

primo aspetto non

pensatore o artista per quanto

mediocre, che un valor non lo abbia, e precisa-

mente quel grado che segna la sua o eccellenza o sufiScienza o mediocrità, sotto il secondo aspetto

22 i

IL PARINI

grandi

soli

un mediocre enumerare i

valgono si

nel

ma

dell'arte, si

chi poi, seguitando, si accin-

rispetto

a'

grandi maestri

troverebbe a disservire o alla fama dì

alla logica e al vero.

lui

Tolgasi, ad esempio,

per non allontanarci dal Parini,

Innocenzo Frugoni, d'

parte

avvenimenti

negli

gusto,

a considerarlo

gesse

cosa. Perchè di

anche qual

cercare

lavori,

ebbe negli studi, del suo tempo:

qualche

potrà, volendo, studiare la vita,

co' suoi

buon Carlo

il

nove volumi

di versi

ogni foggia e misura e colore e sapore: op-

un

portunissimo a rappresentarci di cortigiano, d'arcade, e di

del Settecento;

in

una

erotici di quel secolo,

che

psicologo regali alla nostra

let-

teratura poetica:

nove volumi

si

abate,

d'

ben a suo luogo anche

garbata raccoltina qualche critico

tipo

molte altre belle cose

di

ma

che direste

chi in quei

di

avvisasse rintracciare

le

tradi-

zióni della poesia italiana, desunte da' più grandi

monumenti

e solenni dicolo

di

nonostante che

:

essa? Certo sarebbe il

Frugoni debba della

propria mediocrità accusare anzi

piccinì,

largamente rebbe

«

favorito.

per querimonia

Dante

al :

al Parini » ?

A

la

»,

,

non

si

di-

che per ischerno

può dire « da non teme anzi da nulla me-

e perchè si

Perchè

Parini

il

la prova del secondo giudizio

;

rapidamente che da quella, può rilegrandezza di lui. Così a voi non paia

glio e più

varsi la

quale lo aveva

modo

ogni

Frugoni

ma

secolo che lo im-

il

che la natura,

da Dante

ri-

NELLA STORIA DEL PENSIERO ITALIANO eh' io abusi della vostra pazienza, se ciò

pongo

ora,

23

mi pro-

Signori, di dimostrarvi.

IV.

Se

si

riguarda alla ragion de' tempi vissuti

dal Parini, in relazione con la viltà italiana e dell'arte,

storia

egli sta fra

della

l'età

ci-

mo-

derna e quella che chiamerei la seconda età del pensiero italiano civile,

:

la quale,

rispetto

mi sembra incominci con

Repubblica fiorentina; rispetto gioso, con la chiusura del rispetto all'arte,

con

quella

del

con

Tasso:

comprendono quasi

tutto

e

caduta della

la

al principio

Concilio

morte

la

storia

alla

Trento;

di

Michelangelo e

di

così

reli-

principii

i

intiero

il

mondo;

susseguì alla scoperta del nuovo

suoi

che

secolo e

di

più che due secoli è la sua durata, poiché essa

non

si

chiuse prima" del 1789.

Dissi la seconda; perocché le età del pensiero italiano,

nostra presente. del

Non

due giudico essere anteriori a questa

tengo conto

di

quel periodo

medio evo che suol distinguersi con

l'appel-

lativo di bassi tempi, e che rappresenta le con-

seguenze

immediate e persistenti

del

rovescio

della grande civiltà romana, e, con essa, di tutta

l'antica; periodo storico cui dischiude la spada

d'Odoacre e chiude

Prima

il

pastorale di Gregorio VII.

età del pensiero italiano io

chiamo

riodo di risorgimento da quella caduta:

il

età

pedi

24

IL PARINI

giovinezza, di forza, di splendore, di vita; T età dei

pensatori,

teologi

popolani,

de' santi

delle

ardite divinazioni; nella quale sorgono, dalle reliquie latine,

Comuni

i

e le lingue; dalle tradi-

dizioni scolastiche, le università; dal

cuore del

popolo, le arti e le lettere. Anselmo d'Aosta e

Bonaventura e Tommaso d'Aquino; Francesco d'Assisi; Niccola, Arnolfo e Giotto; Dante e il Petrarca; l'Angelico, il Brunellesco, Lionardo da Vinci; il Savonarola e il Colombo; Raffaello, Michelangelo, il Tasso; sono gli « spiriti magni » di cotesta età, e Voi potete, o Signori, vederla in essi effigiata.

E

vedrete che la tradizione

let-

teraria ed artistica di quella civiltà fu, ed anche ne' suoi

ultimi

rappresentanti

giosa, schiettamente

nascimento

religiosa:

passò

classico

come cosa da

sé,

grandi ingegni,

ma meno

lungo

si

conservò, reli-

tanto che

il

ri-

ad essa

attraverso

una schiera

di

altri

alti e nobili cuori, che,

incominciata dal Boccaccio, nel Quattrocento e nel Cinquecento prende

campo

in Italia, e (giovi

confessarlo)

come ne

lingua,

ne guasta inconsapevole

così

di libertà;

si

travisa splendidamente la gli

personifica nei nostri grandi

spiriti

uma-

dopo avere con questi sognata un'arte pagana, sognerà, nelle sventure d'Italia, anche una politica pagana, imperocché il Machiavelli e il Guic-

nisti;

e

ciardini

appartengono a cotesta scuola, anzi

la conchiudono. Intanto

scherzo o di scherno,

si

essi

una voce, non sai se di è per tempo fatta sentire,

NELLA STORIA DEL PENSIERO ITALIANO la quale

non

bene

esce, se

degli uni né degli altri

:

né dalle

attendi,

25 file

è la voce dell'arte po-

polare, la voce del Sacchetti, del Pulci, del Berni, dell'Ariosto

;

è la novella^ la satira, la

commedia,

il romanzo. Delle quali forme se alcune piacquero anche ai letterati del Rinascimento, e' le accon-

ciarono però e rivestirono a

confrontare

il

modo

:

e basti

novelliere del Sacchetti a quello

del certaldese, o la Teseide e l'

loro

il

Filostrato

al-

Orlando,

Né v'ha

dubbio pertanto che tre scuole

si

dividessero, durante la prima età, la rappresen-

tanza del pensiero italiano:

mento, inspirata

quella del Risorgi-

al principio religioso

trice; la restauratrice,

Rinascimento; e quella cui mal il

nome

si

il

conviene forse

stesso di scuola, la quale, tra le opposte

e meditate influenze delle altre due,

tanea

e innova-

che fu pagana e produsse

si

svolse spon-

diciamo anche un po' spensierata, e perciò

incurante e scettica

:

.

a volte libera e

fiera,

a

volte servile e strisciante; talvolta nobile e ge-

nerosa, tal altra volgare e triviale.

ranza e

lo scetticismo

di

E

la incu-

questa letteratura po-

polare, se non produssero, affrettarono certo la

rovina delle nostre libertà,

alla

conservazione

non pure inefficondizioni della civiltà moderna, ma idealità greche e romane del Rinasci-

delle quali erano, d' altra parte, caci, nelle

dannose

le

mento. Le libertà italiane, inaugurate dalla scuola del Risorgimento, solo da questa potevano degna-

IL PARINI

26

mente esser conservate

e ciò che ad esse abbia

:

nociuto la retorica e lo scherzo, l'arte pagana e l'elegante cinismo,

i

latineggianti e

gnacci, è scritto in una triste

nostra: nella storia del Savonarola. l'alto

concetto di restaurare, nel

comune che

gli

i

Compa-

pagina della storia quale ebbe

Il

piiì

democratico

penisola, .quel principio religioso

della

parve contenere in sé esso solo la tra-

dizione del risorgimento italiano, e però doversi

ritemprandola,

in lui difendere, lante.

Degno

l'Italia

Colombo,

ch'io l'abbia avvicinato al

che nel suo testamento consacrava

perico-

l'

oro delle

Indie al racquisto di Gerusalemme; cioè riferiva la

sua grande opera,

come a supremo

fine,

a

quel medesimo principio pel quale fra Girolamo era salilo sul rogo.

Nonostante gl'impedimenti che trovò continui nelle due forze nemiche, la scuola cui di

non dubito

chiamare, rispetto a quella del Rinascimento,

la piiì originale, rispetto all'altra, la più

degna

del-

l'arte e della patria, resistè, finché potè attingere

vita da'nobili sentimenti che la libertà nutriva in

seno del popolo, od anche dalle nobili memorie che, spenta, vi lasciò, e ch'ella, la scuola di Dante,

seppe

fino

all'

estremo alimentare e raccendere.

Così svolgendosi secondo lo svolgersi de' tempi, ed

accettando quel che e

il

di

sani e vigorosi elementi

Rinascimento e la letteratura

popolare

le

porgevano, ella suscitò perfino dalle miserie delle corti

un poeta,

il

quale

fu

principalmente per

27

NELLA STORIA DEL PENSIERO ITALIANO questo infelicissimo, che

un'idea alta e nobile invecchiata. Dico

rimase,

piiì

in

tempi pe' quali essa era

Tasso; che non senza ragione

il

d'ogni altro, caro alle plebi italiane,

poterono sentire l'ultimo

quali, nel suo canto

le

trovò a rappresentare

si

eco d' una poesia nazionale che con la nazione

moriva;

chiamerò, col Mamiani,

e cui volentieri

gran poeta conservatore, e

davvero

alte cose

di

conservatore.

Ma con

la lingua: e

semi

i

dovevano, tosto o

non

se

quella scuola gloriosa

di

tardi, rigermogliare;

come

la

quest'altra immortale, doveva dalle sue

libertà,

ceneri risorgere un giorno. i

non muore

la poesia nazionale

tempi destinati:

Non

se dopo

e

il

però quelli erano

Tasso, chiuden-

come

dosi la prima età, quella che le successe,

non ebbe

la virtù di

zioni, così

neanche

custodirne intatte

la forza di

le tradi-

ringiovanirle,

fu

perchè a miglioramenti e rivendicazioni radicali e assolute è necessario

lenne

novità

delle idee. ci

perchè ciò

de' fatti

segua

delle

o

era

quale

il

d' altro,

stato

impedito,

per

sarebbe

stato

del

Burlamacchi, soffocato

cor

forte

adunque

perchè

di

,

come

dalla

recente

scien-

tacer

fecondissimo

dallo stesso ricchissimo e

tentativo

non

idee,

svolgimento dell'arte: mentre nell'ordine ogni

quel

in

meno d'un grande avanzamento

vuol

tifico;

E

corrisponda qualche so-

nell'ordine

o

fu

de'fatti,.

quello

tirannide

nata.

an-

Incomincia

col secolo xvii un'età del pensiero ita-

28

IL PARINI

liano, nella quale gli elementi della

non

ma

tolti,

altri aspetti

sformati e guasti;

prima sono

perciò sotto

e

ricompaiono. Che erano

infatti dive-

nute quelle tre scuole? e che vita ebbero ne' due ultimi secoli

i

da ciascuna d'esse rap-

principii

Sulle reliquie della prima

presentati?

dicendo bugiardamente

una

di

d'inquisitori

setta

raccoglierne

ma

stabilì,

l'

eredità,

già

pensiero,

del

sino dai tempi del Savonarola,

si

viva

che solo nel

Cinquecento fondò la sua potenza, mercè special-

mente l'opera d'un lefica

sodalizio, la cui

aduggia tuttora

il

mondo

ombra ma-

civile.

Costoro,

propugnatori e tutori della religione, la

fattisi

infeudarono a se; guastarono Concilio

i

buoni

manomettendo

riformatore,

effetti

le

d'un

libertà

della Chiesa: e trionfarono, perchè le tristi condizioni d'Italia nulla piii facevano possibile, contro

ad d'

essi,

c"he

un altro

frate,

non rimase

un po' partigiana, Sarpi. Alla seconda scuola

la protesta, forse il

degli

splendori

Rinascimento,

del

che irraggiavano oramai tutta Europa, se non

una debole

tradizione, la quale, più che

poeta di esteriori

virtii,

dirsi fosse ne' suoi

qualche imaginoso senza

siccome

spiriti

Chiabrera, può

rinnovata talvolta da

filosofo,

le squisitezze della

il

da qualche

come

il

Bruno^

ma

forma classica; non però

senza le catene e le fiamme, che la Inquisizione, di tutto sospettosa, di tutto

ciò che

non

fosse sé e

i

padrona, serbava a

suoi.

La

terza infine,

che ormai possiamo non chiamare più scuola.

NELLA STORIA DEL PENSIERO ITALIANO da pericoloso principio,

originata

perciò sfornita di quelle

V

vivificano

un allegro e di scherzi,

alte

29

diletto,

il

che

idealità

e

sole

non lasciava dietro a sé che vano rumore di risa, di motteggi e

arte,

quale

il

continua,

si

mezzo

in

miserie d'Italia, dai berneschi al Fagiuoli

alle

sin

e,

ne' di nostri, al Pananti e al Guadagnoli, finché

verrà

Giusti e lo convertirà in voce di scherno

il

doloroso e di animosa rampogna. Dilaga intanto,

durante

Sei e

il

il

mo-

Settecento, la corruzione

rale artistica e letteraria;

gradi di decadenza e

si

scende agli ultimi

sfibramento

di

idropisia

:

d'iperboli, rachitide di concetti, isterismo di sen-

timenti; i

Spagna

e

Arcadia; manieristi e barocchi;

preziosi tesori del

meschino uso

d'

Rinascimento convertiti nel

una mitologia senza senso co-

mune. Così passarono per l'Italia due vita fittizia e, direi quasi, sonnambulare; il

pensiero e

il

sentimento

mulacri di quelle: e

si

si

ma

d'idee vere e consistenti,

secoli

di

ne' quali

pascevano non più di

fantasmi e

si-

accumulò, durante cotesto

sonno de' più generosi e

virili concetti,

quel misto

di errori, d'ingiustizie, di servitù, di superstizioni,

di

cose atroci o ridicole, mole incomposta

sciatemi dire, illegale, la quale urtò e allo

scoglio

francese.

d'un grande

L'89 chiudeva

la

Dissi di

tutte.

che

grandi

i

si

ruppe

Rivoluzione

la fraternità

nuova per

sopra,

la

seconda età del pen-

con

siero italiano, iniziando,

nazioni, un' era

fatto,

e, la-

delle

mutamenti

si

30

IL PARINl *

compiono, o meglio, sono dalla Provvidenza perper vie

messi,

di

fatti

vero?

è egli proprio

o per virtù d'idee.

E

solo

fatto

il

Ma

potrebbe

distruggere un ordine stabilito, una consuetudine sociale, se questa

non covasse preparano

società

delle idee corrompitrici che

lano di

gli

fuori,



in

o

e agevo-

a quella mutazione, se dee venire

effetti

come

fu per

Roma

imperiale, o delle

idee riformatrici che spingono e risolvono

saggio da una condizione se la mutazione

si

di

fa per forze interne?

forze interne fu iniziata, o Signori, l'età in Italia; le quali dal

il

pas-

cose ad un'altra,

E

per

moderna

moto francese ebbero so-

lamente l'occasione e l'impulso, non la

vita,

che

già era stata loro infusa dalla virtù preparatrice delle idee.

Ora questa forza preparatrice qual poteva essere per

l'Italia,

secondo

cose da noi dette?

le

religioso, poiché

vano usurpato

il

sulla fine del secolo passato,

vedemmo governo;

Non

quali

l'arte

il

principio

mani se ne ave-

nemmeno, perchè

infiacchita dalle corruzioni e dall'assenza d'un'alta

idea che la informasse. Restava una segreta forza,

ma

terribile: la scienza.

quasi

ricevere

in

Questa forza divina parve

sacro

deposito

i

destini del

nostro paese, quando vennero a mancargli a un

tempo l'arte e la libertà: simbolo che prende forma sensibile nella nascita di Galileo il giorno che muore Michelangelo. Se poc'anzi io tacqui, ne' secoli xvii e xviii,

il

Galileo e la scuola spe-

NELLA STORIA DEL PENSIERO ITALIANO rimentale; filosofìa;

il

Vico e

sue divinazioni di civile

le

Muratori, che

il

31

derivando

docu-

dai

pure fonti della storia, parve introdurre

menti

le

nelle

storiche

discipline

metodo

il

stesso

gali-

leiano; volli, col silenzio, far sentire che la cor-

ruzione di cotesti secoli era ben grande, ben do-

non

lorosa, e radicata

quando

ne' cuori,

nelle

siffatti

menti soltanto

a rendere impossibili la Spagna e l'Arcadia; quali anzi tennero, vitti

sacerdoti

anche il

terreno

rappresentar esse, non oso dire liano, parola che già

ma

neanche

il

si

:

e credettero

pensiero ita-

sarebbe

piii in-

qualche cosa insomma che significasse

r infelicissima patria nostra.

La

meno immancabile,

della

oggi a ciascuno riconosce

il

a'

giustizia

tarda,

non però rende

storia

suo; e stracciando quelli splen-

il

non troviamo persona, primato della scienza. Essa sola rap-

didi cenci, sotto

presenta

le

in faccia a quelli in-

del vero, tennero sfacciatamente

e co' plausi delle turbe,

tesa,

ma

esempi non bastavano

i

quali

nostri occhi un'Italia del secolo xvii;

essa le dette nel xviii la invidiabile grandezza di

avere non pure presentito, non pure prepa-

rato, ma in certo modo anche iniziato, e con più temperanza e giustizia che altrove, il gran movimento ond'erano per uscire i nuovi tempi.

A il

di

a

questo lavorìo d'iniziamento che nobilita

secolo decimottavo, appartiene anche

Giuseppe Parini: tanto lui si

deve, che

a

piti

un moto

l'

opera

meritoria, quanto tutto

scientifico

32

IL PAHINI

partecipasse anche l'arte, della quale rinnovò e adattò

ai

tempi

Quando

si

le più

dice che

nobili tradizioni.

un grand'uomo, un grande

appartiene a un'epoca, rappresenta un

artista,

non dee fare

concetto, e simili,

tutte le azioni, e sia di scrittura o

concetto

si

di

difficoltà

pure non tutte

che non

opere sue,

le

pennello o di marmo, a quel

accordino.

Un uomo,

ancorché sommo^

riman sempre uomo, e uomo del suo tempo: né ha egli della propria vocazione consapevolezza^ come la critica poi ne acquista e ne determina in sé e negli altri la notizia. atti e fatti particolari, la

toglie

sua.

il

La

Quindi dissonanza di

quale però non altera né

cattere fondamentale di lui e dell'opera

Tasso non

cortigiania del

lo

fa

meno

essere l'ultimo, fra gli antichi nostri, poeta na-

Dante inauguratore del Rinascimento pagano, perché romana e classica era l'utopia imperiale ch'egli formulò in un trattato; e il Petrarca non tanto appartiene a quella seconda scuola per le opere latine, che alla prima non lo rivendichi la sua. poesia. Dei latizionale; né voi porreste

nisti del

Quattrocento e del Cinquecento,

(citerò

Poliziano) prepararono la restaurazione

del

il

volgare

:

la

preparò

e

caldeggiò

de' Medici, che é pure, nel secolo xv,

principe umanista. il

Che

più?

il

il

cardinal

molti

Lorenza tipo

del

Bembo,

restaurator vero (pur troppo!) del volgare nel

XVI secolo, non teniam conto eh' in curia,

ma

e'

latineggiasse

consigliò di scriver latino V Orlando

NELLA STOmA DEL PENSIERO ITALIANO Furioso^ cioè

più grande

il

dopo

della lingua italiana,

33

monumento poetico Divina Commedia,

la

Di queste contradizioni offrirebbe forse anche

dacché

specialmente

Parini,

Reina credè dovuto mentuzzo

di

buon

il

avvocato

all'amicizia di raccattare del

menoma

ogni

povero abate

il

ogni fram-

ciarpa,

materia febea, anche le inezie scritte

per compiacenza (come oggi avrebbe dovuto fare

Album) su pe' ventagli e le ventole e i parafuochi. Che perciò? Il Parini delle Liriche del Giorno^ e di poche robuste e semplici prose, è il Parini che noi dobbiamo giudicando avere

negli

dinanzi.

Vissuto sul finire quale poco

come

ebbe,

tutti

appartennero,

Non

tempi.

i

quella età media

di

delineammo

sopra

i

dico, proprio,

de'



Verri, né

il

nuovi

che prevedessero la rivo-

luzione francese; anzi fu da taluno notato, il

egli

pensatori italiani che ad essa

sentimento e la fede

il

della

confini,

Beccaria, né

altri si

come

accorges-

nembo che soprastava: e a dire diversamente del Parini, non basta quel che noi rilevammo in proposito della sua ode la Tempesta.

sero del

Ma

altra cosa

sono

i

fatti,

ed altra

le idee:

ed

uno può credere fermissimamente al trionfo di non sappia, o anche s'inganni, del come e quando s' attueranno. Questa è la queste, sebbene

fede

eh' io attribuisco

secolo XVIII. sto di

E

uomini

ai

pensatori italiani

del

mirabile spettacolo mi pare cotevissuti in

mezzo a tempi avversi

IL PAKINI

34

e maligni; essi deboli, chi,

gli

mondo

il

forte;

po-

essi

avversari innumerevoli; e tuttavia avere

nel cuore, e manifestar con parole, della prossima

sentimento

il

com-

Schiera di eroici

vittoria.

battenti; che direste aver tolto per impresa

motto che la

popolare

coscienza

pur

di

il

que'

tempi attribuiva a Galileo nel cospetto de' suoi inquisitori, e

da

lui ritener del pari la

profondità

del senno e la modestia del costume, la fermezza

Troppo

de' propositi e la dolcezza de' sentimenti.

diversi

ciò

in

dalla

burbanza de' rivoluzionari

francesi, e dico de' filosofi

come

più

alta

e

non

de' ghigliottinatori;

più pura la gloria d'Italia, di

avere non solamente mossa la sua riforma in

modo

più consentaneo a civiltà, cioè dal

delle idee, rità,

ma

campo

averla concepita più secondo ca-

più secondo giustizia, e con

maggior

alle tradizioni, che, vogliasi o no,

sono

rispetto

la logica

della storia d'una nazione. Dalle quali cose ezian-

argomenta, quanto grave sciagura fosse, e per l'Italia medesima e per la civiltà d'Europa e del mondo, che in quel momento in che la dio

si

scienza ebbe

maturati

i

tempi nuovi, la patria

nostra fosse a termine tale, da doversi dire che ella

avesse

non che

perduta,

insieme col libero

l'antica autorità

sugli altri

vivere,

popoli,

ma

quasi, insieme con le arti e le lettere e quasi an-

che la lingua, la coscienza tore

francese avrebbe osato

mente

il

dispregio

di

sé.

Quale

professare

scrit-

aperta-

per l'idioma nativo? qui da

NELLA STORIA DEL PENSIERO ITALIANO noi

i

Verri e

gli scrittori

del giornale

dispregio professavano con vanto. lato,

non era

E

il

35

Caffè tale

da un

altro

Parini che, nell'ode per la laurea

il

della ligure Amoretti, la salutava straniera ospite in

Lombardia?

Che

^

se invece Tltaha fosse stata

nazione, tanto che vicende italiane avessero po-

mondo

tuto aver nel

che toccò

quell'eco e quella influenza

alle francesi,

non

v'

ha dubbio che

la

trasformazione del diritto europeo sarebbe seguita in

Italia

con meno lacrime e meno sangue; e

non avrebbe le

la libertà perduto, negli orrori della

tanti

licenza,

sono

amici che ancora non se

e tanti

e

riconciliati;

lecito

eziandio

del Ganganelli

si

sarebbe

Lambertini e

stato sperare che nella patria del

componessero amicabilmente

la

scienza e la fede, le due forze provvidenziah che, sotto

i

nostri

occhi,

tutte filosofiche

disputano con armi,

si



da una parte né tutte dall'altra

pietose, l'imperio delle coscienze, che oggi vuol dire,

mondo.

grazie al cielo, l'imperio del

Ma

le condizioni morali e storiche d'Europa

erano troppo

diverse

e

:

il

fiume Francese, per

non avea bisogno di tragettarsi inondare per le Alpi con V armi di Bonaparte. Esso bal'Italia,

gnava da un pezzo

nostre belle pianure:

le

per lasciare l'incomoda metafora, ^

La

i

laurea^ vv. 165-168: Insubria, onde romore Va per mense ospitali ed

Sa

gli stranieri

Nel calle

dell'

atti

ancor render

onore.

amici, felici

nostri

o,

pen-

36

IL PARESTI

pur troppo

satori,

quelli

che noi oggi am-

stessi

miriamo come più filosofi de' conoscevano da questi tutto losofo voleva dire Francese

filosofi francesi, ri-

loro sapere. Fi-

il

e quali

:

strani ab-

bagli prendessero sopra sé medesimi, in proposito,

ve

stri,

in

questo

più liberi e originali tra' filosofi no-

dica

lo

mentato in

i

Beccaria, che, tradotto e com-

il

tutte le lingue,

Francia e dagli

prima che altrove,

e,

Enciclopedisti,

aver tutto imparato da

essi,

e

nocchia, fino de' mediocrissimi,

si

dichiara

ne baciava

come

le

l'abate

i^i-

Mo-

rellet.

In questa condizione di cose fu grande benefizio,

che

all'

arte della parola,

rata, adulterata

dai più,

da molti non

ogni altra è specchio ed imagine

pensasse alcuno

di

di nazionalità,

sua naturale im-

restituire la

di

cu-

che meglio

all'arte

portanza; e ciò per due modi: riconducendola a più nobile

ufficio,

ritemprandone

le

e sinceri modelli.

che non del vuoto diletto

forme a quelle

Ecco l'opera

nni. Della quale, in ordine

al

;

e

de' più lodati

di

Giuseppe Pa-

disegno del pre-

sente discorso, importa a noi studiare solamente

quel che risguarda menti,

il

Ma altro

lo

l'ufficio

dell'arte,

gl'intendi-

pensiero.

studio è già fatto, ed

da chiedere

io

ho poco più

alla cortesia vostra nell'ascol-

NELLA STORIA DEL PENSIERO ITALIANO

me

tarmi, solo che le cose da vita e gli scritti del Pari

ni, vi

accennate

37 sulla

piaccia avvicinare

a quelle idealità d'arte, che seguendo la storia

abbiamo delineato.

del pensiero italiano

Noi parlammo

forme, sotto le quali

di tre

pensiero dell'età migliore standosi,

e

fra

a'

esse

concedemmo

meglio

che

l'arte a quella

doveri e alle necessità

satisfazione

l'adempimento le tradizioni

di questi

il

vanto del-

parve rispondere

ci

dell'arte

una nazione. Non dubitiamo spetto alla

medesima

in

che,

ri-

d'asserire

queste necessità,

di

doveri,

il

Dante

e

al-

Parini rinnovò

di quella scuola poetica a'

della quale stanno

il

venne manife-

d' Italia

due capi

Torquato. Che se

il

principio religioso, che in quella scuola fu ogni cosa, nella poesia del Parini parrà cedere

il

po-

sto al principio propriamente morale e civile, ram-

mentiamoci che

egli,

non incredulo

di

certo (se-

dopo condo che i fatti ci mostrarono), non anni ma secoli di religione abusata e travisata; e dovè in questa parte predicare più tepidamente. Il che non mancò d'essergli apposto a scrisse

irreligione; e

da' facili

con tanta arroganza

in

accusatori,

nome

di Dio,

che parlano

ad ateismo

:

la bieca parola, che da Socrate in poi ha fatte

tante vittime e coperte tante calunnie! Ne' tempi del Parini sarebbe stato, per lo

meno, imprudente

rinnovare le tradizioni religiose della poesia nazionale,

quando

ci

erano da combattere tante su-

perstizioni spacciate col

nome

di religione.

E com-

IL PARINI

38

battere, toccava al Parini

ad

:

altri

mieter gli

il

allori,

per coronarne e la propria e la fronte di

lui.

Manzoni dovea venir poco dopo;

Il

e agli

Inni del Natale e àeWdi Pentecoste precedere l'ode

Impostura, come, perchè dal nuvolo esca il ci è bisogno della potente benefica opera

alla

sereno,

mentre

de' venti. Così

sofismo e

al

Manzoni, passato

saturnali della rivoluzione e

i

della reazione, concesse, se

disinganno, Parini

di

scrivere la

il

filo-

furori

i

non altro, l'universale Morale Cattolica^ del

dobbiam contentarci,

e

ringraziarlo, che

consacrasse qualche verso del Giorno a rivendicare

i

della divinità dagli attacchi de'

diritti

fi-

losofi.

Non vorremmo

già affermare che

la

poesia

del Parini di nulla andasse debitrice a quell'altra scuola,

cui torti verso la lingua e

i

non possono

degl' Italiani

nemerenze

che pel

farci

in

aver dato il

meno

tempi

all'Italia

carattere

dimenticare le be-

rinascimento

dell'

classica s'acquistò verso la civiltà

che

il

antichità

universale; e

dal Parini lontani,

notammo

qualche gentile poeta come

Chiabrera, essa che tanti gliene aveva

rapiti

allorché al Poliziano, al Pontano, al Sannazaro, a'

Flaminii,

di

Dante

Fiacco.

al

Vida, poneva in

mano

e del Petrarca, sibbene di

Ma

la lira,

non

Marone

e di

quanto nel Chiabrera, ed in

altri

poeti del secol suo e di quello del Parini, le for-

me

classiche paiono nella loro nudità; e

le forme,

ma

anche spesso

il

modo

di

non solo concepire

NELLA STORIA DEL PENSIERO ITALIANO e sentire le cose, e

presi tali quali

a Vittorio

39

colorito del pensiero, son

il

da Pindaro o da Orazio; e quanto il quale di quella medesima

Alfieri,

scuola, più che zioni,

potè

giare

e

restaurare,

essere

apposto

romaneggiare

come romani

e greci

il

i

nobilitava

a colpa

suoi

le

tradi-

grecheg-

il

personaggi

tutti,

Metastasio aveva impar-

ruccati e incipriati; altrettanto è mirabile l'arte del Parini, che sa esser classico, conservandosi,

a un tempo, italiano e moderno. eh' egli

dirsi

studiasse e imitasse

modo che Dante l'alta

le

classici,

ammiratore

Virgilio: Dante,

tragedia che cantava

Cosicché può ì

origini

nel del-

Roma,

di

ne trasse ispirazione non ad un'epopea compassata sulle proporzioni e

na;

ma

il

disegno della

virgilia-

ad una forma liberissima, che àn dal-

Commedia, annunzia mela desima dico risplendere nel Parini, anche dove la sua musa lirica o satirica è più audacemente

l'opposto e nuovo titolo di

nuova

arte del Risorgimento. Quest'arte

latina.

Giovi inoltre

il

ripetere che

un rinnovamento

assoluto e sistematico delle tradizioni

di

quella

prima scuola nazionale, da lungo trascurata e in que' tempi medesimi da un legislatore del gusto, il

gesuita Bettinelli,

Poeta, avrebbe corso e più con

insultata il

nel

suo

pericolo di riuscire a vuoto,

danno che giovamento

dell'arte e perIl

Risor-

libri de'

grandi

vertimento delle idee già tanto confuse.

gimento e

il

massimo

Rinascimento, vivi ne'

40

IL PARINI

maestri, oifrivano al Parini ottimi

ma

elementi

per

non poteva dimenticare di scrivere non per gl'Italiani del Tre e del Cinsua poesia:

la

e'

quecento, sibbene pe'suoi cari settecentisti, e in

mezzo ad una corruzione mostruosa sentimenti e di forme.

di

sapeva ben nulla

e'

E

di

concetti,

letterato settecentista

che cosa significasse; e non per

egli

r introduceva buffoneggiante

alla

mensa

del giovin signore, a spropositare su Petronio e

su Orazio, e giurare « per la sua faretra e per «

li

cento Destrier focosi che in Arcadia pasce »

l'Arcadia, avvertite, celebre presso

bontà

di razze

Del resto rini,

antichi per

asinine.

non

io

fama

servirei alla

del

Pa-

se avessi l'aria di credere e voler far cre-

dere tutto in

un

gli

^ ;

lui perfezione, tutto

rispondente ad

nessuna dissonanza, nessuna contradizione, nessuna debolezza. Anche qui non ho che a riferirmi a cosa già detta: non esserci uomo, fine;

per grande

che

sia,

quale possa

il

tutto le influenze de' propri tempi.

come

prosatore,

temo avesse

fuggire del

Per esempio;

assai scarso

il

sen-

timento della proprietà e della eleganza; e che se n'avvedesse egli stesso, e sentisse il

in questo

suo difetto di non esser nato toscano.

tamente

il

Parini, che

il

lingua sentì e riconobbe con 11

2

Nei Prmcipii III,

cer-

aperte

^

parole,

e

mezzogiorno, vv. 926-939,

1

pitoli

E

carattere toscano della

delle belle lettere:

V, VI, VII della

Parte

II.

vedi specialmente

i

ca-

NELLA STORIA DEL PENSIERO ITALIANO

41

che negli acuti giudizi sul Boccaccio, sul Ma-

Bembo

chiavelli e sul

criterio e guida, e

^

ebbe quel carattere come

che nella poesia rivendicò la

schiettezza della lingua dagli

orpelli

del

senti-

mentalismo arcadico, avrebbe, se fosse stato

to-

scano, trattata la prosa in ben diversa maniera

che

i

toscani del suo tempo,

i

quali giustamente

dovettero parergli degeneri dagli avi. Così

Programmi

di belle arti (tale «allora era

di quelle falsarighe di letterato

ciate a usare nel

il

titolo

a pittori, incomin-

Cinquecento con la corruzione

rammentano disgustosamente

dell'arte) ci

suoi

i

que' nu-

mi rubicondi, quelle dee massicce, que' tempii

al-

l'Immortalità, al Genio, all'Amore, che nelle volte nelle pareti de'palazzi settecentistici, e nelle cantate del Metastasio, e nel

dramma

metastasiano

dello stesso Parini, oggi fanno afa a chi guardi

o legga: e la mitologia de' programmi pariniani è anche

pesante che non quella,

piìi

delle lettere d'Annibal

o delle descrizioni del Vasari; così

ture di

Taddeo

pognamo,

Caro a Taddeo Zuccheri,

come

le

pit-

nel palazzo Caprarola facilmente

preferirebbersi a quelle de' mediocri frescanti pei quali dettò è

secolo

il

il :

nostro abate.

il

Ma

in que'

programmi

Parini è quando dinanzi al Cena-

colo di Lionardo, sclama che chi era capace di

quella composizione, era capace

di

fare un poema.

Così la mitologia, nelle sue odi, è

^

Op.

cit.; IT, IV

e v.

il

secolo

:

ma

42

IL PARINI

.

nel temperato colorito, nella dignità dello nella candidezza delle imagini, concetto,

ivi

è

il

Parini

il

;

stile,

nella unità del

Parini, che nella sin-

penda ode alla Musa riveste l'antica dea « vergin de la Memoria prole » ^ col severo abito della poesia civile moderna. Per non dire che la mitologia stessa, nella poesia del Parini, ha quasi

sempre alcun che simbolo di sotto

così astratto e ideale, e

di

alle

più che

i

forme risplende

materiali

così lucidamente, che de'

il

personaggi rimane poco

nomi, e la favola adombra, non rav-

viluppa, l'idea. Chirone

educatore

belle che fanno dimenticare

il

cose

dice



Centauro;^ e po-

trebbero invidiarlo molti non che degli abati pe-

dagoghi

de'

professori

tempi pariniani,

odierni.

ma

L'imagine

di

dei metodisti e

Venere curva

sopra Adone ucciso dal cinghiale, per rappresentare

donna Paola

Castiglioni che rallegra al poeta

la tetra lettura delle tragedie

alfieriane,

^

piace

medesima discordanza dal sognon offenparagone, ci stava male il conte pie

per quella sua

getto; che se la nobil signora poteva dersi del

montese a riscontro di

faccia

al

di

quel cinghiale, e peggio

formosissimo

garzoncello

l'abate autore acciaccato dai malanni: rini cerca, in quella

fenicio

ma

il

Pa

comparazione, un sentimento

un' idea, senza curarsi

2

Neil' ode L'educazione.

2

Neir ode II dono.

pili

che tanto

dei perso

NELLA STORIA DEL PENSIERO ITALIANO

Una

naggi.

mitologia di

tal fatta

43

era piaciuta an-

che a Dante nel suo cristiano Poema. Il

nome

m'accorgo

di

Dante, che per la seconda volta

m'

di profferire,

augurio perch'

io speri di

dal vero, ravvicinando

Giuseppe Parini.

è,

non essermi allontanato sua grande scuola

Restauratore di nazionali

ad essa

di

precursore del nuovo con

efficacia,

del

presente

l'antico: questi

i

buono

alla

dizioni nell'arte, restitutore

scienza

o Signori, di

giusta

e

perfetta

co-

estimazione del-

questi gli ufficii del

titoli,

tra-

dignità ed

Poeta

milanese, nella storia del pensiero italiano.

VI.

Rimarrebbe, o Signori, a studiare con quali forme

il

Parini rivestì

intendendo misura; e

il

suo

ideale,

per forme

ciò ch'è lingua, stile, colorito,

al

Giorno

Odi assegnare

e alle

che loro spetta come satira e

numero, il

luogo

lirica italiana.

Ma

per tale studio l'uditorio nostro non sarete Voi, sibbene questi giovanetti che a noi fanno

tutti

i

giorni corona. Noi torneremo, nella quiete delle

torneremo col volumetto de' suoi versi dinanzi: e non pochi ne picnostre scuole, al Parini;

coli

ammaestramenti, né

lorito

e misura e

ci

soli di

numero,

io

lingua e vi

stile e co-

prometto, o gio-

vani, da quello studio. Io mi confido mostrarvi che al

Parini l'alta idealità ispirò bellezza di forme,

e dedurre

da

ciò l'armonia

che negli ingegni ed

44

IL PARINI

animi non volgari lega

cosiffatte

di

non

vero

il

buono, Futile

al

L'età nostra ha bisogno principalmente

al bello.

armonie: ne ha bisogno

solo ne' poeti

ma

ne' cittadini

lunghi e lunghi anni ha avuto

la

patria,

essa che per

;

meno

cittadini

che

poeti.

E

anche

a' vostri

Parini insegnerà

insegnanti,

giovani,

o

il

qualche

cosa.

Sapete

ch'egli

fu professore di lettere, e

come

tale

ha

sciato

un

libretto precettivo,

ci

la-

che se nella parte

teorica sente alquanto della debolezza dei tempi,

ha nondimeno molte pagine da dover esser meme, vorrei conoscermi degno di esporvi. Egli medesimo, in un suo discorso a non so quale accademia, sbozzando un vivace

ditate, e che io, per

ritratto

del falso letterato, s'imagina

sur una cattedra, e

lito

sano

essere

gli

effetti

Udite la risposta: « «

segnerà

l'utile e

Un

si

del

domanda

costui saquali

pos-

suo insegnamento.

simile precettore

non

in-

vero: insegnerà se stesso ».

il

^

Questa frase stupenda contiene un solenne ammonimento; così non contenesse anche un fatto doloroso: che le cattedre di sé stesso, cioè dove s'insedia non la scienza o la letteratura ma la passione di chi le tiene,

che non

meno per

vi

pur troppo:

furono

queste nostre scuole

tra gli elementari e

1

ci

siano più, speriamolo! Speriamolo

Opere; IV, 111.

i

superiori,

di

studi

dove

al-

mezzani

la istruzione

NELLA STOEIA DEL PENSIERO ITALIANO

45

vuol essere innanzi tutto educativa; dove l'opera del maestro a

gioverebbe,

nulla

se

non

conti-

Vi ricordate, nel di Chirone

nuasse quella della famiglia.

nostro poeta, quella gentile allegoria

ch'ammaestra Achille che

il

?

Sul finire dell'ode,

dopo

^

Centauro ha raccomandato all'alunno l'ope-

rosità, la virtù, la religione, la giustizia, la

l'amor

rità,

patria,

di

gli affetti gentili; e

il

ve-

gio-

vinetto riconoscente lo abbraccia, offrendogli co-

rone

di

lauro

;

una nuova soavissima figura com-

parisce a un tratto nel fondo del quadro: Tetide, la

madre, la famiglia. Tal cantava Baci

il

Con ghirlande

E A

Centauro.

il

giovin gli offriva. di

lauri;

Tetide, che udiva, la fera divina

Plaudia dalla marina.

Oh che

non cercano il rumore e gli applausi del pubblico, non manchi^ se Dio ci faccia degni di tanto, non manchi quella a queste scuole, le quali

preziosa ricompensa di che

il

Parini privilegiava

Chirone: la vostra gratitudine, o giovani, e l'ap-

provazione delle vostre madri

^

U educazione,

vv.

163-168.

DIPORTO DANTESCO NELLO STIGE

GL' INVIDIOSI



(*)

LE REGIONI INFERNALI

GLI SGONOSCITORI DELLA DIVINITÀ

Tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi.

Purgatorio, xvii, 139.

L mi son

Io

diare si

il

chiesto qualche

Poema

di

una schiera

libro

gli

(*)

se,

di

altro

dopo averlo

gli

al

suo

d'interpreti e dissertatori così

del

libro scritto,

Conservo a questo mio Diporto

gimento che

preparare

è toccata e gli seguita, forse più

che a qualunque

meno,

stu-

Dante, se l'Autore scrivendolo

proponesse deliberatamente

lunga come

volta, nello

gli

mondo;

o al-

dovesse, con-

le proporzioni e lo svol-

quando prima lo pubblicai nella Nuova 1873). Non mi astengo, ben s'intende, dal

detti

Antologia (aprile

ritoccarlo in più luoghi, con l'intenzione di migliorarlo, anche rispetto

ad obiezioni che gli furono fatte per non che dei superbi, nello Stige.

gl' invidiosi,

risposta a

la questione de-

Ma

sente volume; e la riserbo,

con

la

sunte dall'etica e dalla letteratura espresso Studio

sullo

Stige

giunta di osservazioni denostra

medievali, ad un

dantesco; contentandomi per ora,

che ulteriori citazioni, delle quali fosse onorato rello,

una formale

quelle obiezioni usurperebbe troppa parte del pre-

il

mio

possano esser fatte su questa seconda edizione.

scritte-

48

DIPORTO DANTESCO

siderando l'opera propria, parer cosa probabile

che tanti cervelli umani indagare,

si

sarebbero affaticati a

sbizzarriti a indovinare, quello ch'e'mo-

quando meditava e formava le tre cantiche sublimi. Imperocché sebbene a lezioni e commenti grammaticali e retorici sia linasse nel

stata la

suo,

Commedia

è certo che

soggetto frequentissimo, pure più intenso e copioso e

lavorìo

il

ostinato degl'interpreti fu sempre intorno

agl'intendimenti,

sieri,

tanto è stato

ai

fervore

il

fini,

del

a'

pen-

Poeta;



ammirare

dell'

palese e formale, quanto di sollevare

coprono quel misterioso concepimento

bello

veli

i

che

ond' è che

ammiratori del solo bello esteriore hanno nella

gli

dantesca

letteratura

non il

:

il

si

concede loro

il

posti più

i

nome

di

umili, e

quasi

dantisti; esempio,

Cesari; e nei passi medesimi del Poema, nei

quali

r arte

fa le sue

maggiori prove, spesso un

verso solo misterioso ha usurpate le cure degli studiosi, distogliendoli

che

;

esempio,

il

verso del dolore e del digiuno

neir Ugolino, ancoraché lazione con l'allegoria del

Poema, che

teschi sono

nome

di

i

non cada alcuna

e col

attrae



Ma

si

tant'é,

il

pel mistero le

tenebre

da maravigliare se

é

formula Dante con Dante

sentimento

enimmi dan-

non meno grandezza, non men per ci

re-

concetto generale

pe' decifratori degli

che per lo splendore. la



bocconi più ghiotti.

Dante

che per la

osservazioni esteti-

dalle

^

nella quale questo

volle determinare e affermare, avesse

DIPORTO DANTESCO im po' del taumaturgico, e iscevra dai pericoli che rioso e

si

49

sia

non

chiarita

accompagnano

miste-

il

fantastico.

il

Volle (mi dimandavo dunque) volle egli tuttociò l'Alighieri? o

E mi

almeno presentì che sarebbe?

di sì. Anche prescindendo dalla Can Grande Scaligero (della cui dispu-

rispondevo

lettera a

tata autenticità

io,

dopo averla accettata, ritorno

a dubitare), conia qual lettera egli stesso avrebbe

incominciata la schiera de' propri commentatori,

Dante doveva ben

come

sentire

e

quanto

alle

industrie indefettibili degl'interpreti lo esponesse la

forma allegorica, assunta da

sunta come semplice veste

condo

il

dell'

non

as-

di alcuni concetti, se-

certe imagini, secondo

di

arte antica, il

e

costume dell'arte medievale, o come

abbellimento

tutto

luì;

le

leggi

ma come base e sostegno di E già nel testo del Poema

suo dramma.

aveva con ripetute esortazioni stimolato l'acume guardar oltre al « velame dei versi

dei lettori a

strani » sottile,

,^

anche quando questo diveniva

che

« tanto

penetrar dentro era leggero »;^ e

il

ammoniva che vigate, «il suo

nelle

acque poetiche da

legno» era

difficile

non rintracciasse diligentemente molta dottrina

il

e

lui

li

na-

a seguitare, chi

con l'aiuto

di

breve «solco» che quello lascia-

va, «dinanzi all'acqua che ritorna eguale».^ Dirò 1

Inf. IX, 63.

-

Purg.

3

Farad,

vili, ii,

Del Lungo

20-21. 15.

t

50

DIPORTO DANTESCO che certe controversie

di più,

d' interpretazione

(intendo però delle ragionevoli e giuste, non de' capricci

né delle aberrazioni), è meno ardito che

non parrebbe, lo affermare essere state da Dante almanco non evitate, quasi non aliene volute dalla natura polisensa della sua allegoria.

Ma

non

mio proposito addentrarmi nella

è

dimostrazione

questa e delle precedenti sen-

di

tenze. Delle quali intesi solamente farmi scala e

mezzo a

dire,

che quell'amore del misterioso, che

pagina della

tu senti ad ogni

come

conizzata

gine della il

mirabile »

«

Vita

fin

« visione »

Nuova^ condusse naturalmente

Poeta, non pure ad assumere talvolta

ambiguo

e sacerdotale

predizione,

Veltro,

ma

non ancora

dell'

oracolo,

finita di

tono

il

come

nella

commentare, del

più spesso ad esporre concetti, nella

sua mente chiari

forme che

con

pre-

,

dalle ultime pa-

e

ai

determinati, in maniere

lettori

non riescono

tali

;

o sia

perchè rapide troppo e compendiose, sia perchè

hanno natura

preaccenno a cose che verran

di

ritraggono

dopo,

piuto dallo essere ciò dalle

armonie

il

come

intimo e com-

lor senso

parti

d'

un

e corrispondenze

tutto, e per-

che con questo

hanno, e che l'autore ha voluto ripensi

il

tore da sé, senza rammentargliele

lui. Del anche prescindendo da cotesto ragioni del

resto,

cismo

subiti

1

dantesco,

§ XLIII.

i

sottintesi,

gli

scorci,

i

let-

misti-

DIPORTO DANTESCO

51

trascorrimenti, erano di quelli scrittori, e

non meno

nella prosa che nel verso. Presto, pur troppo, la

poesia e la prosa nostra perdettero la virtù di

quegP impeti sentenque' colpi, quando a' primi

quelle vivacità giovanili, di

aliti

que' lampi, di

di

ziosi,

del rinascimento classico

intristire

fiori

i

incominciarono a

primaverili del verziere toscano,

destinati d'allora in poi a sfolgoreggiare di colori

non

proprii,

sportava con taldo. Sul la

mano

egli

entro

non

quale, però,

dove

stufe

le

mano maestra

il

gli

tra-

novelliere da Cer-

è giusto

aggravare

per questo' latinizzamento della Hngua;

ne

fu

certamente V

gegnoso pur troppo

e

artefice,

e squisito;

ma

artefice

in-

la lingua vi

era di per sé trascinata dalla civiltà precoce del nostro paese, e dai

che sulla

diritti

figlia

pri-

mogenita vantava quella gran madre. Giova ricordarsi che il Boccaccio non era sorto, quando

Dante dettava Convivio; e

che

il

alquanto

altro

laboriosa

il

Petrarca non scrisse prosa

perchè prosa non credè

italiana,

vere

prosa

in

che latina.

Ma

la

si

potesse scri-

Commedia apparcome sotto

tiene interamente, così sotto cotesto

all' arte viva e spontanea del una visione medievale, non un

tanti altri rispetti,

tempo suo;

Poema sia

di

è

classico: con questo bensì, che nella poe-

Dante

tentativi

l'arte

del

già dirozzata, e

Medio Evo, dai primi della risorgente anti-

chità cauta e libera imitatrice, tezza,

si

leva a tale

al-

da rivaleggiare pur con l'antica, conser-

DIPORTO DANTESCO

52

vando tuttavia

fattezze proprie

le

e

proprio

il

costume.

IL

Ho

parlato del misticismo dantesco e de' tra-

scorrimenti ideali e sintattici degli scrittori trecentisti,

perchè queste proprietà della poesia del-

mi dettero

l'Alighieri furono che

primo apuna questioncella, che uno degli per tempo, ma non certamente ^er diliil

piglio a risolvere ultimi

genza ed acutezza, fra

i

commentatori della Com-

media^ propone ne' termini che sono per Questioncella in se in

;

ma

riferire,

che acquista importanza,

modo

quanto tocca, ed in

assai

rilevante,

l'ordinamento materiale e morale immaginato dal

Poeta pel suo Inferno, non che disegno

quel

di tutto

il

metrico

sovranamente.

di

E

altre particolarità

Poema, uno

poi,

e sim-

nella ricerca del

vero, ne conviene né giova misurare, delle questioni,

grandezza o la piccolezza

la

In sulla fine

ferno^ quando sotto le

mura

adunque i

di

del canto ottavo àelVIn-

due Poeti, sbarcati da Flegias Dite,

aspettano

che

il

Messo

venga ad aprir loro le porte della conil commentatore da me accennato, che Raffaele Andreoli, apponeva la nota seguente:

divino

tesa città, è <.

«

Fin qui de' peccati particolarmente detti mortae che Dante comprende sotto il general nome

li,

« d' incontinenza .... « sette, ed

il

Ma

i

peccati

mortali

Poeta non ha parlato che

di

son sei.

53

DIPORTO DANTESCO

pena dell'invidia neppure un cenno ne mai più per tutto V Inferno. Eppur

« Della «

« stra in più luoghi di tutta

superbia e

due

interi

« che

come

«

l'ira,

mo-

appunto

tratta dell'invidia per

canti. Varii cementatori

accidiosi al

gli

ei

la gravità

sentire

« di questo peccato; e nel Purgatorio, « tra la

finora,

di

affermano

sotto degli

ira-

« condi, così gl'invidiosi sono puniti disotto a'su« perbi, nella stessa stigia

« zione è al

ma meno

« mente,

palude:

E

gratuita.

tutto

ma

l'afferma-

gratuita

egual-

assai ragionevole in sé stessa,

« è la sentenza del Balbo, che l'invidia abbia ad

punita generalmente

« intendersi

« ottavo cerchio dell' Inferno

« vede

come

all'

nel

settimo e

quandoché non

;

invidia possa essenzialmente

si ri-

« dursi alcuna delle colpe in detti cerchi punita,

Se v'ha questo Inferno, che ragionevolmente

«simonia, ruffianesimo, divinazione, « luogo di «

si

possa supporre dal Poeta

« cotto

degl' invidi,

« terzo de' giri

«serve

di fossato

« cessa pure « gare

il

egli

alle

cotal

silenzio del

«

uomo da

mura

come

Poeta nel valicar lato

ri-

tra'

il

medesimo che

di Dite:

destinazione,

un

a

a parer nostro,

è,

« punitrici del più detestato « Noi, persuasi da

destinato

Stige, quel

dello

ec.

ma, conpoi spiele

acque

peccati mortali

che Dante non

?

era

una parte tanto imsua materia e dall' altro non

lasciarsi sfuggire

« portante della

;

« trovando sufficientemente dichiarata da alcuno, « nò riuscendo a scoprire noi stessi, la intenzione

54

DIPORTO DANTESCO Poeta;

« del

limitiamo ad indicar la difficoltà,

ci

rimettendone ad

«

la soluzione ».^

altri

quesito è dunque: in quale degli scompar-

Il

timenti

suo

del

Inferno

Non

gl'invidiosi.

abbia Dante

molti commentatori sono trascurati

al



sommo

fango

indichi, altre

;

ponendo

anime che degli iracondi

della palude, e degli accidiosi

di quella.

Secondo

essi

Stige non in-

che Dante nella traversata dello contri,

collocati

parlo de' superbi, che pure da

entro

tale interpretazione,

iracondi le « genti fangose

»

vede

eh' egli

il

sono ^

in quel pantano,

Ignude tutte e con sembiante offeso;

e che si

Ma

percotean non pur con mano,

con la testa e col petto e

Troncandosi

^

.

e di queste niuno

co' denti

co' piedi,

a brano a brano

;

può dubitare, perchè Virgilio

stesso gliele indica siccome

L'anime

ma quando i

due

poeti,

di color cui vinse l'ira:

nel canto seguente, «

che

è l'ottavo,,

correndo la morta gora »

^

nella

navicella di Flegias, sono affrontati da un altro

da messer Filippo Argenti, non basta a quei commentatori, fangoso, « un pien di fango», cioè

^

La Divina Commedia

di

Dante

Alighieri, col

Commento

di Raffaele Andreoli; Firenze, Barbèra, 1870; pag. 28. 2

Inf. VII, 110-114, 116.

3

Inf.

vili,

31 e

DIPOETO DANTESCO che Virgilio chiamandolo

55

persona orgogliosa

«

»,

rammentando molti che, come lui, « si tengono » quassù nel mondo « gran regi », sebbene

e

i

non abbiano nessun merito verace, Bontà non è che sua memoria

fregi,

che con queste, dico, evidentissime allusioni, acpiù ad iracondi, ma a Per que' commentatori, anche il canto sull'ira e sempre sull'ira: e tanto sono

cenni direttamente, non superbi.

ottavo è

di ciò persuasi, l'

epifonema

che Brunone Bianchi, giunto

sui superbi

del

mondo, anche

al-

nella

ultima edizione del suo Commento,^ sebbene nelle

note a quei versi rimettesse utilmente si

ostinò

sia fatto

a cercare

come

e

mani,

a proposito degl'iracondi, anziché de-

durne essere quello, poiché tenzia, luogo a' superbi gioni, eh'

le

perchè F epifonema di

superbi vi

destinato.

Ma

si

delle

senca-

han potuto favorire questo non piccolo occasione di accennare più in-

abbaglio, verrà nanzi.

A

modo, mi sembra assai malagevole dubitare che i superbi non siano dal Poeta cologni

locati nello Stige, poiché a tale interpretazione si

presta egregiamente

né alcun altro luogo

il

testo

del

canto

in tutto l'Inferno

ottavo;

dantesco

troverebbe, da potervi credere punito quel pec^

La Commedia

éiveduta nel testo Firenze,

e

di

Dante Alighieri fiorentino, novamente

dichiarata da Brunone Bianchi

Le Monnier, 1868; pag.

58.

;

VII*

ediz.;

DIPORTO DANTESCO

^^>

cato, chi s'incapriccisse in tale ricerca senza te-

ner conto che ciascuna specie

mano

a

mano che

peccato

di

allogata, più o

meno

è,

a

esplicita-

mente (salvo in questo canto ottavo) chiamata dal Poeta per nome o indicata pe' proprii individuali caratteri.

«

non

s'

La «superbia», infatti, ammorza » pur sotto il

di

Capaneo, che « della

flagello

di Dio »,^ non è superbia più che quella Vanni Fucci, «in Dio tanto superbo»,2ma semplicemente una forma esteriore, una dimostrazione,

vendetta di

contro

di quella violenza

per la quale proprio

che

violenti,

dissipatori

i

o

l'umano,

son condannati: nel

e'

medesimo

divino

il

rispetto

ad

un' altra

delle proprie

modo

specie

di

sostanze, la

prodigalità, punita per sé stessa nel quarto cerchio,

non potrebbe considerarsi se non come una

modo

accidental qualità di codesto

ma non

già essa

il

peccato

di

violenza,

principale. Rispetto

poi all'invidia, non resterebbe aperto l'adito neanche ad alcuno di questi magri ammennicoli,

pur se ne contentasse: perchè quello stranissimo proposto dal Balbo, di seminarla, per così chi

dire,

e spicciolarla giù pe' tre ultimi cerchi, chia-

mandone

gli

abitatori

fraudolenti, è proprio

invidi

una

violenti

e

invidi

di quelle supposizioni

del tutto gratuite, le quali

sfuggono ad ogni

di-

scussione e ad ogni esame. Se non che giova al fatto nostro

il

notare come

60, 63-64.

1

XIV,

^

XXV, 14.

il

Balbo evidentemente

5*^

DIPORTO DANTESCO

sentila necessità di allogar pure in qualche luogo

questa malnata bestiaccia

dell' invidia.

invero Dante « teologo » non poteva tra-

Ed

scurare nel suo Inferno alcuno de' sette la

vizi

che

Chiesa denomina capitali o mortali, e perciò la superbia e non l'invidia; e doveva pure

non

assegnare a

cotesti

due la medesima regione

Ora poiché

fernale che agli altri cinque.

in-

de' su-

perbi, per la diligenza de' migliori commentatori,

non si dubita piii eh' e' non sien compresi nella prima regione, cioè quella che termina con la palude Stige appiè delle mura

di

devesi

Dite,

ammettere come logicamente nesiano in quella regione medesima,

per gl'invidiosi cessario, eh' e'

anche prima Poeta ve

li

d'

avere scoperto

in

modo

che

il

abbia collocati.

III.

A

questo punto non tornerà inopportuno

chiamare

alla

mente

dell'Inferno dantesco; secondo la quale distribuisconsi sotto tre

d'essi allogato in

che

ri-

del lettore la nota partizione

una

le dette regioni

grandi

^

generi,

i

peccati

ciascun

distinta regione; per

infernali

sono pur

modo

tre:

dei

peccati d'Incontinenza, dei peccati di Violenza, e dei peccati di Frode.

prende

1

il

Poeta sotto

Inf. XI.

I il

due secondi generi com-

nome

universale di « ma-

58

DIPORTO DANTESCO

lizia »

«

r

della

,

pone termine

azione

cui

altrui ingiuria »

:

^

e

fine

ingiuria, o per forza, e si

hanno peccati di violenza; o mediante fraude, e si hanno peccati di frode. La quale categoria de' peccati di malizia, come pure quella dell'incontinenza, è una delle tre distinte da Aristotile i

i

(àxpacj'ta, >«axta);

che per terza pone la bestialità

procedendo, rispetto alla gravezza dei

(^TQpióTYig),

minore al maggiore offuscamento e degradamento dell' umana ragione, che è massimo nella bestialità: laddove Dante, in ciò discopeccati

dal

,

standosi dal Maestro delle scuole, misura quella

gravezza dalla maggiore o minore moralità l'

azione, giudicando, ne' peccati d' incontinenza,

«ragione sottomessa

al

talento»,^ cioè vinta

dal naturale istinto; e sono di

del-

i

men

anche

malizia, co' quali riunisce

ragione usata a

stialità,

abuso

il

grado più grave

di

fin è,

gravi: in quelli quelli di be-

male

;

e di

tale

naturalmente, fra la

violenza e la frode, ne' peccati di frode. Certo egli

pensava a Cicerone, né solo scrivendo cotesto canto undecimo, ma anche quello proemiale, delle tre fiere,

il

senso simbolico delle quali niuno ha,

secondochè mostrato,

io

come

credo, così bene e lucidamente diil

Giacinto Casella;

mio dotto ^

e

compianto collega

a Cicerone che nel

De

Offi-

22-24.

1

XI,

^

Discorso intorno alla formg. allegorica

allegoria della Divina

Commedia pubblicato

e alla

principale

nel 65, e ristam-

5^

DIPORTO DANTESCO cits

^

scrive

« fraude,

«

:

duobus modis,

iniuria;

fìt

id

est aut vi

aut

fraus quasi vulpeculae, vis

« leonis, videtur:

utrumque homine alienissimum^

« sed fraus odio

digna maiore. »

È

V osservare che la prima regione dell'Inferno dantesco sta, secondo T etica e la ovvio

teologia del Poeta, in questa relazione col suo

Purgatorio: che puniti, cioè

«

il

carattere dei peccati in quella

r incontinenza

dell'istinto fuor dei

»,

o trascorrìmento

razionali,

confini

risponde

perfettamente a quel « disordine d'amore », che

errando o « per malo obietto, o per troppo o per

poco

di

vigore»,^ genera

peccati de' quali ap-

i

l'umano spirito si purga » nel « secondo punto regno ».^ I quali peccati sono i medesimi nel «

Purgatorio, che

il

ha incontrati, se si nella prima regione del-

lettore

registra anche l'invidia,

l'Inferno; con la differenza che fra la pena, le

peccato e

il

anime purganti, frapposero quel

« giu-

pentère », quel « ben dolersi »,^ che è, per dir così, la chiave di tutto il Purgatorio dantesco. sto

•Non già che anche terza regione

i

peccati

non ammettano,

pato nel voi. II delle Opere edite

e

della in vita,

il

benefizio

postume di Giacinto Ca-

sella: Firenze, Barbèra, 1884. ^

I,

2

Pm-ff. XVII, 95-96.

3

Purg.

4

Purg, XVII, 132; xxii, 48; xxvi, 93.

XIII.

I,

seconda e

4-5.

,

60

DIPORTO DANTESCO

della penitenza: che v'ha, fra

i

dannati di quelle,

chi della penitenza sclama dolorosamente:

Ahi! miser lasso! e,

per quanto « la

e giovato sarebbe;

siano

orribili »

bontà infinita ha

Che prende

che

ciò

^

si

« peccati »,

i

gran braccia,



rivolve a lei,^

Certo è però (comunque Dante intendesse la cosa, e

come

piaccia diffinirla

a'

suoi colleghi teologi),

che tra la prima regione infernale e corre una rispondenza, che questo altre

due;

Purgatorio

non ha con

per raffigurare la cosa in

o,

termini, fra

il

il

peccato, la dannazione e

zione queste sono

le

relazioni

nel

e «

poi

Purgatorio;

prima ch'alio stremo

Tali rispondenze

peccato

»,^

espia-

— pec-

Antepurgatorio con

penitenza

Purgatorio immediato.

fanno necessario che la detta

regione dove son oioè fuori della

fin di vita.



1'

sistema dan-

tesco: peccato senza penitenza. Inferno;

cato con penitenza in

le

pili esatti

dannati

città di

«quelli di fuori »,"*

Dite,

contenga tutte

e

compiutamente le medesime specie di peccatori non pentiti, che contiene, ravveduti, il Purgatorio per modo che quando il Poeta, ne' suoi quesiti a Virgilio, enumera^ i peccatori di quella prima regione nella terzina ;

^

Inf. XXVII; 84.

2

Purg.

3

Piirg. XXVI, 93,

HI,

* Inf. XI, ^

121-23.

87.

Inf. XI, 67 e segg.

DIPORTO DANTESCO

61

quei della palude pingue,

Che {quei che) mena

il

vento, e {quei) che batte la

[pioggia,

E

come

{quei) che

i

s'

incontran con

si

aspre lingue,

due secondi versi indicano

i

lussuriosi,

i

golosi, e gli avari e prodighi, così la frase quei

della

palude 'pingue

(larga,

noti, e

si

comprensiva

più assai delle altre, precise e determinate), convien riferirla si

non solamente a

« iracondi, accidio-

e superbi, puniti nello Stige », sì

ad « iracondi^

accidiosi, superbi e invidiosi, puniti nello Stige ».

Altrimenti sarebbe incompiuto infernali della

prima regione

Purgatorio, dove sono allogati tali,

coi i

sette balzi

sette peccati

del

mor-

dalla superbia e dalla invidia alla lussuria.

Rispetto di

riscontro de'cerchi

il

al

quale ordine, v'è anzi da osservare

più, incontrarsi primi ne' balzi del sacro

monte

quei peccati che ultimi ne' cerchi dell'abisso infernale,

i

quali, per contrario, dalla lussuria ci

portano alla superbia e (come spero alla invidia;

e neir altro

di

dimostrare)

restando così identica nell'un luogo 1'

estimazione della

gravità di

essi,

che fa trovar dal Poeta più tardi, discendendo, quello che poi più presto trova ascendendo: altra prova evidentissima che, secondo gl'intendimenti di Dante, prima regione infernale e Purgatoria contengono le medesime specie di peccatori, e tutte

r una quelle che

1'

altro.

62

DIPORTO DANTESCO

IV.

E

qui lasciamo, per breve ora, gl'invidiosi

pentiti sul

secondo balzo

A

tuirli.

,

dove

della sede infernale

e

non

i

io

certe altre osservazioni

svolgimento

di

pentiti

mi confido

fuori

di resti-

mi riclìiama

lo

questo mio Diporto dantesco, delle

quali fa cenno

il

titolo

che non è

prepostogli,

soltanto degli invidiosi.

Dimostrate

le

relazioni

della

prima regione

infernale col Purgatorio, la quale chiamerei peccati

di

propriamente graduabili tra Purga-

pili

non dovea

torio ed Inferno, vedesi di leggieri che

bastare al Poeta porre tra essa e la seconda un distacco pur che la terza,

ma

si

fosse,

come

tra la

E

e distinguerla dal resto dell'Inferno.

con

mura

le

imitazione l'

J5^^^2(i^;

gia »

^

di quella « città

opportunissima

i

quali

« peccarono, siccome «

ma

i

dal

sesto

d'immensi sobborghi

«

l'

», nel

2

Inf. vili, 68. Inf. XI, 73.

»,

^

del-

città rog-

dannati dei cerchi

fragilità di fuori,

modo

stesso

Inferno in una specie

e nella città

propriamente

« di Dite, dentro la quale restrinse .1

libro

non per umana

per propria loro malizia

che Virgilio avea diviso «

la separò,

ch'ha nome Dite

rinchiudendo «dentro della

« coloro

seconda e

bisognava separarla veramente

gli

i

veri scel-

,

DIPORTO DANTESCO « lerati ».

La

^

63

distinse, per molti

caratteri: de'

quali principalissimo pare a

me

prima regione non vi sono

diavoli propriamente

quello, che nella

sebbene ^n da essa incominci quella scala

detti; di

i

esseri mostruosi

genii

,

simbolici

varie

delle

sedi infernali, Caronte, Minos, Cerbero, Pluto

Flegias, che, lungo le altre due regioni prose-

guendo con con

le Furie, col

Minotauro,

co' Centauri,

Arpie, con Caco, con Gerione, con Ma-

le

lebranche, con Anteo, fa capo a Lucifero

Dite

,

«imperador del doloroso regno». ^ Ma i diavoli la prima regione non li ha; e Dante infatti li chiama (con frase che non dovrebb'esser cristianeggiato,

dubbia agl'interpreti) e per la

porte

prima volta questa.

di

per così dire, nale,

La

na

«gravi cittadini li

vede

di giurisdizione

contenendo

men

^

il

territorio,

meramente

infer-

peccatori di peccato voluto e

i

piìi

nere »

« dipartiti da questi

giustizia

di Dite, »

gran frotta sulle

in

quale è proprio

meditato, « le anime altri,

i

felli

crucciata

;

^

laddove quelli

», e

« cui la divi-

martella »,

^

si

po-

trebber denominare di peccato non vinto o non impedito.

Queste cose ripensando, mi sembra nobilissimo e

sottile

concetto, e degno,

^

Andreoli, pag. 27.

2

inf. XXXIV, 28.

3

Inf. vili, 69.

* Inf. VI, s

85.

Inf. XI, 88-90.



come

di

Dante,

DIPORTO DANTESCO

64

COSÌ d' essere meglio rilevato e chiarito che fatto fin

siasi

quello d'aver lungo le

qui,

non

mura

della triste città, al di dentro, collocati gli epi-

curei, cotesti grandi eresiarchi del paganesimo, e gli eretici

come rona

evo cristiano. Ciascun ricorda

la città del male,

gano né

alla

mura

delle

dell'

loro spaventoso sepolcreto rovente inco-

il

da, che

si

della città

di

senza eh' eglino apparten-

prima regione, che ,

è finita appiè

quella città, né alla regione secon-

parte

dall'abisso

medesima;

scavato nel centro

e così, né alla

categoria

degli incontinenti, terminata, né a quella,

ancor cominciata, de'

violenti. Cosiffatto

non

rimaner

interamente fuori del sistema penale dan-

essi

tesco

non può non avere un perchè;

il

quale è

questo, a mìo avviso: che la natura del loro pec-

cato

li

sottrae alla

comunicazione diretta, non

che con la Grazia, secondo è che più non hanno amico

ma

con

la Giustizia

il

medesima,

tutti

di

re di

dell'

«perdute

dannati, ^

quel Dio ch'e'di-

sconobbero e negarono; e perciò genti »,^

i

universo,

li

pone^ tra

quasi fuori di schiera.

le

Tale con-

cetto potrebbe parere nulla più che ipotetico, se

non di

fosse applicabile altro che a quella famiglia

dannati, la cui esclusione fuor delle tre grandi

categorie infernali da un qualche concetto, nella

mente del Poeta, dev' essere pure stata

1

Inf. V, 91.

2

Inf.

II],

3

;

Purg. xxx, 138.

'

ispirata.

DIPORTO DANTESCO

Ma

65

quando noi vediamo che, mercè

testa famiglia viene a

coordinarsi

armonia, così morale come

di esso, co-

con

perfetta

ad

altre fa-

artistica,

miglie di spiriti «della valle d'abisso dolorosa», e precisamente a quelle che alcuni

hanno chiamate, non

so quanto

^

commentatori

bene né con qual

preciso significato, « classi intermedie »; o io m'in-

ganno,

dal

campo pericoloso

delle ipotesi noi

passiamo sul fermo terreno de' denza.

modo

Or dunque intitolate

io

« classi

formano appunto

quali

della evi-

e

fatti

dico, che queste così a co-

una

intermedie »,

delle

epicurei ed eretici, do-

gli

vrebbero chiamarsi degli « sconoscitori della

divi-

nità», inquantochè appunto tale disconoscimento, attribuito in vario

grado

e

secondo varie ragioni

a ciascuna di esse, ne costituisce

mune

il

carattere co-

e distintivo.

Infatti noi

vediamo nella prima,

incontra sul vestibolo dell'Inferno, poltroni od ignavi,

senza lodo »,

le

«

Dante anime dei

cui

le

che visser senza infamia e

quali

Mischiate sono a quel cattivo coro Degli angeli che non furon ribelli,

Né ed

ivi

fùr fedeli a Dio,

ma

per sé fòro

abbiamo una prima maniera

di

^ ;

sconosci-

mento della divinità: da parte dei poltroni, per non aver riconosciuta con le opere la legge su1

Inf. IV, 8.

2

Inf.

Ili,

36-39.

Del Lungo

5

66

DIPORTO DANTESCO

prema

del lavoro, con la quale

umano; da

corso del genere neutrali, per

Dio governa

parte degli

non avere, pur con

l'opere, ricono-

sciuta la potestà di Dio, ancoraché,

gnandola,

e'

la riconoscessero

noscimento adunque non e

il

angeli

non impu-

con l'animo: sco-

di raziocinio,

ma

di fatto,

che sarebbe punito nell'Inferno, probabihnente

tra gli accidiosi, se

non fosse una ragione

moralità, che « alcuna gloria

i

rei

di

avrebber d'elli »

Seguono, nel primo cerchio, o Limbo,

le

^ .

anime,

come pongono molti commentatori, semplicemente de' Virtuosi non battezzati, ma, P dei morti, non per propria colpa, senza battesimo, siano « parvoli innocenti » o « femmine e viri y>; ^

non,

2" di quelli che, vissuti innanzi la

venuta

di Cristo,

nò per colpe speciali meritevoli, come invece Se-

miramide, Cleopatra, Capaneo, Anfìarao, Sinone, Ulisse e Diomede, ec, delle pene d' Inferno,

non

appartennero però all'antica legge, non furono del popolo eletto,

non «credettero

turo», secondochè mi pare da intendere «

Non adorar debitamente Dio

»

,

ven-

in Cristo

del

il

verso

pari

che

l'altro « Perch'io fui ribellante alla sua legge»;

^

quando l'Uomo Dio scose nel Limbo a trarne 1' ombre » de' patriarchi, furono da esso

e perciò

«

lasciati colaggiù,

dove

soli privilegiati, «

dal cielo e dipartiti dal 1

modo

degli altri »,

Inf. ni, 42.

2

Furg.

i

Paracl, xxxii, 24; Inf. iv, 38;

VII,

31; Inf.

iv,

avanzati

30. Lnf.

i,

125.

sono

DIPORTO DANTESCO

magni

« Spiriti

gli

67

per intelletto o per valore,

»

raccolti in bella brigata nel « nobile castello».

Limbo

dunque sconoscitori

altresì contiene

sconoscenza non colpevole, anzi, a parlar priamente, mera non conoscenza,

sconoscenza. regione

E

ma

piiì

pro-

pure, in fatto,

sta, «orribile

Minosse: e sono, come noteremo, sconoscenza meno colpevole. alla

giudice», classi

le

mio discorso

;

i

^

di

^

seconda regione fanno

curei e gli eretici, da' quali

epi-

gli

è

mossa questa

quali

rappresentano

si

sconoscenza pensata e voluta,

o

soltanto alla seconda regione,



Dio;

che incomincia dal cerchio

secondo, sulla cui entrata

parte del

Il

di

queste due classi cingono la prima

dell' Inferno,

Corona

^

raziocinio.

di

ma, siccome

già avvertimmo, alla città stessa di Dite, lungo

1

la J'

Inf. IV, 55; Inf. iv, 75, 78; Inf. iv, 119, 106.

2

Inf. V, 4.

3

Non mi sembra

inopportuna, a rafforzare questo concetto,

seguente citazione dal Magalotti, Lettere familian' contro

Ateismo,

II,

E

vi: c

di qui è

che io stimi, essere stato

«

supremo intendimento della primigenia idolatria,

^

culto alla vera Divinità:

«

baglio neiristesso oggetto.

•^

il

'

^

ma

fu culto

Onde

mal

il

regolato, e

render si

vero Dio e depuratole quel culto dalla superstizione

contro con essa minori difficoltà

essendo

l'

che con altre Sette,

idolatria rea per ragion di principio,

E ben

ab-

poi la fede, messole in mira

ma

,

in-

non

bensì di

«

avendo ella potuto, e non avendo voluto, ascoltare la quasi sempre a sé coetanea revelazione, rimanendosi sempre attaccata alla creatura, quindi

*

ella è rea, quindi

".

crabile, e fieramente

«

^

mezzi e

di fine.

vero, che

giustamente redarguita, sommamente ese-

abbominata da Dio

»

DIPORTO DANTESCO

68 cui

le

mura, nel cerchio

venientemente

sesto, si giacciono; con-

grado della loro sconoscenza,

al

che, giusta le teorie del Poeta, è massimo, perchè

più collegato con alluso di ragione. Infine

tra

,

l'ottavo cerchio, de'frodolenti, o Malebolge, e

nono, de' frodolenti traditori, « torreggiano

il

»

Gli orribili giganti, cui minaccia

Giove dal

cielo

ancora quando tuona ;i

Giove, cioè Dio, sconosciuto da

essi, cosi

dai Ti-

come da Nembrot, Titano bipensiero, col « mal coto », sì con

tani della favola, blico,

e sì col

la violenza « contro

'1

sommo Giove»:

mento, adunque, pure gravissimo,

disconosci-

quanto

in

« al

mal volere ed alla possa» vi si aggiugne «l'argomento della mente ».^ Essi circondano poi il pozzo di Lucifero,

perchè partecipanti con

lui al carat-

tere di oppugnatori del cielo; e a Lucifero, per

modo, non pure

tal

si

connette quella scala di

genii mostruosi infernali che

ma mo

poc"*

anzi indicammo,

questa stessa serie, nelle cui prime gli

file

trovam-

Angeli neutrali fra Lucifero e Dio, questa

serie, dico, degli sconoscitori di Dio, in Lucifero si i

termina; e già

in

Lucifero

si

accentrano

peccati e tutte le pene dell' Inferno

,

tutti

e « tutto

male dell'universo», nel modo stesso che al «punto», dov'egli, «forando il mondo», sta

il

^

Inf. XXXI, 44-45.

2

Ivi,

77, 92; ivi,

55-56.

DIPORTO DANTESCO « costretto »,

«

69

traggon d'ogni parte

si

i

Noterò eziandio come la distinzione che

pesi ». il

^

Poeta

Nembrot, Fialte, Briareo, Anteo il quale solo « è disciolto»,^ «perchè, nato dopo la sconfìtta de' « fratelli, non pugnò contro Giove », ^ e più che fa,

tra

tutti

giganti

i

ribelli,

incatenati,

e

gigante dannato è, nell'Inferno dantesco, gigante

genio del luogo; tale que' primi,

come

cato, la rivolta

conferma

distinzione

in

carattere proprio del loro pec-

contro Dio,

cioè

questo

eh' io

chiamo sconoscimento, cui dico aver essi comune le altre classi che taluno ha chiamate intermedie. Le quali verrebbero pertanto, secondo le con

cose qui sopra discorse, ad avere (credo, per la prima volta) proprio e significativo nome, e ad ordinarsi metodicamente nel

modo che

Sconoscitori della Divinità

/

o| s-f

)

]

[

.j.|

'^t

(

i

segue.

:

Ignavi e Angeli neutrali (nel vestibolo dell'Inferno)

Non

battezzati e

Pagani

virtuosi (nel

I

Limbo)

chio

Epicurei ed Eresiarchi (nel

Giganti (fra

il

1

Lif. VII, 18; XXXIV,

2

Inf. XXXI,

^

Andreoli, pag. 103.

101.

VI

cerchio VIII e

108,

cerchio) il

IX).

111; Farad, xxix, 57.

cer-

DIPORTO DANTESCO

70

V.

Ora tornando luogo

alla

nostra

ricerca,

in

prima regione, che incomincia

della

secondo cerchio, abbia Dante collocati restano

diosi,

chio,

chè

e il

il

subito

esclusi

e

quarto,

terzo,

il

secondo cer-

esso

non solamente pernon oifri-

testo di quei canti (v-vii, 1-96)

ma anche

proposito, 'priori^

nanza né con

tal

in

tale

giudicandone pure

perchè,

non può l'invidia avere nessuna comudi colpa né di pena con la lussuria, con

la gola,

Per

col

gì' invi-

rebbe argomento ad alcuna supposizione

a

qiial

modo

1'

avarizia o con la prodigalità.

le ricerche

vengono

subito a re-

stringersi intorno allo Stige, che occupa tutto

il

cerchio quinto. « «

novies Styx interfusa coercet.

e a similitudine

chiamarono

«

descrissero

Così Virgilio

»

che

questo

di

i

infernale

novem circumfiua campis»,

e

et ^ :

commentatori

novemplicem Maronis Stygem lago

il

AUigat

inamabilis unda

palus

Tristi...

Stazio

^

»,

« Styx..

Claudiano^

«.

.

.

quos

Styx liventibus ambit Interfusa vadis». Né diverso dal virgiliano figurò zioni,

come

contino,

i

le

Dante

il

suo:

le

cui

circui-

chiamano, o due o tre che ne

topografi antichi dell'Inferno dantesco 438-39.

1

jE7i. vi,

2

Thehaid.

3

Rapi. Proserp.

ii,

5. r,

22.

DIPORTO DANTESCO (de' quali

avremo occasione

più insigne

il

tare in fine

di

ci-

Z)^poWo), rispondono a

nostro

del

71

quei giri eh' eran piaciuti ai poeti latini, e che

anche piacquero « lì

Tasso pel suo Inferno e pel il cerchia ». Di

al

gran fiume che nove volte

prendendo adunque

il

^

Nostro l'idea dello Stige,

come una cosa complessa aggiramenti, dovea parergli non

e perciò figurandolo e di

molteplici

non

pure

poetica tradizione, de' sette vizi

a vedere

ma

isforzato, il

costipare in esso

che

capitali,

prima

di

consono a quella

anzi

ancora

i

E

giungere a Dite.

quattro

restavano

gli

che tale

fosse la sua intenzione, lo dimostrò subito, rac-

cogliendo insieme, accidiosi,

e

gli uni sotto

gli

altri,

iracondi

ed esprimendolo con imagini e pa-

role chiarissime; cosicché nessuno potè mai du-

bitare che nella di

prima

delle

circuizioni o zone

Stige egli avesse messo insieme

non una ma

due famiglie di peccatori. Or nella mente Poeta, che credè, da quanto aveva fatto sin

del qui,

esser già chiaro al lettore, che nel rimanente di

quella

regione

ultimi peccati

peccatori

;

nello

doveano e che

trovarsi

gli

avea già dato

Stige

stesso

altri

due

esempio

di

aggruppati, come

iracondi e accidiosi; entrò facilmente questa per-

suasione, che qualunque anche

lieve

cenno

rebbe bastato per far riconoscere ne' nuovi riti,

de' quali parlasse,

Gerusalemme,

xviii, 48.

i

superbi e

saspi-

gì' invidiosi.

72

DIPORTO DANTESCO

Al che inoltre dissi testi

induceva quella proprietà, che

lo

connaturata alla poesia e alla prosa

scorrimenti e ideali e sintattici.

rono

vivissimo

esclamazione

co-

si

tutti,

fangose

fu-

tutti,

Argenti, e nella

tengono or lassù gran regi,

perchè

dico;

frantendere come d'

nella

addosso

genti »

una scena

superbi

i

:

Quanti

non da

Filippo

di

E

sebbene non da

riconosciuti,

infatti

nel tipo

«

di

tempi, de'rapidi tocchi, de' sottintesi, de' tra-

voluta

iracondi

a

:

baruffa

lui,

delle

alcuno

potè

descrivere

che

(il

ec.

dal

Poeta

rispetto a ciò

fu,

che sono ora per dire, un doppio frantendere);

ad iracondo pur si frantese contrapposta la frase « alma sdegnosa », sebbene « messer Fie

« lippe,

«

uom grande

e

nerboruto e

gnoso, iracundo e bizzarro

sia, in

forte,

che altro

più

sde^

»,

quella stessa apostrofe di Virgilio a Dante,

chiamato non orgogliosa

».

«

A

persona irosa ogni

modo

i

»,

ma

«

persona

superbi, dico, furono

da molti commentatori riconosciuti in costui: ma gl'invidiosi? E mi atfretto, senza più altro, a rispondere; che non mi tocchi, come a quel per-

sonaggio «

di Marziale,

Parla alla

fine, o

di

sentirmi

proverbiare

Postumo, delle tue caprette.

^

Boccaccio, Decani. IX,

2

Epigram. VI,

xix.

^

viii.

:

»

DIPORTO DANTESCO

73

VI.

Gr «

fangose genti »

mio avviso,

a

invidiosi sono,

ultime

le

(appellativo generico

di

tutti

questi dannati stigii, e rispondente all'altro « quei della palude pingue»), ultime che Dante, di

giungere nelle «alte fosse

«che

vallano »

la

entro la palude, e che l'Argenti.

che

E

«

città si

ì^,

prima

terza circuizione,

sconsolata»,^ vede

slanciano addosso al-

questa è la nuova interpretazione

propongo.

io

Voglia

il

lettore

per le cose testé

richiamarsi

notate,



alla

mente,



questa ultima

per

parte della mia dimostrazione, alcune terzine del

canto ottavo.

^

Poeti,

I

dopo osservata da terra

quella prima circuizione dello Stige, dove stanno puniti

iracondi

e

barca

di Flegias,

certo

punto

trovano

i

accidiosi,

e

della

sono

discesi

navigano verso Dite. palude,

Mentre noi corre vam

la morta gora, un pien di fango, E disse: Chi se' tu, che vieni anzi ora? Ed io a lui: S'io vegno, non rimango;

Ma

tu chi

si

fece

se',

che

si

se' fatto

brutto

?

Rispose: Vedi che son un che piango.

1

-'

Inf. vili, 76, 7: vv. 30-64.

un

seconda circuizione,

superbi.

Dinanzi mi

nella

A

"74

DIPORTO DANTESCO Ed

a lui: Con piangere e con lutto,

io

Spirito maledetto,

Ch'io

ti

Allora stese al legno

Per che

ti

rimani;

conosco, ancor sie lordo tutto.

'1

ambe

le

Maestro accorto

Dicendo: Via costà, con

mani: lo sospinse.

gli altri cani!

Lo collo poi con le braccia mi cinse, Baciommi il volto, e disse: Alma sdegnosa, Benedetta colei che in

te s'incinse!

Quei fu al mondo persona orgogliosa;

Bontà non

è che sua

memoria

fregi:

Così è l'ombra sua qui furiosa.

Quanti

si

tengon or lassù gran regi,

Che qui staranno come porci Di sé lasciando

Fin qui si

in brago,

orribili dispregi!

de' superbi, rappresentati in Filippo:

ma

non apparisce

af-

avverta che sino ad ora

e'

da nessuna pena, salvo quella d'abitare noi pantano come dannato: «vedi che son un che flitto

piango

»

com'

;

Dante, che

lo

egli

sgarbatamente

ripaga di buona

risponde a

moneta.

Perciò

Dante paia insufficiente gastigo sua dimora nelle acque dello Stige, e si volga

è naturale che a la

a Virgilio

Ed

io

:

:

Maestro, molto sarei vago

Di vederlo attuffare in questa broda.

Prima che noi uscissimo del lago. Ed egli a me: Avanti che la proda

Cioè degli

:

Ti

si

Di

tal disio

lasci veder, tu sarai sazio;

converrà che tu goda.

« è

ben ragionevole che tu vegga, come

altri

dannati, anche la punizione di costui

DIPORTO DANTESCO e

a

de' simili

comune

lui ».

qiial

Il

interpretazione,

timo verso

della

è^

seguente

'•>

passo,

nella

che,

non meno

dell' ul-

improntato

terzina,

d'inopportuna crudeltà, riceve da questa nostra

un senso più conveniente e piìì nobile. Ed ecco che fatta ancora poca strada, e mentre Dante tien sempre d'occhio l'Argenti, una frotta d'anime improvvisamente

stigie s'avventa

gentiluomo

al

fiorentino.

Dopo ciò poco, vidi quello strazio Far di costui alle fangose genti. Che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.

A

Tutti gridavano:

Lo

medesmo

In sé

Quivi

'1

si

volgea co' denti.

lasciamrao, che più non ne narro.

Notisi bene: l'Argenti di

Filippo Argenti!

fiorentino spirito bizzarro

Dante, molestato

non

è stato, sotto gli occhi

ancora da alcuno, né

intorno a lui; dagl'iracondi

un

eh' è

pezzo:

« lo

ci

siamo allontanati

strazio »

improvviso e

è

nuovo, e diverso da que' primi azzuffamenti.

sono

pili,

infatti,

«si troncano queste

co' denti »

vanno,

un

solo,

di

quello

anime che

« tutte »

le

« si

percuotono

une

con

strazio:

ed

egli

si

non

furore e

il

si

accapiglia con loro,

disprezzo verso

» e

altre;

scagliano,

anche

ma

gli assalitori

laggiii,

non

nella disperazione infernale, superbo,

spinge,

le

Non

addosso ad

d'accordo,

a quello gridano, a quello

fanno

altri

il

le

re-

proprio

sfoga sopra

DIPORTO DANTESCO

76 sè

medesimo. Or non

è questo

precisamente lo

mondo

spettacolo che di sè presentano nel

i

su-

perbi e gl'invidiosi?

Dico adunque che nello Stige Dante incontra,

medesima punizione d'essere imquell'onde, le anime degl'iracondi e

dalla

colpite

merse

in

degli accidiosi, dei superbi e degl'invidiosi. Nella

prima circuizione, gl'iracondi sopra questi

«

pra alle lor superbi

si

combatte

Nella seconda

teste.

gì'

e

di sotto

mole-

amatori del placido vivere, da quella

sfrenata lotta che

orribile e

accidiosi: di

gli

nel limo », e perpetuamente

fitti

stati, essi gli

e

continua guerra tra loro;

quelli, in

invidiosi

di

:

sopra

di so-

circuizione, i

i

superbi, nel

medesimo modo che gì' iracondi, e, quanto a sè, disdegnosi, non che d'offendersi a vicenda, ma pur

guardarsi;

di

presenta tutto assalto durante

rebbe

difficile

un

trario

di

il

l'Argenti

lor breve dialogo,

a immaginarsi essi

Poeta

al

da

né è disturbato

Se non che

gl'iracondi. di sè

perciò

solo,

il

si

alcun

che par-

un iracondo tra pure hanno sotto

d'

altro ordine di dannati; e qui, al conciò

sono quelli

che segue nella prima circuizione,

di sotto

che molestano quelli

di sopra.

com'è conveniente alla lor cupa e simulata natura, entro le acque della palude, ogni tanto ne sbucano fuori per aggreGl'invidiosi, nascosti,

dire

i

superbi; e fanno

strazio,

sione,

quanto

sdegnano

questi, di

di loro

divorati

tanto dalla

piii

fiero

loro pas-

opporre alcuna resistenza:

DIPORTO DANTESCO

modo che

per

potrebbe qui

si

giustamente che

è

non raeno

che non s'ammorza

superbia, se* tu più punito.

Così ai superbi

aperta

essi,

Capaneo,^ sclamare;

di

in ciò

La tua

di

"77

il

vantaggio dello stare all'aria agl'invidiosi, dal-

rispetto

bilanciato,

incomodo degli assalti di costoro e dallo strazio rabbioso che essi medesimi di se fanno: e agl'inl'

vidiosi,

come

che,

nella belletta

lo

^

»,

lo

non

battere forzatamente,

pena che

accidiosi,

gli

negra

« si attristano

uscirne fuori a comè,

se

si

minor

pensi,

starsene. Del resto nello Stige,

piii

forse che in qualunque altro luogo dell'Inferno

dantesco, è ciascun vizio bestiale

pena a

un

se stesso:

interminabile impeto d'ira sconvolge e

fiacca gl'iracondi;

uno

affoga gli accidiosi;

vano furore

(« così è

starsi sozzo

superbi

i

si

e turpissimo

consumano

in

l'ombra sua qui furiosa»),

a vedersi eterno bersaglio d'altrui offese; gl'invidal fango ove

diosi,

si

macerano,

sono

tratti

a

dare addosso senz' alcun prò a chi non ha ormai nulla da essergli invidiato.

pili

Enumero succintamente interpretazione,

alcune

le

ragioni della nuova

delle

quali già

mi ven-

nero, nel proporla, accennate: I.

Corrispondenza d'antitesi, preparata

quarto

cerchio,

1

Inf. XIV, 63-64.

2

Inf. VII, 124.

col

fin

dal

contrasto fra gli avari e

i

DIPORTO DANTESCO

78

E anche

prodighi.

^

nel Purgatorio dantesco, che rimbecca

la colpa,

Per dritta opposizione alcun peccato, Con esso insieme qui suo verde secca.

Nella prima

Accidiosi

tabile),

Superbi

Iracondi (animo

circuizione:

ecci-

(animo pigro). Nella seconda: Invidiosi (non contenti

(pieni di sé),

di

Gli uni agli altri molesti.

sé).

pone

che

Distacco

II.

il

Poeta fra

il

suo

dialogo con l'Argenti e lo strazio di lui; a rap-

presentare che nello Stige, come nel quarto cerchio, ogni tanto segue, lo

sebbene per diverso modo,

scontro dei superbi con gl'invidiosi.

conosce

cosa Virgilio

legge

«

posta loro »

-

La

qual

consueta e siccome

per

da Dio; né altrimenti po-

trebbe, secondoché fa, predire al discepolo quello strazio,

che

accidentale dei tutto

resterebbe

e

imprevedibile. III.

Convenienza che

gl' invidiosi sui

medesimi condi.

La natura

pita in quel

strazio sia fatto da-

che torna bene soltanto per

il

:

lo

superbi, e non dai superbi fra sé

degl'invidiosi è veramente scol-

« dalli, dalli »,

Tutti gridavano:

A

che suonano

ma

In sé

medesmo

^

XXII, 49.

2

Inf. XIV, 21.

si

le

parole

Filippo Argenti!

laddove costui non risponde a nessuno assalitori,

gì' ira-

volgea

co' denti.

de' suoi

DIPORTO DANTESCO

E

"79

a questa parte, meglio che ad altra qualsiasi

Stige, parmi si convenga il non saprei creder fortuito, d' un passo del profeta Habacuc: ^ « L'uomo superbo « resterà senza onore... Fino a quando mette « egli insieme in suo danno il denso fango ? de'

due canti

sullo

riscontro, che

«

Non

«

morderà;

« tu

egli

repentinamente chi

su

non verrà

e

fuori chi

ti

sbranerà, e

-ti

sarai loro preda? »

Lo

IV. i

leverà

si

acquistare così un signiócato morale

versi tu sarai sazio;

Di

tal disio

converrà che tu goda;

e più l'altro

Che Dio ancor ne lodo i

vengono a

quali

e ne ringrazio:

una

significare

piacenza del vedere come

la

mano

giusta di

com-

Dio anche

a quelle due sorte di peccati serba, nell' Inferno,

condegno castigo, ed anzi

Quando

dell'altro.

pretazione,

i

fa

l'

uno gastigatore

comune

invece, nella

commentatori sono

inter-

costretti a spie-

garsi quella atroce sodisfazione con ragioni poco

onorevoli al Poeta: di

tello

messer Filippo godè quale

esule; alla

pecca cacciar

come sarebbe i

cioè

che

che uno

beni di

ne aggiungono

d'anacronismo,

«

Dante

»

un'altra che

«Filippo fu a

Firenze parte Bianca e Dante »,

di

fra-

^

Fi-

5-7.

1

ji.

^

Cìtiose

sopra Dante. Testo inedito, ora per la prima volta di G. G. Wanen lord Vernon); Firenze,

pubblicato (a cura

1846; pag. 67.

DIPORTO DANTESCO

80

Dante

lippo cui

assai innanzi al proprio esilio e

de' Bianchi fa morto.

VII.

Alcuni, fra

pochissimi

i

V importanza

compresero

supposto che

agl'invidiosi

ricetto la terza

fosse che circondano

che

ricerca,

han

Poeta assegni per

il

circuizione

commentatori tale

di

Stige,

dello

Ma

Dite.

oltredichè pare

assai più conveniente, che coteste

ginate da Dante a quel

mondo

a cui nel

nostro

modo

restino,

sgonlbre

quali di

mancanza

fossi

dannati;

di

cingon

lettera

la

meglio,

fosse,

imma-

e per quell'ufficio,

^

mura

per guardia delle

Più e più

cioè le

li

castelli,

del

testo

l'Andreoli

non

mostra,

le

stesso,

che,

come vedemmo,

questa ipotesi, ne confessa,

in

dal seguitar

è alieno

la

poca probabilità, inquantochè non poteva Dante attraversare,

aggirata »,^

che potesse diosi,

e le

in

«

non senza prima

far

grande

dette fosse, senza dir nulla nulla

qualche

modo

riferirsi

quando proprio avesse inteso

Più ingegnosamente,

come

suole,

il

agi' invidi porveli.

Tommaseo

dice cosa da alcuni dei vecchi commentatori in

parte accennata, «l'acqua «

ad accogliere ^

2

Inf. XVIII, 11. Inf. vili, 79.

gì'

di

Stige impaludarsi

iracondi per superbia, per

in-

DIPORTO DANTESCO

81

per malignità accidiosa; che tra loro

« vidia,

si

«

percuotono o marciscon nel fango:

«

sopra; l'invidia cupa sotto »;* con l'accidia stu-

accomunar l'invidia,

diandosi

l'ira furiosa

e tutte due,

in-

sieme con la superbia, derivarle dall'ira; e op-

portunamente, anche che in Stazio

nostro assunto, notando

al

l'ombra

^

Laio, mentre, scor-

di

tata d'a Mercurio, passa lo Stige, incontra d'invidiosi.

Vegga

ragioni da

me

anime

egli l'illustre scrittore, se le

addotte non facciano preferibile,

dimostrino vera di fatto, tra le quattro specie

e

una

dannati

di

distinzione precisa

che però non ne rompe

affinità,

assoluta, alle

minuto; e se la collocazione degl'

e

vidiosi

sotto

in-

superbi possa, per queste mie

ai

osservazioni sul testo

piiì

efficacemente che per

eruditi suoi raffronti co'

gli

e

conforme

Dante, distinguitore scolasticamente ac-

altre di

curato

cessar di essere ciò che

un'affermazione

«

le

l'

Padri e co' Dottori,

Andreoli la chiamava, gratuita». Certamente

al tutto

non potrei alla mia interpretazione augurar fortuna mighore di questa: che l' autorità di un

io

tanto giudice le confermasse, in prò degli studi testo

sul

dell'Alighieri,

sembra avere: ferno, e tutto

Poema;

vino ^

'

morale

e di

mi

eh' ella

e penai sistema del

Di-

rendere più razionale insieme

La Divina Commedia

nti e note dì Niccolò 2

vantaggi

compiere la topografìa dell'In-

di il

i

Thébaid.,

Dei.

Lungo

ii,

di Dante Alighieri^ con ragionaTommaseo; Milano, 1869; I, 69, 77.

14 seg. 6

»2

DIPORTO DANTESCO

e più artistico

lo

svolgimento

E

poiché tutto

quelle

di

mio argomentare

il

sopra un' interpretazione letterale del che

vuol negarsi

Dante

vero, che

nel secolo suo medesimo,

secondo

cose da

le

facilmente

si

me

nel

ciò

quale,

i

suoi

sottin-

non solo

gì' invidiosi

alcuni rimasero anche imbrogliati, il

pensiero tanto

:

gì' interpreti

non ravvisarono dovecchessia pio

non

testo,

alquanto innanzi discorse,

dovevano indovinare

e le sue ambiguità,

tesi

fonda

si

proprio

il

oscuramente significato

qui

venisse

a

tetre

^

scene dello Stige dantesco.

,

ma

come per esem-

Boccaccio, e quel da Buti, e l'autor delle

chiose attribuite a Iacopo Alighieri, fra le somiglianze degl'iracondi coi superbi. Degl' invidiosi

furono

soli

ghieri

e

a parlare espressamente Pietro AliChiosatore

il

anonimo:

tocca appena, senza entrar tro

,

che però

neanch'

ma

costui

ne

particolari; e Pie-

in

egli vi

si

diffonde

e

del

dove preciso si tace affatto, potè, nota il Tommaseo, dedurre la cosa non tanto dai versi quanto dalla viva voce del padre. La quale avvertenza del Tommaseo m'induce a riportare le 1

Così scrivevo nel 1873, vivente

il

Tommaseo.

Ma

dal ve-

nerando uomo non ebbi altre parole, che di quelle, temo, le quali egli serbava per quando voleva non dire niente. « Sullo

un suo biglietto de' 25 aprile di quelma non mancherebbe alle parole mie gratitudine e lode ». Alla mia opinione mostrò

Stige di Dante

r anno) «

«

»

(così in

avrei più cose da dirle

accostarsi l'Andreoli, ristampando

;

il

suo lodato

renze, Barbèra, 1882; vedi a pag. 28.

Commento:

Fi-

DIPORTO DANTESCO

83

proprie parole di Pietro, favorevolissime, se non

m' inganno, alla interpretazione da in qua {nella palude stigia) « .

.

.

.

iracundos

« apparenter

me

proposta

fìngit puniri

superbos, et non ap-

et

« parenter et occulte, idest in limo talis

'

« partibus dictae paludis ».

l'

forse egli stesso,

Poeta, s'accorse

il

oscurità in che rimaneva quel punto:

non mutare

di

paludis,

accidiosos et invidos, in diversis

« fingit puniri

E

:

già fatto, in poesia

il

avesse

ditata e profonda,

le

e,

del-

o che

me-

così

sue buone ragioni,

stimasse, rispetto alla descrizione dello Stige,

che

lasciasse

lo

ir

piìi

tore; all'oscurità

dare

^

essendo

,

poco

fatica

me i

e di

studiò di rimediare,

'

ai

lettori

che

accorto se

a nobile ingegno un

« bello

lasciare

».

"^

Di

siccome ultimo

recherò,

tutto

questo

G.

J.

nttnc

Bar.

primum

Vernon,

rentiae, mdcccxlv; pag. 108. 2

Furg. XXXIII, 139-141.

^

Furg.

'

Convito, III, V.

'^

XVII,

vv. 31-3ri.

139.

IX

argomento,

Fetri Allegherà super Dantis ipsius genitoris

Commentar iuniy tibus

simili

almeno

paiono indizio alcuni versi del canto

quali

noi

«

« del taciuto da lui essi per se cer-

cassero » di

si

divedere

a

acciò

n' era,

fren dell'arte»;

che

e ^

dimostra paziente e rigido osserva-

freni egli si

col

tutte le carte »

piene

« fosser

a ;^

a

Comoediam

in lucem editum, Consilio

siint-

et

curante Virirentio Nanmicci

;

Flo-

DIPORTO DANTESCO

84

conferma e quasi suggello del mio ragionare. Sono, cotesti versi, quelli dove avendo Virgilio, mentre aspettano sulle porte di Dite il messaggero celeste, risposto a Dante, che ne lo inter-

rogava,

se

altro spirito

percorso l'Inferno,

Limbo abbia mai

del

seguita

poi di suo, e quasi

senta necessità di chiarire al discepolo cosa non

potuta ben afferrare da lui: Questa palude, che

gran puzzo spira,

il

Cinge d'intorno la città dolente,

U' non potemo entrare ornai senz'

Cioè, distaccandosi del tutto

dalla

ira.

domanda

di

Dante, alla quale ha già compiutamente risposto, lo

riconduce col pensiero allo Stige.

E

di

quello

continua a discorrergli; se non che, per nostra

mala ventura. Dante,

distratto

apparizione delle Furio sulle fa,

come sempre

Maestro, e

Ed

le

dall'improvvisa

mura

di

Dite,

non

altrove, tesoro delle parole del

dimentica:

altro disse:

ma

non l'ho a mente;

Perocché l'occhio m'avea tutto tratto

Vèr

E

lo

l'alta torre, ec.

stesso, pressappoco,

mentre correva tuttora

la

era a Dante avvenuto

morta palude:

cioè,

che

dal rimirare più attentamente l'assalto delle « fan-

gose genti » addosso a Filippo, e dal « narrar-

cene

di più », lo

avea distolto

il

doloroso rumore,

che s'incominciava a sentire, della città

1

vili,

64-66.

di Dite:

^

DIPORTO DANTESCO Quivi

lasciammo, che più non ne narro

'1

Ma

8'5

negli orecchi

Perch'

io

mi percosse un

avanti intento

l'

:

duolo,

occhio sbarro.

Anzi questi schiarimenti intorno

allo

Stige pote-

vano a Virgilio parer necessari appunto per che egli si ricordasse come Dante in sulla

fine

non avea posto ben mente

alle

della traversata

cose

lungo essa

scorso da

Certo è che

incontrate.

ciò,

il

di-

incominciato tratta della palude: e

lui

dacché nelle poche parole, tenutene a mente da Dante, non

è nulla davvero

e'

che meritasse

conto

il

d'

intorno ad essa,

essere da Virgilio spon-

taneamente detto, conviene ammettere che nelle altre,

quali

le

il

nostro

Poeta ha scordate,

si

utile dichiarazione

di

contenesse invece qualche ciò che lo Stige poteva rioso per sta

Dante;

enumerazione

avere, oscuro e miste-

e allora, che altro, se e

distinzione

delle

non queanime in

esso punite, la quale ha poi dato tanto martello ^

agl'interpreti?

^ Mi perdoni l' amico Adolfo Barbo li se ristampo anche questo tratto del mio Diporto, nonostante l'averci egli ravvi-

sato certa

«

industria sottile

d' essere affatto

innocente.

»,

della quale

mi sembra invero

— Egli mi appone {Storia

ratura italiana; Firenze, 1887; VI,

della lette-

Le parole perchè Virgilio non i,

74): «

di Vir-

non possono dirsi scordate, le pro« nunzio mai ». Come non le pronunziò? o se invece leggiamo « ed altro disse ^? e se il Bartoli stesso poco dipoi riconosce che Dante « non presta più attenzione a ciò che gli « dice Virgilio »? Soggiunge il Bartoli, che Dante « finge di non ricordarsene ». Intendiamoci bene: quanto a finzione, « gilio







DIPORTO DANTESCO

86

Vili.

Ed

prenderò

ora

ricordando

tempo

che

di

da' miei

lettori

due valentuomini del buon

Benedetto Varchi e Antonio Ma-

antico,

netti,

due trovo essersi proposta quedegl'invidiosi nel quinto cerchio, e

tutt' e

sta difficoltà il

nome

il

congedo

Varchi averla anche, a modo suo, risoluta. architetto e matematico

Manetti,

e

Il

scrittore di

amico del Ficino e del Poliziano e degli belli ingegni della brigata medicea a' tempi

codici, altri di

Lorenzo, lasciò in quel Dialogo, che sopra

i

suoi appunti distese Girolamo Benivieni, uno stu« circa al sito,

dio di

Dante Alighieri

e difeso contro è stato

venne

a' dì

forma »

,

e

misura dello Inferno

che, tenuto in gran pregia

Vellutello dal

il

nostri, tre secoli e

alla luce la

prima

volta,

ratissima e compiuta ristampa.

che

gì' invidiosi siano,

Virgilio

Poema

non

presenta e role dal

il

:

ma

Galileo,

onorato di accu-

Sua

è l'opinione

insieme co' superbi, puniti

né questo né

dice

è finzione

sommo

mezzo dopo che

altro,

perché tutta l'azione del il Poeta rap-

rispetto a tale azione, che

lettore accetta per vera, sta in fatto che delle pa-

Poeta quivi poste in bocca a

Virgilio, alcune

sono da

mente e riferite nel Poema, altre dimenticate. Né veggo perché non siano lecite ipotesi sul contenuto di tali parole, da Dante attore del Poema dimenticate, o, che e lo stesso, da Dante autore del Poema fìnte di dimenticare. E tanto mi pare che basti a « solvere il forte legame, In che ci strin« gon li pensici sottili ».

lui ritenute a

DIPORTO DANTESCO circondano

che

fosse

Delle

Dite:

;

dacché

argomenti

gli

sostenerla né sono

intorno

per

eh' e' reca

né da

molto valore,

di

alla

non mi fermerò a

quale, dopo le cose discorse, dir altro

87

lui

medesimo dati più che come congetture; ed ugualmente per congetture, che poi vediamo ripetute dal Varchi, é cercato

il

perchè del silenzio di

Dante su que' peccatori. A me preme piuttosto notare, come anche il Manetti batte sull'essere « non solo verisimile, ma necessario », che dal secondo al quinto cerchio dell' Inferno dantesco, insieme con «

gli

altri

cinque

peccati,

suria, gola, avarizia, ira, e accidia».

anche

allogati

vidia:

due

», la

aggiunge

egli,

« questi

ciò posto,

cioè lus-

Dante abbia

superbia e l'incotesti

peccati,

«

volendo procedere ordinatamente....,

«

vano, quasi senza altro cenno, dovere essere

s'

intende-

quello luogo puniti». Gli pare inoltre

« in

«una non

«

maraviglia, che questi suoi commentatori

«

abbino avvertita questa cosa, e che se la pas-

« sino,

cetto,

come se mai,

si il

dice,

così col piò asciutto »

Landino,

il

alcuna dimostrazion della cosa. Col Varchi poi, architettando, «

^

aito

il

more

;

ec-

quale non dà però

quale su

^

questione va

tal

aristotelico »

,

un problema,

Dialogo di Antonio Manetti, cittadino fiorentino^ circa al

forma

e

misura

dello

Inferno

di

Dante Alighieri poeta Divina Com-

eccellentissimo; a pag. 34-132 degli Stiidii sulla

media di Galileo Galilei, Vincenzo Borghi ni ed altri, puhhlicati per cura di Ottavio Gigli ; Firenze, 1855; pag. 54; 76, 87, 129.

^8

DIPORTO DANTESCO

nono

fra

i

dodici del capitolo ottavo d'

pesante lezione sopra V Invidia; in quelle

è di

Lezioni come nelle Storie, anche quando

conserva un certo

prolisso e sazievole, affabile

bonomia che ne

cevole la conversazione; tori

una sua

col Varchi, che,

^

pur sempre

fa

voglio

che

i

tono pia-

miei

let-

s'abbocchino direttamente, e copio qui,

loro servigio,

il

suo problemino

«questo inferno rea cagione

de' vivi

«



«

onde è che Dante

,

e

in

dantesco: « Se

procede da

[V invidia)

produce tanti gravi danni, ,

che seppe

il

tutto e

con-

« siderò ogni cosa, nella prima parte della sua « opera più tosto

divina

che umana, non fece

menzione alcuna particolarmente degl' invidiosi, « e dove e come siano puniti ne l'Inferno? Forse «perchè, come s'è detto, niuno invidioso con«

« fessa d'essere invidioso; e per questo non po« teva farsi rispondere,

«

cati.

E

come

fa negli altri pec-

se alcuno dimandasse: Perchè ne fece

«menzione nel Purgatorio? risponderemo che non erano piìi invidiosi, ma purgavano

« quegli

« r invidia

passata e però la confessavano.

« è da credere, «

come

Ne

alcuni, che egli lo facesse

pensando che l'invidia non fusse peccato mor-

« tale; dicendolo san

Tommaso

« egli stesso lo dimostra, « superbia nel

^

So2)ra

il

espressamente, ed

quale pone prima la

primo luogo del Purgatorio, come

V Invidia, Bagionamento o Lezione

Varchi, pubblicata da L. M. Rezzi ;

Eoma, 1853;

di

Benedetto

pag. 70.

DIPORTO DANTESCO «

madre

«

ed

E come

effetto. si

ne

l'Inferno

sono

truovano

Purgatorio sono

« nel

T invidia come

e cagione, poi

« cati che

89

primi pec-

i

più leggeri,

i

E

gravi.

piiì

i

figliuola

così

fece

gli

« punir giudiziosamente col far trapassar gli occhi «

da un

«è

perdano quella

ferro, talché

perchè

l'invidia: o forse

detta

onde

vista,

questi vizii

non sono mai infiniti, e con quegli

« capitalissimi, superbia e invidia,

ma

« soli,

puniscono sé

« diesi

« «

cagionano

ne

sono puniti: o forse perchè

«insieme

vulgarmente,

il

stessi, e

gl'invi-

fanno, come

si

dice

peccato e la penitenza, non

si

trovando maggior pena che essere invidioso».

Dopo

lamente

ma,

che

di

al

messer Benedetto passa tranquil-

problema decimo, che pure a sua lode,

sia detto

Io vorrei sperare,

men brevemente chiusioni

un po'

e d' aver detto

d'esser

conchiudenti

cose

gì' interpretatori del

è dantesco,

corto.

dopo aver discorso

di lui, piii

piiì

delle

Divino

quali

venuto di

d'

assai

a

con-

cotesto sue;

ora innanzi

Poema non possano

non altro, di discutere la ragionemia speranza parrà, lo sento, superba: pure non mi vergogno di confessarla;

passarsi, se

volezza. Tale

anzi

intendo che ciò serva a scusarmi

accresciuto

il

numero

d'

avere

dante-

delle dissertazioni

Perchè la interpretazione della Divina Conimedia è uno di quelli argomenti, sopra quali, dopo tanti e tanti che n' hanno scritto, non dosche.

i

vrebbe ormai confidarsi d'essere ascoltato se non

DIPORTO DANTESCO

90 chi d'

veramente

abbia

importante da

qualche cosa

nuovo e

eli

dire.

1892.

A

queste

ultime

parole

dopo

(ristampando

quasi vent' anni) soggiungo, che la mia speranza

d'esser discusso ebbe effetto largamente; ringrazio

non meno

senzienti.

Circa poi l'aver accresciuto

delle

i

contradittori

dantesche,

dissertazioni

di

che il

e i

ne

con-

numero

troppe

altre,

dopo questa che fu la prima, ho io da chiedere oggi, non pure scusa, ma perdono; ed augurarmi mi sia leggiera la mia stessa sentenza, che

dovremmo, quanti su Dante scriviamo, scrivere soltanto quando veramente ne valga il pregio: ha men che mai avuto efe non accenna ad fetto in questi vent' anni averlo neanche di qui ad altri venti.

il

che, pur troppo

,

,

RITRATTI FIORENTINI

UN DON CHISCIOTTE FIORENTINO DEL

SEC. XVI

(*)

Cosimo duca, anteriormente al 1550, appartengono le bizzarre memorie letterarie dello Stradino, ossia di Giovanni Mazzuoli da Strada in Chianti, detto il Padre Str^adino, il Consagrata, il Bacheca, il Crocchia, il Pagamorta, il Pandragone, il Cronaca scorretta, il Balestracio. Colombella, e chi più n'ha più ne metta. Ai primi tempi

eli

(

Lo Stradino era scuglio

di

poeta

il

più

soldato

e

buontempone, accademico giano e popolano, che una

(*)

Questo

e

lo

scritto

Dino ComjJogni,

e

,

uom

di

lettere

e

pancacciere, corti-

città così

abbondante

seguente furono pubblicati nella

Xiiova Antologia (15 ottobre 1880) su

strano e curioso mi-

come saggio

del mio libro

e nel libro ebbero poi (cap. xviii, pag.

729-

749, e pag. 760-777, 806-807) la necessaria fornitura di citazioni (

ai

,

in quella parte

mani dal Trecento

di ai

^ue vicende la Cronica. i!ia

esso concernente le persone per le tempi moderni attraversò le fortunose

Senza nulla

di quell'apparato critico,

solamente come Uitratti lavorati sul vero,


nella

mio

libro.

forma

stessa

in

li

riproduco ora

che vennero per saggio del detto

^2

RITRATTI FIORENTINI originali

di

come

«uomo

avuto:

sempre la nostra abbia mai nuove maniere e fatto, come

fu

di

s'usa dire, all'antica

Nato poco dopo per la mercatura,

il

lo

scrive

»,

di

lui

il

Varchi.

1480, avviato, come i più, troviamo nel 1499 a navi-

gare verso Napoli con

un carico

d'

allume per

conto dei Rucellai; poi nel 1505, perduta presto, a quel che sembra, la bussola, poetare d'amore nelle prigioni delle Stinche. L'amicizia e la servitù

con madonna

co'Salviati, e in particolare

Lucrezia

Lorenzo

moglie del de' Medici,

celebre Iacopo e figlia di

a

petizione

della

quale

il

Mazzuoli copiava poesie volgari e altre scritture letterarie de' be' tempi del suo magnifico padre,

avrebbe potuto aprire

gli

conduceva que'

sommo

la via degli ufiSci,

cancellieri o segretari medicei al

degli onori e degli agi.

Ma

Stradino non

lo

era stofia da cancelliere: e quando

vannino

de'

che

Medici

si

alle

die'

il

signor Gio-

armi,

egli,

che

pare avesse già menate le mani nella guerra Pisa e forse anche altrove,

suo

al a'

non curandosi,

soldo;

di

messe bravamente

si

o fosse affezione

suoi Medici e Salviati o bizzarria o necessità,

che

lo

andare soldato, cioè

che pel

proprio

Comune,

si

il

militare per altri

tenesse

ab antico

per cosa piuttosto avvilitiva, e partito da uomini disperati «

e,

come dicevano

sanza aviamento ».

alle

anche

ne' Catasti,

Col signor Giovannino fu

sue prime prove nell'impresa d'Urbino nel

1517; e poi

in

Lombardia

sotto la

famosa divisa

03

RITRATTI FIORENTINI delle

Bande Nere; con

la protezione

ne partecipò

e

spettabile virtuoso messer

lo

per suo

continovo padrone e padre nella militar

«

cantò

plina »; e lo « vittor

ne' sembianti

ticchio

versi

in

Tu guarda

:

Ma

anche

mercatare) che

scritture

gli

del

guarderò

i'

armi

le

conservò

anche nel suo

copiare

raccogliere

e

paressero meritarlo o

vago

«

vertudiose »; e più,

il

gli

an-

e dilettoso

di

potea vantarsi di

se

averle aute di luoghi strani », cioè superando

quelle difficoltà bliofilo; «

eh'

ciel,

il

fra

dassero a sangue, come ose

sgangherati

assai

mostra aver avuto

(che

giovanil

«

disci-

d'ogni guerra, Ch' a Giove armato dicea

la terra ».

(

poi sempre

Aretino, e lui ebbe

Pietro

la simpatia e

il

cui

appetito è sintomo di

ancora, poi, se

e più

raccorrò e salvare

presso

0,

ei

dice, al

trattasse

sé »

di

potessero importare o aggradire

com'

si

a'

bi-

di

opere che

suoi mecenati

suo « triumvirato

che pare

»,

intendesse Medici, Visconti per la origine mila-

nese della Caterina madre del signor Giovanni, e

Salviati ne' quali Lucrezia de' Medici

e

Giovanni ebbe, valente donna, la moglie. An-

il

marito

che da soldato fu dunque racimolatore di carta: e fra le

«bagaglio»

Bande Nere, col

molti de' quali erano stati a soldo

Valentino,

quando

ne

commilitoni delle

de' suoi

il

Mazzuoli

cercava

rinveniva, misero

cheggi e delle rapine, se

li

facea

metteva da parte. Questi furono

codici;

avanzo

i

e

de' sac-

cedere e

li

primordi della

^4

RITRATTI FIORENTINI

sua

Nel 29

libreria.

dell'Assedio, lo

,

a'

tempi

ritroviamo

della

libertà

Firenze;

in

ma

(?

so-

spetto ai governanti, e per cotesti sospetti fatto pigliare dagli Otto e

messo



alla tortura.

altro

Cosimo: il che sappiamo di lui fino ài tempi m' indurrebbe a credere che in quello spazio di anni se ne stesse fuor della patria, come vediamo di

che fece liere il

in

suo fratello Domenico, detto

il

il

cava-

Stradino perchè dell'Ordine Gerosolimitano,

quale nel 1534 troviamo

ai

servigi degli Este

Ferrara. Così pure mi sembra probabile che

buona

quella sua

col

serviti!

signor

Giovanni

fosse al Mazzuoli scala a ridursi con più prosperi

da vita randagia

auspicii,

sare

gli

ultimi, suoi

signoria

dell' infelice

e venturiera, a pas-

anni in Firenze, quando alla città fu

,

sul

cadavere del

duca Alessandro, assunto il figlio giovinetto del Capitano delle Bande Nere; e la cura materna della

Maria Salviati raccolse intorno a quel giopiù qualunque sorta si fossero,

vinetto tutti, di affezionati

i

memoria

alla

del padre. Certo è che

nel 1540, essendo egli « di circa a anni sessanta »,

nella sua casa di Via San Gallo

cademia che da

lui

degli

Umidi

si

fondava l'Ac-

e dal

Duca,

il

quale ne fece subito cosa sua, fu chiamata l'Ac-

cademia Fiorentina; e che il veterano o, come allora li chiamavano, la paga morta di Giovanni de' Medici fu, pe' pochi anni che ancor visse,

mecenate

e

il

il

fautore dei letterati e dei belli in-

gegni presso quel Duca che Bernardo Segni dice

RITRATTI FIORENTINI de' « virtuosi »,

scarso proteggitore e

« migliori »,

fatti», e

«

^^5

piuttosto

colle

«benevolo soltanto

non

e

dei

che coi

parole

agli adulatori».

Del resto la cultura dello Stradino si riduceva a ben poca cosa; ed era piuttosto un dirizzone di quel balzano cervello, che un vero e proprio esercizio di studi. Qualche verso che

rimane farne

di lui il

ci

è cosa, per dirlo alla berniesca, da

segno

croce;

della

risma è la prosa poste nella guardia

da lui posseduti.

Il

e

medesima

della

certe sue chiacchierate ap-

di

questo o quello de' codici

di

raccogliere codici, e in gene-

rale anticaglie, questa era veramente la sua passione,

la

sua letteratura,

soprattutto

romanzi

,

la

sua

dottrina;

cavallereschi.

La

ma

frenesia

del buon Alonso Chisciada, che il Cervantes fra pochi anni dovea foggiare in un tipo immortale, si

era scaricata per davvero dentro la

questo vecchio spadaccino.

Namo,

Astolfo e Gano,

Polinesso »; dini », anzi

«

i

i

cavalieri

di

erranti »,

i

i

e

Rinal-

«

(perchè

Rinaldino da Montalbano

fosse tra quelle fantasie e «

di

Rinaldo, Orlando,

Brunamonte, Antifore

« ventiquattro Rinaldini »

pare che la Storia fissazione);

«

testa

cavalleresche

una sua

Paladini che fur già in Francia,

buon Carlo Mano, e il Bertuccione, e il gran re Balano », e « giganti orchi e fate »; facevano

e

il

continue giostre dal cervello di

Giovanni Mazzuoli.

all' «

armadiaccio »

L' « armadiaccio »

sancta s^anctorum dello scrittoio, anzi del

era «

il

sacro

96

RITRATTI FIORENTINI del padre Stradino; ed era quasi tutto

scrittoio »,

pieno

di

curato

,

medesima merce,

quella

barbiere

il

grafia descritto. si

serva

la

nel

«

dell'

ingegnoso casa quel



arguta biblio-

Chi vuol compor romanzi, vostro

nel

tuffa

il

cortile di

grande Poeta con

bel falò dal

non

e

mancego fecero

idalgo

della quale

armadiaccio

E

Riuscirà

,

cantando un uccellaccio »; scriveva il Lasca in una delle tante baiate in rima al suo Stradino sullo Stradino, dalle quali prendo io qui le linee e

E

i

colori a sbozzare questa grottesca figura.

altrove,

gioventù

sempre motteggiando, vorrebbe che educasse agli studi, condotta per

si

«visitare T armadiaccio », e a

dallo Stradino a farsi

«

degni

mostrare di

la

mano

i

Rinaldini », e così addivenir

essere ammessi nelle « tornatelle » del-

TAccademia (un di que' giovani, ammesso appena diciottenne, fu Bernardo Davanzati) a imparar sapienza dal Varchi.

fa

un

E

un'altra volta, reo d'avere

« Capitol contro

all'Armadiaccio », ne

palinodia piacevolissima

con una Sonettessa

scritto

dove è a grande onore recitata una litania r uno più eroico-romanzesco

dendo che «

il

delle lodi

di

di

nomi

conchiu-

dello Stradino racchiude

lo scrittoio

tesoro

dell' altro,

Toscana

»,

ed è meritevolissimo

dategli (innocenti vanterie

,

ben

s' in-

tende, di esso Stradino) dalla Vittoria Colonna, dal

Bembo, In

altresì

dall'Ariosto e dal Sannazaro.

questo

pozzo

donchisciottesco

a sprofondare anche

altre

venivano

scritture

che

9'7

RITRATTI FIORENTINI

non

piaceva

si

imperocché

romanzi:

erano

che

raccontare

di

lo

Stradino,

brigate

alle

non

solamente le prodezze di «Rinaldo e Rinaldello »,

ma anche da

E

'1

vere; e riandare le grandi cose

Lombardia sul verde piano, fatto d'arme dir di Marignano s; e « pardel viaggio di San Iacopo, della guerra di vedute

lui

lare

le storie

là d di

Pisa, del fatto d'arme del Garigliano, o del

Duca

non solamente metteva assieme codici romanzeschi, ma aveva altresì « per usanza Cronache e storie antiche gir cercando »: e la sua smania bibliografica non investiva solamente Valentino

le

»;

rispettabili

Buovo

e

persone

d'Orlando

d'Ettor, d'Achille, di

«

ma

»:

gli

era un universale

affastellìo di « libri, libroni, libracci »; strambotti,

stanze e sonettacci, da imbrattarne « più di du-

gentomila scartafacci

continuava

e la incetta

»;

allegramente, con grande disperazione de' pizzicagnoli e di chiunque volgerej), perchè

il

chiedeva

AU'armadiaccio ogni gagliolferia

Lasca

gli

tratto D

si

questo famoso

ce

dando

«

l'amico

un

« ripulisse

armadiaccio o,

con duceva

Onde

».

raccomandava che

piazza pulita indifferentemente, «

carta da rin-

«

padre Stradino

»,

facendo

com'ei

gli dice,

ed

la stretta a Guelfi e a Ghibellini »;

invece proponendogli e raccomandandogli di ab-

bandonarsi

all'altra

e ai pizzicagnoli «

In

cambio all'opre

ticaglie,

sua passione più innocente,

non dannosa, cioè raccogliere, di

carta e d'inchiostro. An-

medaglie e cose strane

Del Lungo

».

Imperocché 7

RITRATTI FIORENTINI

98

anche queste piacevano

Stradino. Al quale

allo

Vincenzio Martelli mandava in dono da Napoli

d'un gigante che potè, delFAncroia parente

« denti gigantei », forse gli

di

« esser nipote

scriveva,

Mambrino, o d'uno

vostro scrittoio »; e scella »

gli

degli altri amici cari del

d'un gigantaccio una ma-

«

prometteva

anticaglie fa,

Lasca che

il

quelle

di

com'è naturale, cataloghi

eruditis-

donava i Sette Savi della Grecia in bronzo, compreso tra essi il bue Api d'Egitto nò più né meno, e con l'appendice in sulle spalle a un altro sempre simi; e lo stesso Martelli, altra volta, gli

di

Savi d'un bel paio d'alucce; auguran-

cotesti

dogli

due donatori,

i

il

Martelli che la Fata Fie-

solana, altro mirabile bronzo custodito dallo Stra-

dino

,

anche

lo convertisse lui,

di

veder

un bronzo

in

che diverrebbe cosi l'ottavo fra quei

Savi

cosiffatti

prima o poi

di

Grecia; e

volare al

Lasca sognandosi

il

al cielo

cielo,

bensì

« del

forno », l'anima di Giovanni Mazzuoli « fra

mum-

mie d'orchi e di giganti », E di cotali meravigliosità il buon padre Stradino abbelliva non solamente «le stanze e le vie

«

persona

anche

è descritta girar per

piena d'arme e

di

masserizie », con un

di

:

morto

paglia infilzata Cristo,

ma

scrittoi»,

'ci

teschietto

cornuto

gli

che

la propria

in

al

un

collo

,

e

una Morte, un pure ciondoloni

una corona

libriccino e

dal

piena la tasca, la scaperuccia,

di

oppure con un

braccio;

un idoletto

collo; e il

«

sempre

seno, e la scar-

RITRATTI FIORENTINI sella alla tedesca, di mille

moderni «

»;

addobbi

tutti

99

scartafacci antichi

che su quella figura

zuccone e raso, fronte larga,

e di

bocca

ciglia irsute,

gonfia, naso a beccastrino, occhi torti, e gote che

parevan «

fatte

caso », dovean

a

stupendo.

effetto

un cavadenti

I

di

ai letterati e agli

come per

d'amare santamente e con o

i

giovani fiorentini

nobili

belli »,

amato, perchè simo,

il

E

«

un

lo

accademici rammentava Socrate

€osì per la bruttezza,

tutti

produrre

prendevano per contado o ciurmadore »: ma volgari

costanza

incredibil

quali fossero o buoni

i

sopra

e

professione

« la

sempre

avere

tutti

benissimo

nobilissimo e

bellis-

signor Cosimino ».

a' nobili e virtuosi

udimmo

giovani, che

il

Lasca raccomandargli per lo studio dei Rinaldini, dava infatti lo Stradino a leggere le storie cavalleresche della sua collezione; e talvolta

avveniva

di

riavere

il

codice con

della fatta lettura, tal altra con

V attestazione un brutto mo-

staccio di vecchio che era proprio lui

padre Stradino. Egli

di

tal

alle

come

persone da

favore; nel qual sonetto

liberalità e cortesia, e chiede in

custodia e restituzione. In codesti uffici di altri

per

lui,

e

fatto,

di

e lo

imprestava, un so-

netto con la coda, da servire

raccomandazione

ritratto

il

aveva poi

scriveva sui manoscritti che

gli

lui

generale

di

accomodate

loda la

propria

ricambio buona

qualche

altro codice

raccomandazione sono pur con versi non

piìi

fatti

felici

da dei

RITRATTI FIORENTINI

100

ancora la musa stradiniana

suoi. In alcun altro si

produce con

,

le

quali

ed

solita leggiadria

qualche sillaba oltre

di

undici, attestano le qua-

le

Medici e dei Salviati,

nato in Fiorenza de' Maz-

«

un

zuoli e soldato » (questo intende essere

«

versi

in

altresì

Stradino padrone del codice, creatura dei

di

lità

ottave

delle

abbondanti della

verso),.

che cercò più mare che Ulisse, Fido agli amici

sua

Acato

che

pili

d'avventure e di

pieno

»,

virtù.

Così « l'armadiaccio, nel cui centro o

capitavano

balzo

di

della giornata,

vano

in

le

suo

il

di cavalleria.

dell'

«

r

onorato

e

diaccio teneva

vano un po' alle

ambo

zuoli,

si

le

figura

la

di

erano

milite »

miscellanei,

tale

si ritro-

è notevole

cadano su

veri

i

padroni

prediletti

che

dell'

del-^

arma-

ci

face-

Qualcuna Mazavesse un titolo un

condizione.

vederselo

in

balìa del

prendere, e appiccata

in fronte a certi suoi zibaldoni

diventar

proverbiale

andandone alla malora, almeno memoria del libro vero a cui il neva.

ma

chiavi; gli altri

trovava perfino, se

da quel bislacco

prose

d'intrusi, e sottostavano

disgraziati, venuto

po' specioso, a

di colta

le

fiumi

imprestiti

figliuoli

i

i

e

schiudevasi a comu-

tali

glorioso

conseguenze

di cotesti

»,

versi

quanti v>,

Questi

armadiaccio

i

tesoro »:

«

testimonianze di

libri

«

tutti

corpo all'oceano

nicare altrui

che

come

tutti

nella

titolo

Tale apparisce essere stato

brigata,

coloro,

fra

il

la

apparte-

caso

del



RITRATTI FIORENTINI

Romuleo

di

nuale

Storia

di

101

Benvenuto da Imola, specie

Romana

di

Ma-

dalle origini fino a Dio-

cleziano, scritto dall'Autore in latino e volgariz-

oggi si ha anche a stampa, nello buon secolo. Del qual volgarizzamento ca-

zato, quale stesso

pitato alle ciutogli

mani

del

Mazzuoli un codice, e pia-

quel bello sonoro titolo

miileon, Roìniileonne, se ne

pensare

oltre

Romuleo

,

Ro-

serviva, senza più

codice e al povero messer Ben-

al

venuto, per intitolarne un cotal suo «librone»,

chiama

così lo

il

Doni nei

Marmi

che ne rifeda esso medesimo

risce de' passi foggiati credo

ma

Doni,

certamente

tenore

al

di

ciò

che

librone veramente contenne; che pare fosse po' di

tutto,

epistole,

sentenze, esempi

domanda: ma

soprattutto storia.

storie,

morali; chiedi e

il

un

potremmo dire, in composta o in guazzetto, come dimostra il grazioso elenco che segue: « Gli uomini rari e donne che sono state scritte in questo libro chiamato Romuleon^ son queste: Nembrot, Semiramis, Antenore, Medea, Tarqui-

Storia,

nio,

Bruto, Siila, Catellina, Jugurta, Calligola,

Nerone, Eliogabalo, Ligurgo Cesare,

Giulio

Ulisse,

Aurelio

Ottaviano,

Regulo,

Pirro, ».

,

Numa

Pompilio,

Alessandro, Ettore,

Tito,

Traiano,

Talché non mi par da dubitare che

a questo sprofondato deposito attingesse dino

,

quando

accademica « co'

Marco

»,

«

nella

sua tornata

o

lo Stra-

tornatella

qual volta non preferiva trattenerla

suoi poeti strani e goffi », recitava « qual-

102

RITRATTI FIORENTINI

che istoriaccia scorretta ed antica

soprannomi

de' suoi

con

altri

donde uno

»:

ebbe comune

però

(eh' egli

suoi concittadini del Quattro e del Cin-

quecento), quel di Cronaca scorretta, di Pandragone, da uno de' suoi

Sua Maestà

il

come

re Utterpandragone.



del resto,,

scherzando sul Roìnu leonine, altro faceva che tener bordone a Vincenzio Martelli, in

una

l'altra

cavallereschi

tipi

il il

Doni quale

conforta lo Stradino

delle citate lettere

ad « accrescere il Romideonne in infinito »; e at Lasca che il « gran Romuleone » mescola, con burlevole prosopopea, fra i romanzeschi abitatori dell' Il

armadiaccio. Abitatori, pertanto, e signori.

Lasca, che sui romanzi dell'armadiaccio ricama,.,

com'abbiam visto, tanti arzigogoli; il Lasca, che Canzone in morte dello Stradino fa pianger dalle Muse come scacciati e raminghi « i Rinal-

nella

dini,

cavalieri erranti, fate, orchi, mostri, arpie,,

i

nani e giganti »; che ivi

stesso allo Stradino

reschi;

dei

libri

« poeti ,

parlando

tuoi »,

dice dei

d'altro genere

poeti cavalle*

non

fa

invece se non una volta sola, e per dire,

vedemmo, che l'armadiaccio carta lini;

mare

a'

i

fiumi, ricettandola

modo

come

stesso

che

il

in « ripostiglio »

«centro», non meno, pare, «profondo

tenebroso » di quello dantesco

ne' versi suoi ricantava.

pensare

come

sottrae alla rinfusa

mescolando Guelfi e Ghibel-

e che ingoia roba, nel

nel suo e

pizzicagnoli,

cenno



di sé lo Stradino,

che

diversamente

il

ci

Borni lascia

quando registrando con

RITRATTI FIORENTINI

103

.

solennità quasi notarile, sulle guardie d'un Livio

volgare (Livio,

in

eccellentissimo poeta e sto-

donagione

rico ») la « e

«

» fattagliene dal « discreto

prudentissimo giovane Ugolino dice averlo ricevuto

telli »,

memorassi nel numero

«

Luigi Mar-

di

perchè

io

dell'altre istorie,

lo

com-

cronache,

favole, novelle, composizione e traduzione in versi

antiche e moderne, con opere ispiri-

e 'n prosa, tuali,

nella nostra lingua

Fra pili

comune

».

manoscritti cavallereschi stradiniani,

i

il

singolare è forse quello del Febusso e Breusso

poema oggi simo;

a' critici di

sa da quando, in una

fin allora sepolto, chi

buca d'una

fortezza.

:

quella letteratura notis-

manoscritto è del primo

Il

Trecento, tutto istoriato, e lo pubblicò lord Ver-

non nel 1847.

In fronte ad esso

fiorentino scrisse questo

sproloquio

Giovanni

«

:

Questo

Compagni, mia amicissimi. ranti,

don Chisciotte

donò Iacopo e Domenico di Gante

mi

libro

frategli, e figliuoli di

taglie fatte per

il

veramente caratteristico

Il

quale tratta

di bat-

Breusse e Febusse cavalieri

er-

Tavola Ritonda vecchia e nuova, col al tempo del re Utterpandragone e

della

Sangredario,

del re Artìi di Cammellotto, fuori delle battaglie e

avventure

fatte e trovate

per Lancillotto

del

Lago, Tristano di Leonisse, e Trovato 'n una buca della fortezza di Monte Bicchieri. Composto per il primo trovatore del gli

comporre primo che

'n

ottava

ritìia:

altri

erranti.

la quale, apresso,

lo volse imitare fue

il

messer Giovanni

1

04

.

Boccaccio;

Luca

RITRATTI FIORENTINI sicondo fu Luvigi Pulci,

el

e lor sorelle;

quarto e

il

Matteo Maria Boiardo da Scandiano, Lodovico Ariosti

Ferrara disceso

di

'1

conte

messer

e

di

fratel

il

quinto fu

'1

Bologna

la grassa. Restuorato, rattoppato e ralluminato, o,

per me' dire

vero, fatto rattortificare e rimet-

'1

1000 toppe, che pare Govesse lo Iddio de' cenci. Io Giovanni Giovanni di Mazzetto di Mazzuolo

tere insieme con

che fue di

mondo

al

Domenico

Mazzuoli

di

di

Strata,

detto

senza istato, soldato feta

come Cassandra

maestro rilievo,

di

Ecuba: francesco

bigio;

tutte l'arte, di scultura e pittura, di

di

di

Stradino, cittadino

sanza condizione, e pro-

mezzo

rilievo, di

basso

rilievo e in

piano; col far le forme, formare, e tante altre

vertue manuali quante se ne possa

imparare à

'nparato, di stucchi, di getto, di gesso, paste en varie composizioni di misture, e per

dir

zuppa

unico: apresso, sonatore di stormenti, provisante,

componitore e perfetto dicitore dotato

comedie

,

in

e arti, co' linguaggi a propo-

diversi abiti, etae sito:

alle

dalla

maestri, tanto che

natura e accidentale, sanza gli

Chi

è unico.

dimandi Visino mereiaio

».

lo

vuole ne

Visino mereiaio, ossia

Migliore Visini, uno de' « creati » dello Stradino e che gli successe nell'ufficio di Massaio dell'Ac-

cademia, era

a

lui

e

'1

piacevano suo ridotto

nobili

que' « letterati in volgare »

di :

« inventore di

un raddotto

aveva Firenze,

così

come

di il

nuove quanti

che

fantasie,

giovani

Padre Stradino

RITRATTI FIORENTINI

105

uno armario di tutte le rime che vanno in rima ». Ebbe dal Lasca, oltre altri poetici motteggi, que« Visin qui giace, il qual fu comsto epitaffio pagnone Faceto, allegro, ardito, atto e maniero Malo per burla e morì daddovero E pianto fu da tutte le persone ». Giovanni Mazzuoli moriva il 5 di giugno del 1549, seguitato fin oltre tomba dalla pettegola incorreggibile musa del suo Lasca; il quale con una Canzone a mo' d'epicedio, una Visione in terzine, e piii tardi (morendo Visino) certe traonogiche Stanze alla morte rapitrice d' una sì rata coppia », manteneva la promessa fatta allo :

:

,

a:

Stradino della

«

:

Intendo che tu sia Bersaglio e segno

musa mia

E

»,

nell'Epicedio e nel Capitolo

non è dimenticato l'armadiaccio, mi preme,

È

«

Quel che più

venerando mio sacro armadiacil Mazzuoli moribondo;

il

oio », dice nell'Epicedio

e

nel

Capitolo,

dantescamente favellando dal

regno delle ombre all'amico, dato l'armadiaccio».

Ma

che raccomandandolo

al

«

Sieti

raccoman-

all'armadiaccio, meglio

Lasca,

egli

aveva prov-

veduto nel testamento: dove, nominati esecutori testamentarii Salviati,

significato in

duchessa ed

i

distribuiti.

suoi essi

forma che avrebber visto certo suo libro Non ne sappiamo modi

più di questo

e così

e

disponeva che la libreria fosse da

distribuita ne'

di

suoi duca

i

:

e

che

i

libri dello

Stradino furono

Ciascuno, a cui toccava, ebbe

avvenne che non

tutti cotesti libri

i

suoi;

corsero

RITRATTI FIORENTINI

106

medesime vicende.

le

Il

Salviati,

il

quale, com' è

manonon

noto, tanto frugò e tanto vide di antichi

volgari,

scritti

n'ebbe a

mano

della

stradiniana

libreria

che nove

un Milione di Marco

:

Polo, una Tavola Rilonda, un Plutarco^ un Ovidio Eroidi, una Retorica di Tullio, un Rinaldoda Montalhano, un Difenditor della pace dal

un

francese,

Metamorfosi,

Ovidio

Metamorfosi.

sulle

La

Allegorie

e

più parte di questi codici

appariscono poi nella Tavola dei citati dagli Accademici della Crusca nel loro Vocabolario y siccome smarriti: e al proposito di essi l'Accade,

mia ripete più volte dal

nome

il

lui

Salviati, in detta

Tavola,

Stradino; e alcun altro codice di

dello

come un Ovidio Rimedio romanzo del Povero Avveduto, e

essa stessa conobbe,

d'Amore, e l'altro

il

Storie Nerhonesi , e di

delle

salviateschi rintracciò le vestigia,

tarco Altri

che rinvenne si

ritrovano

bechi, senza li

si

di

libreria

nella

balzo fra

i

sappia per che vie

alcuno dei

come

Riccardiana.

libri del ci

del Plu-

Maglia-

siano venuti;

acquista alla Magliabechiana Anton Francesco-

Marmi per

lo

più da un Borghigiani libraio

un Rinaldino ed

altri

:

come

romanzi. Altri finiscono nella

Laurenziana, e sono pure romanzi; anzi una specie

di collana di

medesimo. Per

romanzi

tal

modo

infilata dallo Stradino-

la

Tavola

dei citati del

Vocabolario della Crusca, e propriamente quella della quarta impressione, particolar fatica dell'erudito

Rosso Antonio Martini, rimase, insieme con

107

RITRATTI FIORENTINI

Avvertimenti del cavaliere Leonardo,

gli

dire

cora' a

piedistallo della gloria bibliografica dello

il

Stradino; senza

che ciò

togliesse alla

tuttavia

fama

libreria di lui la burlesca

UN GENTILUOMO ERUDITO DEL Carlo

Tommaso

di

vita d'oltre

Lasca.

SEC. XVII

Strozzi, nella

sua lunga

(1587-1670), ad altro

anni

ottanta

« ga-

delle sue

gliofferie », cantata su tanti tuoni dal

non attese che a raccogliere memorie di patria istoria; cominciò a sedici anni, e durò infaticabile sino all'ultimo. Ebbe dal Granduca Ferdinando II il privilegio, fin dal 1629 goduto da Antonio da San Gallo, vendere

libri

antichi,

che fossero

senza

non

che

si

potessero

manoscritti, pergamene,

innanzi

per le

passati

sue

per l'acquisto: onde

mani, con prelazione a

lui

non è maraviglia se

sua libreria manoscritta,

di

la

quasi tremila codici, addivenne una vera pre-

ziosità,

ed egli ne acquistò

antiquitatis ».

Se non che

l'

il

nome

Italia de'

di

« pater

tempi vissuti

dal benemerito patrizio, se per istudiare prio

passato,

dal

risorger

della

secolo alla caduta della libertà fra

aveva

civiltà il

xv e

il

pro-

nell'xi il

xvi,

Ka maturità della vecchiezza, è altresì vero,

pur troppo che, invecchiando fra tante calamità e rovesci,

aveva

di

quella

antichità perduto

il

RITRATTI FIORENTINI

108

sentimento. Accade, sotto tale rispetto, nel nostro

paese ciò che

nessun altro paese

in

Europa:

di

che a quel punto della sua istoria la catena delle tradizioni

rampolla sull'antica. di

La

Francia ha da' suoi

manca

libertà,

una gente nuova

rompe, e quasi

si

continuità che V istoria

inglese dalle sue

la

re,

non tanto a

alla storia d'Italia;

causa delle divisioni regionali, quanto perchè da

mezzo

il

secolo xvi in poi, più che storia d'Italia,

può considerarsi come non solamente

la nostra, che fino allora

storia

della

perde,

il

civiltà

universale,

che era inevitabile,

tale carattere,

ma

quello stesso di nazionale, e addiviene la storia

signorie

delle

Toscana, a

i

influenze

delle

ostinarsi a confidar

taglie

Spagna

dalla

o

vincitrice, se

non

la medicea, è vero, signoria

preparata,

il

1530

La

lo attestano.

i

loro eredi: fu

paesana

e di

lunga

per questo sorta

straniera; e

Fondata

ebbe

gli odiosi viceré,

ma non meno

all'ombra della prepotenza e

Francia,

nella

duchi; dall'Austria, più tardi,

mano

straniere.

cui fu infausto nelle ultime sue bat-

il

1512

sulla distruzione

dell'antico, la signoria dei Medici, quanti animi

attirava a se, tanti dall'amore di quell'antico ne

distoglieva

anche, e

in

;

e

cessando

breve tempo, cessare,

che era nel secolo xvii) età,

zione:

il

(il

sentimento

del fatale Cinquecento i

doveva

che dicemmo di

quella

La seconda

quelle forme, di quella vita.

di

metà

ben

Y amore,

segna cotesta muta-

mercatanti diventan nobili,

i

cittadini

si

109

RITRATTI FIORENTINI

muta

vestono da cortigiani; la famiglia

manze e abitudini; la patria era Comune, ora è Sua Eccellenza. tamento non prova

il

pe' vecchi

si

molti che

i

co' fuorusciti,

ma

Cosimo; e

modo

come

spiriti,

lui

che poi finirono fors'

anche

in

e rimpiangitore

di

il

Tacito con

della

medesimo panegirista

blica; ed egli

stettero

corte di

notabile

piìi

Davanzati: traduttore e postillatore liberissimi

questo mu-

opera senza contrasti: ne fanno

Varchi, e

in

il

alcuni dei

In

quello scorcio di secolo,

letterati di

costu-

Repube

ufficiale

meschino del primo Granduca nessun altri però, a mio avviso, quanto Vincenzio Borghini, cui la :

mitezza

costume

del

governanti,

ma

la

ispirava

mente

volgevano spontanei

ai

cuore elettissimi

il

volenterosi verso

e

vecchia

e

sottomissione

Firenze,

i

si

liberi

verso que' tempi

tempi

della

che

gusto de' cortigiani e de' retori riuscivano

al

oggimai

rozzi e feroci,

e sopra

quali la erudi-

i

zione e la critica del Priore degli Innocenti

sono

di

soli

nomi

e date,

ma

questo che dicevo sentimento

vi

spira dentro

dell' antico,

secentisti perdettero così risguardo a' fatti alle parole,

vile e

seguitando, secondo

il

non

solito,

che

i

come al

ci-

morale mutamento quel della lingua. Ri-

spetto alla quale, fu grande fortuna, non che di

Firenze, d' Italia, che nel tramonto dell' italianità,

prima l'Accademia Fiorentina e poi quella della

Crusca fermassero, per così

dire,

sulle sue basi

storiche e originali l'idioma italico: quella, con

RITRATTI FIORENTINI

110

studi del Varchi, del Gelli, del Giambullari,

gli

e di altri

;

questa, col primo Vocabolario che di

lingue viventi abbia avuto l'Europa. lario della

Il

1738) durante un secolo e mezzo di

le

decadenza

mentre sola gloria

letteraria ed artistica, e

erano

Vocabo-

Crusca, stampato quattro volte (1612-

scienze esatte e naturali,

d'Italia

Vocabolario

il

della Crusca conservò intatte e immutate le forme

genuine e native del pensiero italiano; le conservò nel solo modo che può un^ Vocabolario, cioè in

come

deposito e disposte

comune, pronte a ricevere ravvivatrice.

Ora

nuovi

i

può sconoscere solo una

critica

pregiudicata,

tra

ebbe

il

nulla

forse,

dell'arte

cruscanti

ai

meriti lessicografici

cui

i

aliti

che

notevole

è

Sei e Settecento,

del

mostra a servigio

in

superficiale difetti

i

o

che pur

gravemente rim-

loro lavoro, possa piiì

proverarsi che la imperfetta e non sincera notizia

lingua

della

Tanto remoti

storica

del

per cotesti uomini,

fatti,

medioevo

di

quelli

è

stico

Accademici

un senso :

e

il

ornamenti

le

dice chiaro abbastanza!

come

v' è il

Commedia^ chiese e

Comune, non sentiva

erano

lo scrivere di molti

secolo xvii, che fu

edizioni alla Divina aulici

lo

storico,

si

quei tempi! e prescin-

dendo anche dal Vocabolario,

V

fiorentino.

comune

sentimento

dal

i

un senso

meno

arti-

largo di

e che deturpò di

palagi dell'austero

l'antica

storia meglio di

quello che l'antica arte. Noi non vogliamo dimi-

nuire d'un apice

le

benemerenze che

i

suoi eru-

IH

RITRATTI FIORENTINI del xviii (non parlo qui del

diti e quelli

hanno verso

Muratori)

massimo

che è quanto

la storia,

dire verso la patria e la civiltà; e la nostra Fi-

renze deve certamente gratitudine a'

Del Migliore,

ma

d'una squadernando nell^ biblioteche e negli ar-

Dei, a'

volta,

ai

Gherardini, agli Ancisa:

piiì

chivi que'loro zibaldoni, spogli, cataloghi, repertorii,

transunti; selvacce di date e di nomi, fredde

squallide ed irte, nelle quali

si

z'altro produrre, tutta la vita di

squadernando

cotesti zibaldoni

consumava, senque'brav'uomini

dopo

lo studio

;

d'un

documento originale del Dugento o del Trecento, o dopo la lettura d' una pagina di Dino o di Dante, m' è parso che que' pruneti

nomi propri scritture,

si

mormorando

ciosamente

«

di

cifre e di

agitassero in quelle loro rabescate

Uomini

tra pagina e pagina cruc-

fummo ed

or

sèm

fatti

sterpi ».

Carlo

Strozzi

fu

uno

di

cosiffatti

gran

diciamo più giusto, è fra essi di

eruditi; o

lunga

maggiore. Accademico Fiorentino e degli rati,

e della Crusca

carissimo di

ai

Alte-

dove anche sedè Arciconsolo

;

Granduchi, da' quali ebbe la dignità

Senatore; carissimo a papa Urbano Vili e

suoi Barberini,, de' quali scrisse di proprio

il

desse

alle

(sola

stampe) la

a'

cosa che

genealogia, e

da essi fatto conte palatino e patrizio romano; buon padre di famiglia, compiuto gentiluomo ci è mirabilmente ritratto in due colpi di penna, de' suoi felici, da Anton Maria Salvini: « Carlino fa

;

KITRATTI FIORENTINI

112

Strozzi Senatore, pater aniiquitatis. Hollo conoscinto:

andava a mazza, aveva

il

parletico,

sem-

pre ilare e lieto, e infaticabile negli studi d'an-

libricciuolo

uno

sempre memorie »,

Portava

tichità ».

di

«suo

un

tasca

in

quale

del

rimane

ci

lunghissimo e curiosissimo, che

« spoglio »

da riscuo-

comincia con l'appunto d'un credito tere e finisce col

nome

testà nel secolo xiv, e

d'un suo Strozzi

ito

po-

poderi di casa co' loro

i

prezzi fanno serie coi desiderata bibliografici

numismatici, e

le indicazioni

armi

di

e

gentilizio

come tracce molteplici un assiduo immenso instanca-

testamenti sepolture sono svariatissime d'

e

bile lavorìo tutti

lo

antichi

di

ricerche. Tutti ricorrevano a luì,

citavano,: raccolti

i

suoi

manoscritti,

sua Villa

nella

davano occasione continua inesauribile

materia

di

di

due femmine, sul cadere

che ebbe egregi custodi figlio e in

Senatore, fu acquistata

nell' arcidia-

Tommaso

da Pietro

nipote del

Leopoldo, e

pubbliche biblioteche e quella

che allora chiamavasi Archivio segreto e

dotti,

Uscita della

passato secolo,

cono Luigi

distribuita fra le

i

gli

ramo strozziano

del

la libreria,

Carlo

marmi

i

Montui,

favorire

carteggio.

famiglia all'estinguersi di quel in

di

che è ora nell'Archivio fiorentino

di

di

Palazzo,

Stato

:

dove,

ha ricevuta sede condegna

in

questi ultimi anni,

lo

stesso domestico Archivio del benemerito con-

servatore di tanta ricchezza storica.

Chi del carteggio

di

Carlo Strozzi desse sulle

RITRATTI FIORENTINI molte zia,

filze

quegli

113

che ne rimangono ima ordinata noti-

ad aver tessuto

troverebbe

si

una

storia forse compiutissima della erudizione toscana

nella

prima metà del secolo

più illustri fra

spondenza,

il

i

xvri.

Quando uno

dei

co' quali egli era in corri-

tanti

fiorentino autore deìVItalia Sacra^

Ferdinando Ughelli,

chiamava

lo

« l'archivio di

tutte le cognizioni, l'archivio di Firenze, l'archivio (lo

l'erudizieni di

Toscana,

il

vero archivio della

patria», ripeteva, con figura un po' secentistica,

una verità

di

fatto.

tere a lui dirette

E

come rimangono

se

ed

consultori

da' suoi

le let-

amici,

così potessimo schierarci dinanzi le risposte le quali, nello

con

spazio d'un mezzo secolo e più, egli

dilfuse per ogni parte notizie infinite di avveni-

menti, d'uomini,

d' istituzioni,

la maraviglia del

suo aver tanto veduto e conosciuto credo

compagnerebbe ed

eletto

in

qualche

al

abbiam

si

si

ac-

grande

sapere non prendesse forma durevole

opera

possiamo

quale,

rincrescimento che un

d'ingegno sua propria; affermare

per

quel

visto di scritto distesamente

alla

poco che

da

lui,

non

sarebbe mancata la schiettezza della forma e una certa fiorentina elegaaza.

L'amore con

dopo che

cui egli,

la

sua voca-

zione agli studi storici ed eruditi fu determinata, si

die a raccogliere documenti,

sorta di antiche scritture, occhi

quel

sentimento

sua generazione molti e Del Lungo

di i

memorie, ed ogni

rappresenta

a'

nostri

trepidanza, cui

nella

migliori dovetter pro8

RITRATTI FIORENTINI

114

vare,

che

i

ricordi

un glorioso

cF

quale le nuove condizioni

rotto ogni vincolo reale, fossero

storicamente dispersi.

Gli

passato,

civili e politiche

col

avean

per andare anche

ultimi anni del corti-

giano Cinquecento avean prodotto una quantità pseudostorie, nelle quali la retorica

di

alleava

si

con la malafede a fare strazio del vero, ad

esal-

tazione di meschine ambizioncelle genealogiche e

Paradosso

d'

« che non importa che come scherzo è insipido

la

personali.

Il

que' tempi ne' quali

di

e pubblicato,

pio

non

la storia

il

vera

sia

»,

se

sua parte, come segno

composto Per esem-

Salviati l'avea

è senza importanza.

un orafo Ubaldini

:

Ormannozzo Rigogoli

s'

era incapriccito di di-

scendere da' vecchi Ubaldini signori e terrore del

Mugello e

di

Romagna:

e su questo suo capriccio

avea schiccherata e stampata una Storia degli Ubaldini; d'

il

conte Federico

Ubaldini

Urbania, un Ubaldini legittimo e de' eruditi del secolo

tili

al

la quale

nostro Strozzi, la

gognava parlarne

xvi,

piii

« storiaccia »,

»; e già s'era

« si ver-

e

con

lui

sfogato,

su questo proposito dell'istoria antica, «

poco

non

ci

potiamo fidare degli

della loro età,

scrivono l'istorie

con avidità tentico:

ai

di

gen-

chiamava, scrivendo

scrittori

come sono

tutti

quanto

delle cose quelli

che

que'tempi». Si ricorreva

documenti, agli originali,

non sempre per cavarne

anzi talvolta, chi lo crederebbe

?,

all'

au-

della storia;

delle goffaggini

poetiche; quali, col dovuto rispetto al suo estro

U5

RITRATTI FIORENTINI pindarico, sono

certamente

Cinquanta Sonetti

i

Alessandro Adimari in lode

di

da

Adimari, pubblicati

1638, e corredati ciascuno

di altrettanti suoi

bravo vecchio nel

quel

testimonianze

di

Villani ed anche di documenti.

C'era

dei documenti intendeva assai il

legittimo uso ed

più

del

però chi

dirittamente

vero valore. Di poco ante-

il

un monsignore Girolamo 1573 al 1635), grande patrie memorie: e s'egli credè

riore a Carlo Strozzi è

da Sommaia

dal

(visse

raccoglitore delle

buona cosa curare

la trascrizione degli

Vincenzio Borghini, questa è già a

lui

studi di

non

pic-

cola lode. Intorno ai documenti e alle fonti ge-

nuine e legittime della storia un monsignor Piero

Paolo V, a Carlo sembra aver presentita la

Strozzi, segretario dei brevi di

ancor giovine,

di

cui

vocazione e l'operosità,

queste parole

scriveva

davvero bellissime: « Queste sono che

vi

ma

sincera e

è la verità e la

ricercava».

animo ne

Uomo

« cose

il

a

il

e

affettata,

negozio stesso

il

non volgare

di

questo monsignor Piero era

corrispondere

con

Carlo

su

vecchie », e apparisce dal carteggio aver

avuta qualche parte nel farlo rivolgere agli

studi dell'antichità patria. in

vere istorie,

prudenza non

tempo

certamente

di cultura,

de' primi

stato

egli

come

le

Fu

lui

che

lo

messe

guardia (giovinetto ancora, e combattuto fra darsi o alla mercatura, alle armi,

scarso

il

per

vigore)

le

come voleva il padre, Tanìmo ma

quali avea pronto

contro

1'

oziosaggine

patrizia

116

RITRATTI FIORENTINI

allora invadente;

della

quale è viva pittura in

sua lettera (Roma, 3 ottobre 1609): «Una cosa non approverei mai mettersi la croce in

altra

:

e poi stare

petto,

come ho

tutto

visto fare

de' cavalieri di

secentista,

a'

Malta; intorno

Magliabechi,

il

su per



il

i

cantoni,

più». La croce, intendi, ci

ai quali un altro ha conservato un

motto: «I signori cavalieri di Malta hanno due gran nemici, cioè Turchi e Latini. Volendo inferire che sono ignoranti». L' Ubalgrazioso

i

che

dini, altri

del

suo

i

Ottaviano e degli

cardinale

suoi antichi preparava e procurava le

me-

morie, non fermava intorno ad esse peso di dram-

ma, che non ne avesse avuto sincere informazioni

comunicazioni dal suo signor Carlo;

e

così raccogliendo notizie per la Vita di

e

Franco

Sacchetti (lavoro ispirato dal cardinale fiorentino, Giulio Cesare Sacchetti), e così per un Elogio del

cinquecentista Iacopo Corbimetteva a largo contributo la benevolenza di lui grandissime,

fiorentino filologo nelli.

L' Ughelli

dottrina e delle

quali

Sacra

la

per

la

grande

opera

seguitava a far conto

era riuscito ad ottenere licenza

Registri

vaticani,

gran timore non gonio e eruditi

il

la

quale

gli fosse

della

consultare

di

sempre

« stava

sospesa ». Fra

Muratori, cosiifatta è la

che alimenta

e

Italia

anche dopo che

trasmette

il

i

in Si-

famiglia di

la

tradizione

degli studi sull'antichità medievale.

Allo Strozzi, per comunicazioni

da

« cotesti

IH

RITRATTI FIORENTINI antichi

libri

rivolgevano del continuo

si

>>,

corrispondenti.

eruditi

grazia di avisarrai se del

Diario

La

«

supplico....

potesse avere una copia

si

Cronaca

Monaldi e della

del

suoi

i

a farmi

delli

Morelli e delli Velluti, e quanto cesteria a farla fare:

che se fusse possibile ne

ho alcuno rUbaldini Nel 49

libretto

in lettera de'

lo stesso

vorrei,

questa sorte

di

già che

14 settembre 1656 da Roma.

Ubaldini teneva pratica con

la trascrizione, che

cosi

scritti »:

un monsignor

lui

per

Albizzi deside-

rava, delle Commissioni di Rinaldo degli Albizzi.

Nel 41 e nel 46

gli

chiede comunicazione

cuni passi della Cronica della quale nel offiziosa

plare

42

lo

di

ringrazia per la « cura cosi

che s'è pigliata cotesta

in

d' al-

Marchionne Stefani;

libreria

per di

ritrovare l'esemS.

Lorenzo

».

E

l'Ughelli, venuto nel pensiero che ciascuno dei

tomi, ne' quali provincia per provincia è distribuita la sua Italia Sacra, dovesse avere « qual-

che cronica

di

quella provincia che

mai più stampata», avere « qualche cosa

Toscana

»

;

si

di

non

sia stata

rivolgeva allo Strozzi per Toscana.... della nostra

rispetto alla quale le sue ricerche in

Roma

erano state infruttuose, onde gii scriveva non viene dalla sua diligenza, credo che pescherò in vano in questa parte ». A cui lo Strozzi prontamente rispondeva offerendogli una Cronaca di Pisa e una Storietta pure pisana, e « se

questa poi

infatti

TUghelli stampò; e

«

un quin-

ternetto in cartapecora, Delie vittorie de'Fioren-

118

RITRATTI FIORENTINI

tini »; e

ma

un' « istoria della città di S. Miniato »,

questa

essendo volgare, non faceva a pro-

«

posito » a don Ferdinando, che voleva solamente

cose latino. Pregiudizio erudito, al quale presto

avrebbe dato bando fosse forte, se

rUghelli,

il

il

Muratori;

s'impigliava

vi

ma

vedasi quanto

un uomo come

cui copioso carteggio con lo Strozzi,

dettato assai garbatamente, ha

piìi

nianza del suo

buon gusto, come

retto senso e

quando d Vespasiano da

d'una testimo-

Bisticci loda

«

il

dire

popolana e le belle e curiose notizie », e quando d'una propria traduzione « dal latino in toscana favella » teme che « non sarà buona, per esser oggi io più romano che fiorentino ». Se non che può quasi dirsi che più fiorentina che alla

romana

fosse

Roma

stessa in quello

spazio

di

intero un secolo, da papa Aldobranpapa Rospigliosi (1592-1670); la Roma che vide in questi due toscani rinnovarsi il nome di Clemente, come quel di Leone in un altro Medici; e due altri papi di toscana origine ebbe da' Borghesi e da' Chigi; e pontefice per ben ventun anno, dal 1623 al 44, e principe de' più splendidi che mai le abbia dati il Papato, e

pressoché dini a

de' più fieramente teneri della

provincia nativa,

il

fiorentino

famiglia

e

della

Maffeo Barberini

papa Urbano Vili. Sono note le debolezze poetiche e letterarie di questo pontefice: le quali non solamente occupavano suoi ozi di mecenate e di scrittore. i

119

RITRATTI FIORENTINI

ma

si

mescolarono sovente

e all'esercizio del

come quando

pontificai ministero,

suo

volle rifare

il

latino a' vecchi Inni della Chiesa, e alla tratta-

zione delle faccende dello stato

quell'uomo pieno di se e di non buona

in

fetti,

talvolta con ef-

;

coscienza, pubblicamente funesti.

La guerra Far-

nese, che sconvolse mezz' Italia,

ha

sodi

anche conversazioni

mentare e

chi

il

Petrarca) fra

non porrà

zione

del

fra

fra' suoi

letterarie (volevan il

duca

e

pontefice

il

divino Galileo,

quale

nella

certo aver avuto la principal parte

Le

quanto

mal

tanto

state

curato

il

bene

da

ormai

è

privati

i

ri-

« api barbe-

rine », che poi Pasquino nella morte di

essere

:

pubblici mali la persecu-

i

sentimenti di Maffeo Barberini?

disse

epi-

com-

Urbano pasciute

lui

gregge cattolico {quam oves), erano di-

bene pavit apes, tam male pavit

ventate quasi universale insegna de' poeti, degli artisti,

de' dotti

nemerenze

:

verso

i

dei Barberini

quali, del resto, le be-

non furono

poche né Barbe-

ricordare la Biblioteca

piccole; e basta

riniana, fondata dal cardinale Francesco, e che il

Mabillon e

Montfaucon dissero

il

dopo

e importante

della sua casa fu al

qual fine

gli

il

la Vaticana.

la piiì ricca

La

esaltazione

pensiero dominante di Urbano;

parve necessario che

dori della tiara e di tre

porpore

della

flesso (sfoggerò

anch'io un po'

di

splen-

cardinalizie e

Chiesa avessero

del generalato

gli

il

loro

ri-

Secento) nella

luce d'una vetusta e illustre prosapia.

Ma

il

nomo

120

RITRATTI FIORENTINI

Da

dei

Barberino,

nell'antica storia

della

loro

Firenze, è ben lontano dalF avere quella impor-

tanza che la grandezza delle opere buone o i

magistrati

tenuti,

hanno associata

potenza e la

la

ree,

ricchezza,

nomi, per esempio, dei Biion-

ai

delmonti, degli Uberti, dei Donati, dei Cerchi, dei

Tosinghi,

Pazzi,

dei

simili:

anzi,

Frescobaldi, ed

dei

dovendosi

mente che

por

altresì

altri

l'aggiunto cognominale « da Barberino » in molti de' cosi ricordati

non

è indicazione gentilizia

semplicemente del luogo d'origine, può nel Trecento l'unico

a cui

nome

dirsi

ma che

degli avi d'Urbano Vili

rimanesse celebrità

quello di messer

sia

Francesco da Barberino legista e poeta, l'autor

Documenti d'Amore

de'

stumi di donna. genealogico famiglia:

di

I

e del

magistrati

entrano

nobiltà,

di

tinta

romane sare sdegnosamente « gli alla cerca » si

sue

anche dopo

villereccia,

« di

origini, facea ripen-

avoli

che

andavano

a quel Semifonte appunto, alla cui

appiccano

le

prime memorie de' Barbe-

quando non erano Val d'Elsa.

rini

di

titolo

Certaldo e di Fighine », che a Dante,

superbo delle

storia

e Co-

tardi in quella

e in essa per assai tempo,

inurbatasi, rimane quella

Campi,

Reggimento Comune,

del

altro

che

« contadini »

Carlo Strozzi, che fino dal 27 avea ricevuto in

Roma

ospitalità

magnifica dall'onnipotente

famiglia, e n'avea riportato l'onore del loro

com-

paratico per l'imminente parto della sua moglie.

121

RITRATTI FIORENTINI e pensioni



e'

suoi, fu deside-

papa Urbano genealogista della sua casa.

rato da

A

per

e benefizi

primo adempimento

36

derii curò nel

questi pontificali desi-

di

Verino De

la ristampa del

il-

lustratione urbis Florentiae, con delle carezze al

nome

barberino; l'istoria delle quali, che

ho

io

sarà promesso di cavar fuori dai documenti di papa letteraria vita un curioso episodio della ,

Urbano. Questi,

mezzo

col

e

suoi

de' cardinali

consanguinei e dell' Ubaldini e del canonico poeta Niccolò «

Strozzi, fratello

apes urbanae

y>

con Carlo

rino, era

di

ed

Carlo

una

delle

mellificanti nell'alveare barbe-

continua corrispondenza

in

;

degnava tenere alh suoi sanrammentava « con molta stima

e agli eruditi che « tissimi piedi », lo

della persona sua ». Si voleva anzi ch'egli

Roma

quella

bilisse in

che a buon dritto

si sta-

ho

io

chiamata fiorentina; tanto fiorentina, da ingelosirne perfino e insospettirne

duca;

ma

Strozzi

lo

fece

il

serenissimo Gran-

bene

i

suoi

conti,

e

credè meglio non accettare. Bene acconsentì in-

vece a recarvisi per un lungo soggiorno:

ii

cui

scopo era tutto letterario, cioè aiutare e abbellire

di

toscana

erudizione

le

pubblicazioni

che

papa Urbano preparava, per mano del suo conte Ubaldini, e in parte secondo indicazioni già fornite dallo Strozzi

medesimo,

dei

Documenti del

Barberino e

di

lustrare «

pedale », come dicevano, del gran-

d'albero

il

altri

antichi testi; ed inoltre

barberiniano

trapiantato

con



il-

buoni

RITRATTI FIORENTINI

122

rive

sulle

aiispicii

cioè con un bel

armato

verso l'eterna

20 dicembre si

tutto punto,

bauletto di antichi

manoscritti

storiche, documenti,

Carlo Strozzi

simili,

città.

si

spogli, e

avviò, aspettato a gloria,

Ho

il

saputo che V. S. non

queste feste

però

:

signor Cardinale (Francesco)....

gran gola aspettando V.

T Ubaldini

scriveva

Gli

del 36: «

per

partirà

modo,

tal

di

memorie

toscani,

Per

Tevere.

del

ne' primi mesi del 1637,

1'

ho detto

Del resto

al

con

sto

Assicuro V. S. che

S....

ninna cosa mi potrà accadere più grata che

il

ve-

derla tosto con quelli arredi ch'Ella dice d'avere

che volendo Sua Eminenza fare

di libri vulgari:

stampare questo Barberino, mi bisogna leggere molti

di

quelli

di

parole simili a

grato al

per trovare cose e

scrittori,

del

ma

40;

fruttoso a lui

che

il

altresì

della gloria barberiniana.

ser contento.

travagliato

Il

di

Roma

nella prima-

soggiorno romano, se

suo

de' soliti

fu

disutile

curiali

a

favori, tutt' altro

questo

gran negozio

Papa Urbano poteva

suo genealogista aveva da continue

lettere

e

modesto vecchio Orazio Tempi,

celliere delle

Teglia, rato

il

il

es-

Roma

richieste

amici e corrispondenti fiorentini: quali, e

e più

».

L'erudito fiorentino lasciò

vera

meno aspro

lui, e così farlo

mondo

gli

il

dotto

culto

can-

Riformagioni messer Vincenzio del

un Vincenzio Barducci, Scipione Ammigiovane, un Francesco Fazzi archivista

dei Salviati; e

a

Siena,

il

letterato gentiluomo

123

RITRATTI FIORENTINI quale

lagnava con

Giulio Piccolomini,

il

che « uno studioso

dell' antichità

posta sua saziare

suoi desiderii negli Archivi,

i

si

che a punti di luna e con cento assistenti

romano

carteggio

di

Carlo

coi

lui

non potesse a ».

Il

sunnominati, e

specialmente col dottissimo Tempi, è tutto

una

serie di quesiti su punti che gli occorreva aver

massime per distendere il discorso sul Godi Firenze da premettersi alla Genealogia

chiari

verno

Barberina; discorso che

fu presentato dall'Autore

un « dopo pranzo », al Pontefice. Nel medesimo tempo, altre comunicazioni chiedeva

stesso,

lo

Strozzi di antiche cronache

come quelle Cambi, Nerli.

La

di

Bonaccorso

Iacopo

di

Salviati,

non portate

Pitti,

e

i

di

seco,

Giovanni

Comentari

del

1640

conclusione fu: che sul cadere del

uscirono in luce ad un tempo la Storia o Discen*

denza della famiglia Barberini diretta a don Taddeo Barberini^ Prefetto di Roma e Generale di Santa Chiesa^ da Carlo di Tommaso Strozzi, stampata in un bell'in-folio; e i Documenti d' Amore di messer Francesco da Barberino, con Prefazione, Vita

cura

dell'

dell'

autore, Tavola

Ubaldini,

in

delle

voci,

un nitido volume

giato di bellissimi rami;

poi nel

1642,

per

e fre-

pure in

uno splendido in-quarto a cura dell' Ubaldini, le Rime del Petrarca esiralie da un suo originoÀe con le Virtù morali attribuite a re Roberto, e il

Tesoreito^ e Quattro canzoni di

Quanto

a'

due

bei lavori dell'

Bindo Bonichi.

Ubaldini cooperasse

124

RITRATTI FIORENTINI

e quanto utilmente lo Strozzi, lo attestano

do-

i

cumenti del suo carteggio, e la narrazione

che

sopr'essi io son qui venuto tessendo.

Fra

corrispondenti fiorentini

i

dello

brava e cara persona doveva sopra quel pili

buon

vecchio

Crusca la

fino

mondo

questo

stato in

Strozzi, e torna

dal

Orazio Tempi

di

col

Lei »

di

1611), del quale è

V.

S.,

die' egli allo

il

della

somma «

lode

suo signor

con

di

queste sue

che mi dà

le lodi

di

let-

solenne »,

scriveva egli piacevolmente, con allusione, che

sembra fosse

comune linguaggio,

allora del

« nostro Uccellatolo »

E

molto

mi manda un poco verso Bologna

eruditario, gli

(

pienamente giustificata dalla dottrina

»,

dall'eleganza e dalla modestia tere. «

essere «

accademico

vederlo

grande stima che mostra farne

Carlo

Strozzi,

tutti

volta lo pregava

altra

al

figurato anche da Dante,

che volesse porgli

in

carta certe notiziette dategli a voce d'un suo an-

Benedetto Tempi:

tico ser

cosa nella mente che

si

e

« se le

pare d'aver

potesse dire in onorevo-

non fu una lettera quasi rispondendo a questa domanda; perchè vorrei tal lettera inserirla fra alcune mie poche e povere coserelle, lezza di tal

Ercole),

uomo, qual

me ne

egli si fusse (che so

scrivesse

che penso mettere insieme: con tutto che forse,

come

disse Dante,

il

tacer sarebbe meglio

:

concedasi qualcosa alla tenerezza ». Parole granti di pio affetto alle patrie,

e

che

fanno

ma fra-

memorie domestiche

e

deplorare la incuria e la

125

RITRATTI FIORENTINI

maggior parte de' presenti Ma il mal esempio è antico pur nostri patrizi roppo che in quel medesimo carteggio impaiiamo dal Barducci, come un discendente del^gratitudine

della

!

'

:

isterico Filippo Nerli,

l'

quale lo Strozzi

al

Comentari^

rivolto per trar copia dei

si

era

gli rispon-

non sa poi quello sia stato del suo originale; sa bene che lo riebbe, almeno li pare e... ». Risposta che rassomiglia a certe, quando vengono, del milleottocentotanti.

deva

averli

Dissi che

meggia loro

1-1

« e

prestati,

eruditi

gli

nella

Carlo Strozzi, ebbero dottrina

schiera pri-

cui

il

torto di affogare

zibaldoni

ne' loro

manoscritti,

onza nulla produrre alla luce del mondo.

un tempo che si era proposto una serie d'antiche opere

lo

Strozzi

di

dare alle stampe

fu

ci

'Storiche: proposito

lodatori

i/suoi id

ra ;

essere i

nobilissimo, biografi,

e

e

anche per questo

rimasto

che

titolo

a

cui

egli

mente

pose

fu

il

ignoto



gli

diritto

annoverato

predecessori dei grande Modenese.

orice

iuale

Ma

Il

primo

Buoninsegni,

il

voleva « fare stampare secondo un

iianuscritto eh' era appresso di lui »; e rimane,

uitografo, l'abbozzo d'una prefazioncella, imper-

ante qui a legli

anche come testimonianza

riferirsi

ottimi principii

di

fica eh' egli seguiva.

-econda parte li

dell'

«

critica

La

storica e filolo-

presente opera è la

Historia che già più anni sono

erroneamente stampata sotto nome

Piero Buoninsegni:

il

vero autore

fu

di

messer

Domenico

RITRATTI FIORENTINI

12G

SUO padre, come dal manuscritto antico che è stato

mia mano, dove è Tiina e l'altra parte, chiaramente si vede. E ben vero che Piero suo figliuolo la fece copiare l'anno.... Credo che piuttosto se li convenisse nome di Memorie che d' Historie ma perchè all'autore piacque così, non m'è parso in

;

alterarle, anzi lasciarle in tutto

e per tutto nella

sua pristina e pura lettura, arricchitole nondi-

meno

postille in que' luoghi

di

potere essere studiosi.

più diletto

di

che ho

creduto

curiosità degli

alla

Se questa mia fatica cognoscerò che sia

mi darà animo di mettere in luce opere non meno cwnose che dilettevoli, E

grata,

felice ». Il

medesimo stante il

a

vivi

veder cancellate cautamente da Carlo le

parole che ho contrassegnate

promettitrici

sivo,

altre

farci

di

altre

di cor-

pubblicazioni, è ba-

comprendere

fra quali

secche

il

La

suo già ben fornito vascelletto arrenasse.

pubblicazione di que' vecchi storici, che raccon-

tavano troppo alla libera, non era nel Seicento

La

un'agevole impresa.

non

fu fatta

dilettevoli »

mai

e le altre

« onere

curiose e

1.

rimasero

sterile desiderio

valentuomo.

:

ristampa del Buoninsegni

La

le carte fra le

il

al buio

ancor

esse, e

bel disegno concepito

uno

da quel

non ha data; ma veggo riposta mi fanno

prefazioncella quali la

argomentare che que' pensieri

gli

per la mente dopo

tornato da

nell'aprile del 39, lo

vediamo

si

aggirassero

Roma;

di

dove,

sollecitare la copia

d^^W Hìsioria sicula (che poi pubblicò

il

Lami)

di

127

RITRATTI FIORENTINI

Lorenzo Bonincontri, dicendo di

pe'Barberini, quella

Ma gli

che, a differenza

altre di quelle copie procurate

fa

ai

Barberini

e'

come vedemmo

«la vuole per

egli

rimase

se ».

affezionato (e

grande onore) anche dopo che nel 44, con papa Urbano, la loro oltrapotenza ebbe

la vita di fine; e

ricchire

durò sino agli di

codici e

Barberiniana.

di

ultimi suoi anni preziosità

la

ad

ar-

biblioteca

DIVAGAZIONI GRAMMATICALI IN

DEGLI

«

PROPOSITO

mREVOCATI DÌ»

Ì^ELlu'

ADELCHI

Al marchese Matteo Ricci Pì^esidente del

Non potendo manzoniana a (*)

Circolo filologico di Firenze X*)

intervenire

alla

conversazione

cui Ella cortesemente m'invitava

Quando pubblicai nella Rassegna Nazionale di Firenze mio scritterello, dichiarai che gli con-

(15 gennaio 1887) questo

servavo la forma amichevole e senz' alcuna pretensione, con la

quale pochi giorni innanzi era nato; che aggiungevo cazioni esatte dei passi degli scrittori che e poiché la lettera sto si spingesse

un

aveva un

mi

le indi-

era occorso citare

;

poscritto, lasciavo altresì che que-

po' più in là della lettera, bastandomi che

l'uno e l'altra tendessero alla medesima conchiusione. Indicavo

me noti, partoriti sin allora da quella poquanto a questi, le sparse indicazioni si assommano oggi, compiutamente o quasi, nel citare il volumetto delle Rassegne letterarie di Guido Mazzoni, con ^ gì' ir rei- acati dì» Appendice di scritti editi ed inediti ^ul coro II dell' Kàoìchì (Roma, libreria A. Manzoni, 1887: vedi a pag. 215-216, e poi a pag. 283-375) aggiungendovi poi i due scritti di L. Gelinoltre gli scritti a

lemica:

ma

;

METTi (Milano, Saldini, 1887)

U Manzoni

spiegato col

Manzoni

famosa questione sopra gV « irrevocati dì » e Risposta alle idtime obiezioni di R. Fornaciari e I. Del Lungo ; irrevocati dì» del Manzoni e l'opuscolo In proposito degV risolve

la

;

«^

Del Lungo

9

DIVAGAZIONI GRAMMATICALI

130

per questa sera, voglio almeno ringraziarla del piacere procuratomi col farmi leggere

che non conoscevo

gli

scritti,

intorno alla interpreta-

tutti,

zione degli « irrevocati dì ».

Pare a me, «che

grammatica

la

dia,

a prima

giunta, ragione alla interpretazione nuova; l'o-

recchio, all'antica;

contesto, sia della strofa

il

anche

sia dell'intero Coro, ed

Coro è l'espressione,

il

del

II coro delVkàé\ch\, Studio

{Città

di

Castello,

pag.

215-265

lotti,

1889).

'

Lapi,

in

cui

dubbio.^

I

Camillo Antona-Teaversi

di

da vedersi più compiuto a

1888),

Nuovi studj

de' suoi

delle scene di

lirica, lasci

(Milano,

letterarj

Borto-

Adelchi, Coro dell'atto IV. Ahi! nelle insonni tenebre, Pei claustri solitari, Tra il cauto delle vergini, Ai supplicati altari. Sempre al pensier tornavano GÌ' irrevocati dì

Quando ancor

La nuova

;

cara, ecc.

proposta e

interpretazione,

sostenuta dal Maz-

zoni e dal D'Ancona, era che irrevocato significhi in quei versi, «

non richiamato

come portava

l'

»,

invece che

antica e

«

non richiamabile, irrevocabile

comune

fecero a difendere, fra gli altri, di questi,

nomi mi occorse

cui

i

il

interpretazione,

Rizzi e

il

citare nel

la

quale

»,

si

Borgognoni. Così

mio

scritto,

come

degli altri molti che presero parte alla questione, contiene gli

volumetto delle Rassegne letterarie

scritti respettivi l'indicato

D'Ancona ha recentemente confermata la sua interpretazione, annotando il Coro manzoniano fra le Poesie di A. M. scelte e annotate ad uso delle scuole (Firenze, Barbèra, del Mazzoni.

1892)

:

«

« sizione «

ma che

vamente

».

Il

»

conchiude ci fu fatta,

«

davanti a tanta e



valida oppo-

confessiamo di confermarla remìssi-

Vedasi anche a pag. 125 delle Poesie Uriche di

A, M. con note storiche renze, Sansoni, 1892).

e

dichiarative di Alfonso Bertoldi (Fi-

DIVAGAZIONI GRAMMATICALI

grammatica sono

giudizi della stretti

e angolosi, e

massime

un po' perciò talvolta conducono, di necessità

in fatto di poesia, all'inconveniente del

summum

summa

ius

chio, che allettano

tuttavia

131

i

iniuria. piiì,

giudizi dell'orec-

I

riescono spesso fallaci;

un poco meno, quando

tratti di au-

si

tore vissuto nei nostri medesimi tempi, e a cui

una parola o una frase potè sonare, mentre

l'a-

doperava, quel medesimo che, rettamente o no,

suona a

Cosicché mancando qui, come a

noi.

me

sembra, sicura autorità a quel terzo giudice, è

malagevole decidere la questione.

Prescindiamo per un poco dalla controversia grammaticale, e mettiamo a fronte pretazioni

le

due

inter-

il

conte-

:

Tornavano ro

i

sempre

pensie-

al

giorni non richiamati,

i

gior-

ancorché non richiamati, sebbene non voluti richiamare, nei ni

quali ell'era sposa felice.

Questa è

interpretazione

1'

dirsi

il

e

senza difficoltà; che difficoltà non

sto la riceve

può

recente:

lieve e poetico iperbato, «

tornavano

non richiamati giorni », invece di « tornavano, non richiamati, i giorni », come sarebbe la gia-

i

citura più strettamente logica.

Tornavano sempre ro

i

sibili

tro,

al

pensie-

giorni irrevocabili, non pos-

ad essere richiamati indie-

che non potevano più tor-

nare in fatto, ne' quali ell'era sposa

felice.

32

DIVAGAZIONI GRAMMATICALI

Quest'altra è l'interpretazione comune; e nean-

che ad essa

Potrà si

contesto ripugna.

il

agli uni o

presti meglio

all'

agli

una o

altri

parere che

all'altra:

esso

ma ripugnanza

assoluta all'una o all'altra, nessuno ce la potrà trovare.

E

poiché, oltre a questa arrendevolezza

del contesto

,

anche la parola

« irrevocati »

r una o V

assoluto

altra di quelle

che

da

modo

per sé sola non ha virtù di respingere in

due interpre-

e sia pure peccato Manzoni, ha d'ambiguità, o Alessandro almeno dato appiglio a tale accusa, mi parrebbe,

tazioni, confessare

a dir vero,

E

il

partito, in simili casi, più* giusto.

innanzi

questo,

lo scrittore,

e già

farei:

tutto,

si

fa

col

disputare.

Se poi

la critica, incalzando,

tavia, quale

dello

si

ha da

scrittore? - allora io

che egli intendesse bili »; e

inclinerei

a credere

« irrevocati » per « irrevoca-

« irrevocato », negli « irrevocati dì »

che

della repudiata

che pel

dimandi - Tut-

dire che fosse l'intenzione

Ermengarda, fosse per

lui

Leopardi quel dolce

E

irrevocabil tempo, allor che s'apre

Al guardo giovanil questa Scena del mondo,

infelice

e pel Petrarca Il

tempo che tornar non puote

ornai

in Lucrezio, Irrevocabilis

praeterita 'aetas

;

:

quel

DIVAGAZIONI GRAMMATICALI fi

133

-

un bel distico del Poliziano

ili

Heu, heu praeteritura non est revocabile tempns!

Heu

propius tacito raors venit ipsa pede!

i

Ma, con la dovuta reverenza, non saprei lodare nò il Manzoni né il Monti ^ di tale uso, che anche

al

tivi

verbali,

professor Rizzi pare arrischiato. Gli adietai

assomiglia,

« irrevocato »

quali

non

derivati dal participio passato,

si

prestano,

per loro propria natura, a sinonimizzare con

pur

altri

evole: perchè questi

non potersi

tersi

li

verbali adiettivi, terminati in abile, ibile,

un valore positivo

si

riferiscono ad atto da po-

fare,

e quelli

e di cosa fatta

hanno invece e stata, come

donde scaturiscono. Assumono questa capacità quando mediante F anrichiede

tefisso

I,

>ì>>i!re),

Petrarca, Son.

Caditi, xvi.

».

Politiani,

Bardo st.

significato

«

Che

della

Epigrammata

Selva Nera,

negativo

fai? che pensi?

469; nella traduzione del Marchetti,

irrevocabile II

acquistano

« in »

Leopardi,

^

LucRET.,

2

participio passato

il

«

».

l'età trascorsa

latina, cu.

Canto VI [Il

XIX

Bru-

37 (è Napoleone che, nell'assemblea di Saint-Cloud,

yirelude alle baionette de' suoi granatieri)

:

Ma

d'infamia coperto e irrevocato Passò, lo giuro, de' ribaldi il regno

E 11

il

giura do' prodi

Gherardini, che adduce

il

il

santo sdegno.

passo nel suo

rahoìarj italiani (III, 613), pone prima/v

Non richiamato. piìi

^iede

»,

essere

«

SwppUmento

a'

Vo-

Irrevocato. Aggett.

», senza esempi. Poi: « § Per Che non può tornare più indietro Che non richiamato. Che più non può esser rimesso in

Lat. Irrevocatus

Irrevocabile, cioè

\mb

;

della patria qui sul lacerato

Corpo

con l'esempio del Monti.

,

DIVAGAZIONI GRAMMATICALI

134

da

(« irrevocato »

dere l'altra

ha

li

revocato

senza bensì per-

»),

come quando erano

Tatto positivo e consumato

positivi,

che

«

significare,

di

La

generati.

chi voglia vedere

del

verbo

quale seconda accezione

manzoniani

nei

« sole

amore indomato » non è però interpretarli, come Y egregio Rizzi

cato,

infati-

costretto a

persona

in

non ancora stanco, non ancora domato», ma «non mai stanco, non mai domato » e così, « scevre di colpa, che mai non ebbero colpa », le « incolpate ceneri » da

dissenzienti

dei

suppone,

lui

«

:

di quello stesso mirabile rei

qualunque poi

(e

l'autore), ben

un tempo

asseverativi, che

pili

se intendiamo «infaticabile, indomabile».

a

« hicolpato »,

crede-

significati,

:

profondi e gagliardi, perchè

pili

semplici, e ad

pili

Coro

sia stata l'intenzione del-

piaciuto

Manzoni, e ad

altri

« incolpevole »

non

anche

il

Quanto

volte

al

sua rispondenza a

poeti, la

toglie

altre

senso positivo

;

per-

chè « incolpevole » è un adiettivo nominale, non già verbale, ossia attiene a « colpa »,

non

al di-

susato e oggi quasi ignorato « colpare »: e quan-

do di

il

Manzoni, com'Ella ben

sa,

ebbe occasione

determinare, richiesto, tale rispondenza, fu per-

chè

si

insons

dubitava tra »),

il

senso latino (« inculpatus,

e l'ordinario nostro

e usuale da « in-

colpare». Alla questione degli «irrevocati » non

erano maturi



«

rata»,

e

i

tempi.

animo immutato, moltitudine innumei'

tanti

altri

cosiffatti

ai

quali pure

il

135

DIVAGAZIONI GRAMMATICALI

Rizzi accenna, equivalgono propriamente a « im-

mutabile, innumerevole », in stretta grammatica;

ma

appartengono tico),

che

piìi

mediante

mutato,

una figura poetica

per

soltanto

altro

la quale

il

non essere

del

contato, oltre

per sé non

il

linguaggio poe-

al

non aver mai mai numerato o

stato

qual limite logico la parola di serve indirettamente a

va,

invero

fatto del

tendere che quell'animo non

nessuno verrà mai a capo

Fra

(e

far in-

muterà mai, che

si

contar quella mol-

di

due passi poi del Monti e del Manzoni porrei questa ditferenza: che V «irretitudine.

i

vocato » del Bardo non può interpretarsi altra-

mente che per rardini;

e

« irrevocabile »,

quindi,

quella chiarezza, di

due sensi,

all'

potrà

come

non

che manca,

fece

piacere,

il

Ghe-

ma ha

perchè suscettiva

manzoniano,

« irrevocati »

il

quale non potrebbe con eguale sicurezza addursi nella esemplificazione d' un vocabolario.

Parola, del resto, un « irrevocato »

;

po' pericolosa, questo

e pericolose, in generale, le pa-

role potenti, che servono,

come bene ha

detto

il

Borgognoni, a racchiudere liricamente in sé un ampio concetto. L'ampiezza porta facilmente la indeterminatezza; interpreti e grammatici facciamo poi

come

il

mestier nostro

:

e

il

povero autore,

forse in questo caso, é servito.

sto diciamo, che pericolose

piutto-

sono per chi poi le

raccatta; e oggi é un gran raccattare,

occupa-

zione da poveri; l'artista tira innanzi per la sua

DIVAGAZIONI GRAMMATICALI

136 via,

uè forse

pentirebbe tanto

si

averle adoperate. gli artisti?

al Littré,

e

« le passe,

Non

Ma

facilmente di

quanti sono, e quali, oggi

sa Ella, che data

on ne peut

un' occhiata

On ne

peut révoquer

faire qu'

une chose qui

leggendovi

«

« a été faite ne Tait point été. - Je lui dis qu'on «

ne pouvait révoquer

passe, qu'

le

il

y avait

« aussi des choses que je voudrais n'avoir jaraais

«révoquer» è adoperato per Annullare, Distruggere, Far come se non sia stato ciò che è stato (e il «revocare» nostro ha pur questo senso); non sa Ella, caro Marchese, che mi sarebbe balenata alla mente una terza interpretazione, se non mi avesse fatto paura l'apporre una giunta a una derrata già incomoda? Non è però men vero, che non sa«été

faites

- »;

dove

verbo

il

rebbe irragionevole neanche Tornavano sempre ro

che

giorni

i

interpretare:

lo al

pensie-

essa

ora a-

vrebbe voluto non fossero mai stati;

i

tevano,

be

giorni

come

voluto,

cellare

dal

che non

distruggere, passato

suo

somma, con amarezza tro

voglia

tempo la

si

felice,

miseria

si

po-

essa ora avrebcan;

e

ricordava che le

ora

in-

condel

nel-

accresceva

dolore.

E

forse in

pennello

il

questo senso, nel quale tornerebbe a raffronto della sentenza che Alfredo

137

DIVAGAZIONI GRAMMATICALI

De Musset^ rimproverava per

a Dante, « irrevocato »

pure bisogna far capo)

« irrevocabile » (a cui

offenderebbe

chè

tratterebbe

si

«

e

»

bili

meno

interpreto

non a

rigore

il

grammaticale, per-

giorni e

di

distrutti »

;

che

non

«

Varano, se

il

»,

lo

senso ap-

dovere, disse in questo

punto « irrevocabili

distriiggi-

quando lamentò

la

morte

d'uno dei personaggi delle sue Visioni:^ irrevocabil ora, in cui lasciasti I

resi al tuo sparir foschi

Tuoi patrj In

una scena

merati

i

lidi,

del

e selvaggi

che già tanto amasti!

gran Corneille,^ Tolomeo, enu-

propri errori, conchìude

Mais, puisque

_

le

passe ne peut se révoquer

come

cioè Annullare,

:

il

Littré spiega. Distrug-

Far che stato non sia. L' manzoniano assumerebbe analogia gere,

« irrevocato » col francese,

pili stretta forse di quella col latino, sulla

quale

nuova interpretazione si fonda: perchè è verissimo che il Manzoni era un romantico molto

la

classico, e si deliziava del

^

latino;

ma

« irrevo-

Souvenir, nelle Poésies nouvelles (Paris, 1881), pag. 213-14 Danto, pourquoi dis-tu qu' il n' est pii'e misèie Qu' un souvenir heureux dans les jours de douleur?

Non, Ce blasphème vanté ne vient pas de ton coeur. Un souvenir heureux est peut-étre sur terre Plus vrai qne le bonheur. ,

2

^

Visione prima. Ponìpée, IV,

II.

:

DIVAGAZIONI GRAMMATICALI

138

catus » non ha poi, almeno stando ai vocabolari]',

quasi altra testimonianza che

il

verso d'Orazio

allegato dal D'Ancona, dove è in significato tutto particolare ed è detto di persona;

una specie

di

quel che in gergo teatrale direbbero (curiosamente osserva il Rizzi) « non bissato ». Un altro

esempio che

in

darebbe

lo

secondo

Ovidio,

quei

testi

un passo delle Metamorfosi leggono, irrevocatus ab acri

Caede,

un lupo;

detto

di

tiche

stampe,

a

ed era la lezione delle nelle posteriori

cui

si

an-

è sosti-

tuito, sed enim revocatus, in acri

Caede lupus perstat

Dove

è singolare, per la questione

taluno fra

i

lo accetti, in

difensori

quanto

1

Metamorph.,

XI, ;

nostra,

« irrevocatus »

equivalga ad

401.

Vedi

1'

e la torinese del

edizione

Pomba

del

Burmanno

(1883), che

sed enim revocatus ab acri Caede lupus perstat, dulcedine sanguinis asper

e la recensione di

che

« irrevocatus »,

^

« irrevocabilis ».

(Amsterdam, 1727)

lupo

del

ha

;

R. Merkel (Lipsia, 1883), con sed enim revocatus in acri

Caede lupus perstat Il

senso dell'antica lezione è così esposto dal Vannucci che

preferisce (Prato, 1882, pag. 897) «

«

Irrevocatus, perchè ne

la. il

armi degli uomini, avean potuto cessare dalla strage ». Dei traduttori, il Bondi: « ricusa

comando degli

« farlo

:

Dei,

ne

le

i'iVAG AZIONI

Ed

Marchese gentilissimo,

ora,

mie parole non son

se le

or,

139

GRAMMATICALI

fioche,

se la tua audì'enza è stata attenta, se ciò

e'

parte

in

ho detto

fia la

grande cortesia: tanto

Dante

mente rivoche,

temo pur troppo, e nonostante

In parte,

di

alla

tua voglia contenta. la

sua

che questi stessi versi

piìi,

possono, con quell'esempio di « revo-

^

care alla mente », aggiungere peso all'interpretazione che ho detto parermi meno probabile fosse nell'intendimento del Manzoni. Il quale, infine, per rendergli omaggio con parole degne davvero di lui, « è beato e ciò non ode ».

Mi creda casa,

di

20 dicembre 1886 suo

28 dicembre.

PS.

Un

terzo « irrevocatus », e questo equivalente

a

senz' altro

non a

« «

«

«

Ma

gue

breve

« irrevocabilis »,

recitanti

Richiamata chiami non

rucci,

atf."^"

cessa

ma

nò a lupi

ubbidir

(la fiera), si

il

»

;

e

il

con relazione a tempo (come

Brambilla,

«

lupo Dall' infierir nel sangue

l'implacabil

lupo,

a cui



Ma »

;

per il

ri-

Dor-

dolce Era quel san-

una versione in ottava rima, nella quale fra studiosi ammireranno la vena poetica dell' Anguillara »; e

gli

congiunta con la fedeltà al testo e la castigatezza della forma, «

Ma

«

dolcezza preso 1

sordo

il

Farad.,

lupo, nella strage infesta

xi,

».

133-36.

Riman, del sangue alla

DIVAG AZIONI GRAMMATICALI

140

quello del Manzoni), mi viene cortesemente indi-

comune amico prof. Rajna; e lo adduce Georges nel suo Dizionario, dalla Tebaide di

cato dal il

Stazio, là

dove Apollo, prima

di

abbandonare

al

proprio destino Anflarao, Utere luce tua, gli

dice longamque.... indue famam,

Dum che

il

tibi

me iunctum mors

irrevocata veretur;

Bentivoglio traduce, o

]:)iuttosto

riveste e

parafrasa,

Or

eh' io son teco, e l'implacabil

morte

Sospende ancor l'irrevocabil punto.

La

frase

volta trascorso tro,

punto

« irrevocabil

^

cioè

»,

non può essere richiamato farsi che non sia stato,

indie-

che non può

buisce air » irrevocata » del testo

una volta venuta nulla può disfare

il

revocabile »

traduttore

quel

del

la

morte

fatto

da

il

una

che

attri-

senso, che suo,

e fatto l'ufficio lei;

insomma, V

vale

press' a

«ir-

poco

medesimo che nella terzina del Varano: ed

è traduzione, quanto larga nella frase, altrettanto

Anche questo sostenitori della nuova

coerente allo spirito dell'originale. raffronto,

adunque, se

ai

interpretazione offre un altro esempio latino dell'adiettivo

« irrevocatus »,

ci

riconduce poi, se

1 Thebaid., vm, 773. A pag. 72-73, voi. II dell' edizione milanese del 1782, con la versione di Cornelio Bentivoglio a

fronte.

1,

DIVAGAZIONI GRAMMATICALI

ne cerchiamo

significato

il

e a

;

un

valore,

il

manzoniana

tica versione della frase

revocabili »

e

1

« irrevocabile »

ali'

an-

« dì ir-

in

ci

4

riconduce

mal non mi appongo), che tale è detto, in quanto non si può fare che non sia stato, non si può distruggere, cancellare; che sarebbe la (se

terza interpretazione, la quale vuol pure tornarmi sulla penna.

Rimane sempre

la questione intorno alla le-

gittimità di siffatto atteggiamento,

« irrevocato »

per « irrevocabile »: donde la maggiore o minor probabilità, che lo scrittore,

forma, quella

abbia

pensato

proprio

questa.

di

Tesempio

alla

V

significato e

il

Il

usando quella prima seconda,

dato

e

nota giustamente come

di Stazio,

a

grammaticalmente Rajna, nell' accennarmi ufficio

il

la-

tino (che aleggia per tutte quelle strofe) abbondi di

forme per sé stesse positive,

siffatte

significato

perchè

negazione o

prendo tro

i

possibilità,

di

tratta

si

privazione.

nemmeno

io,

limiti

voci,

di

ossia

per lo più

d'impossibilità,

voci inchiudenti

di

E non

n' è

scarso,

ri-

sempre bensì en-

l'italiano;

mediante

ma con

l'antefisso

« in »

negative: «inopinato, impensato, insperato, inesorato, inesplorato, invitto, insuperato, inconsimili; la più parte,

sunto», e sul

latino.

È

poi

quale l'italiano adiettivi,

formati

avvertasi, calcate

verissimo che nel latino, dal

ne

modello,

questi

apposizione della

« in »

ha preso

con

1'

il

negativa al participio d'un verbo

(e

perciò solo in-

DIVAGAZIONI GRAMMATICALI

142

direttamente verbali), equivalgono andantemente respettivi adiettivi significanti possibilità:

ai

non

nell'italiano

tutti

tale equivalenza; e sia

almeno

prestano con garbo

si

ma a

conviene che questa

perciò

portata espressamente,

aiutata, anzi

come nel passo addotto del Bardo, questo che ci offre pure V Adelchi, nelle

dal contesto, e

in

^

dure parole

Carlo a Desiderio

di

Inesausta

Ma

ciancie è la sventura.

di

del par sofferente e infaticato

Non

è d'offeso vincitor l'orecchio.

De' quali due cato »,

« inesausto »

adiettivi,

che alquanto

credo

vendicare specialmente

che per

questo

del Monti:

irrevocati »

« dì

;

« inesorato »,

« infati-

sarebbe

difficile

secondo

il

e

ri-

senso posi-

al

grammaticale, che oggi

tivo e di rigor

trovarsi nei

:

si

non meno pure

dal

assicura difficile

Bardo

2

Vanno Popol

polve

in

i

diademi, e dell'offeso

sfrena la fatai vendetta;

si

Che su

gli

scossi

Troni s'asside Inesopata, e sul gastigo e l'onte

De' re percossi

Fiera sorride. 11

Gherardini,

^

questo,

dello stesso poeta, ^

Atto V, scena

^

Canto

3

III,

I,

500.

I

con

adduce

v.

Vaticina.

altri

« inesorati »

e spiega per

« ineso-

DIVAGAZIONI GRAMMATICALI rabile »

e così, nella stessa pagina,

;

nardino Baldi. Altrove, invece,^ dall'arme invitti», è da

non vinto scritto da tanti, «

e

lui

prestano bene;

spiegato, naturalmente,

Il

non

ciò

è

si

è

tutti,

quale è di quelli,

che a cotesta

ma

in

benché

legge ed intende da

si

adiettivi,

tali

« invitto d,

eppure quanto bene e

:

per « invincibile »!

« invitto »

di tutti.

»

Ber-

di

«...eroi Vinti dal mal,

un verso del Tasso,

fra

per « inesau-

un' « isola inesausta di metalli »

ribile »

per

143

equivalenza

si

(come avvertivo)

Potendosi in conchiusione dire che questi

adiettivi

seguono,

negativi

come

latinismi,

la

sorte de' loro latini progenitori, di significar volentieri

possibilità,

sebbene

grammaticalmente

ripugnante alla loro formale rassomiglianza con gli

adiettivi

tal

sorte

si

derivati dal participio:

ma

adattano di buona voglia,

e di questa

seconda

specie, e perciò

alcuni a altri

no;

d'uso fa-

cilmente ambiguo, credo sia «irrevocato».

Giova per ultimo ricordare, come di tali voci si compiacessero i Manzoniani di

grandemente mezzo secolo di A,

per esempio. Inni sacri

(veda,

fa

Manzoni

di G.

Borghi

e di

altri autori

moderni; Firenze, 1845), che anche

nel latineg-

giare seguivano volentieri l'insuperato e davvero insuperabil maestro. Parlo dei tempi, ne' quali Giusti scriveva:^ ^

III,

«Fra

gli Alcei, fra

il

gl'innaioli

605.

Cenni semisèri intorno al nostro bastardume poetico: nei Giornale del Cotnmercio del 1838: ripubblicati nel volume 2

144

DIVAGAZIONI GRAMMATICALI

« dell'epoca,

«

pare

«

come non

che

« scoli e «

possano reggersi reggerebbero

si

senza

per così

versi,

i

danno

il

Manzoni

Né mi

e altri le usarono:

le idee alle parole,

fanno servire

E

idee».

alle

mu-

agli scritti,

fisonomia di famiglia.

dire, la

perocché questi non

« parole

in piedi

corpi senza

i

voci che

fibre;

opponga che

« si

«

sono in commercio e passate ormai certe voci, senza le quali non

reiudicata

« in

ma

le

citava, in-

sieme con altre d'altra lega, « mistero, reddire, «reietto, ansia, la vela che

Riapro

il

volumetto

imitatori del Manzoni, che

vanzava

per

tutti

abbondevolezza

mi

corrono

inturgida, ecc. ».

certamente

dietro

fra gii

li

Giuseppe Borghi l'altro sotto gli

« incorrotto, inaccesso, indomito, nito,

inaspettato », che

usati,

contengono in potenza

quasi i

invitto,

tutti,

queste altre desinenze ;

il

meno

si

^

;

e

occhi

impu-

come sono

respettivi

« incor-

ruttibile, inaccessibile, indomabile, ecc. ».

grafo

sopra-

d'ingegno poetico e

felicità

di lingua,

l'un

s'

degl'Inni di quello



di

compiace l'inno-

quale ha « inaccessibile,

infallibile,

ir-

revocabile (detto della vita umana), ineluttabile, interminabile, indefinibile, inesorabile, indomabile,

infrenabile ».

Anzi

« inaccesso »

(Firenze, 1874), Insegnamenti

tratti

e

dalle opere

« inaccessi-

di G. Giusti,

Guido Biagi, a pag. 363-67. ^ Poesie di G. Borghi, in due volumi; Firenze, 1841. GV Inni occupano le pag. 1-111 del voi. I. da Emilio Tanfani

e

DIVAGAZIONI GRAMMATICALI bile »

tanto nell'orecchio suo

si

145

equivalgono, che

a distanza appena di dieci pagine^ leggiamo, Nell'infinito ergesti

L' inaccessibil trono,

e (con reminiscenza

del Natale^

«Santo



manzoniana, dalla terza strofa era mai persona. Che al

Qual

Perdona?»),

inaccessibile Potesse dir \)d\V inaccesso trono

Le

fonti del perdono,

D'ogni tesoro I

Avrebb'egli,

il

ai

Borghi, avuto

desima distanza

miseri

santuarj aprì.

di

dieci

difficoltà,

me-

alla

pagine da queir «

irre-

vocabile vita », a scrivere, nel senso medesimo, « irrevocata

»? Mi

si

permetta

di

che

credere

non ne avrebbe avuta nessuna, e di trarne qualche conseguenza non aliena dal proposito nostro.

E buona

con questo, chiudo fine

d'anno e

di

il

poscritto, e

questione.

anni e le questioni letterarie, differenza che

sciare

1

A

il

agli

e'

Le auguro

Ma

fra

gli

è pur troppo la

anni non avvien mai di

tempo che trovano.

pa;?.

Del Lukgo

1

e 11.

10

la-

SAPAVAMGELO DIVAGAZIONI STORICHE

(*)

....

fiorentino

Mi sembri veramente, quand'

i' t'

odo.

Un

ingegnoso ricercatore e studiatore di proverbi italiani, Ludovico Passarini, ^ voleva sapere se nulla potessi

indicare circa V origine

io

motto che la Crusca registrò nella quarta « Sapavamcelo, disson quei da Capraia » o più liscio, « Sapavamcelo » ;

di quel

impressione (1729-1738): ;

e con

(*)

meno

antica forma,

«

Sapevamcelo

Dalla Nuova Antologia dell'aprile 1875

:

».

ritoccato ora e

accresciuto. 1

Modi

di dire proverbiali

e

Motti popolari italiani, spie-

da Pico Luri di Vassano; Roma, 1875. E Motti ecc. in continuazione a quelli pubblicati nel Passarini nel periodico B Fro pugnatore, voi. XII

gati e commentati

Modi

e

1875 dette

il

altri

MoXVIII e seg. E del mio Sapavamcelo parlò cortesemente in una Lettera al cav. Achille Monti nel periodico romano e seg.; altri negli Opuscoli religiosi letterari e morali di

dena,

Il

t.

Buonarroti,

ser. II,

voi.

X, 1875.

148

SAPAVAMCELO

Sapavamcelo, Disson quei da Capraia », ha Lionardo Salviati (e fu l'unico esempio che la Crusca citasse) nella prima scena del suo Gran«

chio: parole di Granchio, al sentirsi raccontare

dal vecchio Duti quel ch'egli ben s'aspetta do-

ver udire, cioè

amori del giovine Fortunio da esso Granchio favoriti, senza che il babbo, eh' è Duti medesimo, lo sappia.^ Bernardo Davanzati, in

alcuna

gli

delle

argute postille al

accennando a un

de' soliti

suo

Tacito,

appunti del Muzio

lustinopolitano a quelle che egli poveretto chia-

mava

« fìorentinarie »

celo »,

e

canto

uno, assai cellai,

il

^

«

piìi

29 maginterpretazione data da Pier

somma

si è,

il

che Fortunio S'innamorò

Granchio. Sapavamcelo, Disson quei da Capraia. Duti.

Annali^

e

diceano

«

motteggia su »,

xxxv; dove un

I,

con

garizzato

renze

«

:

« feriret

Ficca, Ficca

che invece di quella

pavamcelo.

».

hortabantur

E

»

ec. ».

è vol-

poi in postilla

si

quel Muzio che venne di Capo d'Istria in Fi-

chiamava, avrebbe tradotto

Ma

«

<

fiorentinan'a

confortavanlo che

»,

com' egli

si ferisse.

quel porre innanzi agli occhi è gran

« parlare ec. » 3

di

Ma

ne abbiamo da Cosimo Ru-

antico,

quale scrivendo al Varchi,

Duti. Tant'è; la

ac-

altri.

cominciovvi In un subito a gittar via tanto tempo, 2

«

Manuzzi

Vocabolari ce ne porgono

i

gio del 1540,^ della

« di lei.

Davanzati

ristampa del Vocabola-

che resta però anteriore

al salviatesco,

tempo. Né

Sapavam-

«

l'esempio del

degli Accademici da Giuseppe

rio

E

risponde un

sua

è registrato, nella

«

,

E

tira via.-

Prose Fiorentine, IV,

i,

37.

le

Sa-

virtii di

i49

DIVAGAZIONI STORICHE Vettori

al

virgiliano

neve oleae silvestres ind'altra comu-

«

sere truncos», dice, in proposito

nemente ricevuta, che «

be dire a Virgilio,

« praia, «

che

ciò fosse, si potreb-

dissono Sapavamcelo, che in

l'ulivo dimestico

Col

« vatico ».

« se

come dissono quei da Ca-

non

sul-

ha a innestare il salmedesimo atteggiamento vi s'

qual

Sapavamcelo » in lettere cruschevoli a ^ quando que' bravi uomini preparavano la terza impressione (1691) del Vocabolario: « Né meno ho io discorso con quei si« gnori, deir impresa che Ella mi dice richie« dorsi nel frontespizio, vagamente intagliata in « rame, assicurandomi che essi mi averebbero « risposto, con breve ed espressiva forma Sa« pevamcelo » « Che V alfabeto toe altrove « scano sia manchevole, esprimendo con venti è

«

il

Francesco Redi,

:

:

;

sopra a quaranta diversi suoni

« soli caratteri «'

di lettere,

« e del z

sapevamcelo. Che varii sieno

aspro e del z

sottile,

del doppio, lo conosce

« e

e

del

i

suoni,

semplice

ogni lavandaia... ».

In tuono di più acre motteggio, e in toga quasi d'

do

avvocato,

«

Sapevamcelo, dirà chi sputa ton-

esclama, nel 1706, un bravo canonico di

»,

San Lorenzo.^

E

sulla

fede

del

Davanzati, in •

.

^

Inedite,

nella

Selva

seconda di Notizie

dell'Accademia

Crusca (Archivio dell'Accademia; ms. IX, 184); sono

della

Giuseppe Segni, l'ima (n" 151) 2

(n*'

— di

142) de' 17 dicembre 1682, l'altra

senza data.

Parere intorno

al valore

della voce

occorrenza, detto

m

,

150

SAPAVAMCELO

una

Manzoni al Giusti a Sono anzi siamo, ancora a denti asciutti del tuo Di-

«

del

lettera

Ho

« scorso sul Parini.

r ha trovato

« letto €

^

:

sentito dire che chi

Ma

bellissimo.

pevamcelo, come dice

il

questo

finalmente lo dà pel capo ^

berti:

« Gesuiti

?

suoi Gesuiti

a'

il

E

Gio-

non saper amar altro che i Divino il non amare per conseguente

Divino

e

vedremo

che maniera sia bellissimo».

in

è

sa-

Davanzati: quello che

« desideriamo di vedere, e che, spero,

«presto,

V ha

il

«

i

parenti,

«

il

genere umano,

benefattori,

i

la

cittadini,

i

la patria,

Chiesa e Iddio medesimo?...

secondo i Gesuiti: sapevamcelo; ho piacere d'intenderlo dalla vostra bocca». Francesco Serdonati, che nella seconda metà «

Divino, certo,

«

ma

secolo xvi compilava

del

pertorio di Proverbi, registrò

da

Capraia,

lecito

il

Sapevamocelo

dubitare che

il

suo ricchissimo re-

il :

«

»

;

«

Sapevamocelo

»

disson que'

rimanendo

però

manoscritto originale di

quella raccolta, del quale oggi

non

Come

s'

ignora la sorte,

avesse, bensì « Sapava-

ec. davanti agi' Illustrissimi signori Audida PiERFRANCESco Tocci canonico delV insigne Collegiata

Firenze nella causa tori ec.

di S. Lorenzo; Firenze, 1707. «

ha

legge.

« chi

sputa tondo.

« legge; ^

La

Leggasi: questo

Ma

A

pag. 55: *

La

necessità

non

bisogno non ha legge. Sapevamcelo! dirà se

leggeremo:

arriva nuovo

!

U occorrenza

diranno tutti

da Milano, 14 dicembre 1846. Gesuita moderno; IV, 504, cap. XX.

non ha

».

Epistolario di G. Giusti ordinato da G. Frassi;

lettera è 2

ci

//

II,

204.

151

DIVAGAZIONI STORICHE

varietà, che vedremo poter avere qualmocelo che importanza per la ricerca della origine del ì>

:

motto. Quanto alla dichiarazione di esso, quella

che dava la Crusca, « si dice quando alcuno ci narra cosa nota», forse sarebbe da modificare ag-

giungendovi

:

che

«

aspettavamo

ci

che aspettavamo accadesse

Ecco

».

di

in

udire, o

breve un

ne conosco) filologica e Sapavamcelo ». Il quale appena occorre notare che a prima giunta ci si manifesta come florentinissimo, vuoi per la conformazione sua, vuoi per l'atteggiamento e la mossa:

po' d' istorietta (quanta lessigrafica del «

cosicché lo riconosceresti « nato e cresciuto In sul bel s' e'

fiume d'Arno

alla

non portasse seco

il

gran villa», anche

nome

un

castello del

ironico

motto, che

d'

fiorentino Valdarno.

Ma

la origine di questo

anc' oggi ogni tanto

è pure di alcuno de'

rifiorisce;

citati

e spesso,

esempi, fra

come

gli spineti

velenosi delle polemiche letterarie; ninno, ch'io sappia, l'ha ricercata: almeno a

me non venne

da poter indicare all' eruproverbista che me ne richiedeva; e sola-

fatto di trovarne cenno,

dito

mente qualche tempo dopo, attendendo a tro,

io

stesso

credetti

d'

averla

perchè sarebbe origine storica,

e,

tutt' al-

rintracciata.

se

si

E

accettasse

per vera, congiungerebbe a quel motto gravi e dolorosi ricordi

una lito

curiosità

dell' antica Firenze,

meno

mi sembrò

oziosa di quello che per so-

siano le così dette curiosità letterarie o sto-

152

SAPAVAMCELO da non dover dispiacere a

riche, e tale perciò

non

gentili e

E ai

oziosi lettori.

questi prego che vogliano risalir

lino

tempi della prima cacciata de' Guelfi, la prima

delle

due

che Farinata

di

tombe

Alighieri, là tra le

r

meco

parte

della

esilio

vanta

si

guelfo

al

di Dite roventi.

Quel-

maggiore,

inco-

fiorentina

minciato col febbraio del 1249, e che nel gennaio del 51, dopo morto Federigo

ebbe suo

II,

termine, dette alla storia della nostra

sanguinoso episodio. « parole

dell'

« scacciati vi

duti d'

Ammirato J

«

animo

ma

;

come che

luoghi

« intelligenza in fra di loro, tutti

i

casi,

€ Guelfi spesso



loro

e

accordo

Mondi

buona

della

Lega

di fare scorrerie e

e

di-

stavano provveduti

alla città di Firenze ».

^

provvedimenti

aver potuto rompere presso

masnada

di

con

vicini,

nome

sotto

ardivano

predando infino

di questo

fussero

ridottisi al castello

altri

un

erano però per-

si

Valdarno, e parte nel castello

Capraia e in

« in

città

(mi varrò delle

Guelfi, »

Firenze, non

di

« tevarchi in «

I

dei

venir

Frutto fu

lo

Montevarchi una venuti a

tedesca, di que' millesecento

Firenze con Federigo d'Antiochia figliuolo dell'

Imperatore, eh' era

uscita ad assalirli dal

cino castello di Ganghereto. Allora

1

Ammirato, Istor.

fior.;

Firenze, 1846;

1,

i

vi-

Ghibellini,

162.

1^3

DIVAGAZIONI STORICHE

vedendo pericolare il loro stato nella città, si disposero ad opprimere con un gagliardo sforzo i loro avversari: «e per questo, sapendo che

i

« più principali « rità

erano

si

modo, o

maggior consiglio

e di

vincere, o di aver

«

ogni

«

per assedio, stimando

«

somma

« più

di



mese

«

uscendo

di

« inferiori

la

terra

consistere la

cose; e perciò, senza perder

di tutte le

tempo,

quella

in

e auto-

proposero a

a Capraia,

ridotti

un grandissimo sforzo

fatto

,

del

marzo (1249) ivi si condussono, e non Guelfi in campagna, essendo molto

i

numero, presono

di

partito,

come già non meno

«

aveano disegnato, di strigner la terra con r arme che con la fame. Attendevano va-

«

lorosamente

«


«

« era stato

Guelfi a difendersi;

ma

essendo

rotto da' Parmigiani, le cose loro

« ridussero in *

i

campo l'imperador Federigo con nuove genti, il quale tornava da Parma, ove venuto nel

maggior

erano per far

« quel

difficoltà.

molto

più

E nondimeno

lungo contrasto

che feciono, se non fosse loro venuta

« lita la

E

vettovaglia.

si

di fal-

contuttociò, sapendo oc-

€ cultare le lor necessità,

essendo incominciato

« a trattare di arrendersi,

avrebbono avuto ogni

« largo patto

che

avessero

essi

« calzolaio fiorentino,

non essere



Anziano, sdegnato

«

a quel consiglio, non

€ e

gridato

a'

di

cercato, se

un

quale era stato un grande

il

si

stato chiamato

fusse fatto alla porta,

nimici che guardasser bene a quel

« che facevano, perchè la terra

non era per pò-

154

SAPAVAMCELO un giorno; come fusse cosa onovendicare T ingiuria privata con la pub-

« tersi tener piti « rata

Questa cosa rimosse

« blica. «

da sorte alcuna

« tro, essendo già

quelli dell' esercito

accordo: onde quei di den-

di il

mese

maggio, dopo es-

di

men

« sersi valorosamente difesi poco «

furono costretti rendersi

« l'Imperatore.

Era

di tre mesi,

discrezione del-

alla

allora Federigo a Fucecchio,

«perciocché trovato per giudizio d'astrologi di dover morire nel fiorentino, non avea mai vo-

«

Ove

« luto entrare in Firenze. « furono

«

Buondelmonti, cognominato

« lieri

presentati che gli

Capraia e Rinieri

conte Ridolfo di

il

il

Zingano, cava-

gran conto, capitani de' Guelfi,

di

« altri cittadini de' pili stimati, col « prigioni, «

essendo

Reame, quasi

« in Puglia:

prima trar

quali

«

riputazione,

gli occhi, fece poi

crudelmente

cavalieri e cittadini

gran pregio, solo a Rinieri

magnanimo

e

il

Zingano, tro-

cavaliere, diede in

E

nondimeno, perchè non ricevesse questa lode d'un intero e non corrotto dono

la vita.

« effetto d' umanità, «

di

mare. Di tanti

« vatolo savio «

seco in prigione

maggiore

erano

« fatto

« di

menò

li

ove, a istanza de' Ghibellini, a co-

i

in

procinto di partirsi per lo

in

tutti se

« loro

« gittare

e molti

rimanente de'

conceduto

« dolo

di

non

volle a colui a cui

avea

vivere far mercè di vedere; aven-

prima, insieme

« abbacinare.

Ma

« seria largo

e

con

Rinieri,

copioso

tutti

gli

altri,

fatto

cavando della sua mi-

compenso, chiarito ab-

155

DIVAGAZIONI STORICHE «

bastanza delle leggerezze del mondo,

« in sull'isola di Montecristo, ivi « ligioso,

con grandissimi segni

«fortezza d'animo, nica

malispiniana;

tolleranza e

di

sua vita».

finì

mirato, che attingeva

ritiratosi

a guisa di re-

^

Così l'Am-

dal Villani e dalla

Cro-

dove quella crudele parti-

^

colarità, che lo strazio dei Guelfi fiorentini fosse

dall'Imperatore decretato a «istanza» de' fiorenGhibellini, è significata

tini

mente, poiché

piìi

espressa-

croniche parlano di « lettere e

le

ambasciadori »

anche

ambasceria!) a tale

(orribile

ef-

fetto inviati.

Ora,

forse

e

i

lettori già

lo

indovinano,

io

credo che, mancando ogni altro lume sull'origine del noto dettato, la

possa parere non improbabile

congettura, che

Sapavamcelo

«

il

»

di « quei

da Capraia » venisse attribuito al conte Rodolfo da Capraia e consorti suoi e agli altri Guelfi con esso e con Rinieri lo Zingano in Capraia assediati, e fosse

un motto nel quale

il

popolo

amò perpetuare, non tanto memoria dell'atroce avvenimento, quanto una dura ammonizione che i padri a' figliuoli tra-

della guelfa Firenze la

mandassero, a

Ghibellini,

di

quello

dovessero

animo crediam

i

Guelfi,

aspettarsene.

i

valorosi

162-163.

1

Op.

G. Villani, VI, xxxv; Malispini, cxxxtv.

I,

Con che

difensori di Ca-

2

cit.,

rendendosi

se ripensiamo a que' tristi

noi,

dovuto

tempi, aver

che

SAPAVAMCELO

156

praia porsi nelle mani de' loro eiferati nemici

E

?

quando, laggiù nel reame dell'odiato Svevo,

lontani dalla

patria

diletta,

la

ambasciatori a chiedere la lor morte, intimato

si

crudelissimo supplizio,

quel

poteva pur troppo uscire

mandava

quale

sentirono

quanti

a

bocca, con pianto di

di

Sapavamdiventar motto da comme-

disperato dolore, cotesto fiorentinesco celo,

che dovea poi

da scaramucce

die e

di letterati

e avvisaglie di

polemisti! « Sapavamcelo a discrezione di chi

rendevamo! stre di

avremmo dovuto

e che

fiamme

pellirci tra le

piuttosto sep-

e sotto le rovine delle no-

che porre la vita nostra

castella,

E

Ghibellini! »

dovinate dalla

ci

mano

in

le loro parole, raccolte o in-

pietà

dei

desolati parenti,

con-

servate, a tesoreggiare vendetta, in quella famiglia dell'abbacinato Rinieri,

il

nome

ricordava a Guelfi e a Ghibellini origini altro

del 1215, furono

sangue

»

;

della quale

le loro luttuose

trasmesse

« d'

uno

in

tanto che poi, sopravvivendo a

quelle ire di parte,

rimanessero

semplicemente

com' una fiorentineria, da sollazzarsene

il

Da-

vanzati ne' suoi postumi risentimenti col Muzio, e farne

esercizio

d'

induzioni noi tardi ricerca-

tori delle antiche istorie.

Un vent'anni dopo quella tragedia, il nome dell'uomo che abbiamo lasciato romito a Montecristo, ricomparisce nella storia. Verso il 12T0, caduti gli gioini,

il

Svevi, e

Reame

fatto

e guelfa

guelfo,

gli

An-

messer

Ri-

sotto

Firenze,

DIVAGAZIONI STORICHE nieri de'

a

cioè

Buondelmonti

dire

di

157

Firenze era Giustiziere,

Magistrato giudiziario

Era

7'erra di Bari.

Zingano?

costui lo

Re,

pel

E

in

questa

sua magistratura infirma la testimonianza della cronica,

che

lo fa

come

«

vita »

in quello scoglio

d'un

altro

Rinieri

religioso

sua

finire

deserto? Oppure

si

tratta

Buondelmonti? Il dubbio è una difficoltà per la iden-

stato proposto:^ e se

romito

del

tificazione

col

magistrato angioino

fosse l'abbacinamento inflitto dagli Svevi al pri-

gione

di

Capraia, giova sapere che quell' atroce

supplizio poteva, secondo

aver per effetto

intera

secondochè più

meno

od

o

il

modo

dell'operarlo,

accecazione

o

parziale,

arroventato fosse

il

ferro

bacino, e maggiori o minori la distanza a

il

cui questo

fosse tenuto dagli occhi o la durata

Che

dell'applicazione.

probabile

che

l'

se la scienza giudica poco

offuscamento della vista in tal

guisa prodotto potesse anche guarire del tutto,

non lo esclude in modo assoluto, quando la bruciatura fosse stata lieve e di poco momento. ^ essa tuttavia

^

Da Salvatore

dei Notamenti di strati

da

Bongi, in una dotta e arguta recensione Matteo Spinelli da Giovenazzo difesi e illu-

C. MiNiERi Riccio.

È

nei Notamenti la menzione del

giustizierato di Rinieri Buondelmonti.

del sig. Minieri Riccio

(Napoli,

La recensione

del libro

1870) è uéìV Archivio storico

italiano del 1871, to. XIII; ved. a pag. 457-458. *

Trascrivo parole di amichevole lettera (Pavia,

92) dell'illustre prof. Alfonso

Corradi, da

me

1

agosto

interrogato.

158

SAPAVAMCELO Del

è

una

Zingano Sacra

resto, tutta la vita di Rinieri lo

storia d' animosità guelfa contro la

Romana Maestà giovane

Impero. Doveva egli essere

dell'

allorché nel 1231

assai,

bardo d'Arnestein, legato in

il

Italia di

conte GheFederigo II,

intimava per suoi ambasciatori (toscani ghibelal

San Miniato

di

lini,

Comune

ma

la fedeltà:

rentino »,

di sopra!)

la sottomissione e

«Rinieri Zinghini cittadino

fio-

che non si farebbero comandamenta senza licenza e pa-

altri terrazzani,

le richieste

Comune

rola del

Valdarno

quale vi era Potestà, rispondeva, in-

il

sieme con

e del

Montepulciano

di

di

Firenze, e senza che

il

pre-

Ghebardo assicurasse che Montepulciano non

fato

sarebbe dato

ai

Senesi.

E

il

giorno dipoi, 19 giu-

gno 1231, lo stesso Ghebardo legato imperiale condannava e poneva al bando dell'Impero Rinieri lo Zingano insieme col popolo di Montepulciano.^

Quando adunque,

nel 49,

Buondel-

il

monti, con gli altri assediati in Capraia, cadeva fra le unghie dell' aquila

da

diciotto

gli

qual motto

Il

queste

^

era riserbata.

non

pretendo

Sapavamcelo!

io

già che per

mie industrie antiquarie cessi

misterioso motto:

cmidi;

era già

egli

anni un ribelle; e ben poteva aspet-

che sorte

tarsi

cesarea,

né maggior valore

di

essere

di quello

Huillard-Bréholles, Historia diplomatica Friderici III,

287-88.

se-

DIVAGAZIONI STORICHE che

a un'argomentazione meramente

spetti

si

159

induttiva, intendo dare alla interpretazione

da

me

proposta. Privo di buon fondamento non mi sem-

bra però, secondo ragione, questo mio indurre, se

penso come tutta la storia della vecchia Firenze, salvo due brevi intervalli del secolo e

che perciò un motto fiorentino,

comecchessia

fatto dov' entri

quale ad un

il

nome

il

fu guelfa;

xiii,

Capraia

di

allude di certo, ben può avere un' origine

guelfa

come questa sarebbe;

se

penso

così

inoltre,

quanto grave ricoi-danza dovesse la Parte Guelfa custodire di que' tempi, ne' quali, mentre di essa era

Federigo

abbacinato e mazzerato per

II,

una

esse,

di

fiore

mano

di

Ghibellini in Firenze disfacevano

i

e gittavano a terra e con

il

i

il

suoi palagi e le sue torri,

Guardamorto,

tentassero schiacciare,

fu detto che

quasi guelfo

anch' esso,

San Giovanni, nel quale aveano pure comunemente tutti preso il sacro battesimo ». ^

quel bel « Il

«

tradimento

Capraia » rimase

di

memorabile, e fu da

essi

cittadinanza la lo

Zingano;

discendenti

contro al

i

^

Né meno

memoria

e sacro, il

suoi carnefici.

troppo,

Quando

supplizio di lui e de' suoi Dino Compagni,

2

Ammirato,

I,

Buondelmonti

di Rinieri

pur

restò a' suoi e

di

trent'

infelici

II, viii.

171; G. Villani, Ice.

ri-

durò nella

viva

giuramento d'odio

*

Guelfi

appena ebbero nel 51

del calzolaio traditore,

cuperata la patria.

ai

vendicato nella persona

cit.

vendetta

anni dopo

compagni,

SAPAVAMCELO

160 il

Latino

Cardinal

che

pacificazione, storici,

tanto

segna una

e che

a conchiudere quella

riuscì

celebrata dai nostri

è

delle riforme della co-

stituzione fiorentina; tra le paci di

sebbene

fatte,

corta durata, quella degli liberti co' Buondel-

monti fu la prima, e terza che tra loro,

dopo,

e

nel

bile »

^

eh'

promettesser

essi

perocché pochi anni 1304, pareva ormai « cosa impossiforse

riconciliassero più.

e' si

pratiche, alle

ultima,

Or bene:

alle

istanze, ai comandi, di quell'ope-

rosissimo e leale, forse, sopra tutti

i

dalla Corte pontificia ricevè tra

secolo xiii e

il

paciari che

XIV r infelice Firenze, una famiglia sola non

piegò; e furono «

figliuoli di

i

gano de'Buondelmonti « sentirò,

1239,

la

delmonti

Comune

prima volta e

liberti

si

pace erano state

della

d'una

Essi soli

di

».

di

E

quelle

«non

1'

as-

notisi tre

come nel che Buon-

rappattumarono, suggello le

nozze, però

figliuola di Rinieri lo

Neri fratello felici:

».^

si

messer Rinieri Zin-

e furono scomunicati per lo Legato, e

€ isbanditi per lo

s'

il

non

felici,

Zingano con messer

Farinata degli

liberti.

Nozze non

perchè pochi anni dipoi le spade novamente

insanguinavano, e messer Neri rimandava alla

casa paterna la moglie, dicendo « non voler ge-

nerare

figliuoli

di

gente

di

traditori »

;

Buondelmonti, costretta dal padre a nuovi

^

Dino Compagni,

«

G. Villani, VII, lvi.

III,

iv.

ma e

la

non

DIVAGAZIONI STORICHE

meno al

sapeva tuttavia serbarsi

sponsali,

illustri

primo marito, che per

pur sempre «

povera donna, era

lei,

savio

piiì

il

1()1

e

miglior

cavaliere

della provincia d'Italia».^

Del resto, quand' anche fosse

riuscito

liberti,

non

pesava

sui

Cardinale Latino

al

Buondelmonti ed ne sarebbe mutato il destino che riconciliare

di

se

e cittadini

della città partita ».



i

Guelfi erano migliori de' Ghibellini, né questi di quelli;

e gli uni e gli altri sentivano

lasciata loro dai padri

era

che l'eredità

odio e di morte.

di

Dato che il motto da me illustrato debba veramente riferirsi a' prigionieri di Capraia del 1249, esso

non isparge

rentine

parole di

piti

sulla storia delle discordie fio-

tetra luce di quella che balena dalle

che

terribili,

i

cronisti ci

hanno conservate

Neracozzo e Azzolino liberti in sul punto d'es-

sere decapitati per

mano

de'

Guelfi.

«

La mat-

a

quando s'andavano a giudicare, Neracozzo domandò messere Azzolino: Ove andiamo noi?

«

Rispuose

« tina,

il

cavaliere:

A

pagare un debito che

Ed anche quella dava braccio e vigore il patronato straniero: nel 1249, Federigo di Svevia « ci

lasciarono

i

nostri padri ».

^

volta all'odio cittadino

si

traeva nelle Puglie

Firenze ghibellina lo

strazio; nel

i

Guelfi prigioni, e laggiù

mandava

oratori a chiederne

1270, Azzolino, Neracozzo e Con-

^

Cronichetta attribuita a Brunetto Latini.

*

G. Villani, VII, xxxv; Malispini, ce vi. ])EL

Lungo

U

SAPAVAMCELO

162

con un altro ghibel-

ticino liberti, presi insieme

messer Bindo Grifoni, mentre

lino

cavansi in Casentino, erano « e c(

scritto in

Puglia

solo Conticino,

il

miato;

ma

stesse

prigioni

avevan

menati

Siena re-

in Firenze,

Carlo d'Angiò quello

al re

ne facesse».

eh' a lui piacesse se

tro,

a

di

E

veniva rinchiuso a morire

dove

napolitano,

abbacinare Rinieri

fatto

dei quat-

come giovane, era i

lo

rispar-

quelle

in

padri di

lui

Zingano e

i

suoi compagni.

Il

motto dunque, come dicevo, incominciato

dallo stesso secolo xiii con allusione al fatto

fin

del 1249, sarebbe poi stato continuato, in

cesso

pro-

tempo, semplicemente a denotare, per

di

altrui riprensione o scherno,

zevolmente,

trattarsi

di

od anche solo scher-

cosa

eh' era

facile

a

prevedere, o da indovinarla senza bisogno ch'altri la dica, e simili.

tanto

viva

tempo,

e,

e

Oggi non

usuale

è certamente

maniera

quanto dovett' essere

un

secondo ch'io credo, massime nel Cin-

quecento, quando forse l'origine era già caduta nel dimenticatoio, e la giunta

Capraia

»

si

metteva e non

dochè mostrano

li

come

Busini al Varchi,

a

^

in

quei

una

da

metteva, secon-

esempi dal Rucellai

vanzati; od anche, ^

« disson quei si

al

Da-

delle Lettere del

da Capraia

si

sosti-

Lettere di G. B. Busini a B. Varchi sopra l'assedio di

Firenze)

lett.

XIII, pag.

135:

«Della lettera

così sciocca di

163

DIVAGAZIONI STORICHE

un

tuiva interlocutore

vamcelo, disse chi

Mirrancia: »

Mirra,

il

«

egli

Sape-

non so un suo

quale

il

:

pur fu nessuno,

omonimo

apocopato tresì in

Mirrancia

il

se

fosse,

si

tale

e

interloquente al-

proverbio nella Clizia del Machiavelli

^ :

«Adagio un poco. A cosa a cosa, disse il Mirra ». ogni modo il Mirrancia non attecchì; e giunta ufficiale al « Sapavamcelo » è sopravvissuta « dis-

A

sero

quei

da Capraia

credo farebbe oggi a

non accadere,

sebbene

:

«

giunta

della

chi lo dicesse;

ripeto, tanto di frequente,

che un

escludendo

»

meno

sapevamcelo

»

,

che

pur non

ed anche,

tempo e luogo, un bel «sapavamcelo», possa oggi pure, in più d'un caso, riuscire non senza grazia e, che pivi importa, efficace; nò forse il Manzoni e il Gioberti sono i soli, fra i

se volete, a

moderni, che «

modo

«cose

il

di

È

rimasto

quasi proverbiale, a chi ridice

note,

già

«con aria Tommaseo dica

abbiano rinverdito. «

lo

di celia,

segnatamente

burbanza

se

lo

provocante».

faccia

Così

il

nel Dizionario di Torino, e mi pare

vero.

Oggi però

gli

onori di Capraia

proverbio, osservatore

od accozzi o vicinanze:

maligno

«Da

di

li

fa

un altro

certe

Montelupo

unioni si

vede

«

queU' amico, che non vuol bene se non a chi ha danari in buona somma, Sapevamcelo, disse il Mirrancia; perchè ne ho

<

vedute

«

*

At.

assai, II,

più goffe l'una che

se.

II.

l'altra... >.

SAPAVAMCELO

164

Capraia; Iddio fa

che

gli antichi

le

*

persone e poi Tappaia »

:

pare, se stiamo alla Crusca, dices-

sero solamente « Dio

paia»; ovvero «e

e'

uomini, e poi

fa gli

gli ap-

s'appaiano». Che se al primo

verso del distico avessimo qualche testimonianza di scrittore

non moderno, potremmo

riferire al

Capraia un' altra allusione proverbiale,

di

nome di ca-

rattere storico; perchè quella Capraia, «dov'erano « conti della famiglia degli Alberti, ai Fiorentini «

pareva essere un pruno negli occhi; e poiché

non potevano,

« prenderlo

« contro «

nome

un altro di

gli

castello,

edificarono all'in-

che

a scherno

Capraia appellarono Montelupo un'allusione guelfa; poiché

gnori della Capraia che Firenze volle da telupo vegliare,

non furono

antico legati col

Comune

presenterebbe quel geloso

contado »

« incastellato

fossero

poi

o

o

Guelfi

uomini conti e cattani re,

castella

volta,

^

e

^

ghibellini,

fiorentino;

si-

Monrap-

che del suo

sospetto

ebbe sempre Firenze, que'

Ghibellini

« nobili

», che stavano nelle

ville circonvicine,

l'amavano

i

anzi ab

ma

^

^

come

L'allusione questa volta non sarebbe stata, nell'altro motto,

del ».

ter-

e che, alla lor

« più in discordia

che in pace

»

Giusti e Caffoui, BaccoUa di proverbi toscani^ ed. 1811^

pag. 353. In questa Raccolta non è registrato

il

motto Sapa-

ramcélo. 2

Gino Capponi, Storia

'^

Op.

*

cit.

1,

15;

II,

G. Villani, III,

della

575.

iii.

Bepubhlica di Firenze,

I,

18.

165

DIVAGAZIONI STORICHE e ubbidivanla

paura che per amore

« più per

feudali che la Firenze del popolo più d'

avere

Capraia manca affatto ogni

e

monianza presso gistra

semplice

no

«

Dio

che

appaiano

alcun volgare dettato

»

Non

vuole

ci

ma

feroci appartiene

maniera proverbiale, che puta da

dice esser ella

tutti

da Capraia, vamcelo

».

E

scritta di

motto:

^

Dino Compagni,

-

€ I vostri antichi

I,

le

dini

*

Tarlati, e

«

testimonianza

ne rendono manifesta fede, Pazzi di Valdarno

di quelle

;

:

che ancora gli Ubal-

conti da

Monte

Carelli,

i

e Capraia

curiose

Giovanni

suoi personaggi.

XII, 9.

i

ne fa assai chiara Così è fatto parlare Rinaldo degli Albizzi,

Storia fioì-entina di

^

Sapa-

superbe e tirannesche po-

«

».

«

i.

domarono

tenze che circondavano questo popolo

una

ne' boccali

standoci alla quale, la

'^

nel 1426, in

poi la

anche questa sarebbe una spiega-

zione del nostro

i

A

cosa saputa quei

sentenzierebbero

vicini,



».

cosa notissima e sa-

di

Montelupo; appunto come

i

questo che,

un lupo

che

altro

meno

tempi certamente

muove

ad

dettero ori-

vulgata », si legge nelle Malmantile:^ «Per distrugger questa

note al

di

al

tradizione

« di

capra

tiene

s'accompagna-

castelli

gine in antico, non fu l'odierno,

come

si

e finalmente se

:

due

i

testi-

recenti; né lo re-

anch' esso

fa gli uomini, e e'

« e e' s'

»,

non

scrittori

Serdonati,

il

vantava

si

Se non che del proverbio su

~

disfatti.

^ :

appunto uno de' covi

e Capraia, in particolare, era

Montelupo

»

dicerie,

Cavalcanti

al

(III,

cui tenore la i)

atteggia e

SAPAVAMCELO

166

mia divagazione storica su pe' secoli, fino al xiir, diventerebbe una passeggiata da potercela risparmiare

Ma

io

e

lettori.

parrà egli

motto da

me

probabile

che V origine

illustrato risalga tant' alto,

fra gli esempi

1540? Che

del

i

non ve

n'

ha

di

del

quando

data più antica

se fosse solamente

del

Cinque-

cento od anche del Quattrocento, chi vorrebbe che

credere volto

il

i

Fiorentini nel foggiarlo

avesser

pensiero a quelle cose del 1249, allon-

tempo e da' loro affetti e passioni? Ben più difficile ammetter postuma, anche di poco, un' origine storica nel motto « Sapavamcelo », che nel proverbio, sia pure recentissimo, su Montelupo e Capraia: pel .quale può dirsi, le memorie ispiratrici aver sopravvissuto, raccomandate al fatto della singoiar positura dei due castelli, che al modo come tanto e dal

tanatesi

loro

stanno, l'uno dirimpetto all'altro sull'uscita dello stretto

damo di

di

sotto, paiono,

don Rodrigo^ due

cagnesco, sebbene, e zoni,

^

all'imboccatura

della Golfollna,

bisognerebbe

del Val-

pressappoco come quello

feroci che si

guardano

in

anche questa è del Man-

dirli di

que' feroci che ridotti

ormai senza zanne non possono digrignar altro che le gengive. L'origine storica, adunque, da

^

Promessi Sposi, cap.

vm

e v.

DIVAGAZIONI STORICHE

167

me, per incidenza, proposta rispetto

al

proverbio

Montelupo a Capraia, s' intende, anche se questo non è antico: ma non Rispondo, che il così pel « Sapavamcelo ». non conoscerne esempi anteriori a quello di sull'appaiamento

di



Cosimo Rucellai non può

far molta forza a chi

sa quanto imperfetta testimonianza rendano, generale, casi,

i

storia

alla

Vocabolari. Che

esistesse, lo

vediamo

lingua,

della il

di

in

nel più dei

motto nel Cinquecento

sicuro: eppure noi rac-

colse la Crusca in nessuna delle tre impressioni

ch'essa fece del suo Vocabolario nel secolo xvii; e registrandolo nella quarta,

del Rucellai e

veramente ne'

assicura lo stesso

di

non

tutti

si

abbiano, chi

documenti

i

epistolari il

Quattrocento

Cinquecento, insieme con esso, come fu molti, ci sarebbe

ci

codici delle nostre

i

Si pensi inoltre, che se

veramente nato nel

fosse

dato pure che

a stampa altre testimonianze

tutti

nostri archivi?

E

davanzatesco.

il

libri

pel motto in questione le

biblioteche, di

trascurò l'esempio

dei

motto o

nel

di altri

facilmente pervenuto memoria

del fatto che lo avesse originato

non ne sappiamo proprio

nulla.

;

quando invece Chi poi

lo

con-

sideri nella sua stessa dicitura, credo si sentirà

piuttosto

marne

invogliato ad

l'antichità, sia rispetto

bligatoria» (direbbe ^

11

memoria

N. Caix

alla

e

U.

«enclisi ob-

dottissimo Mussafia

Miscellanea dì filologia

quale, nella di

il

che a sce-

accrescerne

e

^)

che

linguistica

in

A. Canello (Firenze, 1886), così con-

SAPAVAMCELO

1<'>8

Sapavamcelo contiene, sia rispetto alla rozza forma sapavamo, del qual « sapavamo », adoperato da per sé, gli esempi di scrittori, secondo quel solenne maestro di lingua arcaica

la parola

^

che fu Vincenzio Nannucci, al

Boccaccio. Per poco poi che

Sapavamcelo

«

il

cento fa

non vengon

^

conceda,

si

nel Quattro-

nel Cinquecento, l'antichità della

buona spia d'una data, come

antica

che

tanto,

tragica,

il

commedie

E

ci

non esser nato

»

forma

1249 sarebbe,

il

dimenticatasi

oltre

quella

origine

guelfo motto divenne uno scherzo da

da polemiche.

e

si dilettarono anche que' nostri quando ancora non e' erano né h. commedie, né (beati loro!) le polemiche, da se* minarvi, tra gli altri fiori, anche i proverbi.

di

proverbi

antichissimi,

Lasciando stare

le

tracce che di

gran Poema

locuzioni pro-

sorco tra le male

verbiali offre

il

gatte,

fra le sorbe, e simili),

i

fichi

(il

suo contributo (pag. 255-261)

chiude

il

tattica

della

Una

con un pro-

lyarticolarità sin-

lingua italiana dei primi secoli

:

In tal

«

«

mi devo rassegnare a sentirmi dire: Sapevamcelo (che, per finire come s'è cominciato, ci rappresenta l'antica enclisi

«

obbligatoria in luogo del Ce

«

caso

^

«

Sapavamcelo

»

lo

ha anche

sapevamo moderno) il

Davanzati,

del 1637, che l'egregio editore del 1853 (Firenze,

muta, credo 2

io

per

isvista, in «

Sapevamcelo

».

stampa Le Mounier)

nella

».

Analisi critica dei verbi italiani, pag. 671 e 142-43.

169

DIVAGAZIONI STORICHE

uno

rinestati in

due

con

anzi

verbio,

antichi proverbi

« grossi

inconìinciava Farinata degli

»,

fuor di tutte le leggi oratorie, quella sua

liberti,

« diceria »

che doveva salvare Firenze: cosa alla

quale pur troppo non bastarono, contro altri pe-

ed

ricoli

nemici, né

altri

Luigi Alamanni,

valore nò la retorica di

il

Bartolommeo Cavalcanti, e me-

di

degli altri oratori alle milizie fiorentine nel

morabile assedio.

E

di quei

due proverbi dugen-

che furono « Com' asino sape, così mi-

tistici,

nuzza rape » e « Vassi capra zoppa, se lupo non la intoppa», come questo secondo ci ricorda Montelupo e Capraia, così nel primo un' altra forma

antiquata del verbo

sapavamcelo »

«

mammo

« sapere »

di quei

ci

riconduce

da Capraia, che

pure essere dugentistico.



al

affer-

questi,

che

servirono alle amplificazioni di messer Farinata (il

quale da Giovanni Villani è ricordato anche

un' altra volta i

soli

e

della

mancano anche stare

di

malispiniana;

i

motti di dispregio

XII, XIV

lanciavano

:

«

E

e

ragione storica, e

a cose contemporanee.

all'altro si

1

savio proverbiante), sono

proverbi a noi conservati dalle Cronache

del Villani

sioni

come

^

i

Infatti,

non ce ne con

allu-

lasciando

o di scherno che l'uno

popoli dei nostri

bene disse vero

il

Comuni

proverbio di messer Fa-

domandato che cosa

«

rinata l'antico, della casa degli liberti;

«

era parte, cavallerescamente e in brievi parole rispuose:

«

Volere e disvolere per oltraggi e per grazie ricevute.

«

fu vera sentenzia

».





E

l^O

SAPAVAMCELO un proverbio che

di Firenze, di Pisa, di Siena, è

rende testimonianza di

ci

fiorentini, magnifici pel

che

ciò

Comune

i

mercatanti

e per sé scarsi,

sentivano de' ghibellini conti Guidi, quando «per « proverbio si dicea in Firenze Tu sia' ti più :

ad agio che'l conte

«

fa

in

Poppi

e il proverbio pensare che a somiglianza di cotesto palazzo

de' conti

per

casentinesi,

potenti

» :^

anche in Firenze

nozze famose con « la buona Gualdrada », disegnò Arnolfo il Palagio de' Priori. le

La

poesia familiare o borghese, la quale più

meno tendeva tieri

allo

quei proverbi

gnomico, raccoglieva volen-

o,

come

li

chiamavano, buon-

motti, che spesso poi si difìlavano in stranmotti

strambotti

e

frottole.

trecentista della

magna

Pieraccio

prima metà,

^

Tedaldi,

scriveva

di

un Ro-

agli amici:

Bartolo e Berto, come Carlo in Francia

come

il

conte in Poppi

i'

sto in Faenza.

E

un buonmotto in voga fra il xiii e il xiv fu il citare, nel medesimo atteggiamento di quei da Capraia, citar quei da Barga, per sentenziare che il mal voluto, com' oggi diciamo noi, non è mai troppo; ma allora dicevano Chi della sua malura face inchiesta, Convien che la ragione gli sia larga:

1

G. Villani, VII, cxl.

2

Le Rime

di Piekaccio Tedaldi, ediz. Morpurgo; Firenze,

1885; son. X, pag, 42.

DIVAGAZIONI STORICHE

l'71

oppure Convien che la pagata altro simile

da Barga

»

chiamavano

e lo

«

il

che

quello

faccia rima con

«

nome

il

del loro paese

larga ». Buonmotto che

gliava assai bene agi' innamorati

per

si at-

accusare

dabbenaggine anzi buaggine.

la propria Di

buonmotto

senza forse altro merito de'Barghi-

;

fuor

giani

:

gli sia larga;

tal signore

Che vuol

eh'

aggio preso vesta, rechi

i'

Ch'è, quanto mal

si

il

proverbio da Barga,

divisò l'inchiesta;

diceva l'uno; e un altro ribadiva:

E

A A

s'

alcun matto la sua frange vesta,

chi di sua

Ragion

E

buonmotto da Barga: malura face chiesta,

lui dir puossi il

è che pesata

li

:

Io son colui che spesso

Pregando E'

1

2

Amor

m' inginocchio.

che d'ogni mal mi tragga.

mi risponde come quel da Barga. ^

Poeti del

1816;

primo

secolo

della

lingua italiana; Firenze,

68.

II, 62,

L'ultimo annotatore toccato alle

(Pistoia; 1878)

Come

« ficato «

^

messer Gino gentile, rispondendo a Onesto da

Bologna

«

sia larga.

Dove

quel

postilla,

pag.

349-50,

da Barga, cioè fuor

stesso

dicevano

vai le son cipolle

nella sua conclusione.

di proposito

gli antichi, ».

Rime

di

messee Gino

in cosiffatta maniera ;

come nel

:

signi-

Albanese messere-, e ora,

Spettabile interpretamento, massime

172

SAPAVAMCELO

E un

notaro

motto

di

Barga

quei da

meno che

ser

fiorentino,

fra

il

contese niente-

le

Lamagna

Francia e

di

Clone/ gettava

nelle guerre

imperiali italiche: e diceva che, de' due contendenti

,

alla fine

V un

fia

quello da

Barga

;

uno de' due avrà il male che sarà ito cerSe non che in quelle contese la parte del Barghigiano la facevamo noi; meritevoli, pur

cioè,

cando.

E come

troppo, di cotesto e peggio. è frequente tale allusione a

accollavano

spesso

nisti

de' loro

a

questo

«Ben

personaggi un crudo

« Bellistà »

o ad

;

essi

vato

nome

line

sovrastanti

aìitiche

e

luogo in una a Firenze,

Mime

volgari del

Comparetti; voi.

altri passi di quelle

Rime,

menzione del da Barga »; cfr. in

«

corre

di T. Casini,

ma

V

di

i

lavoratori

1888),

p.

166. In

chiaro significato, ri-

proverbio da Barga

o

»

fine della raccolta (V, il

ritro-

vaticano 3793, ediz.

cod.

men

ho

io

queste care col-

dove

(Bologna,

con

quale suppone che

il

quello

sta», anzi

medesimi, pentiti e con-

facevan dire «Bencistà», che

^ Le D'Ancona

cro-

i

a

o li

fessi,

di

nei rimatori

Barga, così

« eh'

usan quei

446-47) una nota

proverbio originasse

qualche fatto ignorato successo nel secolo

xiii »,

«

da

attinente a re-

castello di Barga e il Comune di Lucca. Lo adduce da un altro antico

lazioni fra quel stesso Casini

Se dai presenti, fa' che vagliau poco Che se ti dona Lucca, dagli Barga: e qui

r intendimento sarebbe del rimanere

in condizione e simili.

;

noi, o

mettere

altri,

svantaggiosa; andarne, o far andare, di sotto

1^3

DIVAGAZIONI STORICHE de'

campi conservano così schietto e gagliardo

r antico idioma.

Ma divagammo altri

interpreti

buonmotti, tu,

amico

piiì

abbastanza. congetturi

o

meno

o

a

storici,

lasciando che

suo

modo

sui

de' nostri vecchi,

lettore,

quid novisti rectius

si

Candidus impertì;

De' quali

E

citatissimi

zione, assai libera

caso nostro,

sta,

del Malmantile, e

è

si

istis,

non^ his utere mecum.

versi

d'Orazio

vero,

ma

una tradu-

che fa molto

al

se tu noi sapessi, nella chiusa

novelline della

delle

Stretta la foglia sia, larga la via;

Dite la vostra, eh'

i'

ho detto

la mia.

nonna

:

EICOEDI

CESARE GUASTK*)

Signori,

Le st'

parole di Cesare

ultime

aula, che par quasi

Guasti in gue-

serbarne tuttavia

l'^eco,

furono queste: « Vi ha una poesia eh' esce dalla e va fino alle orecchie; ed

« testa

havvene una ferma finché un altro cuore ». E poco innanzi « Ebbe animo maggiore delle sette.

«

che sgorgando dal cuore, non

«

non

trovi

avea detto <(

E

:

se questa sia la tessera

« nella storia civile

«lo Zanella

vi

per

riconosciuti

apparirà

si

i

quello

ricordate che egli in quel giorno

(*)

2>^^^blica del

1890), con questo

degli

che fu ».

Vi

^

commemorava

22 di dicembre 1889 (Firenze,

titolo:

Cellini,

Elogio del segretario Cesare Guasti

dair Accademico residente Isidoro 1

verranno

Pubblicato negli Atti della R. Accademia della Crusca,

Adunanza letto

cui

galantuomini,

Del Lungo.

Rapporto dell'anno accademico 1887-88 e Commemorazioni Accademici Corrispondenti Antonio Ranieri e Giacomo

Zanella del Segretario Cesare Guasti: negli Atti della R. Ac-

cademia della 1888,

A

Crusca;

Adunanza pubblica

del

2 di dicembre

pag. 47.

Del Luhgo

12

CESARE GUASTI

1/s

degnamente l'insigne Poeta vicentino, un anno avanti oratore insieme con lui nella medesima solenne adunanza, che oggi nel

ma

nome

del Guasti

ahimè sopra una tomba. E quelle parole sue mi ritornano nella memoria, e mi vengono sulle labbra, perchè mi

nostro

rinnova,

si

paiono contenere

scritto

la lode

che

all'anima retta, dell'uomo

al gentile spirito,

onorando, debba, là

nei regni della luce e del vero, sonare più cara altra. Che molte altre ben egli si da altre voci che la mia, al quale l'autorità maggiore viene certamente dal parlarvi io per l'Accademia che me volle suo interprete. Voi pensaste, o colleghi, alla intima consuetudine che per più di trent' anni, cioè dalla mia pri-

qualsiasi

di

merita,

e

missima giovinezza, mi ebbe congiunto con lui. Ne d'avere accettato mi consentirebbe il cuore di scusarmi, e sento anzi mio debito qui rinnovarvi pubbliche grazie; sebbene alla prova io abbia,

ve

lo confesso, trovate difficoltà

savo neir adempimento

Perchè è vero che

dell' ufficio

che non pen-

commessomi.

la familiare consuetudine age-

vola la cognizione de'

fatti,

può

e

il

sentimento,

se non dare eloquenza, compensarne, almeno in parte,

Ma

difetto.

il

quando

chi detta dentro è

un' amicizia, che la disparità degli anni fece co-

minciare quasi studi

e

quando

filiale,

e nella

comunanza

degli

addivenne fraterna; compendiano troppe e troppo

degli intendimenti i

fatti

vi

care memorie, e le circonfonde quella malinconia

CESARE GUASTI che

del passato

versi

potenti,

f ui »

^ ;

e

«

Dante

179

accolse in uno de' suoi

Quando

gioverà

ti

dicere:

Io

nell'uomo del quale parlate come pen-

come erudito, come filologo, come scritnon potete dimenticar mai quanto, lui

satore,

tore, voi

morto, è mancato Signori,

si

e la parola,

vita

alla

vostra

oh allora.

;

vorrebbe piuttosto ascoltare che dire; che viene dal cuore, passa attraverso

alle lacrime.

Ma bare

a parlare di Cesare Guasti possono tur-

non

cuore,

il

giudizio,

il

gli

affetti

:'

perchè

semplice e senza macchia, è presto

la vita sua,

raccontata, dicendo eh'

lavorò sempre, e sem-

e'

pre nobilmente; e dell'ingegno, dell'animo, degli studi suoi, attestano «

i

bisogno

« tu

mava

d' altro

egli al

suoi scritti la verità.

me

che volesti tu da

«

E

altro che la verità? hai

che della verità

suo Silvestri,

^

?

»

escla-

proemiando a quel

caro libro, dove maestro e discepolo paiono anc'

oggi

vero

si

facesse

vive persone.

adatta di



meno bene

quello,

tale



invocazione

alle lodi di

disagguagliandosi

questo che poi

per altezza di mente e per maggiore importanza che ha l'opera dall' altro

del

la

1'

uno

molto

letteraria

del Guasti. Della quale fanno inadeguato giudizio

coloro che credono mancato in 1

2

lui

all' Italia

un

Inf, XVI, 34.

Giuseppe

Silvestri,

V Amico della studiosa gioventù. Me-

morie compilate da Cesare Guasti. In Prato, per Ranieri Guasti editore-libraio, 1874-75: in due tomi. A pag. 7-8 del t. I.

CESARE GUASTI

180

maestro storica,

di

scienza archivistica e di erudizione

un valente pubblicatore

di

ziente ed acuto osservator di vocaboli,

tore castigato ed elegante: e

ma non

non sarebbe poco:

non

un pa-

testi,

uno scritChe pur

altro.

è tutto quello che al

Guasti nella storia della nostra cultura

spetta.

si

Perchè questo scrittore, questo squisito artefice della parola, ha voluto altresì e saputo scolpire in

essa le

piìì

alte e

pure e gentili

idealità, evo-

cate con potenza di vero pensatore dalla storia

monumenti, dai documenti; quel filolessicografo, perchè sentì nelle parole aleg-

dei fatti, dai

logo e

giare ridea, palpitare

sentimento, non fu mai

il

un pedante; a quell'archivista, a r archivio era custodia

quell'erudito,

grandi memorie, san-

di

tuario della patria; e l'erudizione, di ozi letterati,

né spolverio

vento che

del

ma

tira,

istrumento

sussidio fedele, ai grandi

non pascolo

di scaffali in

servigio

appropriato,

ammaestramenti

della

mi propongo

rap-

storia.

Sotto

questi

aspetti io

presentarvi Cesare Guasti:

ma

di

piuttosto per linee

generali, che per continuato discorso, lungo vita così

piena

di

lavoro,

per modo, che la compiuta recensione (

la cui bibliografia,

una

molteplice e svariato

su' propri

di

questo

suoi appunti, gli

hanno già egregiamente compilata due

affezionati

discepoli e cooperatori^) eccede addirittura 1

Elenco

delle

pubblicazioni

Alessandro Gherardi

e

eli

i

li-

Cesare Guasti per cura di

Dante Catellacci,

ufficiali nel

R. Ar-

CESARE GUASTI

d'una delle nostre

miti e la possibilità

tredichè,

181 letture. 01-

Guasti ebbe, nelF occultarsi,

il

simo zelo che

i

mede-

il

più meritevoli di rimanere

spendono, felicemente, nel porsi

buio

e,

ma-

bandiera.

Le

mostra

in

cenci

gari anche, fare de' propri

al

sole cose che, invitato da

editori ristampasse in

un

Opuscoli di belle

sol corpo,

furono

Squisito lavoro,

gli

senza

dubbio;

ma

arti.

che del suo

valore letterario e morale offre un solo e speciale

Se

aspetto.

in altri

da pubblicazioni di

commercio,

da

occasione,

il

fiore

libercoli fuori

campi diversi eh'

fosse, di sui

raccolto

coltivò,

d'

volumi, da periodici,

simili

e

il

frutto

ei

questo

di

nobilissimo ingegno, non solamente sarebbe oggi

più agevole, e forse a Voi

ma

mio,

l'Italia

meno gravoso,

saprebbe meglio

rimprovero, acquisti forza d'augurio)

uno

scrittor vero

da registrare fra

di

l'

in

(se

ufficio

ciò

è

possedere pochi.

i

I.

Da

umili principii,

ma

fin

da

quelli

conscienza di propositi e coerenza

mosse

fine,

durlo



il

alto.

con grande

di

mezzi

al

dovevano conGente del contado pratese, venuta Guasti

i

passi che

a industriarsi in quella città operosa e geniale,

furono nel

i

suoi; la cui industria

padre

di lui,

elùvio di Stato di Firenze. Estratto

Serio V,

Tomo

III,

si

nobilitò presto

Ranieri, che l'arte tipografica iÌ2^.V Archivio

anno 1S89, Firenze,

Stor. Italiano^

Cellini, 1889.

Di pag. 59.

182

CESARE GUASTI

ha esercitata fino a' dì nostri con lode gusto e non senza onore e utilità degli tipografo cominciò anche officina paterna,

il

giovine

di

buon

E

studi.

Cesare nella

con attribuzioni fra letterarie

editore e tecniche di correttore delle stampe

di :

e

tipografo piuttosto che letterato lo desiderava

il

sebbene

padre,

scuole di quel

avesse fatto

gli

Collegio

frequentare le

Cicognini,

sotto la di-

sciplina di Giuseppe Silvestri, e con maestri quali

Atto Vannucci città e famiglia

la

e

Giuseppe Arcangeli.

alimentarono

di

Scuola,

buon nutrimento

ben disposta sua giovinezza. Nella scuola, una

pognamo non fosse aveva pure il pregio grande di educare non aggravare gì' ingegni, e contentandosi

istituzione di studi, la quale, perfetta,

di

ma

bene avviarli

cose essenziali,

namento

saldamente

agli studi più

quali intanto

naturali

e

poche, fra le

maturi e più

liberi,

avea coltivate svolte eccitate

attitudini.

come materna, que' tempi

in

ne lasciava l'addottri-

fondarli,

là,

pe' le

Nella famiglia, così paterna

stampo da potersi, anche a chiamare all' antica, aveva podi

tuto apprendere semplicità

di

probità

schiettamente sentita

;

inoltre,

religione

costumi e severa

senza riguardi umani praticata; dal quale elemento, non meno che dagli altri due, molti valentuomini han derivato al carattere quella vigoe

ria,

all'animo quella

diritta e leale franchezza,

che impongono rispetto anche a chi sia cresciuto nel culto di altre idealità.



gli

mancò, presso

183

CESARE GUASTI

domestiche, qualche esempio di cultura

le pareti

per

scientifica e letteraria,

l'uno

terni;

e

Luigi

ma-

Sacchi,

Cicognini di filosofia e matematica,

nel

lettore

parte de' prozìi

canonico

de' quali,

Roncioniana,

della

bibliotecario

pote diciottenne, nel 1840,

ebbe dal

affettuose

ni-

lodi reci-

Accademia degP Infecondi. Perocché anche Prato fioriva d' un' Accademia: la quale che non sempre fosse ciò che lealmente tate alla pratese

il

titolo

portava, conferitole, pel solito vezzo, dagli

eruditi suoi

incominciatori

nel

dal Guasti essere aifermato,

che

essa

studi

di

produsse

verso

20,

il

economia pubblica,

Settecento, potè

ricordando quello

^

attinente agli

e agli studi storici

il 40 con lo attuare un concetto Tommaseo. Aveva il Tommaseo fatta una

e morali verso

del

gita a Pralo, e narratala

che

il

:

^

e

da quella

scrittura,

Guasti nelle sue ha ricordata tante volte,

e tante

senza

citatala,

accorgersene,

io

non

quasi

dall'una all'altra

esito a riconoscere

avviamento della vocazione

di lui.

«

il

primo

Accorsero

i

giovani » egli dice, a proposito di quel risveglio de' suoi Infecondi, « Fille « di

« tuti «

e di Nice,

utili

arti

benefici

« accorsero

ma

perchè

ricordo lasciatoci dal ^

2

Memorie sul Silvestri: La pubblicò, con quel

di

di patrie glorie e. sventure,

e di belle, :

non a cantare

di-

s'

educazione e

ebbe a mente

Tommaseo I,

81 e segg;

titolo,

nel 33 li,

d'isti-

questo :



La

127 e segg.

per la prima volta nel pe-

riodico napoletano 11 Progresso, an. Ili

(1834), quad.

XYI.

1S4

CESARE GUASTI

(j

pratese Accademia

«

air illustrazione delle cose patrie, e al miglio-

«

ramento

ci

lissimi

E

».

sul

nicipio nelle di

.

.

potrebbe rivolgersi tutta

de' patrii istituti



Tommaseo, lando

.

che ve n' ha

;

dopo addotte

civile e

umane

bei-

di

altre parole del

morale

ufficio

del

mu-

e,

par-

società (vano allora

cose nostre, doloroso e quasi scherne-

vole sarebbe stato dire nazione), soggiunge che « in

quelle parole era tutt' un

svolta appena

quale

« fu

effetti

notabili,

dopo

e

il

programma

»

:

del

una porzione », né con 40 l'Accademia fu chiu-

ma

quel rinnovamento di studi e di pennon fu senza frutto; e il ripensarlo m'è « caro ». Caro a lui certamente quel ripensare, com'è ogni ricordanza di giovinezza; ma più, credo

sa:

«

« sieri

io,

perchè

que' modesti accademici

di

ivi

stesso

scrivendo che alcuni «dalle aride pergamene ten«

tavano destare un

« antichi

soffio di vita, nelle vite degli

cercavano esempi,

cr

insegnamenti sempre,

a

il

ca

tarlo,

di

imitabili

o no,

ma

bene fecondi: poiché

male

« rico

fu sempre commisto al bene; e l' addiquando pur non giovasse, sarebbe da sto-

onesto

»

;

queste cose scrivendo quasi qua-

rant' anni dopo; se gentilezza

d'animo trattenevalo

dal nominarsi fra quelli che giustamente lodava,

neanco poteva la coscienza negargli il testimonio, che i severi propositi di «storico onesto», sperimentati in que' giovanili ritrovi, erano

da

lui

fedelmente proseguiti nel

delle lettere.

stati poi

civile esercizio

Al quale anche prima che

piìi

largo

CESARE GUASTI e fruttuoso

sua

campo

Prato trarre

altre ispirazioni.

185

seppe egli dalla

gli si aprisse, altri

aiuti,

altri

erudiraenti,

Esempio opportuno e meditabile

oggi, che per la espansione del libero tutte

membra

le

della

unificata

vivere a

nazione, par-

rebbero doversi accrescere ed agevolare e la

studi

cultura anche nelle piccole città e terre e

(come dicevano

castella

ma

gli

nostri

i

vediamo, pur troppo,

buoni vecchi);

contrario;

il

e affluire,

invece, alle città grandi, ai grandi centri (frase

ignota a quei vecchi

non

attività,

e ai giovani, che

fiumana delle

ambizioni,

dire

imprendono

giovanili;

la professione delle

parere angusto cerchio e non degno

lettere,

mura

valenti), la

vorrei

tante fra le care nostre

di

città,

le

che nei

secoli gloriosi all'ingegno italiano contribuirono

ciascuna una parte dizioni

di

quella

gloria; e di

tra-

piamente conservate facendo nervo

alle

manifestazioni libere e ardite del genio paesano, anticiparono, negli

che oggi giustizia martiri

han

Come

ordini di

dell' intelletto,

Dio e

il

sangue

quella

de' nostri

fatto essere l'Italia.

dalle

scuole del Cicognini,

che

avea

lasciate fiorenti, così dalle stanze rimaste senza

Infecondi, continuò

gnie

nomi

di di

il

Guasti amicizie e compa-

studi operose: e

ad esse

biografo del Silvestri menzione,

1

appartengono

condiscepoli e di amici, dei

Memorie

^

e di

quali fa

il

alcuni sia

sul Silvestri ; lib. Ili, cap. ni e cap. vii.

CESARE GUASTI

186

me

anche a

Ubaldino Peruzzi, Giovacchino Limberti, Zanobi Bicchierai, Carlo Livi, e, lecito:

mancato giovine a grandi speranze, Germano Fossi. Ma più feconda accademia furono a Cesare quella casa

avvocato Giovacchino Be-

dell'

che « accademia domestica » appunto chia-

nini,

mava

primeggiavano

Bindi, e vi

il

avevano

per

francescano, verso schiva

una

istanza le

quali

Baldanzi

al

«

Baldanzi e

«

erano

il

l'indole

si

avevano

raccoglievano

e di beneficenza,

ma

altri:

il

fra giovani che tante

d'imprese tipografiche

occupava alacremente

si

nini;^ e ai forestieri faceva

il

il

Be-

onori della città

gli

che

a' forestieri

indirizzava; e

gì'

in-

quei tempi di consentire »,

in

lettere e di statistica,

cordialmente;

mentre

alcuni;

Benini, legati d'antica amicizia,

come un legame

« ragioni

seux

convento

tirava

lo

ed austera. « In casa del Benini » egli

« torno

Di

che spesso

celletta di

racconta^ «convenivano

ci

Vannucci

il

e l'Arcangeli; ed altre conversazioni,

spesso

Tommaseo

il

lo

Vieus-

trovava

a studiare della sua Prato le storiche memorie e la popolar sapienza de' proverbi: studiare

intendimento quali era

meno,

il

a'

nuovi tempi,

con animo,

e

1

Op.

2

Vedi

cit.; II,

la

i

i

liberali,

non

volgari,

tutti

de'

piiì

o

ben disposto,

127.

Necrologia,

vacchino Benini; a pag. za,

che

preparavano, e

Benini,

con

dettata

dal Guasti,

236-245 del

voi.

1867, àeìV Archivio Storico Italiano.

V, p.

dell' avv. I,

Gio-

,Serie ter-

187

CESARE GUASTI presentivano; anche fra

Nel quale pri-

clero.

il

meggiava, canonico eultissimo e più altri

di

come

tardi,

vescovo,

que' Pratesi d' allora,

Ferdi-

nando Baldanzi, illustratore del Duomo e di altri monumenti pratesi, e dal Vieusseux ascritto fra i

suoi cooperatori rìV Archivio Storico Italiano;

d\V Archivio, scriveva

«stanze dove

si

Del Baldanzi «

ha

egli

come

dibile giudice,

Guasti,

il

^

detto,

in quelle

ed è parola

numenti sapesse congiungere di lui

nato

;

^

50

al

che «

^

Dove

altro

gentile

il

Frediani,

autore

che rialFermavano ciosamente, se

ab-

Atti della B.

«

il

i

nostri pensatori

amico

Gioberti, passando

Accademia

della

Crusca.

d'italia-

e a quella

di

fidu-

Prato

Adunanza

blica del 6 di settembre 1874. Firenze, Cellini, 1874.

dell'

che

prose e

di

soavemente eleganti;^ innamorato

A

^J>w6-

pag. 61.

Necrologia del Benini, a pag. 244.

2

Nella

2

Nella Prefazione

cit.

piiì

rumorose brigate, era di un Francesco Frediani, Mi-

le

nità del Trecento e del Cinquecento,

^

-i

spirito,

nore Osservante: versi

il

af-

innanzi

la celletta francescana

Guasti piaceva quanto a quell' età

biamo cercato

l'

alludendo

avviò la sua giovinezza, »

in Prato.

mo-

erudizione

all'

e altrove,

a questo decennio de' primi suoi lavori il

cre-

di

nella illustrazione de'

«

« vivo senso del bello » fetto

«

credeva morta V Antologia».

agli

Opuscoli di

belle arti;

a pag. iv

edizione Sansoni. *

Le Prose

e

Versi

del p.

Osservante, raccolse, lui vivente,

Francesco il

metto nel 1853; Prato, Alberghetti.

Frediani,

Minore

Guasti stesso, in un volu-

CESARE GUASTI

188 «

cercava ed abbracciava

Francescani

artefici

come

memorie, Vincenzio

de'

Frediani »;

che de'

^

pensava di raccogliere le suoi Domenicani avea fatto

Marchese:

Guasti « conferì

il

il

«e

quel

col

Marchese»

pensiero nella

scrive celletta

un giorno del 46: e' io vidi il Francescano col Domenicano stretti fraternamente a ragionare di quelle glorie, che Bonaventura e Tommaso cantano nel verso di Dante ».

« di Prato, « « «

La

libertà con la quale

parlare a un

si

posso, anzi

eletto uditorio,

qui in pubblico ad

mi

debbo,

fa rispondere

una dimanda, che innanzi a

quella bella testa monastica, a quella faccia rasa di

quattrocentista, più volte possiam

di

esserci fatta o di avere, fors'

che motteggio,

costumato lazzi

fin

e dalle

sentita fare.

confessare

anche con qual-

Come un



pio e

da giovane, così alieno dai solmondo, tutto casa,

distrazioni del

silenzi operosi non aver cercati dove le benemerenze sue verso gli studi, verso V Italia, lo fossero altresì della Chiesa che egli amava e come divina venerava?

tutto studio, d'



i

un chiostro,

le

fetto

sue carte di

lui

piii

intime, che

e quello de' figliuoli

gellate; né alcuna confidenza

il

superstite af-

mi ha dissug-

da vivo, nelle

quali,

anche volendo assai bene, fu parco e ritroso mi forniscono risposta che possa dirsi diretta e ;

^ Parole del Guasti, queste e quelle che appresso susseguono, nella Necrologia del Frediani; a pag. 244 e 242 àolV Archivio Storico Italiano, Nuova Serie, voi. Ili, disp. 2.% 1856.

189

CESAKE GUASTI

come

nemmeno

dalla sua bocca:

terno con Giovacchino è

il

Limberti,

carteggio fradove, se mai,

futuro arcivescovo di Firenze che

il

s'

apre

al

coetaneo, e alcuna cosa accenna degl'intimi com-

battimenti che ancora lo tengono sospeso « tra «

cielo e la terra, più però presso

il

Ma

e

quello

in

carteggio,

stesso

cielo».

il

e

^

ne' primi

d'

dopo alcuni d'esercizio scolastico o occasione, sgorgavano al Nostro dall' anima,

si

disegnano figure

che,

versi

di

di

amici benaugura,

domestiche o

donne

gentili; e alle

sventure e

le

nozze

prime loro allegrezze

e le

le

pagna, con sentimento come

accom-

difficoltà

persona che

di

ri-

manga

in solitudine dolorosa; e versi d'amore, un suo quidernetto,^ alterna a tocchi in penna, di paesaggio e di opere d'arte, ad appunti di lettura dell' Iliade, alla ricordanza d' un privato in

educatorio femminile eh' Valdinievole,

dal

«

a popolar monasteri,

«

reconde e amorose pure in

«lurido

^

ti

ma

»,

escono femmine

madri di

di

d'un

famiglia ve-

egli

con sen-

quello

che altra

esclama

cotesti anni, visitando

chiostro»,

Vedi Della vita

Umberti

visita su' bei colli della

non meno sìncero

timento volta,

e'

quale « non

il

chiostro,

ex-convento,

e degli scritti di

fra

le

monsignore Giovacchino

dal 1821 al 1857, a pag. xvi-xvii; premesso dal Gua-

alla Parte

Prima

degli Scritti letterari

e jjastorcdi

di

mon-

signore Giovacchino Limberti Arcivescovo di Firenze. Firenze,

Carnesecchi, 1876. In due parti. 2

È

intestato

«

Borgo a Buggiano; aprile 1843

».

190

CESARE GUASTI

tombe

de' sepolti quivi

pace,

in

fo rimpian-

lo

anime oneste respinte a forza nella « solitudine amara» del mondo. ^ Quand'egli adungere

le

donna che

que, alcuni anni più tardi incontrò la

doveva dargli

i

figliuoli; la incontrò in casa d'un

amico, a vezzeggiare una culla; e Fanciulla, che co' neri occhi favelli, al ciel gì' innalzi o

a terra

gli

dechini,

Che vuo' tu dirmi con quegli occhi

belli?

dimandò con presentimento d'amore;^ egli non ebbe se non trovato finalmente quello a cui sempre aveva aspirato il cuor suo, e la cui imale

gine avea confortato le veglie operose, le conversazioni erudite, le austere abitudini, della sua giovinezza.

Ma

queste abitudini conservò anche

da marito e da padre; piiì tenacemente poi vi ancor quaransi strinse quando in età di non t'

anni rimase vedovo, e che

perduta non gliuoli

della

potè che cantare,

sua

diletta

guardando

i

fi-

^ :

Raggio dell'occhio tuo nero lucente

È

ciò che ride nella lor pupilla;

Sospiro del tuo cuor, della tua mente

Aura

1

Da

2

Quei versi hanno

3

Versi dell'aprile 1868:

lettera al Limberti, de' la

« l'orìuolo che fu di sua « gnolfi

quando

fu sposa

3 luglio 1842.

data de' «

tranquilla.

«

4 agosto 1850

Alla mia figliuola,

madre, donato a ».

lei

».

nel

darle

da Gaetano Ma-

191

CESARE GUASTI

È

voce che, sovra T infantile

la

Labbro errando, mi scuote e mi ravviva; mia cara, o mia gentile. Perch' io dico :

Dunque

se'

viva?

II.

Ma

tropp' oltre

trascorro

io

ne' tempi

:

e

il

mio Guasti, invece, andava « piano ma sano », come sta scritto in un suo sigillo, che sotto a quel cauto motto sfoggia una bella tartarughina.

La

Bibliografìa pinate se;

la pubblicazione

dell'

zato dal pratese blicazioni

di

i

Calendario pratese;

Ovidio maggiore

volgariz-

Sim intendi; e pubantichi testi, non senza un quel contado, Arrigo da Set-

trecentista

altri

altro trecentista di

timello;

il

suoi primi lavori d'agiografìa cristiana,

una gentildonna fiorentina, fatta pratese dal chiostro. Santa Caterina de' Ricci, che seguitò ad essergli uno de' cari pensieri di tutta la vita; appartengono a quel decennio suo giovanile innanzi al 50. ^ Durante il quale, però, certi quaderni nitidamente manoscritti, dov' egli raccoglieva (e ha seguitato fin air ultimo) con gran diligenza e altrettanto buon gusto il frutto delle proprie letture, mostrano e

anche

^

in

questi

Per queste ed

gamente comprensive, verebbe di soverchio VElenco

delle

altre,

più indicazioni che

la cui specificata le presenti

note,

citazioni, lar-

determinazione aggraintendo rimettermi

al-

pubblicazioni del Guasti, citato a pag. 180-81.

102

CESARE GUASTI

com'

e' le

ben

distendesse



chia del suo municipio.

con

avrebbe potuto

oltre

angusta cer-

le erudizieni di

criterio

vagliare; né di lettere, di

1'

sin

questo

d'allora virile

arti, dì scienze,

a pro-

posito di esso, acconciamente discorrere; se lar-

ghezza

non guardare

lo

di studi

dizione di

avesse

dall' alto,

posto nella cone

con vasto

oriz-

zonte dinanzi, quel piccoletto suo nido che con-

tinuava a prediligere. «

11

pensiero della Bibliografia m' era venuto scrive

egli

ne' suoi

« nel

40, »

«non

così per l'appunto.

trovandomi nella

« 44,

13

Il

cella del

Ricordi

«

^

di febbraio

ma del

padre Frediani

San Domenico, collo stampatore Pontecchi che domandava consiglio per qualcosa da stampare, mi risolvetti a porvi mano e la stessa

« in

« «

:

« sera «

come

scrissi il

il

che

Manifesto,

libro ».

A

questo

bliografia pratese compilata

uscì

pose per

anonimo, Bi-

titolo

per Un da Prato.

^

Nel Manifesto sono caratteristiche del suo ingegno e del suo fare, e graziose per umorismo fine e di buona lega, le parole fatte dire al tipografo

:

«Quando l'Accademia

degl'Infecondi, fe-

memoria, venne nel proponimento, ed era buono, di occupare i soci nella illustrazione

« lice «

^

Intitolati

Le mie Memorie

letterarie^ in sette libretti già

indicati dai compilatori del citato Elenco. 2

Prato, per Giuseppe Pontecchi, 1844. Il Manifesto è

foglietto il

volante, con quel

febbraio del 1844

»,

e la

medesimo firma

«

titolo, la

data

«

un

Prato,

G. Pontecchi editore

».

193

CESARE GUASTI « della storia « gliere fogli e « per

un tale si diede a raccomemorie, non so perchè, ma forse

patria,

mera vaghezza

« glorie municipali,

di

mostrarsi tenero

«

«

mano

«

« «

« « «

« «

«

persona

qualche

di

« forse la

poeticamente

eh' egli allora

immaginava senza numero Se le non poche notizie e venne fatto di raccogliere,

«

e. di

gran

conto.

che

carte,

le

delle

gli

venute

fossero

in

molta levatura,

di

nostra città avrebbe avuto o un'istoria

un poema, o qualche cos' altro da farne il rumore grande: la fortuna, che le ha voluto sempre poco bene, le fece, cascare in man di costui, che è anima piuttosto librala che poeisterica; e non n' è potuto uscir altro, tica come sentite, che un indice alfabetico, poco pili poco meno foggiato alla maniera dei consueti cataloghi. » Ma questo non era vero,

come

tutt' altro

zioije

dell'

che giusta era quella

anima sua

fronto, per esempio,

del

classifica-

e chi faccia qualche con-

:

con

la Bibliografia toscana

buon Moreni, sulla quale Colui da Prato

co-

minciò a lavorar per la propria, troverà che alla

generazione

di

quelli

un tempo essere acciarpatori, titolo

e

e

e,

i

quali sapevano a

fronzuti,

e

nelle

minuziosi

e

di

proprio fra

amplissime

dedicatorie

nell' inchiostrar

titolo

prefazioni

eruditi,

aridi

pedantescamente

ineleganti e tal-

volta anche sgrammaticati; a quella generazione (che,

del

resto,

ha

avuto

rampolli

sino

d'oggi), della quale le benemerenze non Del Lungo

al ci



pos13

104

CESARE GUASTI

sono

dissimulare

far

andava suben-

difetti;

i

piiì a modo, meno pettoruta e più meno caudata e piiì garbata piii sinpropria, non meno dotta ma più acuta

trando gente accurata,

cera

piiì

e discreta, e studiosa di quelle armonie, che la

natura ha poste e l'uomo non deve dissociare, tra i

fatti

e le idee, la storia e Parte,

La

portanti e le cose belle. «

discorre qualcosa

si

« teraria di

Prato

«

cose im-

le

Prefazione in cui

della Storia civile e let-

che per «molti pregi d'eru-

», e

dizione e di stile» fu lodata all'Arcangeli Niccolini,^

come poi

fa

tutto intero

il

bliografico

è l'ordito,

mente da

dirsi

quelle pagine risaltano

nerosi che ispiravano fra

i

difetti,

lavoro

:

del quale se bi-

storico e

critico è

tessuto; e da

il

dal

ch'io diceva testimonianza,

di ciò

d'una

più

di

sentimenti nobili e ge-

i

il

vera-

novello bibliografo. Egli,

che modestamente osserva,

un suo

d'

predecessore settecentista, nello studio delle cose pratesi,

pone questo,

zioni tra quelle e

«

eh' l'

scana e d'Italia».^

e'

non vedesse

le rela-

istoria generale della

E

le libertà

e

To-

franchigie

della sua Prato, rispetto a quella che pur troppo

da Comuni minori a maggiori, più che

era,

di-

pendenza, sudditanza dura e gravosa, non tanto gli

sono care

1

(e al traffico di

In lettera da

«

quelle ripensa

Firenze, 6 settembre 1844

serva nella Biblioteca Eoncioniana di Prato. 2

A

pag. XXII (nella Prefazione).

»,

che

ama-

si

con-

195

CESARE GUASTI ramente nella Certosa

tomba

di

comune

rosa la

Firenze dinanzi alla

di

Niccola Acciaiuoli),

quanto

^

servitù che poi

dusse e su Firenze e sull'Italia. il

è dolo-

Principato ad-

il

^

gli

E

a Dio lascia

giudizio sopra Giovanni de' Medici, cardinale,

che nel 1512 « dava

Prato a saccheggiare

« l'esercito spagnuolo»; e « fatto papa, alla « ria»

scrive

memo-

Guasti «che delle loro sventure

il

rispondeva

« gli fecero gli ambasciatori pratesi, « dei brevi

al-

scritti

buon

in

latino, e queste pa-

«role: - Dio ne paghi chi

n' è

cagione; - pa-

« role

che valgon la zuppa mangiata da Carlo

« sul

cadavere

« roni »

:

^

e

di

Corradìno e degli

altri

mori del Sacco iniquo,

da un

« rato

ba-

ogni servilità medicea che trovi

d'

que' suoi concittadini del Cinquecento,

di

I

nostro

si

sdegna:

^

imme-

« strazio ope-

Proposto e Cardinale

di

Santa Chiesa,

e sostenuto dai nostri padri senza

« quella dignità

che consacra la sventura, ed è

«

« la vendetta

nome del

di

delle

anime

forti

e libere ». Del

Iacopo Polverini, pratese, odioso

primo granduca mediceo, teme

« queste

carte e la patria »

:

^

«

caro,

fiscale

contaminare invece,

gli

è « rammentare Giovanni Bonamici, mantenutosi «

fermo

alle

dottrine

di

^

A

pag. iv-viii.

2

A

pag. viii-xiii.

'^

A

pag. x-xi.

A A

pag. xi-xii, 88-89, 24.

4 ^

pag. xvii.

Galileo », in mezzo a

196

CESARE GUASTI

quella « babele »

romana.

^

Dei Lorenesi,

tro Leopoldo, che solo rammenta, loda

il

ratore dei danni di ben tre secoli», loda cipe filosofo, e

rispetto che verso lui

il

in Pie« ripail

prin-

Pratesi

i

conservarono anche nel loro tumultuare contro novità » del vescovo Ricci

le «

:

le quali al

non piacciono, ma cotesti tumulti e « non gli dispiacciono meno:^

spregi »

Guasti

brutti di-

e a pro-

posito di essi e di quel rispetto al Lorenese, avea

notato come «agl'insultatori d'un vescovo inerme

percosso da

« e

« periglioso «

il

Roma,

dovette parer troppo più

rovesciarsi contro

bene ogni onta Pietro Leopoldo

il

fatta al Ricci

Sovrano; sebripercoteva in

non che questo periodo censore glielo soppresse; e fu la prima il regio ma non la sola volta, che la sua libera penna dovette sottostare al taglio della censura, e non sempre censura regia. A cosiffatto libro, che non si direbbe d' un «

giovane

»

se

:

ventidue anni, bastarono, per esser

di

compilato e stampato, in quello dismesse

il

m^egli dice aver avuto

Ma al

sette

mesi non

« fantasioso

interi

:

e

pensiero » co-

« di scrivere

non dismesse que' sentimenti ed

una storia». affetti,

che,

saggio, pure assai scarso, postovene innanzi.

non

Voi

municipali

anni

soli ^

2

A A

mi consentireste, :

e

pag. XVIII.

pag.

con

dopo,

XIII.

quelli

nel

credo, di chiamare

stessi nel cuore,

1846, cioè in

due

stagione a

CESARE GUASTI

197

incominciava

ben altramente propizia,

quelli

il

Calendayno 'pratese, che d'anno in anno condusse fino al

«

r

«

E

1851. se

i

calendarii anch' essi dimostrano che

avanza

Italia

sua

in

dovrem noi

via,

tacer-

« lo? » aveva scritto, dieci anni innanzi, il Tommaseo annunziando il Calendario Lunese di Girolamo Gargiolli: e gli pareva destino, « che ,

esempi e

nobili

«

i

«

vente a venire da

«

auguste

mente.

città ».

Memorie

Guasti;^ e dopo

i

^

rari uomini ci abbiano so-

picciole

Due

apponeva

Studi,

e

non

terre,

dalle

parole auguste vera-

presentatolo

al

suo

due

primi

i

il

anni

con modestia che quasi sonava sfiducia, e senza

augurare che

« sapergli

piacere a Pratesi »,

di

Tenca

dalle lodi del Repetti e di Carlo

animo proemiando « morie è parola d' « Studio dice e «

Oggi

1

III,

li,

(Fivizzano,

del

edizione; Firenze,

scriveva:^

e

non basta:

erudizione

italicmo e straniero (Milano, Stella),

anni

Il

Le Monnier, 1867; Pratese

del

col.

1846,

Prato, per Ranieri Guasti, 1846-1851.

Anno Ivi,

5

Anno

:

II (1847), pag. 13.

pag. 11-12. III (1848), pag. 11.

la

anno

1834, 35 e 36. L' articoletto

legge nel Dizionario estetico

Pel Calendario

4

Me-

Calendario Lunese

:

vedi la quarta

1060-61.

Memorie

cose patrie; e così successivamente, per tutti e sei

3

^

indagine e sollecita meditazione.

Bartoli) è degli si

pigliava

e di pensieri feconda

settembre 1886, pag. 399.

Tommaseo 2

affetti

semplice

la

Nel Ricoglitore

parte

al terzo,

^

^

e i

Studi di

volumetti:

CESARE GUASTI

198

« storia debb' essere scienza, e scienza

«

Rompere

«

lontane

per poi non trarre di

età,

« parola

insegnamento

d'

« rebbe sterile

fatica

scuota

« secoli

il

«

che

gli

«

non

istà nelle

Ma

menti.

« sia nella

sa-

bisogna che la voce

de'

sonno delle nostre menti, e riprendano quella vita che

polpe e nel sangue.... ». Si era s'

addiceva parlare altresì

proemietto,

città »;

dalla

« forza,

di

parlava

risorgi-

con-

ai

« a volere

la quale,

e dalla concordia, dalla inte-

fiducia,

prometteva la forza,

« bole ».

quale

E

^

pur

il

parer de-

valido elemento di forza nazionale

essere

ne' tempi

anche

rimpiangendo alla

linguaggio

il

« la

ormai supremo bisogno a questo popolo,

a cui troppo è nociuto V essere e

affermava

«

qualche

che sia nella nazione, è necessario che prima

grità,

«

:

air età



presente,

concordia

di

quel

cittadini «

scheletri

1848, e ben

al

che educa.

colla nostra voce gli alti silenzi delle

parola »

« la

purità,

la

nazione infausti, delle

si

perdutasi

consola che

toscane

scritture

della

:

diventi

« più franco e virile in alcuni giornali», citando

la

Patria del

nelli nella

Salvagnoli e V Italia

medesima pagina

^

che

del l'

Monta-

Ovidio del

suo Trecentista, del quale avea pubblicato allora

primo volume; come nella pagina appresso, un'altra

pubblicazione

1

Ivi,

pag. 12 13.

2

Ivi,

pag. 13.

2

Ivi,

pag. 14.

pratese,

di

certe

^

il

da

Rime

CESAEE GUASTI inacevoli

(ossia

delle

troppe

« generazioni

fa a rinfacciare

si

corrotte o

leggerezza

cui

la

pesa sulla nostra letteratura), alle

199

stupide l'arguzia

«

che sforza

«

popolo che sente e pensa e spera, non è senza

sterile riso »

lo

« malinconia;....

«

me

)>

« star

il

dice

Giusti

E

più

delle

un

lacri-

averlo saputo de-

« di

conchiudeva:

con cui salutiamo

riso d'

il

senza insultare

labbra

nelle

cuori ».

« dei v<

e loda

:

che

riso

che «

:

«

all'affanno lieti

I

sensi

tramonto dell'anno 1847, nuovo anno e voglia il cielo che il

«

aprano

«

queste pagine possano per molti e molti anni

il

:

« raccogliere « di

non tanto un ricordo

generazioni,

altre

quanto

delle opere frutto

il

degli

«

ingegni e delle mani nostre:

possano

«

nostra annodare con altre

che non diremo

« spente,

« loro. « «

« « ^-<

La

storia

ci

rimane

dei

tempi

la

miglior

passati

la vita

parte di

dev' essere

sempre più coltivata, via via che i tempi nostri si porgono degni di storia. Sacro e forte è il legame delle operose speranze, delle ben patite sventure, che, con la lingua e la religione, ha

preparata a esser una

« sorti «

finché

vite,

d'

l'Italia,

e

ha

strette le

ogni più angusto municipio colle sorti

comuni. »

Ma

il

Calendario

successivo,

che

venne

a

luce nel gennaio dell'infausto 49, aveva troppo

diverse parole.

Anno IV

Non osava

l'onesto compilatore

(1849), pag. 11-12.

^

200

CESARE GUASTI

« rivolger

occhi

gli

« zione del passato

« sente, « nire »

e

dalla tranquilla

spingerli

nel

cupo seno

pur dispregiando

;

gli

le

malvage passioni:

« sarà parlare

di

voi,

«

d'independenza

« arti,

e,

o generosi,

(lasciati

del pre-

dell'

scherni

non temendo

e

considera-

alla odiosa ricerca

«

che

avve-

volgari

E

meglio

al

grido

cari studi e le utili

i

quello che di tutto è più caro, la casa)

un grido di guerra: a voi una lode e una memoria « d'onore; tanto più che non v'ha lode che così « facilmente si defraudi, come quella che ad « altri suona rimprovero; e non avvi opera ono« revole, a cui non sieno meno i compagni che «

rispondeste

«

diamo

«

i

con

volentieri

detrattori. »

Luti, caduto

glione libretto

E

scriveva

il

a Curtatone fra

universitario;

^

e

le

nome i

prodi del batta-

ultime

pagine

del

consacrava alla commemorazione che

~

condiscepolo e commilitone fa

del

di Raffaello

apponendo

bellissima,

egli

Carlo

un' umile

Livi,

cosa,

la

il 13 e il 29 maggio avean combattuto, ne trascurando i volontari del

nota de' Volontari pratesi che contado,

e

chiedendo

D'Ayala ministro della guerra nomi anche dei soldati coscritti

al i

:

de' soldati (son parole « usciti

^

Ivi,

dalle povere

sue dal cuore), «

loro case,

i

quali

muoiono ignoti

pag. 13.

Appendice 1 (pag. 141-152), Onoranza cittadina ai volontari pratesi che conibatterono il 13 e il 29 di maggio nella guerra 2

dell'

independenza.

201

CESARE GUASTI « fino

anni:

Calendario Pratese durò ancora due

ma

quello del

gli

«

contenente l'Indice

e

altri,

quinquennio:

e col

compimento

a «

scorsi,

e

aggiunte »

promessa,

;

un buon numero sciolse, secondo

mentre

lui

« chiuse la

ma

che

ci

«i lontani

lo

serie ».

un

oggi

noi raggiungon

vicini

i

com'egli

E

« por-

una pietra a ha insegnato

« per vari anni

che la coscienza

mi tenterebbe a credere

« orgoglio «

e

di

collaboratori parlando,

chiamare umile,

a

fi

«

morti cari sapeva;

nome anche dei tammo » diceva

« quest'edifìcio «

tutto

di

compilatore dette «il

«onorata memoria», scrivendo di

che

un debito che gli amici Germano Fossi tenevano alla sua cara ed

fatta

« di

il

piìì

alcuni articoli cominciati e pro-

di

« di correzioni e di

la

51

negli anni

« seguiti

altri

50 aveva Introduzione breve

sebbene ricco e svariato

e sconfortata, tutti

questa

democrazia degna del nome.

Signori, è Il

E

campanile dell'antica cura ».

al

alto,

con

l'

debito

poiché occhio,

guardano». Né s'ingannava a

credere che « sarebbe ripensato con tenerezza a « quella «

che

famiglia,

generoso

« Patria ».

si ^

in

un concetto

gentile

e

era raccolta intorno all'altare della

Fra

le scritture,

che que' sei volu-

metti contengono, di Cesare Guasti, non grande

importanza

hanno

artistiche, rispetto

1

Anno

le

storiche

alle tanto

VI, pag. 11-12.

e

letterarie

ed

maggiori cose che

202

CESARE GUASTI né per quelle,

fece

dipoi:

paia

men che degna

dover

trattenermi

di

sebbene nessuna mi lui,

intorno

io

creduto

avrei

Calendario

al

cosi

Ma nell'opera sua di compilatore, capo a quella che giustamente chia-

lungamente. e quasi

mava il

di

famiglia, di bennati ingegni;

Benini,

Livi,

Limberti,

il

Giovanni Costantini, Filippo Morghen,

il

Bicchierai, e

morie

Baldanzi,

il

Fossi,

il

piìi

^

il

che egli stesso nelle Me-

altri,

silvestriane

Pierallini,

il

enumera affettuosamente;

in quella scelta così giudiziosa,

così amorevole,

così squisita, di scritti attinenti a storia,

a

a

scienza,

a

inse-

con lo sguardo verso

l'attenzione sul presente,

passato, e

arte,

beneficenza,

a

statistica,

gnamento, a industria;

ad

e

il

cuore

il

all'avvenire; col pensiero alle persone eulte, e l'affetto

a illuminare e confortare,

«la

vita del

«

com' egli dice,

popolano, oppressa più

ranza che dalla fatica »

in

;

dall'

^

igno-

quei libretti

mo-

desti e sapienti, fautori di bene, liberi, schietti;

egli ci

nella

è tutto,

vita

e

conosciuto,

quale poi

negli

studi

si :

e

conservò ed operò quanti, lo

abbiam

sappiamo che a nessuno dei

menti de' quali

egli fece in quella

senti-

primavera del

suo ingegno così nobile professione, a nessuno

ruppe mai fede.

egli

stesso

ha giudicato

«

Ricollegavano » così

e confessato del suo

1

Tomo

2

Calendario del 1849, pag.

II,

pag. 197-200. 11.

egli

Calen-

S03

CESARE GUASTI darlo «

^

quelle pagine al passato

« ricollegavano

presente,

il

glorie

le

e

dolori

i

della

terra

«natale a questi e a quelle d'Italia patria: « negli

« dizione e

« «

anche

di

di con-

pensieri, era

un per-

queste due

cose,

indipendenza del proprio paese e la

civile

consentire

in

Non

ha quindi una volumi che linea in sei devii da questi sentimenti; e il 50 ci trovò quelli che eravamo nel 47 ». Mi fermerò sopra alcune delle sue

«riforma «

fors'

e

d' età,

capitali

« fette « la

benché diversi

scrittori,

del. principato.

vi

parole dedicate al Fossi, e son queste:*^ « Sien
dunque libera elezione

« rie pratiche di religione; «

imponga, ne

sono

« misteriosi « rioso «

il

i

conforti delle

l'inno

e

lo zelo

improvido

che

anime, miste-

stringono al loro

si

gì'

le

spregi:

le

innalza

filosofo

il

cospetto della creazione, sotto l'ampia volta

« de' cieli, «

ne

mondana leggerezza

connubio per cui

Creatore;

« al

la

non necessa-

de' cuori le

e

l'

umile preghiera della femminella

prostrata davanti agli altari, sono ugualmente

« cari

scritto

a lui grande e pietoso »

Comune

e V istruzione

« fiore

due suoi amatissimi, degli

e sopra

anni e delle

^

A

2

Calendario del 1851, pag. 57.

3

A

^

dove, dietro la trac-

« spenti nel più

speranze

»,

pag. 199-200 del Silvestri, tomo citato. pag. 85-97.

un suo

Scuole del

le

popolare in Praio^ dettato

pel lieto Calendario del 48; cia di

:

mi fermerò, concernente

il

caro Fossi

204

CESARE GUASTI

medesimo

e

Orazio

professore

il

Catellacci,

disegnata una scuola popolare, che e

Benini aveano, già da tempo

il

ma

è

Baldanzi

il

senza prò,

caldeggiata.

Quello scritto potrebbe ristamparsi

a' dì

come pratica proposta

nostri,

farsi, e

da

nermi

dal

dopo

farsi

«

a quella parte che

rispetto

mento

di

s'

raccomandato aggiunga qualche

lingua

« di

cultura generale

qui

« simo,

1'

,

istruzione

<.<

« storia,

perchè

maestro.

« matica,

quella

«

usa bene

favella :

« maticali in

« le piccole

«

compiuta. Poche

beli' e

grammatica

e di

poche cose deve

E' basta,

in

quanto

che,

parlando,

non

libri

gram-

a

ai ragazzi

chi

d'

toscano

è

elementi gram-

popolani

contento

:

qualche regola via via che rilegge

composizioni, il

fallo,

dando

Donne toscane

scrivono lettere

così

l'

e colla teorica così

educate

carissime,

più ammirare la nativa il

artigiano

dell'

di

mano

dopo

« la pratica.

« se

e

appunto

e però

« di suggerire

« che

civile

utilis-

di storia

che insegni a adoprar bene, scrivendo,

«

« subito

insegna-

all'

dimostrato

notizia

futuro maestro di

parole al

« farsi

sarà

parrochi)

dai

e

sogliam

oggi

« vSe

:

deve riceverla dai genitori

« (poiché la cristiana « e

quant'egli,

che que' due avean divisato circa

propriamente tecnologica, soggiun-

l'istruzione

geva

frammenti,

leggervi,, a

riferito ciò

chiamare

cose da

di

con frutto. Della quale non so aste-

emenda

aiutando vi

sono,

dove non

sai

eleganza de' modi

sereno procedere dell'idee: e queste donne

,

205

CESARE GUASTI «

sarebbero

caso per

proprio al

iscrivere

libri

«

L'insegnamento della storia dovrebbe andare insieme con quello della geografìa ma la storia d' Italia, o almeno della disegni, mi piaToscana, potendone avere cerebbe insegnata sopra i monumenti più ragguardevoli; perchè con le memorie storiche

«

commentando

« elementari.... «

« « «

:

i

« farebbe

le

bellezze delle nostre città, si

meglio

sentir

che

« ministero verace dell'arti.... « arti «

r umanità, e la vita dei

«

i

i

ma

E

colpe gravi,

le

appunto

« pio alla storia

d'Italia.,..

il

danaro

e

le

« cidia

«

« «

«

Comune

Il

colpe e

pensi ai

nel!'

dell'

insegnare

umana

di frutto certo

a

famiglia e abbon-

Dico abbondante; sebbene, o per acper

qualche altro

vizio più reo,

non

ne saprebbero o vorrebbero giovare: ma se del seme gittate ne nasce solo una parte, non se ne duole il villano, e si riconsola colla bastante ricolta. Dico certo ; sebbene i pochi giorni non bastino a mostrarcelo; perchè l'educazione non è cosa né sùbita né strepitosa,

«tutti se «

da Dio

le

ciascun munici-

tenga per fermo, che

spese

migliore

parte

« son benedette « dante.

cure

e

meritate

le

sventure e

le

« figliuoli dell'artigiano: «

delle e al-

cittadini pii, virtuosi,

desidèri legano la storia di

« questa

a Dio

di

desidèri infelici,

« sventure.

«

monumenti

I

il

memorie lieta; son parte pure d'ammaestramento feconda,

son parte

«trista,

parole

sole

beneficenza inalzati

e della

« dotti,

a

200

CESARE GUASTI

«^

operandosi

«

generazione inosservata

« adulta: «

quella

ma

« placida su tutto «

«

dir

così,

valle.

son chiuse,

il

una

d'

che non è

tanto

non

è

uguale

e

creato; e mentre investe

il

si

il

monte, non lascia

«nell'umile

fin

se la luce del sole oriente

lampo,

del

per

cuore,

nel

però

diffonde

mandare un raggio anche

di

Solamente

dove

non entra!

raggio

le

»

A

finestre siffatto

linguaggio può, dopo quasi mezzo secolo, essere

sicuramente confermata la lode quale non so se rimarrà, fra

altri

di

liberale:

la

cinquant'anni,

a molti che se ne spediscono oggi da sé stessi, e

con

privativa

fabbrica,

di

rumoreggianti

di-

plomi.

III.



gli

mai

uscì

bene scarsi,

la

sua Prato dal cuore; seb-

al desiderio e al

non contentevoli,

gli

generoso proposito, e

sembrassero

quel risvegliamento di

« carità

gli effetti

che

del natio loco d,

^

tentato specialmente col Calendario, aveva prodotti: e

credo ne serbasse un po' di cruccio

cittadini.

Ma

fu

sdegno amorevole;

presente alienandolo, ^

I versi

gli

a'

suoi

che,

dal

faceva rivolgere anche

danteschi (Inf. xiv, 1-2) sono stampati in fronte

alla Bibliografia ^jra^ese.

E

a penna, nel suo esemplare, sog-

giunse gli altri {Inf. xvi, 58-60)

:

Di vostra terra sono; L' ovra di voi e

Con

gli

e

sempre mai nomi

onorati

aifezion ritrassi....

CESARE GUASTI

207

"

più intensamente le sue belle facoltà sul passato, e

pur

sen:ipre al

medesimo scopo

con

e

gli

medesimi. Di che fanno testimonianza

fetti

^

af-

e la

Miscellanea Pratese, che egli venne pubblicando

60

dal

68

al

numerata, contenenti

antichi testi

aneddota erudizione: Manoscritti Ronciomani, fra di

storici

dei e

fascicoletti

nitidi

in

editi

tempo

medesimo

quel

di

documenti

e

e la descrizione

70

il

e

73;

il

pratesi

Sigilli

i

,

edizione

di

ed inediti: e del 73 e dell' 85, illustrazione con Pratesi; e del 76

delle relazioni di Galileo di

quelle pur fra

Pratesi e

i

Savonarola: e

il

il

Sacco di Prato nelle narrazioni sincrone e nei documenti, lavoro del 1880: e

Memorie di

morie

84

di prelati pratesi ai Concilii di

Ferrara,

antiche

dell'

di

Firenze

oltre

scritture,

d'artisti

quella sul

:

e di

Pergamo

e dell'SS,

Costanza,

e altre pubblicazioni di la

Miscellanea:

monumenti, una

me-

e

delle quali,

di Donatello, fece

come

gli

Dosue cose mag-

onori di casa ai visitanti Prato per le feste natelliane: giori,

e due,

che

menzione, Caterina,

Ser

il

quelle del

su

ha questa anche

^

Anche per

delle

riserbare

Lapo

ultime

sulle

Martini, lo

infine,

debbo

qui

Mazzei

lettere

ad e

della

ulteriore

Santa

la

quale,

e

concittadino arcivescovo Antonio colto, di

infaticato, la

pochi

le indicazioni

anni

morte.

se

avesse indugiato,

che qui susseguono,

dichiarazione fatta a pag. 191 in nota.

E

ripeto la

208

CESARE GUASTI

tutto ci fa credere ch'egli

avrebbe attuata

« la

intenzione di rifare quando che sia», sono sue parole,

^

testimoniate da una suppellettile di giunte

e di appunti infinita, « Bibliografia

« quel lavoro giovanile, la

che bene

pratese,

« trodusse nel numero

«

libri »

i

ozi,

in-

che moltiplicano

quel lavoro che avea presi a sé gli

;

sollazzi,

i

quelli

di

male m'

o

ambizioni,

le

della

sua prima

gioventii; ed egli lo ricordava volentieri con le

parole àoiVArchia tulliano, le

altre:

«

cato in

Ad

soggiungendo anche « e confesso di non essermene distacalcun tempo della mia vita ».

alienarlo

~

presente,

dal

che quel paesano

più gravi

ben altramente dolorose, ebbero

vedemmo

che lo

rovina,

delle italiane speranze:

ragioni

troppo

giovanil cruccio, e

testé

forza, in quella

aver deplorata,

e col fervore di cotesti

anni può dirsi che al presente egli non sia più

ri-

tornato, e che suo quasi testamento verso di esso

^

le

Nel dedicare

Rime

«

all'avvocato Gioacchino Benini pratese

di Stefano Vai

rimatore pratese del secolo

Bologna, Romagnoli, 1863; a pag. 2

«

Quare quis tandem

«

succenseat,

«

ad

et

ad ipsam requiem animi

«

temporis; quantum

alii

«

tum denique

quantum

«

haec studia recolenda sumpsero?

sopra indico abhorruisse

vii.

reprehendat, aut quis mihi iure

quantum ceteris ad suas res obeundas, quantum ludornm celebrandos, quantum ad alias volii-

si,

festos dies

« ptates,

me

(« »),

»

XVJI;

aleae,

et corporis,

conceditur

tribuunt tempestivis conviviis; quanpilae; »

tantum mihi egomet ad Queste,

con

le

altre che

a qua ego nullum confiteor aetatis meae tempus sono scritte di sua

esemplare della Bibliografìa.

mano

in

fronte al proprio

CESARE GUASTI

209

siano que'due aurei volumetti

su Giuseppe Sil-

V Amico della studiosa gioveniii ; de' quali, licenziandoli, fra il 72 e il 75, alle stampe, e dicendosi di molte cose scontento ma non sgovestri,

mento, perchè fiducioso nel progresso « della civiltà cristiana », e perchè quelle cose le vedeva pur

contenere

«

germi

bene »

di

son buone

«

anche

«

un giorno qualcosa verrà che

le

rovine

esclamava

« potessero » «

pagine affrettare

di

oh

«

perchè

e

,

a qualcosa » restauri »,

potessero

un'ora quel giorno!

e

,

oh

«

queste ».

^



un fuggire, non fu un disertare. Egli ebbe, io credo, a mente quello che un « onesto patriotta », il Giusti, a nome anche di Gino Capponi, gli avea scritto,^ lodandolo di certa animosa protesta, da lui dettata, contro non so quale demagogica illiberalità « Séguiti

il

suo

ritrarsi fu

:

«

a fare

il

« tuomini,

studi,

la

galantuomo, e

a

e

coltivare

a

onorare

i

gli

studi ».

E

galannegli

prima vocazione, l'animo, l'ingegno,

buon servitore del suo paese. Del resto, come fu bene (lo ha detto autorevolmente Marco Min ghetti ^) che al movi-

gli

dissero che sarebbe stato

^

Nel Proemio

del 1872

al Silvestri,

pag. 4-7:

».

Vedi nel Silvestri; II, 220. Miei ricordi; Torino, 1889; II, 155. Su queste correlazioni fra i due movimenti italiani del 48 e del 59, è anche qualche bella pagina nel libro di Ernesto Masi, Fra libri e 2

3

ricordi di storia

della

rivoluzione italiana;

Bologna,

1887;

pag. 19-20, 423-24.

Del Lungo

14

210

CESARE GUASTI

mento

del

unitario

uomini,

dessero

59

fatti

e successivi esperti

anni prese-

avveduti

e

dagli

errori e dai disinganni del 49; così fu naturale

che, de'

non chiamati

valentuomini

tamente efficace

alla milizia politica, molti

conservassero

rispettabili

alcune idealità, al-

anche

avviamento dei

nel

diverso

più

e

destini d'Italia, le quali

avevano dominato e informato quelli anteriori movimenti iniziali. Ma di tali idealità sovrana era, e sovrana rimase pur sempre, l'Italia: rimase anche nell'animo a

lui.

E quando

il

del Guasti e de' simili

massimo

lutto della rivendi-

cata nazione, la morte del Re, fece sentire agli

avevano comuni

che ormai

Italiani,

le sventure,

e le lacrime, anche nel tante

in

nome

altre

del

Duomo

Padre

« e di buoni, « - col

di

cattedrali della

tenne fede

al

:

Italia,

e

il

con

« Stirpe di forti

^

giuramento paterno;

senno e colla spada, - cacciò le sette,

come

Prato,

libera

della Patria fu scritto;

queste parole di Cesare Guasti

«sgominò

le glorie e

pericoli e le fortune, le allegrezze

i

lo straniero,

- pacificatore d'Italia. -

La

« corona de' Sabaudi, - ricevuta dal genitore ma« gnanimo, - rese italica al figlio; - e a lui fidato «il

segreto

del cuor suo, - s'addormentò

nel

« Signore ». -

1

Nei solenni funerali per

la

nuele II re d' Italia, celebrati nel il



Vili

di febbraio

Prato, Giachetti, 1878.

Maestà di

duomo

Vittorio

Ema-

dì Prato in Toscana

MDCCCLXXVIU.

(Cinque

iscrizioni).

CESARE GUASTI

211

IV.

Corrispondente fino dal 44 deìrA7'chwio Storico

Italiano,

che

da

anche

Guasti

il

uno

è

de' molti

Vieusseux riconosciamo

Giampietro

la

prima occasione e l'impulso ad avere pubblica-

mente

esercitato nella critica storica ciascuno le

proprie forze, con quella libertà di opinioni che

un comune intendimento nobilissimo conciliava

E

e rendeva più efficaci e feconde. filologici,

che a Pistoia, fra

fani e

Bindi

il

letteraria,

il

47

e

nei Ricordi

48,

il

compilavano, scrisse

e pubblicò

dall' antico

il

Fan-

critica

di

partecipe

:

d'allora a quella impressione che

1

sin

letterati to-

scani venivano dando agli studi della lingua, e

che lode

titori

e

Gioberti nel Rinnovamento,

il

Guasti nostro, rilevò tra

con espressa

^

prometd'un migliore avvenire; cioè che l'antico

al

legittimo,

governato

scevero

i

fatti

dall'antiquato, e

il

secondo tradizione e natura,

vivo, quello

sottratto alla muffa de' pedanti, questo preservato

dalla scabbia forestiera e premunito dalle tirannidi grammaticali, vitali

stituiti

letterari

articoli

gnoli, e ^

fossero, contemperandoli, re-

elementi dell'idioma nazionale. dette

ad alcun altro

Del rinnovamento

alla di

Torino, 1851;

scrittori,

che ò l'VIII del libro

IT,

del

Salva-

quei giornali politici,

civile d'Italia

tomo

Parigi e

Patria

E

per Vincenzo Gioberti;

pag. 600, nel capitolo Degli li.

212 i

CESARE GUASTI

come T ultimo guizzo

quali furono

libertà costituzionali, che

il

delle elimere

governo granducale

non tardò a smorzare con provvida, che già

camento,

gurata insipienza.

si

maturava,

Anche

e all'unifi-

d'Italia,

benau-

fu de' primi a cooperare

Nazionale di Felice Le Mounier, cominciando col correggergli stampe, come già

alla Biblioteca

per la tipografìa paterna: aiuto prezioso, correggitori siffatti,

non pure

all'autore o al recensore critico;

presto egli e presso il

il

ma

all'editore tipografo, le quali

Le Monnier,

parti

e poi presso

Barbèra, assunse con lavori propri, che ricor-

deremo

in appresso, invitato a fregiarne le colle-

de'

zioni

due

editori benemeriti.

avea dischiuse

le

Il

passato

gli

sue regioni, e lo attraeva

giorno in giorno più gagliardamente

di

per entro

a quelle sacre penembre, delle quali non conosce il

misterioso irresistibile allettamento se

non

chi

una ricerca faticosa, al possesso o alla una verità contrastata, proseguito, con r ansietà della mente conquistatrice, il lento colorirsi d'un crepuscolo, o il trascorrente lampeggiare d' una meteora. E negli studi storici, anzi ha, dietro difesa d'

pur nelle indagini erudite,

non

l'intelletto

veva

al

denze

^

« le

1

suo

solo

Livi in

ma

il

egli

intendeva portare

cuore.

«Cerco»

scri-

una lettera d'intime confiun compenso; e vivo con

« cerco nei libri

generazioni passate, e

De' 21

maggio

le

evoco dai sepolcri.

1850, da Firenze.

213

CESARE GUASTI parlare: e

« e le interrogo, e le fo

«tocca più del presente:

il

passato mi

mentre non ebbi

e

il

« coraggio di vincere certe tenerezze, e pigliare «

un

due anni

fucile, e imitarti

mi pare che

fa,

Sanminiato accanto a Michelangelo sarei per una credenza sarei morto

« sul

« stato valoroso, e

« sul

rogo con fra Girolamo.

« lasciatemele stare. « sgrazia di

Oh

le

mie credenze

giorno che avessi la

Il

!

di-

perdere anche questa ultima conso-

« lazione, andrei al becchino, e lo pregherei

per

«Dio che mi scavasse due braccia di fossa». quando

Era,

e confidava,

Santa Maria del Fiore;

secolare di

bontà

« per

cose sentiva

tali

da pochi giorni, archivista dell'Opera

entrato,

di

uomini

», scrisse

chiamatovi

trentasett'anni

dopo, e nominò quelli che nel 50 formavano la

Deputazione dell'Opera,

i

due marchesi Del Monte

e Ubaldino Peruzzi, « ai quali io

nessun diploma

« strare «

demico

dato

»

:

ufficio

e preparato libri

ma

vero

il

non poteva mo-

di abilità o titolo

è

acca-

che poche volte

ad onorarsene ed onorarlo.

che Santa Maria

del

Fiore ha

I

e

neirST

^

^ ,

la

di Santa

dell' Archivio

jnuta illustrazione

Maria

del

57

Cosbmzione della Chiesa e del Cam-

mostrano

La Cupola

documenti

due

avuto dal

Guasti, cioè la illustrazione della Cupola nel

panile

fu

ad altrettanto degno o a meglio atto

quale Maria

archivista

del

perdesse

Fiore illustrata con

dell'Opera secolare. Saggio di

dell'

Opera secolare

Fiore. Per cura di Cesare

e del

i

una com-

Tempio di Santa

Guasti già Archivista

CESARE GUASTI

214

r Opera, quando

«

da quella quiete

com'

»

egli

seguita a dire nella prefazione al secondo di quei libri

«

dopo

« lo levò,

^

soli

Lo

« di Stato ».

attestano quei

Bonaini,

il

dei

Questa

il

documenti addiviene parlante Guasti

stesso voluta,

si

di

con-

il

istoria.

scusò, a chi l'avrebbe da lui

non avere

di

allegando

scritto,

aveva voluto fare quell'altra cosa:

ch'egli

rispettare cotesto sue ragioni, e

^

a noi,

riconoscere

il

egli se lo propose,

l'eccellenza del lavoro qual

non

modello

libri,

per la quale

compilazione archivistica; testo

il

due anni,

portandolo nella nuova Direzione degli Archivi

toglie di partecipare a quel desiderio, anzi

oggi

rammarico,

doloroso

r archivista e diplomatico

rimpiangere

e

che

Santa Maria del

di

Fiore non se ne facesse altresì lo storico. Se non che anche questa astensione è per

lui

un elogio: ha fatto

archivista, volle principalmente (e così

sempre)

servir

egli

r archivio servisse a'

suoi studi ;^

a'

al

suo

e lasciando

ad

dell'Opera. Firenze, Barbèra, Bianchi

Maria

del Fiore.

secondo

i

La

anziché

e

altri

l'ambizione

Comp., 1857. - Santa

costruzione della Chiesa e del Campanile

tratti dalV Archivio dell'Opera secolare e

da

per cura di Cesare Guasti. In Firenze, dalla

ti-

documenti

quello di Stato

archivio,

suoi comodi o, dicasi pure,

M. Ricci, 1887. Santa Maria del Fiore. La costruzione ec; a pag.

pografia di ^

2

Op.

^

In altra occasione scriveva:

< peccato, •e

cit.,

che

xiii-xiv.

XIV-XVI.

l'

«

Nell'archivista

(ed

e

un

elegantissimo Luigi Carrer non vi pensasse

quando scriveva la Mitologia

de' nostri tempi)

s'

avvera

1

a

CESARE GUASTI d'un al

racconto storico

«

riordinamento

mandò

preziose,

e

all'

del pari

»,

egli, nel

assetto il

215

di

metter

mano

quelle

carte

proposito (voglio che

nuovo e' vi parli da sé) « di dare all'Opera, e «ai Monumenti insigni ch'essa è chiamata a « custodire, una storia per documenti » ^ che era un portare, quanto sia possibile, a pubblica di

;

notizia e servigio l'archivio medesimo.

Il secondo uno de' suoi ultimi fra i maggiori lavori, e anche questa volta lo dedicò ai Deputati dell'Opera: e alla Prefazione consegnò in poche

saggio

linee

fu

con

tracciate

,

ch'ei soleva,

disegno

il

di

mano

libro,

quale

sicurezza

quella

tutto

di

il

sempre per via dei documenti » avrebb' egli voluto aver fatto, « sogno pur troppo » dice mestamente « sogno degli anni miei giovanili ». ^ Quel volume fu da lui pubblicato nello scoprimento della facciata; e ben a ragione un dotto «

artista tedesco « prezioso

«

^

che

disse

«

feste

fiorentine

abbiano recato

bedue glia,

i

al

mondo

il

letterario più

del

fosse

si

«

favola di Tantalo,

«

fugacia captai

».

il

fin

a

maggio

scientifico »,

traendo giusta cagione

libri

che

dono

lo le

di

oggi trascurato

quale Quaerit aqiias in aquìs,

A pag.

da ammeravi-

xi della Prefazione alle

et

quel

poma

Commissioni

di Rinaldo degli Attizzi. 1

Op.

cit.

2

Op.

cit.,

La

costruzione ec, pag. xiv e

xiii.

pag. xx-xxi.

3 Hans Semper, recensione crìtica pubblicata a pag. 235-250 deWArchivio Storico Italiano, tomo XX clella Serie IV^ (1887).

CESARE GUASTI

216

documenti»,

« tesoro di

e contentatisi di « favole

« inveterate e di congetture

costruzione

« alla

mal fondate intorno

Duomo,

del

non rese

« solide per alcuni brani staccati senz'ordine

«connessione dai

dell'

libri

Fin dal suo primo

e

può invero

mai;

egli

« di

questo

^

Firenze,

in

caro suo

il

e del lasciarlo

che del tutto non

dirsi



Opera».

stabilirsi in

che ripetutamente chiama «

quello

Archivio dell'Opera »,

piiì

si

duole,

lo lasciasse

anche parole sue, all'ombra

visse, son

gran Duomo

»

avendo avuto

;

le

case dell'Opera, prima come sede d'ufficio, poi,

messa su

famiglia, per

suo studiolo, cordi gli

della

propria

gremito solitaria

di

Nel

e d'affettuosi ri-

libri

sua

abitazione.

vita,

alzando

poteva,

occhi dal lavoro assiduo, guardare la Cupola

E

Santa Maria del Fiore l'ultima e maravigliosa opera di quell' archi-

e ispirarsi. « è

« tettura che nella

« e

scriveva:

i

^

«

Fiorentini ebbero, loro

..storia

artistica

occupa

il

propria

luogo

;

che

«nella letteraria la Commedia «

numento

«una

e

stessa

di Dante: mopoema che dovevano nascere in

età,

da

ingegni

nostri,

in

una

« Repubblica, fra un popolo che aveva nel cuore

« la

fede

di

Cristo

e

sulle

labbra

«d'Italia.» Quello studiolo vide

€he mandati dalle Accademie

^

In lettere di quelli anni.

^

Op.

cit.,

pag. XXVIII.

la

lingua

gli

architetti,

italiane,

dovevano

217

CESARE GUASTI giudicare

per

disegni venuti al primo de' Concorsi

i

facciata

la

nel

intorno a

63, raccogliersi

e lui fare dei lor concetti interprete degno,

lui,

^

che « la questione suprema non si scioglieva senza l'aiuto dei «documenti »,^e riconoscere coscienziosamente che « il non averli studiati prima rendeva dif-

e

da

ascoltare

lui

« dell'arte

«

ficili

responsi;

i

urgeva, non

« concorso

bene

studiarli

era

possibile »

Boito da quei colloqui dedurre « di studi »

sul

allora,

«

altro

il

ma

il

un ordine nuovo

monumento immortale,

segreto anche un

;

che

valentuomo,

il

chiedeva a quei documenti

^

il

cui

Nardini de' quali

Despotti,

^

primo

Guasti, col suo libro del 57, aveva di-

il

mostrata in

effetto

tutta la preziosità.

nuovo ordine

quel

storia del

monumento

della

riana », sui miracoli che pel de' Priori,

rezza attribuiti

si

1

il

i nomi di FranLapo Ghini, senza

«

leggenda vasa-

Duomo, come

erano con

1'

Duomo»

Del concorso per

la

gloria

scrive

il

pel

usata legge-

ad Arnolfo, detraesse a

Giotto alcun che della « sere

alla

e dell'arte

che tuttavia l'abolizione Palagio

Secondo

restituivansi

studi

di

cesco Talenti e di Giovanni di

«

,

lui

e a

intangibile, « es-

Guasti^ «concetto

Facciata di Santa Maria del Fiore,

liapporto fatto dalla Commissione giudicante alla Dex)utazìone

promotrice. Firenze, Cellini, 1863; di pag. 34. 2

Op.

cit.

La

3

Op.

cit.

pag. XXII.

'*

Op.

cit.,

pag. XXIV.

^

Op.

cit.,

pag. XXIII, XXVI.

costruzione ec, pag. xxi-xxri.

218

CESARE GUASTI

«d'Arnolfo,

campanile invenzione

il

quanto da' documenti

« e nel resto è tanto vero, « si fa palese. L' «

campo

il

Giotto;

di

ignoranza

di

avere aperto

essi

cognizione spicciolata

alle favole; la

«

medesimi e la malfida lettura aver dato luogo ad equivoci ». E « se questi si chiari-

«

ranno, » soggiungeva « se quelle non

«

teranno più,

« dei

« tica;

la

avrò colto

io

sembrare

quale può

si

ripe-

merito della

il

umile,

fa-

ma non

« inutile. »

Ai concorsi che dopo quello dal 63, con si rinnovarono, e con predominio di

altri

giudici,

ricusò,

criteri,

parte,

«

ancoraché invitato,

per non

fare

a

nome

nero »

:

de' colleghi,

nato quel primo

i

non

dove prima avessi

sostenne bensì,

^

prendere

che in vita mia

ciò

« feci mai, di scrivere bianco « scritto

di

altri

criterj

di

concerto e

che avean gover-

giudicamento.

^

Ma

quando la

facciata che infine fu prescelta ebbe splendida-

mente coronata l'opera pubblicani, egli che in

grafia

^

si

de' nostri

» avesse valicato intatta,

a quella parte essenziale,

^

i

quanto

secoli del principato

Op. cit., pag. xxi-xxii. Della Facciata per S. M. del Fiore. Alla Deputazione

promotrice della Facciata

Sono firmati

« I

Segretario eletto 3

della BibliO'

era compiaciuto che « la bella Santa

Maria del Fiore

2

grandi avi re-

una pagina

A

pag. 89.

ecc.; Firenze, Cellini,

membri

1865; di pag. 8.

prima Commissione dalla Commissione ». della

»

e

« li

S^'

219

CESARE GUASTI mediceo; fatta dalle intemperie giustizia simulacri darle

il

di

Sei e

posticce

facciate il

Settecento

;

potevano

quali

perchè, scriveva, «

«

monumento cominciato da un

«

potea compirsi con

l'

certi

di

forte volere

oro soltanto »

il

non

potè ral-

;

legrarsi di veder rinnovata, e partecipata

dalla

intera nazione, quella gagliardia di voleri.

E

inaugurazione, fatta de' Reali

commemo-

e la consociatavi

d' Italia,

razione di Donatello, onorò ciascuna con blicazioni insigni

bedue

i

E

che ho ricordato.^

concorsi per

le

tre porte di

lieto fors'

chiamati

le

pub-

ad am-

bronzo

riate fu lieto di partecipare, interprete

sta volta degli artisti

la

solenne dalla presenza

piiì

isto-

pur que-

giudicarne:^

a

anche, se avesse potuto pensarlo, che

Santa Maria

del

Fiore avesse per

tal

modo

le

ultime linee della sua penna; poiché il secondo dei Rapporti per la Commissione giudicatrice egli lo scriveva nel dicembre deli' 88, già colpito da quella malattia che nel giro appena di due

mesi doveva rapircelo.

1

è

Vedi a pag. 213-14 titolo:

il

Il

e 207.

Pergamo

Di quella per Donatello questo Duomo dì Prato;

di Donatello i)el

Firenze, Ricci, 1887, in 4.°; di pag. 30, con

una

fototipia.

Deputazione promotrice dalla Commissione eletta a giudicare nel concorso per le tre porte di bronzo istoriate della facciata di S. M. del Fiore. In Firenze, il 16 giugno 1887. - Rapporto ec. nel concorso per le due porte 2

Rapporto

fatto alla

minori di bronzo della facciata di

S.

M.

del Fiore. Li 13 dicem-

bre 1888. - Ciascuno de' due stampati ha in fototipia

approvati dalla Commissione.

i

Disegni

220

CESARE GUASTI

V.

Ho nominato soli

anni da che

dell'

Opera

istituire

gli

Bonaini,

il

seco

volle

lo

i

all'

ardua impresa

collaboratori »

Bongi,

Salvatore

lui

quale dopo due

di

Archivi di Stato. « Aveva buon oc-

chio nello scegliere di

il

Guasti era entrato archivista

il

^

uno

ha

scritto

de' valentissimi

nella bella famiglia di archivisti toscani che quel

benemerito suscitò intorno a se; e primo cercato, di tali

collaboratori,

vano avute discorso chivi. (di

«

può

il

il

si

diplomi

di

Ano dal 46,

e

imperiali, di arufficio

scriveva^ « ne godo quanto

gli

per l'amore che porto agli studi sto-

« rici e delle arti »),

revole

nostro Cesare. Ave-

Guasti in quel primo suo

Bonaini

dirsi,

il

relazioni per lettera

di statuti,

Venuto

che

fu

rivolse

ai

consigli dell'uomo auto-

subito l'opera

sagace e volen-

terosa del giovane, e s'impararono a conoscere,

52 troviamo

a stimare, ad amare. Nel

Primo Aiuto per

le

il

Guasti

Riformagioni e Diplomatico,

e Assistente del Soprintendente agli Archivi Toscani.

Rare

credo, due nature,

volte, io

fra sé diverse,

hanno

l'altra e

con tanta copia

profìcui.

Il

^

2

di

rapido intuito,

effetti l'

II



ilqìV Archivio Storico

tomo XXI, 1875; a pag.

29 aprile del 1850.

largamente

animo ardente ap-

Necrologia di Francesco Bonaini,

Italiano; Serie Terza,

molto

bene completato l'una

così

163.

CESARE GUASTI passionato

eccitabile,

221

volontà

la

apprensione, la cauta fermezza;

oculata

cedere senza

il

né sgomento nò baldanza,

non curando, disdegnando spesso ne' concetti, e nelle

(che tante sono)

peso

indomita,

la

ambizione, del Bonaini; e del Nostro la

onesta

;

pro-

tacito,

la misuratezza

gravi e nelle piccole

cose

senso difficilissimo del giusto

il

queste qualità furono in quo' due collegate

:

dalla reciproca stima e dall'affetto, al consegui-

mento d'un benefìzi

i

l'onore

fine nobile, alto, oggettivo, del

ormai

s-ono

all' Italia.

quale

assicurati alla scienza, e

Chi ha conosciuto

il

Bonaini,

e in lettere, che nel fervore di quella instaura-

zione scriveva al suo cooperatore, legge parole

come

queste, « Quello che m'interessa

è che

si

« abbiate in mente un solo pensiero: ristabilirvi

Non

«

vi date adunque nessuna briga un poco più presto o un poco più tardi all' Archivio. Voi siete utilissimo, anzi necessario, a questa istituzione; ma non dovete per essa compromettere la salute vo-


stra »;

« in salute.

« per «

«

restituirvi

e

« in questo «

ancora,

«

Lasciate

^

Da

il

vi

dica

che

momento amo meglio vedervi a Prato

che a Firenze. Questo

« sincero

che

mio

affetto »

vi ^

;

lettere del gennaio 1854.

dimostri quanto sia

non può, E

il

chi le legge,

30 ottobre:

«

Intanto



procurate di viver quieto. Desidero molto

«

perchè sapete bene di quanto conforto ed aiuto mi siate.

«

non vi date nessun pensiero di venire prima del 3, giacche il tempo di riposo che ancora vi resta è ancora qualche cosa

«

il

ritorno vostro,

Ma

S22

CESARE GUASTI

senza tenerezza pensare che sincero veramente e ben meritato doveva essere quest' affetto, perchè, in quella

imminenza dell'apertura del grande

Francesco Bonaini

Archivio,

aver lontano chi tante volte

rassegnasse ad

si

gli

abbiam

sentito

chiamare, e più volentieri quand'era corrucciato

con

lui,

il

suo braccio

diritto.

Né meno degne

dell'uno e dell'altro sono, da lettera del Guasti

^

non ancora suo dipendente, queste altre parole « Fuor che con voi, non so quello che potessi « prometter di me: porterei al nuovo ufficio una «mente dimezzata, come l'anima dello schiavo « omerico. Del resto, sapete bene che non è la « sete mia ne d' oro né di borie; e che quello :

« che mi sta a cuore unicamente è la immediata «

dipendenza da voi ».

Nel giugno Stato

con

del

grande

scarsamente,

1855

solennità,

com'era

si

alla

e

solito,

Guasti partecipava. Egli vori.

apriva l'Archivio

si

riserbava tutto

una minima parte

quanto

è

«

quest'Archivio di Stato, che

sempre

la

sua

di

a' la-

»

egli

fece per

altro

per chi debba riprendere, come a Voi è per accadere, 1

ha

ora sente e sen-

mancanza».^ E un

Vi abbraccio di cuore De' 5 giugno 1852.

« coso lavoro.

2

il

Alessandro Gherardi suo alunno carissimo


« tira

assai

modestamente

Dei quali « ciò che abbiamo a stampa

scritto


quale

di

Nell'Avvertimento premesso

hlicazioni ec; a pag. 4-5.

fati-

».

al citato

Elenco

delle

pub-

CESARE GUASTI

223

alunni suoi degni,

il

professore Cesare

Paoli, espresse di essi tutti

il

filiale

di

quelli

ricordando, tre cattedra

compianto,

giorni dopo la morte, dalla

soli

Paleografia e Diplomatica nell'Isti-

di

tuto di Studi Superiori, con le altre sue pubbli-

cazioni anche

quelle

V Inventario

archivistiche,

e Regesto dei Capitoli del

Comune

di Firenze^ la

Descrizione dei Manoscritti Torrigiani, Y Indice

proponendolo

delle Carte Strozziane, e « « vani

come maestro

».

^

ai

gio-

Questa parte delle be-

nemerenze di Cesare Guasti io compendierei così: mole grande, squisito lavoro. Perocché egli, anche ne' lavori

pili

aridi,

inappuntabile quanto

al

oltre

alla

contenuto e

esecuzione alle

altre

appartenenze dei documenti, portava certa vivacità di sentimento, e

decenza e quasi sorriso

di

arte; cosicché, a cominciare dalla proporzione e disposizione delle parti fino alla dicitura schietta,

appropriata, efficace, anche un regesto, alle sue

mani, acquistava eleganza. Possedeva poi meravigliosamente, non so se dire

^

senso o la scienza dell'al-

sapere, insomma, far bene e compiu-

tro; quel

tamente

il

che mi pare c'entri dell'una e

de' limiti,

la parte

propria, senza

sconciarla con

in commemorazione di Cesare Guasti. Parole

dette dal

prof. Cesare Paoli ai propri alunni nel R. Istituto di Studi

Superiori la mattina del di 15 febbraio 1889. Firenze, Cellini,

- Furono riprodotte nell'Archivio Storico ItaIII, 1889, soggiunte ad un Cenno necrologico dettato da Marco Tabarrini. 1889. Di pag.

liano, Serie

V,

7.

Tomo

224

CESARE GUASTI

ambiziose e inopportune usurpazioni. « Ogni

voro » cosi egli in quella Prefazione

ha

suoi limiti

i

e

;

l'

«

molte cose fa o che non

«

che non se ne adempia una bene

« vista è

s'

Capitoli

ai

che mi sembra valga per trattati molti archivistica «

^

scienza

di

obbligarsi

attengano

un erudito d'una specie

la-

tutte,

a o

L'archi-

particolare, che

«

dal bibliografo allo storico vuol giovare a tutti

«

con

«

le

sue fatiche, senza invadere la provincia

nessuno

« di

comò

rassegnato

;

ad

inclusive

essere

colui che va di notte,

Che porta

Ma

il

dopo sé

lume

dietro, e sé

fa le persone

non giova

;

dotte.

A

un uomo così discreto non può essere che « benigno il giudizio dei contemporanei e degli «

« avvenire ».

Ma volte,

la

ad

citazione

non faceva del Comune^

tutta

e la Descrizione e

^

e

delle Strozziane

»

A

che

anche altre

piacque appropriarsi,

~

suo caso; e quei Capitoli

al

noscritti Torrigiani

mo

dantesca,

altri propositi, gli

l'

^

Saggio dei

Ma-

Inventario « minutissieh' egli

ha portato

sin

pag. XXXI.

Per esempio, nella Prefazione al secondo libro su Santa Maria del Fiore, pag. xxvii. Ma anche altrove, 2

3

Tomo Anche

1 Capitoli del

primo, il

Comune

di Firenze. Inventario

e

Begesto.

Firenze^ Cellini, 1866, in 4°: di pag. xxxi-732.

Tomo

secondo,

che

è

da pubblicarsi; è opera del

Guasti fino alla pag. 500. Appartengono alla Serie dei Docu-

menti degli Archivi Toscani imhhlicati per cura della R. So-

225

CESARE GUASTI oltre le trecento

tinuato secondo

e che

filze,

dovrà essere con-

suo disegno, compresavi una

il

storia della libreria di Carlo Strozzi e

suo

chivio

e

de' suoi,

dell'Ar-

non sono solamente 'un

prezioso contributo dell'archivista agli studi al-

tanto di storia e di pensiero

trui:

come

potuto né dovuto svolgere

ma

narrazione,

r intimo che

in

è,

un

non

se

libro

di

felicemente secondo

atteggiato

significato e valore, e disposto alle

narratore* dovrebbe

il

ci

dargli. Virtù

solo archivista, per valente che questi

forme

non sia

;

di

ma

naturale nel Guasti, « per quella sua felice di
cito novamente la teha lavorato anni e anni con a veder bene e prontamente ogni sog-

d'ingegno »

sposizione

stimonianza lui

«

^

« getto eh' « sto

e' si

« squisito

ponesse a trattare;

criterio

giu-

minima cosa^ sentimento amoroso e profondo del vero

benché

ogni

d'

chi

di

e culto

« e del bello in ogni loro manifestazione piiì in« tima,

armonia vera tra

pr intendenza generale Torrigiani donati al

77

il

1878

:

:

di

agli

Manoscritti

e

ma

Serie prima, voi. il

I

animo

Archivio Centrale di Stato di Firenze,

Strozziane del B. Archivio

anche

Archìvi medesimi. -

dell'

Saggio. ^q\V Archivio Storico Italiano, fra il 1874 ne fu fatta una tiratura a parte (Firenze, Cellini, pag. xvi-484) con giunte e correzioni. - Le Carte

Descrizione e

lì.

le facoltà

1.

di

Stato

in

Firenze, Cellini, 1884

secondo volume,

i

Firenze. Inventario, :

pag. xxxix-643.

cui fogli continuano a venire,

E

come

già del primo, in fine delle dispense deWArchivio Storico Italiano, è opera del Guasti fino alla pag. 672. ^

Alessandro Glierardi;

messo 'àXVElenco

Del Lungo

a

pag. 5 dell'Avvertimento

pre-

delle pubblicazioni. 15

-26

CESARE GUASTI

mente». Con questa medesima

« e quelle della

Guasti, in

il

tutto ciò,

Bonaini l'estremo tributo

lega nostro

quando

aula, rese al cold'affetto,

conchiudeva, con parole che non avrebbe dette

non

se

venivan dal cuore, bastare, a lode

gli

«guardarsi attorno,

lui,

altro

e

dov'è un

ripetere:

1

»

?

di

Nella

Memoria con

la quale furono

presen-

gli Archivi di Stato toscani all' Esposizione

tati

Vienna del 73

universale di

al

detto

s'impugna,

quella

Quel primo

fattane.

ai

della

buona espe-

della

ordinamento (avea

Bonaini nel Rapporto

il

Guasti

suo Archivio e agli studi, dare la lode

che non rienza

il

mancato anche prima

concetti del Bonaini,

morte

potè

^

ufficiale

innanzi al volume dei Capitoli)

^

che sta

« dura in^lte-

anche dopo che l'Archivio fiorentino, nel

« rato

grandemente s'accrebbe ». sette anni, » soggiungeva il

« corso di tredici anni, «

E

oggi, dopo altri

Guasti

^

«

dopo che

«venuti all'Archivio

E

«lo stesso». altri

^

A

piig.

documenti sono

centrale,

possiamo ripeter

potrebbe oggi ancora, dopo

quasi vent'anni.

Ma

ciò

che né

69 degli Atti della R. Accademia

Adunanza 2)ul)hUca

Firenze, Cellini, 1872: di pag. 67.

^

Da

pag.

I

A

Vienna.

Bonaini

della Crusca.

a xxii. Rapporto sugli Archivi Toscani fatto il

barone Giuseppe Natoli Senatore del Regno

Ministro della pubblica Istruzione. *

al

del 6 di settembre 1874. Firenze, Cellini, 1874.

2

a Sua Eccellenza e

si

altri

tanti

pag. 25 della

citata

A

pag. vi.

Memoria per

l'

Esposizione di

CESARE GUASTI né

Guasti sarebbe

al

come

227

convenuto, possiamo

dire

Todue nomi rimarranno per sempre congiunti, anticipasse a' tempi nuovi, preoggi noi

:

la istituzione degli Arcliivi

scani, alla quale que'

parasse patria, lettile

alle

i

felici

mutazioni

dei

destini

della

buoni ordinamenti della preziosa suppel-

di tutta la storia italiana.

La

loro

espe-

rienza e dottrina fu dal Governo del Re, ministro

Terenzio

condizioni e

emiliane,

e dell'Umbria.

e,

E quando

più

tore

il

Guasti,^

il

mano

posero

Com-

Cibrario, volle

rela-

non poteva, meglio che con

elezione, render

giustizia

Mi-

i

di Stato, la

riordinamento degli Archivi

missione che, presidente

tardi, delle

nel 1870

nistri dell' Interno e della Istruzione al

le

miglior possibile assetto degli Ar-

regioni

chivi delle

Marche

Mamiani, invocata a studiare

il

all'

tale

opera del vecchio

Soprintendente, che infermo e quasi inconsapevole

consumava

i

suoi ultimi giorni, e di chi già

nel fatto ne teneva

degnamente

le veci.

Quella

Relazione ha qualche pagina delle più belle che il

Nostro abbia

scritto

quel eh' egli dice,^ con

sulla

storia

d'Italia.

non minore acutezza

E di

osservazione che nobiltà d'intendimento, « avere « la

^

rivoluzione

di

Francia aperti

gli

hlica Istruzione con decreto de' 15

1871. *

;

Sul riordinamento degli Archivi di Stato. Relazione della

Commissione instituita dai Ministri dell'Interno ni er,

archivi

A

pag.

4.

marzo 1870.

PuhLe Men-

e della

Firenze,

CESARE GUASTI

228

disperderne

per

« apertili

« esservi stato di

documenti:

i

buono, che

gli

archivi

questo

non

si

non avendo ormai bisogno di richiuderli la politica, mentre alla scienza premeva di entrarvi; e cos\ la nuova ragione di Stato aver fatte le vendette del gran Mura-

« chiusero più; «

« «

« tori, a cui erano chiuse in faccia le porte degli « archivi,

compenso

in

aver rivelato

di

all' Italia

«l'epoca più storica de' suoi annali, e d'averle « dato negli « storia »

;

Annali

mi

pare

perenne della sua

la traccia il

miglior suggello

che

io

possa porre a quanto son venuto dicendovi, raccogliendo in brevi e anguste linee grande spazio e sovrabbondante materia, de' lavori che occupa-

rono

lungamente





intensamente tanta parte

di pensieri e d' affetti della

sua vita operosa.

VI.

Quando più

care

il

Guasti nel 61, tornando a una delle

ricerche

della sua

gioventù, raccolse

per la seconda volta, ma da sole cinquanta portandole a più che trecentocinquanta, tutte quante allora se ne conoscevano, le Lettere spirituali e

familiari di Santa Caterina de' Ricci fiorentina,

domenicana in San Vincenzio di Prato] ^ dedicava alla memoria della moglie, mor-

religiosa

e le ^

Le

lettere ec. raccolte e illustrate

Prato, per Ranieri Guasti, 1861.

da Cesare Guasti. In

La pubblicazione deUe prime

Cinquanta Lettere inedite ec, è del 1846; Prato, Pontecchi.

229

CESAEE GUASTI tagli

l'anno innanzi; fra

prezioso quel libro,

maseo, seo

il

molti che alla storia

i

pubblicamente dissero

e alla lingua avvisarono e

Capponi,

il

il

Conti,

Carducci,^ ed altri ancora,

«Non

scrisse:

« editore più

qual

so

il

potesse

il

Tom-

Tomma-

trovarle»!

degno e piii appropriato ella fioche a un chiostro di Prato chiede :

« rentina,

e

« l'ospizio

dell'anima; egli pratese, e che nell'Ar-

« chivio

Firenze ha

di

«lui solitudine pia; «

memorie

« di «

« religione,

suo nido

civili,

:

l'Archivio a archivio di

lei

rifugio a desideri!

sbandeggiati e profanati

libertà, Il

dal

signor Guasti ritrova la storia nella nella

religione

la

« l'eleganza

«

il

chiostro a

e religiose e

pura

mondo.

il

nell' erudizione,

V

infonde

storia;

nella

affetto

ele-

ganza; sa essere cristiano senza rabbie né cu-

« pidigie,

senza

cattolico

«viltà d'umani

mendo che

zelo

E

riguardi».

inverecondo né il

Carducci,

te-

« in tanto fastidio di cose ascetiche,

1 II Capponi jieW Archivio Storico Italiano, Nuova Serie, tomo XIV, parte I, pag. 146-48 il Conti nel periodico fiorentino La Famiglia e la Scuola, volume IV, pag. 81-83 il Tommaseo nelVIstitutore di Torino, anno IX, pag. 601-606. E di questi il Guasti medesimo raccolse i Tre autorevoli giudizi intorno alle Lettere ec. in un opuscoletto di pag. 12 Prato, dalla tipografia Guasti, 1861. Ma nel dicembre di quel mede:

:

;

simo anno, quarto

si

Girolamo Savonarola

Contemporanea IX, voi. nel suoi

tomo

di

aggiunse e

S.

li

Carducci con de' Riccia

lo

che

Torino pubblicò nel fascicolo

XXVI), pag. 435-454, delle Opere

Primi Saggi.

il

Caterina

ed.

egli

stesso

scritto

Fra

la Rivislcv

XCVII (Anno ha ristampata

(Bologna, 1889), pag. 65-107, fra

i

CESARE GUASTI

230 «

« «

volume non fosse veramente letto che dai devoti e da qualche cercatore di toscane eleganze », stimò opportuno rilevare quanto que-

il

Nostro

sta e un'altra recente pubblicazione del

conferissero alla « storia delle tradizioni Savona-

Toscana e in Italia, storia d'iraporgrande » quanto conferissero allo studio

« roliane in « tanza

dei

«

;

fenomeni svariati dello

Era

« storia di un secolo ».

V e

spirito

l'altra

umano

nella

pubblicazione

proprio per fra Girolamo Savonarola suoi compagni scritto nel secolo XVI, ^ e che

Officio i

per ben tutto nel compirsi

secolo,

cotesto

anni

gli

dal

il

23

supplizio,

di

maggio,

come

dice-

vano, dei tre santi martiri, fu celebrato in quel

convento

San Vincenzio, dove il gran frate anime di donna come la

di

repubblicano ebbe da

Ricci quel culto che fu per

come bertà

nel petto di uomini

lui

Filippo Neri, e dal popolo, per la cui accettò

morire,

di

sulla piazza che

non

si

l'

anniversaria

li-

fiorita

chiamava più della

Si-

gnoria.

Per

la via

di

passato nel cuore far

cuori

del



cenno delle maggiori

:

e

venendo

era io

a

tante pubmemorabile e caratnegli studi a cui l'adempimento scrupo-

blicazioni, teristico

quel culto

eletti

Guasti

di

ciò

che

loso de' suoi doveri pur

piii

fra le sue

è

gli lasciò forze e volere,

^ L'Officio proprio ec. ora per la prima volta pubblicato con un Proemio. Prato, Guasti, 1860 e seconda edizione, ac:

cresciuta di documenti, Prato, Guasti, 1863.

231

CESARE GUASTI

l'austera figura del riformatore di Firenze, la pia della

ama

monacella che

ne' suoi martiri quella

nobile patria, né la mitezza dell'

a

disce

principi,

quanto quelle

di

a prelati,

anima

impeparole

affacciano per le prime

si

Savonarola pubblicò

Del

le

cittadini,

Caterina da Siena libere e forti;

quelle due figure, mi dinanzi.

a

Guasti

il

le

Poesie, illustrò alcuni punti della vita, difese la

L'amicizia,

cattolicità.^

in

grado

diverso

con due patrizi fiorentini,

mini,

e ter-

medesimo

dal

sangue, e del più veramente nobile, discesi, conte Carlo Capponi e marchese Gino, porse, nell'aiutare

li

studi

del primo, raccoglitore di

una

bi-

blioteca savonaroliana preziosa, e morto giovane

desideratissimo; e nella reverente familiarità che

ebbe con l'istorico

popolano

e nostro onorando collega;

di

Firenze nostra

occasioni e impulso

a queir antica disposizione del pensiero del Gua-

memorie del

sti.

Antica,

^n da quando

suo

Comune

pratese egli ne incontrò

liane, e

che quelle

gli

tra le

venne

savonaro-

di

fatto

di

congiun-

gere allo strazio che dalla restaurazione medicea patì la città.

e

Le

plebi

rammentano tenacemente,

anche nelle loro devozioni sanno

Sino sto

ai

giorni

ha invitato • ^

Le

nostri la i

campana

cittadini pratesi a

vendicarsi.

del

pregare per

Poesie di fra Girolamo Savonarola tratte

grafo; Firenze, Cellini, 1862. savonaroliane, biblio^rrafico.

E per

29 agole

dall' auto-

le altre sue pubblicazioni

mi rimetto anche questa

volta al citato Elenco

CESARE GUASTI

232

vittime 'del Sacco del 1512:^ e una cui patrocinio fu attribuita

Madonna, al incolumità del Mo-

l'

nastero di San Vincenzio da quella sanguinosa ferocia,

« trovando » dice «

la

Madonna

Madonna dei Guasti ^ « il nome

Papalini,

popolo non

il

Spagnuoli,

degli

ma il

camente vero; perchè

« Spagnuoli,

chiamò

la

la

i

cacciando

non avesse vo-

Soderini dal gonfalonieràto,

il

Firenze a ogni costo

« rimettere in « se

stori-

marrani, non sarebbero venuti a

i

« saccheggiare Prato, se Giulio II « luto,

pili

soldati della Lega, gli

i

Medici....;

Cardinale Legato Giovanni de' Medici non

il

«

avesse procurato

«

mura

E

verso

cannoni,... per aprire nelle

Prato la breccia alle orde affamate

di i

i

».

Medici e l'uomo che inutilmente aveva

contrastata

loro

la

grandezza e la corruzione

degli ordini repubblicani,

il

Guasti conservò sem-

medesimo animo; dirò meglio, il cuore sempre a un modo. Né io affermerò che questo non gP impedisse e sul Frate e sui

pre

il

gli

battè

Medici qualche larghezza

Ma

quando

colloquio fra sé e « ^

Parole del Guasti

Pergamo 2

maggiore.

e par di vedere,

signor Gino

»,^

che

i

il

suoi

medesimo, a pag. 21 del libretto ho citato a pag. 44 e 59.

sul

di Donatello, che

II Sacco di

MDXIL

il

giudizi

di

egli ci racconta,

Prato

e il ritorìio

de'

Medici in Firenze nel

Bologna, Romagnoli, 1880; in due parti.

XXXVI della Parte

A

pag. xxxv-

I.

2 // Savonarola giudicato da Gino Capponi. Nella Rassegna Nazionale; Firenze, febbraio 1880; anno II, fase, li, pa-

gina 161-170.

233

CESARE riUASTI

sieri

dopo

i

nuovi pen-

e sentimenti su frate Girolamo,

ben diversi

antichi

e,

prediche,

le

lette

rimugina e svolge; pesando

li

uni

il

bene, contrappesando quel che di altro ebbero

dalli

altri,

natura d'uomo

quella

que' fatti; e infine

e

in

questa sentenza, che era stata anche del Machiae

velli

Guicciardini,

del

fermandosi,

«

grande

anima con forte ingegno » massimo de' biografi savonaroliani il Villari,^ che grande veramente doveva esser quell' anima, la «

;

quale

noi ripensiamo, col

aver trovato la via per ride-

« credette

« stare la fede e ricostituire l'unità religiosa del «

genere umano

»

anche pensiamo, che

e questo

;

fumo fu creduto sofibcare quella che Tacito ormai da secoli avea chiamata «la coscienza dell'umanità»,^ dei roghi esecrabili, per entro al cui

questo,

che

illuminò sinistramente le

Palazzo Vecchio, mandava

anche

quello di Arnaldo,

al

le

cielo,

mura di come già

fiamme sacre

del-

E

lode

l'amor della patria e delle libertà

civili.

all'anima e alla mente del Guasti, aver venerato

uomo;

tale

è lode alla sua pietà, averlo deside-

rato e augurato fra

Lavorando rava

^

le

Rime

alle di

La

P. ViLLAui,

i

Santi.

Lettere

della

Michelangelo.^

Ricci

E

i

prepa-

nomi

Storia di Girolamo Savonarola

e de'

tempi: nuova edizione; Firenze, Le Monnier, 1887-88; 2

«

Agric.

n

:

«

scilicet ilio

igne

...

II,

del

suoi 260.

conscientiam generis hu-

mani aboleri arbitrabantur ». 3 Le Rime di Michelangelo Buonarroti

pittore scultore e

234

CESARE GUASTI

Buonarroti

del Savonarola

e

entusiasmo, e quel rogo e niato

invidiare,

uno

in

avete

gli

una espressione

congiungere in

di

malinconico

bastioni di

i

di

sentito

San Mi-

que' movimenti

di

scontento che dello scrivere assalgono chi è nato

ma

a scrivere non parole

Di Michelangelo

cose.

appunto ripeteva nella Prefazione la sentenza del Derni, « ei dice cose » e pregava gì* Italiani ^

:

Rime

a non voler risguardare quelle trastullo

da

filologi »

;

«

come un

sebbene molto filologico

avesse dovuto essere, nel prepararle alla stampa, il

lavoro suo,

tografi, e





nel

nella

malagevoli

au-

interpretazione

del

decifrare

letterale

i

soggiunta a pie delle pagine

testo,

splendido in-quarto.

Il

sta ne' suoi versi rinchiuso

come

egli dice essere circoscritto

ne'

tare

« la

man

di

quello

pensiero di Michelangelo

che ubbidisce

il

concetto che

marmi, e aspet-

all' intelletto »,

la

quale arrivi sin là a sprigionarlo.^ Questo ufficio

adempì per la poesia bonarrotiana la mano del Guasti e ci voleva mano non tanto di gram:

matico, quanto di artista della parola, e che di

questa sentisse anche que' segreti che sfuggono ai precetti

e vogliono, a penetrarli,

acutezza

di

mente e conoscenza storica dell' idioma. Tanto più, quando lo scrittore non è uno dei grandi architetto^ cavate dagli autografi

e,

jmbhlicate da Cesare Guasti

Accademico della Crusca. Firenze, Le Monnier, 1863. 1

2

A A

pag. XLviii.

pag. 173.

235

CESARE GUASTI signoreggiatori della lingua e dello

per esempio,

menti

lo

garli.

A

Dante,

stile;

Petrarca, l'Ariosto; ne' cui ardi-

il

splendore della forma dia luce a spietutt' altro

siamo col Buonarroti:

quale

il

non avrebbe certo chiamata arte sua la poesia, se « questa non è mia arte » disse della pittura, e

stava

dipignendo la Sistina

e la frase

poetica, poiché

schiavo non

si

e

que' versi,

in

non ne

e

è,

tormenta piuttosto e

le

trascina per dove va

suoi, pili

i

Egli la parola

sarebbe acconciato né a persona

né a cosa veruna, sforza e le

!

signore

che tocchi colpi

non ha soltanto

il

di

;

penna, paion, anche

scalpello.

di

le

pensier suo

il

merito

d'

Ma

avere

Guasti

il

felicemente

diremmo indovinato,

interpretato, e talvolta quasi

difficilissimo testo, sì anco di esser egli stato primo a stampare quel che in fatto Michelangelo scrisse; e con ciò, avere ad una poesia

il

il

COSI caratteristica dell'uomo, così completiva dell'artefice

immortale,

rese

le

sue qualità e con-

dizioni vere, liberandola dal rifacimento col quale il

nipote secentista avea creduto servire alla fama

coni'

come poeta: fama che per ciò ognun vede, risultata posticcia

che

usurpata, falsificata.

di

lui

mento, nel quale fino di

leggere

il

al

I

«

vero,

Guasti,

una

delle

e

una poesia

metafore e floscia nei sentimenti » del

e,

peggio

di quel rifaci-

Guasti abbiam creduto

Michelangelo

quelFaltro, volevano

tempi

stesso era,

più

leggevamo ardita

:

che

è,

nelle

pur

compiute definizioni

CESAEE GUASTI

236

ch'abbia avute

Seicento. Egli

il

rese al testo,

anche tutta

con tutta la sua forza,

sua du-

la

rezza, tutta la sua violenza: reintegrò, fece

E

sere.

Michelangelo da

noi, del

possiamo dire con verità L'ombra sua

Ma

ries-

restituitoci,

lui

:

torna, ch'era dipartita.

queste « grandi ombre », rispetto alle

di

quali egli stesso, in que' suoi lavori di tanto in-

tima

penetrazione

verso la

di

Dante,^ eh'

prima

quasi convivenza

e

ne' pas-

avrebbe potuto appropriarsi pure

sati tempi,

di

e'

il

«le vedeva a sé venire»,

queste grandi ombre, era stata Tor-

quato Tasso. Quella tempera, che bene

il

Paoli

^

ha caratterizzata nel Nostro, di « umanista cristiano », doveva alienarlo da molte manifestaRinascimento: e in

zioni del

resto, che

non. sia

come

sto

alcun

nel

poco

mite natura

di

certi eccessi,

contrario

e

senso,

partigiano:

del

ciò è

anche

lecito

men gravemente,

affermare che eccedesse;

il

serena anche

i

del

così in que-

quali

hanno

che nel Guasti, di

letterato,

non

sarebbe stato possibile. Del Boccaccio, dell'Ariosto,

i

due solenni inoculatori dell'umanismo

sico nella

nostra

certo la grandezza:

non

tro si

ma

indotto

a

al

credo che molto adden-

credo

la sentisse;

sarebbe

clas-

letteratura, non isconobbe

che non

consacrare ad

1

Inf. IV, 80-83.

2

Nella Commemorazione citata a pag. 223.

facilmente

alcuno di

237

CESARE GUASTI temi

tali

dette

fetto

curarne dani,

quale

le Lettere

si

anni che con tanto

af-

50

per

Tasso:

suo

al

dopo

^

e più

dieci

i

(le

dal

il

Gior-

forma nella anche quando

quella

tulliane) in

le

55,

al

più belle, ha detto

seguiteranno a leggere

la edizione del Guasti sarà accresciuta o rinno-

vata; fra il

le

75, le

Rime:

58 Prose il

e

59,

il

di

e in

queste

cadenza italiana improntò

difetti,

i

numero

che la detroppo

in quel Divino,

ri-

Tuttavia sarebbe stato a de-

spetti meraviglioso.

da

e

bellissime

che nel Poema, per tanti

sensibili

siderare, e fu

74

il

dovetter piacergli

veramente

le

fra

altezza proporzionata al

delle rnen belle;

più sono

Dialoghi]

Meno

diverse.

fra le quali

sovrastanno

i

che tutte

molti,

le

Opere

del

Tasso avessero dal Guasti le medesime squisite cure che dette solo alle prose. Cure più strettamente filologiche

ai

Dialoghi^ con molti avve-

dimenti bibliografici e storici, necessari ad avere

genuina, fra varietà dimolte, quella tanto nota-

forma del pensiero, delle dottrine, dèlia meNé minore la importanza,

bile

ditazione, di Torquato.

né meno gravi diverse,

^

in

esigenze

critiche,

egli

non

delle

Prose

volle intitolare

^

Citato dal Guasti, a pag. vii del voi.

2

In cinque volumi della Biblioteca Nazionale del Le Mon-

nier, le Lettere;

E

le

che giustamente

in

tre,

i

Dialoghi; in due,

due della Collezione Barbèra (Firenze,

nuove cure

la terza

P. A. Serassi.

edizione

I.

le

Prose Diverse.

1858),

della Vita del Tasso

dette con scritta

da

238

CESARE GUASTI

minori,

Ma

^

immensa, addirittura,

mole

la

di

lavoro eh' egli ebbe a sostenere per le Lettere:

coordinamento

cronologia, testo, questioni

fico,

anche

sostenne, forze

E

speciali.

con

al filo biogra-

animo

lieto

vigoreggiare

pel

allora

la

delle

perchè la eloquenza, che tale

giovanili, e

può chiamarsi, di quelle pagine dolorose, dove l'anima dell'infelice Poeta tutta si versa e trabocca, lo empiva,

reverenza

fettuosa

dice

ci

e

egli

stesso,

compassione

^

« di af-

profonda

»

:

ora, al suo ingegno, per muoversi e indirizzarsi

verso un obietto, abbisognavano, innanzi

tutto,

gl'impulsi del cuore. All'epistolario tassesco con-

giunse

Guasti, e in forma epistolare, quattro

il

cinque volumi

illustrazioni, pe'

pubblicazione

di

quella insigne

Delle lettere

distribuite:

di

Tor-

quato; Della ^prigionia; Il Tasso e la Crusca;

La

vita intima.



biografia del Poeta.

che

di

dal

nostro

contro o

cotesto

il

Bene

rias-

è debito qui ricordare,

illustrazioni,

quella

sodalizio e faceva

Salviati e

loro

delle

non che a

accennare del contenuto,

molto che ravviarono e fermarono nella

e del

nardo

qui è luogo,

ma nemmeno

sumere,

Bastiano

scoteva

ricadere su Lio-

de' Rossi la

stacciate e infarinature,

polvere

ingenerose,

prigioniero di Sant'Anna, fu indirizzata,

Accademici, a noi: del nome

^

A

2

Lettere; voi.

p.

che

I

àoiV Avvertimento. I,

pag. x.

vostro, o Arci-

239

CESARE GUASTI consolo, nizie,

onorata ca-

dolce ricordo alla vostra

^

fregiò

si

che tratta

quella

nia: ad altri nostri colleghi,

sono

rico Bindi,

che solo per lettera

si

suo

prigio-

Angelo Pezzana, Endue:

intitolate le altre

tanto da chiamarlo

della

il

Pezzana,

era affezionato al Guasti, figliuolo

d'

amore

;

^

e

suo come fratello, per lunga e provata amicizia, il

A

Bindi.

volumi,

lui

parlando

nelF ultimo

de' cinque

Guasti disegna una compiuta Vita del

il

Tasso, quale egli la vagheggiava; pur contento

come per

^^nche questa volta,

la Storia di

Maria del Fiore, a contesserne « chi

« del

vorrebbe » scriveva

Santa

documenti. «

i

« ascoltar

E

me, più tosto

Tasso, che in queste pagine parla? »

^

I

quali diffidamenti di sé medesimo, che pur sen-

dopo

tiva potere,

^

propriarsi

versi

i

Torquato, apMonti dinanzi al ritratto

tanti studi su

del

della figlia.

Ma E

un'

la

immago

veggo

di te vegg'io

non loderemo. baldanze, da tali

Ma

noi

odierne giovanili

certe

diffidamenti, d'

a trent' anni sonati,

non avranno

parare? Egli, del resto, al

la

^

Gaetano Milanesi.

2

Guasti,

Necrologìa

Nuova

3

Lettere, voi. V, pag.

^ Ivi,

pag.

I.

di

Angelo

Serie, voi. iir.

un

tale

uomo

nulla da im-

parola ultima intorno

suo caro Poeta, l'ha detta,

Storico Italiano,

più viva,

sol io,

nell'SS, proprio

Pezzana;

neW

Archivio

XY, 1862; pag. 173-74.

240

CESARE GUASTI

ad un giovine; ed è stata parola

d'augurio agli studi « «

di

conforto e

Angelo Solerti:^ «Per

di

quanto V occuparmi del Tasso sia per me non altro che una dolce memoria, e abbia conopoi

« sciuto

quanto

« io so che aspetto

me ne

potuto

avessi

con

vivo

meglio

far

;

desiderio, e ben

Rime, e la Vita, « che l'egregio giovane ha promesso all'Italia ». Ma alla gioventù italiana è mancata troppo presto r amorevolezza e l'autorità di un tal giudice. Del Medio Evo italiano, al quale per molti «

rispetti

il

auguro,

le Lettere, le

Tasso, anche prescindendo da divisioni

cronologiche, appartiene,

dire vivesse, molto

Guasti nella

il

e specialmente di Firenze,

fra' cui

cercò

il

storia,

antichi

si

Quattrocento.

può

Gliel

primamente le arti del disegno, delle quali avea gran sentimento, educato nella prima giovinezza da alcun po' d' esercizio, e che in cotesto secolo conseguirono quella pura eccellenza di forme, dove le idealità del decimoquarto così spiritualmente traspaiono e con tanta facevano

caro

efficacia di realtà s'incarnano. Nella storia, poi, egli era attratto a considerare quell' età. Il

cento lo innamorava; cento lo abbagliavano

gli :

Tre-

splendori del Cinque-

ma

quell' involuto secolo,

che sta medio fra tanta schiettezza e tanta squisitezza, lo ^

faceva pensare. Nel giro di quei cen-

In una recensione del libro Luigi,

chivio Storico Italiano, Serie

Lucrezia

e

Leonora

Angelo Solerti; neìV ArV, tomo II (1888); a pag. 104,

(VEste. Studi di Giuseppe Campori e

CESARE GUASTI

dalla morte del Boccaccio,

toventicinqu' anni

Rinascimento,

con la

intellettuali

con

uni

gli

gli

che

e sociali,

unificati e concordati

suscita

elementi

gli

Medio Evo aveva

il

sentimento religioso.

nel

Tale concordia e unità,

altri

in termini,

quali

gredimento umano portava, più razionali, satori

italiani

fra

1830 e

il

avea suggellato

disposizione

cercare

a

pensiero buono e

nelle

pro-

i

pen-

quella civil

e afforzato

geniale

la

forme eleganti

sentimento gentile, e

il

il

50 avevano va-

il

gheggiata: e nell'animo del Guasti filosofia

mo-

civiltà

per ciò stesso e sin d'allora,

e,

a contrasto

il

rivelazione dell' antichità

completa l'organismo della

classica,

derna,

241

di

il

tali

armonie confortare non meno gli studi che l'anima. Le quali armonie è tra i singolari fenomeni di quel decimoquinto secolo, che i soli artefici del disegno

cessero

prevaler di

pari

come

il

tiranni,

attingessero, e così felicemente

ma

proprie; dell'

nelle

antico e

passo

libertà popolari;

le

anche

la lingua,

letterati cortigiani, fu

si

dovrebbe,

come porta natura,

Del Luuoo





dai

i

i

pensanti

ne' palagi e sì

dovrebbe, e allora

quando non ancora erano ditario corrotti,

soggiacendo

che, sdegnata

però custodita dal popolo.

popolo intendo, secondo

si

o,

aveva grecamente chiamati,

sopra

nelle piazze: che

il

preponderare dei principi

col li

e parlanti

parola

della

e sensuale procede

Trecento

con queste

E

arti

pagano

fa-

si

poteva,

palagi nell'ozio ere-

dai ciurmatori

addottrinata 16

242

CESARE GUASTI

Tre insigni pubblicahanno dato alla storia di questo

a spropositare la piazza. zioni del Guasti

periodo documenti preziosi della più bella lingua

che mai sonasse su labbra toscane, e di vita civile e domestica testimonianze altrettanto schiette

ed

efficaci

:

e sono

le

Commissioni

d'

un uomo

d' una madre, Carteggio un notaio con un mercante. Delle Commissioni di Rinaldo degli Alhizzi pel Comune di Firenze aveva parlato fin dal 55, in Accademia, quand'erano tuttavia inedite: e ne aveva collegata la proposta della citazione

politico, le Lettere

il

d'

come

testo di lingua

certi

argomenti non piccola,

viati,

quanto

all'

non tanto

assoluta

all'

di

autorità, in

Lionardo Sal-

necessità di far larga

parte nel Vocabolario ai « vocaboli che

Noi viviamo

impor-

tano storia

».

« secolo,

quale ha cominciato col vagheggiare

diceva

»

medioevo, di là cavando

-« il

«

il

«

un

^

« in

un

nuovo genere

di letteratura e d'arte: poi, lasciando

« sioni proprie della giovinezza, dai

facili

le

illu-

amori

« è passato agli studi severi; cercando la storia

« nei documenti,

i

documenti

negli

« nelle biblioteche; trascrivendo

« con quella smania, che

1

Vedi

di quella

legiale de' 14 agosto

archivi

e

pubblicando

non bada troppo nella

sua Lezione, che

Archivio, ciò che egli ne riferisce nella

missioni dell' Albizzi; pag. v-vii.

e

si

conserva nel nostro

Prefazione alle Com-

Fu tenuta nell'adunanza

col-

1855; non 56, come per errore è stam-

pato in detta Prefazione.

243

CESARE GUASTI « scelta,

ma

sempre giova

pur

agli

studiosi...

mentre alcuni co' monumenti della storia appurano i fatti, altri correggono giudizi avventati o maligni, e con fare comecchessia

« Ora, « «

da una parte assolvendo condannando, intendono a restau-

« giustizia al passato, « e dair altra

« rare «

il

senso morale

rivendicazione del

nella

vero; anche noi possiamo e dobbiamo

avvan-

« taggiarne gli studi della parola, in

quanto che

attengono non meno

alle lettere

documenti

«

i

«

che alla storia, e

« siero conserva la

poi

si

segno che suggella

il

memoria

il

pen-

Quando

dei fatti. »

trattò di pubblicare quel fonte doviziosissimo

e di lingua e di storia, egli

mente,

al

suo

solito)

che

^

desiderò (modesta-

« delle azioni

civili

e

deir animo di messer Rinaldo » ragionasse, nel terzo ed ultimo

r onorando

73),

putazione

di

volume (vennero

fra

Presidente

regionale de-

della

67

il

Storia Patria, la quale con

apriva nobilissimamente la serie

menti di storia italiana. a

credè bastanti

ciò

le

^

Ma

e

il

quelli

DocuCapponi o

de' suoi

Gino

compiutissime

illustra-

Commissione per Commissione, a ciascuna delle cinquantasei appose

zioni

1

documentate che.

A

pag. IX della

cit.

Prefazioìie.

Commissioni di Rinaldo degli Albizzi per Firenze dal MCCCXCIX al MCCCCXXXIII; 2

lini,

1867-73.

E

sono

tre

i

il

Co mime di

Firenze, Cel-

primi volumi dei Documenti di Storia

italiana pubblicati a cura della B. Deputazione sugli Studi di

Storia Patria per

Marche.

le

2)rovincie di Toscana, delV

Umbria

e delle

CESARE GUASTI

244 il

come per

Guasti, ritessendo

si

sgomentò a cavare

da

tanti particolari così

forse tetica,

altrettanti episodi

dell'emulo di Cosimo de' Medici;

la vita politica

in

forma

sin-

piìì

largamente esposti cedendo alla

e lumeggiati, la figura di colui che

fortuna medicea e al destino della patria, « avea reputato cosa più gloriosa » il

Machiavelli

uno

^

ribello

primo trentennio del secolo, il

signor

che

figura nei tre

abbiano recato alla storia fiorentina

essi

e

fa parlare

rimane: e quale contributo

Guasti

del

lo

uno onorevole

« essere

cittadino ». Quella

schiavo

volumi

come

Perrens,

i

Capponi

stesso

lo

due ultimi

di quel

storici della

nostra Repubblica, lo hanno mostrato col fatto.

che

Al contributo

mercè il

può lucrarne

nostro Vocabolario:

non pure

lia,

lingua è,

la

la faticosa pubblicazione del Guasti, aperto il

quale dell'idioma d'Ita-

da' prosatori e da' poeti, e antichi

e moderni, raccoglie studiosamente la tradizione, sì

anco da quello che o è vivo parlare, e

labbra de' parlanti (ne gli scrittori

l'

si

coglie; o vivo

sulle

parlare fu

ebber degnato), e disuggelliamo,

a ricuperarlo, labbra chiuse da secoli, la cui non artificiata

quanto

ma

parola

affatto

tanto è più vera

spontanea

ci

rivive

genuina,

e

non

in libri

nei documenti.

Ma

una vera

guaggio

^

di

rifioritura del vivo

quattro

o

cinque

Istorie -fiorentine, lib. IV; in fine.

toscano

secoli

fa,

lin-

né di

245

CESARE GUASTI solamente, sibbene

linguaggio

ristrumento naturale del pensiero adduce,

seco

uscite fra

sono

77

il

le

le

do7ina fiorentina del secolo le

Lettere di

XIV,

secolo

e dell'affetto

due pubblicazioni,

V 80, che con questa dell'Al-

e

ho testé indicate:

bizzi

altre

quanto

tutto

di

d'una

Lettere

XV

gentil-

ai figliuoli esuli

un Notaro a un Mercante del

dal

1390

al

1410.

^

A

questo notaro,

Lapo Mazzei, e a questo ricco mercante, Francesco di Marco Datini; pratesi ambedue, e alla sua città in una il Datini quasi perpetuatosi ser

fondazione appartiene ser Lapo,

molto

quale

della

benefica,

merito

consigli e all'opera dell'amico;

a'

fatto

ma

fiorentino, e notaro dello Spe-

dale, e in molte

cose,

se

non

vita

di

politica

almeno cittadina, qui mescolato; e a quella madre, Alessandra Macinghi Strozzi, madre il

di Filippo

vecchio, fondatore del mirabil palagio; e con

a gruppi interi di figure

essi,

prendono

principali

parlanti

affreschi

di

Di ciò

meglio

io

ha

«

come quella

«

denza epistolare 1

quella

scritto

saprei:

di

intorno alle

come

età;

Guasti non

il

ma

nei

addirittura la

un collega nostro: né

«Poche

fatta dal

che

movenza,

solamente la parola,

restituì vita.

atto e

altre

pubblicazioni

Guasti della corrispon-

Alessandra Strozzi, hanno

Alessandra Macinghi negli Strozzi. Lettere di tuia gen-

tildonna fiorentina ec. Firenze, Sansoni, 1877. Ser

un Notaro

Lettere

di

Firenze,

Le Monnier, 1880.

ec.

con altre Lettere

e

Lapo Mazzei. Documenti

ec.

CESARE GUASTI

246 « virtù

di

« un' età

richiamare e far rivivere

lontana

assai

« diversa dalla presente «

né a queste lettere

;

una madre, che scriveva

pe' figliuoli e

potrebbero

agguagliarsi

« la posterità,

« stolarii in gala dei letterati del «

lettore in

il

quel eh' è più, tanto

e,

gli

Quattro e del

all'

« molte

cose

della

vita

strettamente congiunta.

anche

pubblica,

alla

È una madre

privata

che scrive

« ai figliuoli

lontani, con tutto l'affetto che

«la natura:

ma

«

rono per

le

il

i

ricor-

piccoli intrighi

abbiamo qui un

ritorno,

ri-

Firenze del Quattrocento, così nelle

« tratto della

«

continuamente

speranze, le premure,

favorirne

« pareti



poiché essi sono lungi dal suo

« seno per cause politiche, e

«

si

occhio curioso del lettore odier-

« no, e fa per altri spiragli intravvedere

«

Epi-

Cinquecento. Qui è la vita di famiglia che

« apre intera

di

non per

domestiche,

gnoria e in

come nel palagio

piazza; e

« rassomigliante

,

il

quanto

ritratto

meno

della Si-

tanto più

è

l'ha fatto

chi

Per quello poi

«

credeva

«

che spetta alla lingua, queste lettere familiari

dipingerlo per

« chiariranno

sempre

altri.

più,

« di forzato e sformato, che, «

il

latino

così

nelle

come quel

certo che

per smania di imitare

parole

come

nel periodo,

« trovasi nelle scritture più note di quel secolo, « fu

contaminazione tutta letteraria

« ordini del «

a parlare

popolo e nelle famiglie in

quella forma,

ma

;

si

continuò

che insieme

« giunge le più care scritture del

negli

con-

Trecento colla

247

CESARE GUASTI «

autobiografia del Cellini cinquecentista ». Così

D'Ancona:

^

«

parla nell' intima

« e

un uomo

« epistolare, «

Se però

« soro

E

Lapo, pure il Risorge adesso quasi dalla tomba,

Alessandro D'Ancona.

^

di ser

confidenza

vedendosi innanzi un

altri

del

epistolare

« trovarvi notizie

« e pettegolezzi

secolo xiv,

importanti dei di

carteggio

del

della fine del secolo xiv...

camera,

di

ricco te-



aspettasse di

fatti di quell'età,

piazza o di pa-

insomma grande e nuovo lume per la storia dei fatti, chiuda, anzi, non apra, questi due volumi. Ma se gli parrà

« lazzo, e passioni politiche, « «

« curioso ed istruttivo vedersi «

quasi ombra

comparire davanti,

un Fiorennon come lo

evocata dal sepolcro,

del Trecento, così come fu, immagineremmo o vorremmo, e conoscere ben addentro un uomo, anzi diremmo un' anima,

« tino

« « <5c

che

si

svela nella fiducia del segreto

deposta

anima, quegli apra e legga

due vo-

« in altra

che pur

« lumi,

di storia

« intimi particolari,

«

senta

non

è...

politicante,

« di

si

di

pre-

politico

cittadino dabbene, austero

specialmente ricco, cioè

di

amore

Varietà storiche

Ivi,

alla famiglia,

e letterarie;

pag. 223-24. 2

libri

costume, arguto di mente, efficace di parola,

« religiosa, ^

che molti

un uomo pubblico, un

ma un

di tre cose

« e

piìi

i

diranno, in certi

argomento.... Questo che a noi

« storico

«

molto

gli

pag. 191, 193-94.

di

di

fede

amicizia

Serie seconda (Milano, 1885),

CESARE GUASTI

"248

Lo

« sincera verso alcuni pochi eletti spiriti. « dio

che in questo epistolario può

stu-

farsi è quello

adunque dell'uomo morale». Da molti altri pur autorevoli critici, così nostrali come stranieri, fu «

rilevato

il

valor morale e storico delle due care

pubblicazioni; le quali forse furono, fra le tante

numero

del Guasti, quelle che a un più largo

di

osservatori fecero palese la potenza sua di scrittore.

«Alle donne italiane,

« questo

volume

col

le quali

cuore» dedica

leva chiamarla, la sua

Sandra;

prego leggano egli,

come

so-

e per esse special-

mente io chieggo licenza di staccare dal Proemio un breve tratto sopra argomento che chiedeva la massima delicatezza di linee, la piii squisita

Madonna Alessandra,

gentilezza di colorito.

finalmente

che

stituiti in

patria,

i

suoi

cari

esuli le

cerca moglie per

gliandosene co' parenti. Sentite

prima una Bardi

« posero « e

il

certa

saranno

re-

consi-

essi,

Guasti:

'

« Si

occhi sopra una de' Soldani,

gli

de' signori di Vernio;

ma

questa

«parve rozza fanciulla: poi si fermarono molto « a una figliuola di Francesco Tanagli, che an«

dava tanto

all'Alessandra (la vide in Santa

dentro un raggio

« Maria del Fiore,

« che passando dalle « di Brunellesco,

dell' alba,

nuove vetrate della Cupola

ricigneva

come

iride

la

gra-

una Adimari « sempre pensando per Filippo. Per Lorenzo, « ziosa persona)

^

A

;

e

insieme

pag. xxxvii-xxxviii.

sur

:

249

CESARE GUASTI c<

ora una or un'altra: parlavano d'una de' Bor-

pensavano anche alla Manetta, figliuola Lorenzo Strozzi e dell'Alessandra de' Bardi,

« ghini « di

« alla

Marietta corteggiata da un Benci, che per

una solenne Armeggeria,

fece nel 64

« lei

« è la

«

;

di cui

non ma-

descrizione alle stampe. L'Alessandra

ne parla mai con calore: solo mortale la Gianfrancesco,

« dre, fallito lo zio

le

parve forse

rivolgere all'orfana un pensiero amoroso.

« pietà

dall'Alessandra

«

Tutte queste ragazze, dipinte

«

con que' colori che dà la bella lingua del po-

« polo, «

ci

di

hanno

Botticelli

il

« vele al

paiono

pennello

col

Ser Lapo,

l'intero archivio

elegante. »

commerciale

un buono e

tese Martino Benelli:

mi porta

ritratte in pareti ed in ta-

E

dal

Proemio

il

carteggio

Mercante tornasse, insieme con

del Notare e del

«

Ghirlandaio e

il

dove racconta come

^

per opera di

quelle che

in villa

«Un

di questo, alla luce,

culto

sacerdote pra-

giorno l'amico Benelli

alcune lettere

di

un ser Lapo,

«trovate allora allora nell'archivio «

Datini, che

erano una bellezza. Lasciamo stare la lingua puro

« del

ma

fermavano elevatezza insolita, quanto

Trecento;

i

pensieri

«

non tanto con

«

con

«

Lapo? dicevamo ammirando. E nuove

« ce lo

lo

A

la

originalissimo. Chi è questo

facevano

« rante e

^

stile

meglio

contemplante,

pag. iv-v.

conoscere:

che

aveva

ser

lettere

uomo in se

ope-

come

250 «

CESARE GUASTI

due anime, o

verso la fine

« glie;

«

due mondi,

gli echi di

per lo più, all'aperto; e s'era

d' autunno. Cascavano le focampagna, triste l'animo: ma intanto vedevamo gittare il seme della ventura ricolta nel nuovo solco, ed era un ragionare

« là

«

anima

nell'

«Le leggevamo mesta

la

La Chiesa celebrava

« di speranze.

ma

« dei morti;

cantava, che

fra' riti

«

credente è ancor vivo. Voce

«

lungo silenzio parea

d'

ma

fioco,

morto

il

uomo che per vivente e cre-

veniva a noi da quelle carte. Uscivano

« dente,

« fuori

l'anniversario

seguito

in

« fatti e nomi.

e con essi,

;

Marco spiccava sopra Margherita sua donna; e

conobbe la

«tutti. Si

documenti

altri

Francesco

di

« la Ginevra, che nel testamento del Datini sta

ombra

« così in « di

«

Prato, di

Avignone,

«iorca; poi

di gli

poi

:

«papi

donne,

Barcellona,

sua pietà;

«

con

renze; gli amici

«dell'anima sua. «

Mentre

io

Genova,

di

Valenza,

di

che avevano

artefici

sovrani;

e

fondachi

fattori de' suoi

Firenze, di Pisa,

« suo fasto e alla « sante

i

cui

prelati

santi

i

ebbe

di

servito al

uomini e le

corrispondenza

d'Avignone e

della

sua

Primo

di

fortuna, questi,

trascriveva le lettere e

« che l'amico disseppelliva, egli

di

Ma-

i

;

di Fi-

e

quelli

ser

Lapo.

documenti

ammalò. Parlare

Lapo pochi umani

« di que' nostri antichi, del carteggio di ser « e della

sua pubblicazione, fu de'

« conforti al « e finì

a'

suo molto patire, che durò più mesi,

6 d'ottobre

del

1873; nel mese ap-

251

CESARE GUASTI «

punto de' nostri annuali colloqui.

gina, dove

sentimento

il

»

Questa pa-

umana

della

realtà, e

consolate malinconie della morte, hanno così

le

mi rammenta alcune linee Udite la morte del pio filo-

efficace significazione,

dal suo

Silvestri,

^

che delicatezza saputo

logo, e con

un

inserire

aneddoto, che se ci muove al sorriso mentre il momento non è da ciò, è sùbito, com' a dire, ammendato dalla solennità d' un pensiero religioso,

che su quella vita pur allora spentasi

sentire quasi l'

sovrapporsi e

il

distendersi del-

il

Così nell' ottava dell'Ariosto,

eternità.

fa

ci

^

mu-

le

siche celestiali cuoprono e quasi assorbiscono la

parola ultima e cara che la morte tronca sulle labbra del marito di Fiordiligi. « Riebbe «

scimento e la parola;

come

« restò

assopito.

ma

ricevuti

Solamente

i

il

cono-

Sacramenti,

la sera del 26,

che lo confortava di prendere ancora un briciolino da bere, - Che si dice bri-

« air infermiere «

- rispose; e aprì gli occhi.

« ciolino?

27

La mattina

«

gennaio 1865, giorno di venerdì, chiuse per sempre. Si avvicinava l'ora che

«

Sposa

«

Fami

«

davano

« de'

di





Dio surge

di ;

e

i

A

la

mattinar lo Sposo perchè

sacerdoti, salendo all'altare ricor-

coli'

« giustizia, «

gli

che

apostolo il

Paolo

la

corona della

giusto giudice tiene preparata

per chi ha combattuto nel buono arringo, ha

1

Tomo

2

Orlando Furioso, XLII,

II,

pag. 318-319. xiv.

-o2

CESARE GUASTI

«

terminato la corsa,

«

Era

la

e

ha conservato

la

fede.

San Giovanni Grisostomo

festa di

».

VIL Questo libri il

che

Silvestri,

suoi predilesse,

egli forse

dicemmo essere

testamento del Guasti verso

ma

le

fra

tutti

stato

i

come

cose presenti;

forma biografica appartengono insieme con esso, e comune con esso hanno l'attinenza alla

a persone e a scritture di

fatti

commemorative

nostri,

le

molte

eh' egli dettò di amici,

persone comecchessia ragguarde-

colleghi, di

voli

de' giorni

per le quali pietà

penna valente;

di

congiunti cercò la sua

come SegreAccademia e nella Società Colombaria; le iscrizioni. Era nel Guasti, quando si accingeva a ritrarre una persona dal vivo, era, innanzi tutto, una profonda apprensione della verità, e uno studio del morale, condotto con diligenza e acutezza impareggiabili; era una cogli

elogi che lesse

tario nella nostra

^

noscenza che

si

procurava,

particolareggiata,

de' fatti,

quanto

piìi

potesse

senza nessuno tra-

scurarne, perchè da tutti pensava potesse a quello studio derivarsi

profittevole luce: nel giudicare

massima,

e, senza nessuna transigenza co' propri principii, ne' quali era quanto un galantuomo deve saldissimo, quel compati-

poi, severità

^

Per

le

citato Elenco.

indicazioni bibliografiche,

rimando novamente

al

253

CESARE GUASTI

mento

e quella

benevolenza che non può scom-

pagnarsi mai da un' anima gentile, non dovrebbe

da una cristiana. Ciò che nel suo soggetto paresse a lui, o fosse veramente, di men lodevole;

non n' avessimo non si chiamerebbero umane; non dissimulava, non copriva; ma piuttosto vedebolezze,

quelle

che, se tutti

la nostra porzione,

lava garbatamente, o con qualche tratto di cortese ironia attenuava, lasciando intatta la verità

ma

conciliando a quella

Mirabile poi l'arte, che nella

storia,

vissuti

e le

di

dell'

due

:

n' era accresciuta di

ma sempre

ferenzia da quella di

piii

il

e

con

che

di biografìe

anche

quando

effetti,

arte

sua

si

dif-

altro scrittore del secol

ma

laudative e di panegirici, vivace-

mente lumeggiati pre,

un

l'

Giordani, pur finissimo lavoratore,

d' orazioni

è

Panegirista non fu

questo, e in altro,

e in

gli

senz' offesa del vero, dal-

arte squisita del biografo.

nostro,

tempi

incisivi, ca-

per non dire che qualche volta

tanti,

:

i

da gran maestro per modo che spesso

data tutta,

mai

uomo

arte che quegli profes-

importanza del soggetto

la

all'

condizioni di quelli, o le vi-

sociali

che faceva a tocchi rapidi,

il

ratteristici,

l'

veniva dal suo valore

gli

congiungere

cende degli studi o sasse:

temperati giudizi.

più

iscoperto

studio degli

vere e proprie, quali sem-

in

breve

spazio comprese,

sono queste del Guasti.

Non

piccola parte di tanta squisitezza morale

credo attingesse egli dallo studio posto, e dalle

CESARE GUASTI

254

prove

felicemente

fatte,

iiell'

agiografia e

nel-

r ascetica; essendo la Vita d' un Santo tutta uno studio dell'uomo interiore, e un' analisi penetrativa nei più riposti fenomeni dello spirito; e lo

abbandono dell'anima verso l'infinito esercitando, pili che volgarmente non si creda, le facoltà riflessive e acuendole.

La

Vita di

San Francesco^

volgarizzata in sua gioventù dal francese, e nel

79 ripubblicata con nuove diligenze di lingua e di stile; e una Vita di San Leonardo da Porto ^

Maurizio^

lavoro nella

^

semplicità sua elegan-

tissimo; e poi, di ascetica, quel mirabile volga-

rizzamento della Imitazione di Cristo, nel quale, e nelle Confessioni di Sant' Agostino del Bindi,

abbiamo avuto a' dì nostri uno de' più singolari documenti della lingua toscana e della potenza sua, appartengono a questo aspetto non de' meno osservabili

nell'ingegno

tazione, più volte ristampata,

pensiero gli

dilettissima, in gli

affacciasse

si

Guasti.

del

Della Imi-

non so se il primo quando una sorella ^

un solenne momento della vita, libro, ma non nella versione

chiedeva quel Storia di

^

Malan

San Francesco

di Assisi di Emilio Chavin

de

tradotta da Cesare Guasti. In Prato, per Ranieri Guasti

editore-libraio, 1879.

È

la terza edizione: la

prima fu del 1846.

San Leonardo da Porto Maurizio Minore francescano riformato ec. compe^idiata da Un suo devoto. In Prato, 2

Vita di

dalla tipografia Guasti, 1867. In due edizioni: l'una in 16°, e l'altra in 32.» 3

Nella Collezione diamante di G. Barbera. La sesta edi-

zione è del 1889; la prima del 1866,

CESAEE GUASTI

255

del Cesari; ed egli rispondendole, dice di capire

come alla giovine toscana la versione non vada a genio. ^ Certo è che il mento

pubblicato

suo,

moria

di

mia madre

anni

molti

dedicato alla figliuola,

lui

come

» inscrisse

mile da San Bonaventura;

^

dopo, fu da

« alla santa

me-

sopra un altro

e che

una gentildonna,

del Guasti, fu

del Cesari

volgarizza-

si-

nella morte

ornatìssima

di

lettere e nota all'Italia, la signora Pigorini Beri,

che dandone da un periodico delle Marche con pietose parole l'annunzio,^ e volgendosi alle donne italiane, fra le cose di lui ripensò per

Imitazione; « quel

quanto

nanzi «

il

campo

« sul

^

«

«...

Voltaire

scetticismo, fu

di

la

Guasti stesso ne scrisse, «che

fermò sulle labbra del

« ironico dello

prima

dice ella, avendo di-

libro, »

battaglia

non gradisci

il

sogghigno

compagno

indiviso

a Eugenio di Savoia,

la versione del Cesari; e hai

sono in cerca di un'altra

>.

ragione:

Lettera degli 8 di ottobre 1851

alla sorella Enrichetta, oggi Suor Griuseppina nelle Figlie della

Carità. 2

San Bonaventura. Lo stimolo

zato da Cesare «

Napoli,

del divino amore, volgariz-

1872. Questa è la iscrizione

:

memoria - di mia madre - che con la parola r esempio - m' insegnò amare Dio - iv d' aprile mdccclxxii -

Alla santa

« e «

Guasti.

primo anniversario

>.

E

l'altra,

dedicatoria dell' Jm^Ya^io^e,

- ad amare e soffrire - crìstianamente - ti raccomando questo libro - o mia Angiolina Tu - leggendo e meditando - ripensa a tuo padre ».

alla figliuola: « Perchè tu impari « «

3

braio

Scritto in data di « Camerino,

Cesare

Guasti.

1889

pubblicato nell' Ordine,

»,

Corriere

delle

anno XXX, num. 48; Ancona, 18-19 febbraio 1889.

17 feb-

Marche,

256

CESARE GUASTI

« consolò al Pellico le agonie del carcere

duro

Ora

due

credo che se a giudicare

io

delle

». di-

verse toscanità, che sono in ambedue quei volgarizzamenti, del Cesari e del Guasti, si costi-

un tribunal femminile; alcun che

tuisse

a quell'areopago

di

simile

gentildonne, al quale l'ono-

di

revole nostro collega Ruggiero Bonghi viene,

volume

di

volume, presentando così garbatamente

in

suo Platone ; né competenza

di giudizio credo che mancherebbe a quel tribunale, né dirittura di sentenze; e che la decisione potrebbe far testo

il

dobbiam seguitare ad averne,

parecchie, se

in

questioni di lingua.

La forma

di

scrivere

del

Guasti,

che nelle

Biografie, nella Imitazione e negli Scritti d'arte

ebbe forse la

le

sue più compiute manifestazioni, è

vera e naturale prosa toscana: senza

le

sman-

cerie di coloro che in questi ultimi anni parvero

voler ridurre la buona

derrata toscana a mer-

canziuola da rivenduglioli, vesse a Teofrasto e parimente, senza

grinità,

che

il

e

che la trecca do-

insegnare anche la filosofìa;

ombra

di

quelle altre

fiumana

dello

scrivere

inforesticrato,

e

Guasti con molto maggior sentimento

di

nità,

pere-

con r uso e V abuso delle quali fu bene Cesari fermasse violentemente la torbida che

tosca-

anche antica, avrebbe potuto rimettere

corso, diritto

ma

in

che tanto hanno per sé un eccellente

storico,

vucchiare

il

nel

quanta nessuna ragione vivente organismo

di rivi-

della lingua;

257

CESARE GUASTI perchè la lingua può

di

quando per una od

sol

vecchie frondi rivestirsi

essere benissimo, queste da per se in verde.

E

come può

altra ragione, si

ricoloriscano

nella stessa giusta mezzanità mi sem-

bra da porre la prosa del Guasti, se dalla lingua, materia dell' arte, si passi a considerare quello

il

ha

quale appunto l'ufficio suo di strumento

al

appropriato

il

nome

di stile.

retorico e divagante

Mezzanità, dico, fra

fraseggiare, in che

han

diguazzato e diguazzano specie varie di uomini, puristi

ed eslegi,

letterati

e scienziati,

predica-

tori e politici, e quello scrivere secco allampa-

un pezzo, che piace ai naturalisti della prosa toscana, ma che ancor esso si discosta e dal parlare toscano, chi bene lo sappia interrogare, e dalla natura, la quale ha vestito le ossa di polpe, e a queste ha dato curve e nato e tutto

colore.

e

La buona

sollecito,

il

d'

classica giovanile,

istituzione

anzi piuttosto

precoce, disciplina-

mento dell'ingegno alla storia paesana, contemperassero felicemente nel Nostro

io

credo

le ottime

qualità naturah, e lo atteggiassero a quella or-

nata compostezza e giusta intonazione, che, dalle cose giovanili alle sue maggiori, vedesi, pur facendosi

pili

sicura,

rimanere costante. Aggiungerò

francamente una cosa. Credo anche lo

e

giovasse

avere, altresì per tempo, tradotto molto dal

francese; traduzioni, badiamo te

gli

e

mercantili,

anzi

zelantissime

proprietà di nostra lingua: Del Lungo

non

isciat-

della

purità

bene,

citerò

quelle del 17

CESARE GUASTI

258

San Francesco

dello

dal Lacordaire.

^

sforzarsi

non pur

Chavin; e

Nel quale

di

anni maturi,

studio

egli

ridurre al genuino stampo

di

le locuzioni francesi,



dovette italiano

anco molte che

r italiano odierno ha in parte derivate e

in parte

sformate, da quella lingua, la quale, per essere

ormai universale, s'insinua irresistibile. Il che se, com' io credo, fu vero, mostrerebbe che anche dalle pericolose

affinità de'

possa un ingegno

valente,

due idiomi neolatini purché ben fondato

nella cognizione storica del nostro, derivare anzi

poiché, grazie al cielo,

medicina che contagio: influssi

di pensiero,

pe' quali la nazione nostra

soggiaccia volenterosa ad altra nazione, sia quella sia un' altra,

non sembrano, salvo

siano più da temere; e una prosa

nostra,

che

italiana

moderna

noi abbiamo pure è

stoltezza

esiste

oramai.

o Signori;

Sì,

una prosa nostra moderna ed le cose buone le quali il :

da credere, che fra

secolo che

s'

avvicina dovrà riconoscere dal se-

colo che tramonta, farsi onore.

Ma

l'

Italia

anche

di

bisogna intendersi:

questa potrà la

prosa

ita-

non debitamente pura atteggiata, dà sentore di sé

liana moderna, la quale,

ma

vigorosamente

nella Vita dell'Alfieri;

si

afferma

col

Foscolo;

nel Leopardi riattinge dal greco la efficace plicità, 1

sem-

senza la povertà rozza, delle proprie ori-

Lettere del P. Lacordaire ad alcuni giovani tradotte da

Cesare Guasti, con ima Prefazione del Prato, Guasti, 1865.

^jro/".

Augusto Conti,

259

CESAEE GUASTI gini;

Gioberti

col

adegua

si

piezza del pensiero

ed am-

all'altezza

scientifico;

Manzoni

nel

to-

scano divien popolare; questa prosa non è tutta

nessuno

in

piccinisce

grandi

questi

di

chi

scrittori: e gì' im-

questo o di quello voglia far

di

nuove generazioni. Ella

falsariga alle

la pro-

è,

sa nostra, nella perenne tradizione del pensiero d'Italia e della parola toscana; tradizione,

Trecento pose, questo

suo

procedere, né Galileo ne fosse

divenissero essi

termini

i

imparata sull'Ariosto, corruzioni

impedito a

disciplinarla

addosso

dalla

che

ed eccessiva reazione

dei

le

servitù

non

ma

arti-

bastarono a spengere; che la salutare ficiata

concetti

ai

sperimentale: tradizione,

portateci

del

fatali

diceva avere

disciplinare cotesta prosa, eh' egli

filosofìa

il

Cinquecento svolse, senza che

il

per

della

che

puristi

isterilì

solo per breve tempo; e che oggi la unità e la libertà

da Dìo

restituite alla nostra nazione deb-

bono avvivare e

afforzare.

metto, con molta colo che

Come

per

fiducia,

1

Vedi e

'i

io

ne

il

ri-

Silvestri)^

cap.

V VIII

così per quelli

e per le iscrizioni volgari (intorno

alla epigrafìa e latina e

VII

questa prosa

giudizio a quel se-

il

gli scritti biografici,

di belle arti,

il

di

avvicina.

si

pagine nel

Se

esempi notevoli,

Guasti abbia lasciato

V

e

^

ha

VII del

del libro

II.

volgare sono belhssime il

lib.

Nostro col Giordani

I

;

il

VI

(tutto sul Muzzi),

CESARE GUASTI

2G0 affinità

che fanno risaltare

bensì per

dissomiglianze.

le

piuttostochè

nelle quali,

le iscrizioni:

Meno

maniera magnificente e levigata del suo con-

alla

cittadino Muzzi,

si

attenne allo

ma

e schietto del Piacentino,

sentenzioso

stile

con qualche mag-

gior apertura alla vena dell' affettuosa semplicità,

o della ispirazione (diciam pure) poetica o temperato lirismo, perchè anche di questo entra nel com-

ponimento epigrafico, come ha

con l'entrarvi oggigiorno sale.

Ne

finito

pur troppo

la saccenteria univer-

scrisse di delicatissime, sulla

amici, di giovani,

di

fanciulle,

di

tomba

di

spose e ma-

drifamiglia; ne scrisse di ispirate a sensi di ci-

ordinato

vile

progresso;

ardente per la

E

di

religione,

animate da carità

per la patria, per la

avvenga in questa che chiostri di scolpita ne' Santa Croce, voglio sta « A Stasi rammenti eh' eli' è del mio Guasti

umanità.

chi di

Voi

s'

:

« nislao

Bechi fiorentino - colonnello fra

i

sol-

« dati della Polonia - e però fucilato dai Russi

«-

l'anno mdccclxiii -

i

Polacchi rendono

« crime per sangue - e qui « della loro patria «

more

all'

la-

eroico difensore

pongono un segno

di

me-

affetto ».

Non usciamo

di

Santa Croce:

e

col libro

Belle Arti - Opuscoli descrittivi e biografici di

Cesare Guasti,

^

^

visitate la

Firenze, Sansoni,

Le Monnier.

1874.

Cappella de' Peruzzi,

La prima edizione

è del 1859,

261

CESARE GUASTI la

Cappella

de' Bardi,

che

negli anni stessi

scritto,

ha de-

quali egli

delle

furono scoperti,

i

preziosi affreschi di Giotto. Vi par di rivivere e in

mezzo

le

effigiò.

con l'artista che

e

alle storie effigiate,

Leggete a tavolino

o quelle

o

altre

delle sue descrizioni: per esempio, la Pietà del

Duprè,

i

Parentali platonici a Careggi del Mus-

gli scoperti

sini,

sua

chiesetta di quella

stica riposi

autunnali

cordanze care, e sì

e restaurati Affreschi della ru-

caramente

nanzi a

in

quel

e

a

gruppo,

e

i

ri-

stesso gli convertiva

riposo

lavoro;

che

^

d'imagini

abbelliva

gli il

Galciana^

vi

par d'essere a

quella tela,

di-

quella

Donde, o Signori, tanta potenza? Svolgete ancora quel volumetto che io m'imagino e le due volte eh' egli d' avervi posto fra mano

parete.

:

parlò pubblicamente, nella solennità d'una pre-

miazione, agli artisti;^ a quelli dell'Accademia di

Siena ragionando sulla virtù ispiratrice del hello; a

questi

dell'Accademia fiorentina, in Giorgio

Vasari rappresentando

largamente

Per

lui

vazione dal vero, bello,

1

e

l'

;

natura

ormai

servili

avrete da lui medesimo la

arte era, innanzi

tendenza

ad ogni obietto

Gli affreschi del secolo

novamente scoperti

« dalla

artista

dai tempi

favorito »,

solo in parte aiutato risposta.

l'

Franchi ec. Prato, Guasti, 1869. 2 Nel 1851 e nel 1855.

tutto,

deri-

bene per via del

alto

XIV

e restaurati,

al

nella

libero

spirituale

chiesa di Galciana

Lettera al pittore

Alessandro

262

CESARE GUASTI

sommovitrice potente: e con che e per

arti del

le

ne giu-

criteri

tali

dicava egli la storia. Lascio

stare le questioni,

disegno, e per questa della

Ma

parola, ribollono, a tale proposito, oggi.

Guasti quella potenza

al il

concetto e

e ne' colori, venisse

o largo eh'

e'

disegno e

ai

per fermo.

E

della parola,



stretto

verso le

me

il

s\

ne rallegro;

Opuscoli congiunge

amici, Vincenzio Marchese,

Antonio Marini,

arti,

principii di tale estetica,

i

quali egli ne' suoi di

nelle linee

da cotesto modo, o

quanto mi dolgo che

nomi

suo nella parola

paia, di vedere, di sentire, di giu-

dicare, lo tengo del

di far

sentimento espresso

il

che

Mussini,

Conti,

il

cari

Baldanzi,

il

Duprè,

il

non abbia avuto tempo a ragionare ampiamente in un libro, che rimane fra quelli ch'egli avrebbe voluto scrivere: un libro su Lorenzo Bartolini; •con quali

intendimenti, lo dice

il

nome

di

quel

possente congiungitore della greca bellezza con la verità naturale.

ha

scritto,

belle,

è

La

e

Ma

dicerto

degli ultimi che

una fra

Basilica di Santa

le

il

Guasti

sue cose

Maria

degli

piiì

An-

geli, che partecipa della descrizione e della storia:

pubblicato

San Francesco;

neir82 ^

pel centenario

e gliene

dre Marcellino da Civezza,

venne

del

suo

l'invito dal pa-

l'illustre storico delle

Missioni francescane, ben degno che fra

lui

^ La Basilica di Santa Maria degli Angeli presso la di Assisi. Firenze, Ricci, 1882.

e

il

città

263

CESARE GUASTI Guasti

consenso

il

gesse e saldasse

che fu delle

di

tanti

nobili

legami sacri

i

strin-

affetti

d' un' amicizia,

care e confortataci alle ama-

più.

non mancarono

rezze le quali pur troppo

agli

estremi anni della sua vita.

Vili.

Di

accademico ho riserbato a questa parte, doverosa la bre-

lui

dove mi è ormai strettamente vità:

mi par

e

bello,

che

di

un accademico della ben trentacinque

Crusca, stato de' Residenti per

anni e quindici Segretario, la lode delle altre be-

nemerenze non lasci quasi luogo a quella che l'Accademia può considerare anche come sua propria verso gli studi. De'piìi operosi nostri fu

Guasti,

il

benemerente dell'Accademia anche prima partenervi; centistico,^

miro Basi, nostro

non da al

lui

consesso;

trebbero chiamare

Parlo

di

con

pubblicato insieme

quelli

e di

partecipe,

appena v'entrò,

quei nostri che

legislatori, là fra

il

ben

50

Accademici della Crusca,

passate ormai, né tuttavia senza frutto,

machie della Proposta; tenuta ferma dizione del nostro istituto

^

I

libri

Casi-

quale appunto doveva succedere nel

benemerenze

alle

di ap-

che per V Ovidio tre-

foss' altro

delle

Metamorfosi

;

la

si

po-

e

il

60.

i

quali,

le

logo-

sana

tra-

ridestati al lavoro gli

d'

Ovidio

volgarizzate da ser

Arrigo Simintendi da Prato. Prato, Guasti, dal 1846

al

1850.

CESARE GUASTI

264

operai sonnolenti

;

posero, non sui rottami delle

giuste demolizioni, che sarebbe

ma

fabbricare,

nel

solido

e

stato

ben approfondato

terreno di razionali e comprensivi

damenta

del

nuovo

fuor che a noi

dere esente da certi rispetti

edificio:

un brutto

il

criteri, le fon-

quale se a

potrebbe venir tollerato

tutti

cre-

di

a noi bensì lecito, e sotto

difetti, è

il mancamento non essere ancora por-

doveroso, sentire, che

suo maggiore è quello

di

tato più presso al tetto.

Dell'opera

accademica del Guasti come Re-

sidente e Deputato alla citazione dei Testi, par-

lano

gli

Atti verbali delle nostre adunanze: l'ar-

chivio nostro lessicografico ribocca di suoi spogli: la

Tavola

dei citati, nel suo estendersi

in

ser-

vigio d'una rappresentazione compiuta della lin-

gua per entro

al

tenere la lingua, di lui, le quali

Vocabolario che tutta deve consi

è arricchita di pubblicazioni

lumi dati,

ma

qui è impossibile enumerare,

maggiori son venuto già nominando. De' lui vivente, alla luce,

si

sei

le

vo-

può dire che

specialmente dalla lettera C in poi non vi sia linea

che non passasse sotto e di filologo e,

com'

i

suoi occhi,

egli talvolta

il

cui

acume

motteggiava,

di

vecchio tipografo ha servito meravigliosamente,

anche prima che fosse segretario, la nostra quinta impressione. Segretario, Voi F avete conosciuto

:

il

ha

Marco Tabarrini, antecessore

collega scritto ^

^

« le sue Relazioni

Nel Cenno necrologico che ho

annuali e

illustre, gli

citato a pag. 223.

Elogi

265

CESARE GUASTI

Accademici defunti sembrargli esemplari perfezione in quel genere di scritture, nelle

« degli « di

« quali

d'

suol

la retorica

ordinario

«campo».

Neil' onorare

qui la

tenere

memoria

il

degli

estinti, come nel difendere l' opera de' vivi, la sua nobile e franca parola non mancò mai alla

contro chi impugnava la verità



verità:

mancò

1'

animo

stro lavoro,

i

mantenerla.

di

I

criteri

gli

del no-

quali erano stati fìssati nella Pre-

fazione, furono da lui svolti con dottrina e sen-

timento di lingua in più porti;

d'

uno di que' suoi Rappagine illustrano la

de' quali molte altre

^

storia dell'Accademia.

A

quella storia apparten-

non delle meno importanti e gustose (gustosissimo volume è anzi il Lorenzo Panciaiìchi) ^ le quali io cosi accennandovi, scemo volentieri il numero di quelle

gono alcune sue

pubblicazioni,

;

che, in tanta e



molteplice operosità letteraria,

mi rimangono, necessariamente, prive, non che

Ma

non so se potrà mai esdi non avere rammarico sere tolta ragione al avuta da lui, che solamente ne lascia gran quan-

altro, d'

tità di

un cenno.

materiali e d' appunti, la storia

dell'Ac-

cademia: « quella storia che l'Accademia ha « ritto d' avere

^

tre secoli di vita

di-

operosa »

;

Negli Atti della R. Accademia della Crusca; Firenze,

Cellini, 2

dopo

dall'anno accademico 1873-74 al 1887-88.

Scritti

vari

di

Lorenzo

Panciatichi

accademico

della

Crusca, raccolti da Cesare Guasti. Firenze, Le Monnier, 1856.

CESARE GUASTI

266

furono sue parole a questo uditorio medesimo,

quando

sono

sette anni or

il

^

consueto Rapporto

ebbe insolito e fausto argomento

dal trecente-

nario della istituzione. Quella ricorrenza non ec-

certamente nella parola del Guasti

citò

della retorica nuova, che ai centenari

duccia,

come

dovi

caler vitale che ormai

il

al

focolare

i

gli

sfoghi

si

riscal-

vecchi, quasi cercan-

troppo volger

di

Ma se uno di que' nostri un modesto marmo là da San Biagio ricorda « avere in quella casa com« pilato il primo vocabolario della lingua d' Ita« lia » ^ se uno di quei vecchioni fosse in cotesto ha portato con

soli

cominciatori,

sé.

quali

i

;

ombra

giorno intervenuto, credo

si

nepoti

tardi

r amore che

non troppo poche

li

rivela,

quelle

e

le

augurare che

tanto ai li

auspicata,

compiaciuto

sarebbe

intelletto

di

fra

noi;

trovare in

d'amore;

quel-

di

segreti del passato fa forza, travisa, ai presenti. storia

alla altre altri

e

Se non che

dell'Accademia

pagine, dalle



quali

sono

resta ad

possa un giorno trarre

ispi-

razione ed esempio.

IX.

Fin da principio

vi

accennai una diligentis-

sima bibliografìa, che delle sue cose 1

gli

hanno

Neir adunanza pubblica del 26 novembre 1882. Vedi a

pag. 30 degli Atti del 1881-82. 2

Vedi a pag. 27

di quello stesso fascicolo degli Atti.

267

CESARE GUASTI compilata discepoli affezionati

dopo

avervi trattenuti

di

metta,

Signori.

^

Il

:

e a quella è forza,

a lungo, che io mi



ri-

rimprovero, che certamente

ho meritato, d'avere abusato della cortesia vostra, mi risparmi almen V cose

molto

come anche e

di

:

questa lode egli possa abbellirsi;

V apertura della mente e

quanto

e

omesso. Ebbi occasione di mi manca agio a mostrarvi

degne,

addurvi suoi versi

altro dello avere molto,

quanto

alla ispirazione,

dell'

animo

la cultura della parola

poetico, debba cre-

nelle finezze del linguaggio

dersi aver giovato a colorir la sua prosa. Si provò anche a scritture di popolare argomento

^

Elenco

delle i^uhhlìcazioni di

Alessandro Giierardi

Cesare Guasti per cura di

Dante Catellacci, die

e

citai

n'Elenco contiene 489 rubriche, distribuite sotto I.

Pubblicazioni di

illustrazioni.

dì lingua

testi

- Edizioni curate

e

e

illustrate.

di

i

a pag. 180. -

seguenti capi

:

documenti con

- Memorie originali

storiche e letterarie.

Altre imhblicazioni come sopra in vari giornali

Recensioni

UT.

Biografìe

IV.

Iscrizioni.

y.

Traduzioni. {Dal francese

VI.

Lavori

VII.

Rajyporti accademici.

Vili.

Memorie

IX.

Lettere familiari

\.

Scritti vari.

e

e

e periodici.

Notizie bibliografìcìie. - Scritti polemici.

IL

Necrologie,

ec.

e

dallo spagnuolo.

- Dal

latino) e

scritti archivistici.

descrittive, critiche e biografiche di Belle

Arti.

XI.

Versi.

e

di soggetto letterario.

268

CESARE GUASTI

ed intonazione:

tenui

cose e gentili;^

quando

di quella

maniera

ma non

messo poco tempo,

so dolermi eh' egli ci abbia

di scrivere

(e

a bella

posta dico maniera) mi pare oggimai, in tanta pro-

che inonda

fluvio di libercoli

«A

le piazze e ostruisce

«0

possa esclamarsi:

le scuole,

che

vii

fine

tempo, del resto,

buon principio

convien che tu

caschi!»-

trovava per

egli lo

tutto.

Il

Un

Conservatorio femminile della sua Prato piange

un

in lui

r elenco alla

modello

stampe hanno

consigli

sione:

quale

le

la

d' amici,

ve

ebbe

egli,

avuto

1'

il

cui

manoscritto

conforto de' suoi

il

di

Storia Patria,

della

ho mostrato collaboratore prezioso,

anche suo Vicepresidente:

il

o deferenti

amorevoli della sua revi-

cure

Deputazione

dantesca italiana fra

ed

Operaio: lungo sarebbe

sua autorità e dirittura,

le

lo

di

dei libri e libretti

i

la

Società

suoi più efficaci iniziatori

;

quale nel 56, in una pubblica tornata

dell'Ateneo Italiano che sedeva in Firenze aveva

benaugurato dello studio di Dante presso gl'Italiani nel secolo

1

XIX,

^

potè allegrarsi non sola-

Se ne x30ssono vedere nella Rosa

d'

ogni mese, Calendario

fiorentino (tip. Galileiana), anni I-IV, 1863-1866. Citerò anche,

da un foglietto de' tanti del 1847 (Prato,

U

tip. Aldina),

un ^parroco di camjjagna e un suo popolano, cam^mnaio del Duomo, ovvero Tutti si può fare il

logo tra

tabile riproduzione di linguaggio

un Dia-

intitolato 6e;^e; no-

popolano, senza quella pes-

sima delle affettazioni che è l'affettazione del naturale. 2 Farad, xxvii, 59-60. ^

Questo è

il

titolo

del Discorso che lesse nella tornata

269

CESAEE GUASTI

mente

di

vedere promossa dalla nostra Accademia

nobile

quella

Re

« del

nome

il

ma

istituzione,

d'Italia »

^ ;

che

potuto

sia

si

suo albo l'augusto

« scrivere in fronte al

nome

del secondo re d' Italia; e

primo sta in fronte del nostro Vo-

del

cabolario.

Del carattere

e

dell'

animo

avemmo

argomentare pur da quanto di

veder

degli

del

eccellenza sia

fare

sempre,

sul

nei

possiate

occasione

grande, e ai

non riserbata

degno del nome

Letterato

dire

ed è lode

scritti:

oziosi e parolai

letterati

credo

è

dire,

rispetti

chi,

di certo.

sentendo la

vuole

che

morali

e

il

suo

sociali,

un fare, e un fare del bene. E il Guasti, secondo le alte idealità sue, lo ha sempre voluto. La fede assoluta e immutabile in quelle non detrasse

mandò,

un

in

sua mitezza e bontà:

fu

quando un povero padre

gli

naturale

alla

tollerantissimo.

E

vera, lacrime

libretto di poesia

sul figliuolo perduto,

^

non consolate da

de' 21 settembre, e che sta a pag. 39-49 della

degli Atti delV

1.

e

religione,

prima Dispensa

R. Ateneo Italiano; an. 1856-57; Firenze,

Barbèra. 1

Parole del Manifesto col quale

il

Sindaco di Firenze march.

Pietro Torrigiani annunziò e promosse la

a

nome

e del

l'opuscolo Società dantesca italiana. tip. dell'Arte

della R.

MDCCCXXXVII.

della Stampa, 1888; e a pag. 49-51

Accademia

della Crusca,

Dicembre 1888; Firenze, 2

nuova Società, parlando

Municipio e dell'Accademia. Vedi a pag. 3-5 del-

Cellini,

Lacrymae di Giuseppe

Adunanza

Firenze,

degli Atti

inibhlica del 2 di

1889.

Chiarini. Bologna, Zanichelli, 1879;

e seconda edizione, 1880. Vedi in questa

il

n.» VI, pag. 91-96.

CESARE GUASTI

270

Guasti, che allorché gli era

il

aveva a piangerla fuggito

il

mondo

Francescani, rispose a quel

di

morta

la

moglie

in

un eremo

padre

parole di

compatimento,

di

conforto, di amorevole rimpro-

vero, fraterne.

E

parole sue sono queste: « Sul

« libro di

Dio non troverò, s'egli m'aiuta, la par-

« tita dell'odio».^ e

maligno

Sdegnò

e certe

:

«

quanto fosse basso » di letterati

facevan ripetere, molti anni sono,

gli

tenza di Didimo Chierico «

tutto

meschine gare

tamquam

« coaluit »

che

i

:

^

la sen-

« malignitas in litteris,

necessitas superingruentis servitutis,

;

nuovi

ma

pur troppo non potè consolarsi

liberi

tempi abbiano da quella mali-

gnità liberate le lettere. Carattere aperto e leale, nulla ebbe mai da nascondere; nulla a castigare

Dio e Patria, Famiglia e congiungevano in quelle armonie per le quali, quando bene ascolti sé stessa, si sente fatta r anima umana. De' suoi doveri verso lo de' suoi affetti, ne' quali

Umanità,

si

Stato, eh' egli serviva, ebbe sentimento austeris-

simo; e

li

fezionava stima

adempì con di

cuore:

scemata, era

fedeltà claustrale. Si af-

ma

a chi

difficile

avesse tolta la

a renderla;

il

che

però non gl'impediva la benevolenza. Si accusava, in

questi

1

suoi

ultimi

Lettera del 1877,

« la

anni, di

non più

sera del Natale

visitare

».

Lettera de' 9 giugno 1850, a Enrico Bindi. La sentenza foscoliana è nella Lettera introduttiva alla Hypercalipsis ; a 2

pag. 113 delle Prose politiche, voi.

Mounier, 1850.

V

delle Opere; Firenze,

Le

271

CESARE GUASTI amici,

gli

né la famiglia, pur troppo non

quali,

i

ebber forza

strapparlo all'assidua consumatrice

di

E

tirannia del tavolino di studio.

«Faccio male;

diceva « dovrei venire da voi, e scusatemi.

trovarmi

« di



»,

E

guardava, sorridendo, attorno

suo

quel

in

tante fatiche,

E

muto testimone

studiolo,

pensieri ed

tanti nobili

di

pareva udire com' un eco curva azzurra del cielo

numenti,

aveva

eh' egli

si

di

aifetti.

di suoni remoti

fragore cittadino che fluttuava la

Ma

questo di buono, che chi mi vuole è sicuro

« c'è

a

»

il

presso; mentre



distendeva sui modella

illustrati,

nostra

antica grandezza.

Venne giorno che

ma

perchè tu

quello studiolo fu deserto

:

o mio Cesare, disteso sul letto

eri,

modesta stanzetta, piena anch'essa di ricordanze. Memorie della tua Prato, da te raccolte con amore e didi

morte. Giacevi



presso, in un'altra

spendio, e legate alla sua biblioteca de' tuoi

amici, che custodivi

parte del cuor tuo appiè

cui

delle

:

la

avevi

1

il

Mori

il

eh' ella

ricongiungesse alla madre de' tuoi

ti

quel giorno fu appunto i

carteggio

pregato

figliuoli, e

sua festa:

il

imagine della tua Santa,

Lettere

un giorno ^

:

gelosamente come

il

ritratti tuo e di quella

giorno della

madre, gio-

12 di febbraio, vigilia di quella festa: era nato

4 di settembre del 1822. La preghiera, a pag. xxvi del Proe-

mio a quelle

Lettere, dice così: « Ella (la Ricci) dettò per lo

a suor Bernarda

«;

più le sue lettere

«

amabile donna, che visse tutta per Caterina,

Giachinotti fiorentina; e a lei

non

CESARE GUASTI

:il2

vani sposi;

con altre gentili memorie dome-

e,

del tuo vecchio Pezzana,

stiche, quelli di amici,

de' tuoi cari artisti, de'

compagni

di vita

che tu

avevi ossequiato, esultando, nella dignità di pastori

anime

delle



:

vi

mancava un

giovanile

ricordo di chi, da te beneficato d'affetto, d'am-

maestramenti,

figliuoli

conforti, d' esempi, alla

di

augura

d'oggi

parola sua

ricevano

Vicino al tuo capo che, com' era

il

ti

tuo

che da essa

nome

stato tuo voto,

ti

anche lontani, chiuso

e pe' fratelli

aveva, per sé gli

occhi alla

da prepararsi a degnamente morire. quando

tanto

«

sopravvisse

E come

«

a Dio piaccia riunirmi con la Madre de' miei

alla tua scrittrice ottenesti tal grazia; così,

« intercedi, o « e

suoi

la figliuola,

«

clie

i

benedizione.

in

pregavano pace ^

povera

fìgliolini,

la

Beata, anche a me, che radunai con lungo studio

con grande amore le reliquie de' tuoi santi pensieri

morì pensando a

lei:

».

E

preparava, da pubblicarsi nel 1890, com-

morte della Santa Autrice », un vedranno i figliuoli di Cesare Guasti » hanno annunziato, la « per cura del suo affezionato discepolo ed amico cav. Alessandro Gherardi ». [E a suo tempo vennero le Lettere di piendosi

« il terzo secolo dalla

volume di luce, come «

altro

Santa Caterina

Lettere, dirette alla famiglia, le quali

de' Ricci ec. alla famiglia,

con la giunta di

al-

da Cesare Guasti, e pubblicate per cura di Alessandro Gherardi: Firenze, Ricci, 1890]. ^ Nei versi citati a pag. 190-91:

cune

altre, raccolte

Di sospiro

in sospir, di riso in riso.

Cosi passiamo e qual d' ascosi germi Sboccia il fiore, si svela il paradiso Agli occhi infermi. Un' ora, che morir chiaman gli sciocchi. Verrà per me... La più santa parola Allor mi parli, e poi mi chiuda gli occhi. ;

La mia

figliuola!

CESARE GUASTI luce

del

mondo,

e

la

273

Sorella

sorella tua,

di

Carità a quanti ha miseri e travagliati la terra. Il

tuo Comune,

i

tuoi Archivi

Duomo, l'Accademia

del

toscani,

l'

Opera

delle Belle Arti, l'Isti-

tuto Superiore, le Biblioteche, le scuole, Firenze, il

Governo

cademia,

ti

Re, erano presenti. La tua Ac-

del

diceva, con lacrime, addio.

petto, coperto della veste che

ha da

secoli

ricordia,

mano

di amici e colleghi

de' tuoi

fiore

con

degnamente, affetti

di

per

ma

la

che

mise-

depose, tre-

onore, che vivente,

di

avresti curato d' indossare,

recava

popolo fiorentino

il

assunto per le sue opere

mando, un'insegna

Sul tuo

^

meno

al tuo feretro

Corona

d'Italia,

il

questa patria diletta.

Dietro a quel feretro, che, circuendo lentamente

Santa Maria del Fiore, portava la tua spoglia al riposo, ti seguivano universale compianto, reverenza e desiderio nali sentimenti, che

viverà,

nelle

unanimi.

A

questi

passeranno con

memorie

d'Italia,

perso-

noi, soprav-

l'onorato

tuo

nome. 1

Vedasi nel fascicolo degli Atti, dove fu pubblicato que129-137) contenente le Parole pro-

sto Elogio, I'Appendice (pag.

nunziate sul feretro

dall' Accademico

residente

Augusto Conti,

e la Iscrizione dettata dall'Accademico residente e

Pietro Dazzi

posta nel tubo plumbeo.

Del Lungo

18

UBALDINO PERUZZI

(*)

Onorevoli Soci,

Questa è cietà

prima adunanza che tiene la Sodopo la costituzione del

la

Dantesca

Italiana,

Comitato Centrale formato con

maggio 1889; i

e

Soci possano e

le elezioni del

Società nostra, considerare

gli

effetti

scito ottenere, quelli che sembrino quelli

31

dunque è la prima, nella quale debbano giudicare l'opera della che è riu-

non conseguiti,

che appariscano sperabili, avvisare insomma

quanto possa preparare efficacemente l'avvenire

Ma

di lei.

non doveva a questa prima nostra

adunanza, non doveva, mancare la voce autorevole del Presidente effettivo; doveva qui tra noi

non pure nel marmo ma viva, la sua « cara buona imagine paterna »; e a me, che, per fiducia

essere,

e

(*)

Lettura fatta all'adunanza generale della Società Dan-

tesca Italiana lazzo Vecchio

;

il

28 raarzo 1892 nella sala dei Duecento in Pa-

e pubblicata (pag. 9-36) nel n.« 9

(aprile 1892)

del BuUettino di quella Società, contenente (pag. 9-56) la

Com-

memorazione del presidente Ubaldino Peruzzi e Relazione sulVandamento della Società del vicepresidente Isidoro Del Lungo.

UBALDINO PERUZZI

276

primamente

di

voi, o Soci, e poi del Comitato,

ebbi r onore di cooperare con

lui,

e tenerne,

ove

occorresse, le veci, nell'avviamento che la Pre-

sidenza, concorde col Comitato, dette

me

lavori; a

che egli stesso onorò e

e d'affetto; meglio oggi

più

avrei

si

addiceva, e troppo

tacere

desiderato,

nostri

ai

di fiducia

ascoltando

quella

franca ed arguta parola, o che la parola mia fosse non, altro che interprete fedele e reverente del suo pensiero.

che, a ogni modo, mi stu-

Il

non prima però che, con la bretempo e il proposito della presente adunanza impongono, con la schiettezza la quale fu sempre una delle virtiì di lui, io abbia sciolto,

dierò di fare vità che

;

il

come meglio ha

la Società

sappia,

debito

il

di

rimpianto che

Dantesca Italiana verso quella

ve-

nerata memoria. Il

sentimento che nelle elezioni

nome

raccolse sul

di

Ubaldino

al

Comitato

Peruzzi

voti

i

de' Soci, quel medesimo sentimento mosse

il

Co-

mitato a designarlo Presidente effettivo della Società che nel

nome

in Firenze.

Parve

quale (così

il

«

ha

« del «

di

Dante

Sindaco

di

scritto in fronte al

Re

e d'Italia s'istituiva

bello che la Società nostra, la

d' Italia

Firenze la prenunziava) suo albo l'augusto

nome

non come pallida ombra

,

sovrana protezione,

ma come

lucente

di

vessillo

« di nazionalità »;

questa Società che « se in Fi-

«

renze ha sede

onore, in ogni città o terra,

«

dove nel nome

d'

di

Dante

si

raccolgano cittadini

UBALDINO PERUZZI può avere stanza

« (F Italia,

che

tesca Italiana,

»

;

la Società

suoi primi

i

277

Dan-

teneva

comizi

questo nostro Palagio, le cui rozze

nelle sale di

Dante de' Priori e patirono il sacrilegio dello sbandeggiamento di lui; avesse conducitor dell'opera propria non pure il promotore pareti videro

appassionato e indefesso d'ogni cultura e liberale gentilezza nella odierna Firenze,

che con mani « animose e pronte

tino,

gli

stranieri

il

cittadino

sangue ed animo fioren-

e lo statista di antico

che

ma

fuggirono per

l'

il

giorno

ultima

volta,

»,

piantò, segnacolo dell'unità nazionale, sulla torre di

Palazzo Vecchio la bandiera santa

d' Italia.

Perchè, o Signori, se è vero che gl'intendimenti della

Società nostra sono innanzi tutto

che noi abbiamo

sin

tinueremo ad evitare

da principio

critici,

evitato e con-

pompe, per così dire, del culto dantesco, adoperandoci invece a rafforzarne le

sul positivo de' fatti le basi

;

è vero altresì, che

qualsivoglia opera di studiosi intorno al nostro

maggior Poeta zialmente

riveste di per sé carattere essen-

civile: e

fin da' suoi

a imprimere sull'opera nostra,

primordi, tale suggello nobilissimo,

nessun nome fiorentino era oggimai più adatto

che quello

di

Ubaldino Peruzzi.

Le memorie

del suo

sua gente, attingono

mune

fiorentino

:

i

e tutti

cognome, se non

della

tempi primitivi del Coricordiamo le parole con

UBALDINO PERUZZI

278 le

quali messer Cacciaguida,

Dante, accenna

crociato avo di

il

nel « picciol cerchio » della Fi-

^

renze del secolo xi alla « porta che

si

nomava

da quei della Pera »; la porta, che Giovanni Villani ^ chiama « porta Peruzza ». Dubita il Villani che da quei della Pera antichissimi siano vera-

mente

derivati,

« stratti »

die' egli,

i

Peruzzi,

grandi mercatanti e prestatori del tempo suo. le

case degli uni e degli

erano pur in co-

altri

desta medesima parte della città, dietro a

Piero Scheraggio, in

mana che lascio

:

q\iel

i

Ma

lembo

di

San

Firenze ro-

ritiene le vestigia dell'anfiteatro o Par-

e la

doppia coincidenza,

topografica, rende

derivazione

dell'

piii

onomastica e

che credibile quella remota

un lignaggio

dall'altro.

Del

re-

Peruzzi non ha bisogno

sto, la storia certa dei

che la irraggino que' bagliori antelucani. La famiglia ha dato alla nostra Repubblica cinquantaquattro Priori delle Arti, nove Gonfalonieri di Giustizia.

Co' Priori, essa risale al secondo anno^

1283, dalla istituzione di questo magistrato della libertà popolare: e

il

primo

Pacino Peruzzi, teneva stizia nel

1297. Erano

il

gli

de' suoi Gonfalonieri,.

Gonfalone della Giuanni, in che la

demo-

crazia guelfa, agguerritasi delle terribili leggi sui

Grandi, difendeva contr' essi e contro la dema-

gogia plebea quell'ordine

dapprima

in

1

Farad, xvi.

2

IV,

XIII.

di cose, che,

Giano della Bella,

riuscì

combattuto

dopo qual-

279

UBALDINO PERUZZI che altro anno

Guelfi Neri di rovesciare, tra-

ai

volgendo Parte Bianca quali

nome d'uno

il

r infamia.

in quelle proscrizioni, alle

dei proscritti

ha raddoppiato

Pacino Peruzzi e F Alighieri ebbero

certamente comuni, fra sé e co' migliori, vagli della vita pubblica: e alla

come

immortale parola affidare

così di e

Pacino Peruzzi

contemporanea,

'^

si

di

tra-

l'Alighieri potè

testimonio della

il

conservata «fra

integrità sua cittadina,

che facevan guerra all'ovile

i

i

lupi

San Giovanni

»,

ha ricordanza espressa

avergli l'ardimentosa onestà

E ma non

meritato le inimicizie e gl'insulti de' capiplebe. misterioso verso

« Giusti

son duo,

se

il

vi

sono intesi»^ racchiudesse, come sembra

più probabile, una indeterminata allusione

scarso

numero

il

allo

Firenze di cittadini virtuosi,

in

scarso e insufficiente contro

il

prevalere de' mal-

non sarebbe meno probabile che per una que' pochi il buon Pacino occorresse alla me-

vagi, di

more crucciosa musa

dell'

umori

rimescolamento

di

la cittadinanza,

quando

il

Esule.

Che

e di passioni

setteggiare

se in quel'

per entro

fu,

non che

da famiglia a famiglia, ma nel seno stesso di piiì d' una di quelle famiglie, se in cotesto fazioso turbinio, il

non

violento

tutti

«

i

Peruzzi tennero fermo contro

sormontare »

di

Parte Nera me-^

diante l' indecoroso e vendereccio patronato diFrancia e della Curia Romana, le tradizioni della ^

Dino Compagni,

2

Inf, VI, 73.

I,

xviii.

280

UBALDINO PERUZZI

civile virtù

gue.

E

non vennero però meno nel loro san-

attraversati

i

tempi burrascosi de' Ciompi,

nel cui tumulto troviamo

i

Peruzzi tra

i

devotis-

simi al magistrato di Parte Guelfa, che voleva poi dire alla più assoluta e fiera espressione del

Comune ai

guelfo, idealizzato

quasi e sovrapposto

magistrati e alla cittadinanza e sue fazioni

allorché

successivo lentamente

dal

germogliano

della democrazia

le

;

corrompersi

ambizioni me-

Cosimo pater patriae addivengono una forza dello Stato; allora, mutate così profondamente le condizioni, sebbene integre le forme costituzionali, della vita civile, sovrastando alla libertà del Comune ben altri e troppo più gravi pericoli, un Peruzzi, Ridolfo, l'ultimo de' loro nove Gonfalonieri, tiene, nel 1432, dicee,

e in

esse medesime quasi

l'alto

ufficio

in

atteggiamento

quelle ambizioni, e

si

avversari di Cosimo, fra

i

resistenza

di

schiera fra

i

a

più possenti

più accesi partigiani

di Rinaldo degli Albizzi: e allorché Cosimo, da essi cacciato,

con Palla

ritorna,

Strozzi,

il

Peruzzi,

con

1'

Albizzi,

con Niccolò Barbadori, prende

e vi morrà, col figliuolo. E nessun Peruzzi, osservate bene, nessun di loro è più ne Gonfaloniere né de' Priori fin dopo al la via

dell'esilio;

1494, cioè ne' sessant' anni

dell'

assoluto predo-

minio dei Medici, ormai quasi principi.

Ma

questi

appena cacciati per la seconda volta, i Peruzzi sono riassunti al popolar magistrato, negli anni

1495

e 99,

1503, 5, 8, 12. Tornano nel 1512

i

281

UBALDINO PERUZZI Medici,

Giovanni

cardinal

loro

col

(poi

papa

Leone), circondato dalle armi de' saccomanni spagnuoli

cessa V onore della magi-

e ai Peruzzi

;

stratura

e

:

r ultimo

de' Priori di quella casa,

un

Giovanni, riseduto nel 1499, aspetterà, a ripren-

dere vecchio

le

insegne del magistrato del popolo,

1527, dopo rivendicata la libertà, e negli anni della suprema disperata difesa di, questa aspetterà

il

contro Medici, Spagna e papa Clemente. Nel principato,

Peruzzi

i

si

ecclissano

timedicea del loro sangue

:

la tradizione an-

esclude del servizio

gli

dei novelli padroni: la loro storia finisce co'Prio-

che è quanto dire con la Repubblica. Bensì loro ozi dalla vita civile rendono testimonianza

risti,

ai

onorata gistrati

i

nomi

negli

di

alcuni studiosi gentiluomini re-

annali

di

domestica cultura, che, frondosa,

delle

quella paesana e tutta all'

ombra

più

o

meno

Accademie, custodiva tuttavia, le vestigia, se non del pen-

per tempi migliori, siero,

almeno del sentimento

italiano, della ita-

liana parola. Signori, un

tempo

i

tate (né altro ufficio né virtù agi'

insegnamenti della storia)

delle famiglie, che di quelle

avi

popolani

si

le senili

magistrature degli

il

Principato allineava,

graduati e gallonati, quelli

ad essere

i

ambizioni

facevano merito alla iscrizione

nei libri d' oro, sui quali titolati

hanno alimenparevano rimanere

Prioristi

che forzava

suoi servitori. Tuttociò appartiene al

passato, della nostra e delle altre regioni italiche:

UBALDINO PERUZZI

282

ma

che una

famiglie

abbia nel

città

come

questa,

cui

la

nobiltà rimanesse

intatta di quei titoli che ne' secoli storia infunghirono

propria

patriziato

tristi di

nostra

tronco vigoroso delle vec-

il

chie stirpi italiane, per poi rinverdirsi in opere

degne, quando

l'alito

nuova

fiorire di vita

divino della libertà ha fatto

le terre d'Italia; ciò è gloria

che r Italia ha da Firenze, città qualsiasi.

Ed è

piiì

forse che

da altra

gloria da compiacersene quella

democrazia veramente liberale che non vuole

di-

sperse a folate di vento le tradizioni storiche del

paese; che eccita, suscita, le

le forze

già provate, non disdegna

le

nuove, accoglie consunte, e le

rallena e ravviva; che fidente nel proprio diritto,

non ha paura

di quello degli altri: quella

demo-

crazia, dinanzi alla quale nobili e plebei, lavoratori di

mente o

di braccia, dal

palagio e da' campi,

sulla piazza e nei parlamenti, tutti siam cittadini

dinanzi alla patria, che,

Non

è vero che

i

come

plebisciti,

sulla facciata de' nostri

abbiano can-

le

plebiscito unitario

sempre l'Italia de' tre della decadenza e della ser-

l'Italia dei Principati,

Pontefice

ma

il

70

e distrutta per

ultimi secoli, l'Italia vitià,

:

dal 59 al

scritti

Comuni,

cellate le nostre tradizioni

ha cancellata

la libertà, è di tutti.

re, l'Italia

l'Italia de'

degli stranieri, del

che non era più

Comuni

di sé stessa:

gloriosi, l'Italia del

Rina-

scimento, l'Italia iniziatrice della civiltà moderna,

r

Italia di

Dante, integrata da quei

plebisciti,

per

quei plebisciti fatta una e nazione, non può, non

283

UBALDINO PERUZZI deve,

non

vuole, rinnegare le tradizioni,

ma

del suo passato,

Patrizio

di

dite

della vita e dell' esser suo.

stampo,

quello

questa scuola, fiorentino di ruzzi era

non

tali

democratico origini,

ben degno che la vivacità

di

Pe-

il

dell'intelletto

da buoni studi erudito e stradato alla vita, la nobiltà del carattere, la pronta e spontanea partecipazione nel presentimento de' nuovi tempi che

occupava

le

menti più

elette, lo inalzassero,

giovanissimo, a reggere quell'

ufficio,

ancor

cui

le

in-

segne e i nomi avevano sopravvissuto alla cosa: degno che, lui Gonfaloniere, il Collegio de' Priori, magistratura ormai meramente comunitativa, riassumesse veste politica per richiamare il Principe alla osservanza de' patti giurati; degnissimo, che quel principe destituisse siffatto gonfaloniere,

ri-

servandolo e quasi destinandolo, sciolto cosi da ogni impaccio anni dopo.

,

Il

alle

animose

qual decennio,

al 59, altri titoli e

iniziative

del

benemerenze

al futuro triumviro del

Governo

di

resto, civili

di

dieci

dal

49

aggiunse

libertà.

Di-

rettore e solerte amministratore della Strada fer-

rata Leopolda,

egli

vagheggiò una linea

lilto-

ranea dalla Liguria a Civitavecchia,^ nella quale la

Toscana, ^

oltre

il

vantaggiarsene tanta parte

Lettere e documenti del barone Bettino Ricasolt, pubbli-

per cura di M. Tabarrini Le Monnier; II, 406 e segg. cati

e

A. Gotti; Firenze, Successori

284

U BALDINO PERUZZI suo

del

territorio

avrebbe avuto mente,

il

specialmente

,

benefìcio,

congiungersi,

del

maremmano,

non materiale solamodi che soli il

ne'

tempo consentiva, a due

altre regioni

italiche

:

e propriamente, a quello degli Stati italiani donde si

aspettava l'impulso per risorgere, e a quella

sacra terra laziale che doveva fra breve racco-

capo loro

gliere al

E quando

zione.

integrazione

del

le

membra

sparte della na-

addivenne imminente la diritto

giuste armi e mediante lo

spontaneo sollevarsi

degli animi verso le idealità della patria coli sospirate,

« e 49,

«un

il

son sue parole

da

con

Peruzzi, qui tra noi,

« già divisi »

valenti

felice

nazionale per forza di

altri

« nel

^

se-

48

quindi riuniti dall'amore alla patria in

e

felice

accordo»,

e alla Biblioteca civile

si

fece innanzi de' primi:

deW Italiano

fu

uno

de' più

cooperatori. Difendere con quelle pubblica-

attivi

zioni la legislazione per la quale Pietro

Leopoldo

restituì al poter civile e al culto religioso in

scana

la dignità sfregiata loro

tempi

di

dicare

Cosimo

come

III

e di

durante

Giangastone;

i

To-

miseri

— riven-

gloria di armi italiane la spedizione

de^ Piemo7itesi in

Crimea;

— indagando V Avve-

nire del commercio Europeo, far sentire all'Italia

quanto

la presente

ad essere per ^

Eloglx) del

neW Adunanza l'

sua condizione

la inabilitasse

la ricchezza e la civiltà del

mondo

march. Francesco Maria Gentile-Farinola,

letto

solenne del dì 3 febbraio 1861. (Negli Atti del-

Accademia dei

Georgofìli,

nuova

serie,

voi.

Vili, p. 35).

UBALDINO PERUZZI ciò ch'ella in lontani

285

tempi era stata;



e final-

mente, proprio alla vigilia della riscossa, denunziare alla coscienza della diplomazia, alla giustizia

Toscana

de' popoli, nelle condizioni respettive di e Austria^ la servitù

avevano

tati

dal più al

vendette

indegna nella quale i tratnon questa sola, ma tutte,

costituito,

meno, salvo una che Dio serbava

d' Italia,

le

italiane

ma

fu l'opera, breve, rapida,

blioteca civile deir Italiano, al

provincie

^



efficace, della

Ed

è

alle

tale

Bi-

grande lode

Peruzzi essere stato fra quelli che la pensa-

rono, la promossero, l'attuarono

come

egli altresì creduto,

tere al Ricasoli,

si

:

gli è

i

E

let-

limiti della politica e dell'eco-

nomia, per accogliervi geniali opere intendimento.

lode aver

vede dalle sue

che convenisse allargare quelle

^

pubblicazioni oltre

proponeva

Dottor Antonio

il

;

di

di nazionale

Lorenzo Benoni e

il

Giovanni Ruffini; quasi vo-

lesse restituire italiane quelle mirabili pagine, che le

sventure della patria invidiarono originali alla

lingua

d'

Alessandro Manzoni

sorgimento italiano, che

^

si

;

e perchè nel ri-

operava oggimai

— Apologia — / PieLeopoldo

Firenze, Barbèra, Bianchi e C, 1858-59.

leggi di giurisdizione,

amministrazione

inibUicate in Toscana sotto

il

regno di

e

delle

imlizia ecclesiastica, I.

montesi in Crimea, Narrazione di Martano D'Ayala. l'

avvenire del commercio eurojieo ed in

degli Stati italiani,

2

Voi.

cit.,

modo

pag. 399.



Del-

speciale di quello

Ricerche di Luigi Torelli.

Austria, Cenni storico-politici.

alla



Toscana e

^86

UBALDINO PERUZZI

non fosser dimenticate

luce del sole,

renze de' cospiratori generosi,

beneme-

le

morali dalla

le virtiì

forza brutale soffocate e soppresse,

i

ziosamente spezzati, lo strazio degli

esilii,

drammi

brosi

delle

prigioni

cuori silen-

degli

e

Signori, la proposta di quei due

tene-

i

ergastoli.

libri alla

Biblio-

teca civile dell' Italiano Ubaldino Peruzzi l'attin-

geva dal cuore.

Fu

triumviro del popolo toscano, che la pro-

pria libertà,

con

carpitagli

splendide

dai

arti

Medici; da questi medesimi, nel loro estinguersi, inutilmente difesa contro la prepotenza straniera

e

le

baratterie

diplomatiche;

dai Lorenesi

leggi savie e mite governo rispettata fin

consentirono la consanguinità e

lo

con

dove

aderenze

le

alla stirpe e alla politica austriaca; rivendicava,

senza conventicole settarie, senza quasi rivolu-

come per

zione, quasi

r

governo

aprile del 59. Quel

che può

diritto di postliminio, nel-

dino Peruzzi, suggellò cazione popolare,

e

il

atti,

due settimane,

mano

di

Ubal-

di

modo spiriti,

efficace

quella

e di-

quella fermezza di propositi, che

rigidamente impersonatesi dettero alla

a

carattere della rivendi-

avviò in

duraturo quella concordia gnità di

di

dirsi essere stato tutto

Toscana

in

Bettino

Ricasoli,

la gloria di essere

come

la

chiave della volta nel solenne edifìcamento della italiana unità.

287

UBALDINO PERUZZI

Ma

prima che questa

affermasse, sicura del

si

proprio diritto e del nostro avvenire; avanti che il

Re

leale e guerriero,

al

quale « dalle prode e

dal seno » della penisola « senza pace »^ levato l'antico grido

del

cogliesse nella reggia

parlamento «

sempre

«

vili »,

Italia

«

suoi

padri

il

rac-

primo

e annunziasse « chiusa per

d' Italia,

la serie infausta de' nostri conflitti ci-

e questa

addivenire

« d' ordine

mento

dolore italiano,^

dei

era

si

e

non più geografica ma politica una guarentigia all' Europa

pace,

di

ritornare

valido

instru-

prima che i rappresentanti della nazione dicessero al Re, « I « suffragi di tutto un popolo pongono sul vostro « capo, benedetto dalla Provvidenza, la corona «

della civiltà universale »

« d' Italia »

;

^

^

;

doveva nel breve giro

si

di

men

che due anni, attraversare pericoli, superar resistenze, combattere inimicizie, eludere insidie, profittare d'occasioni, frenare entusiasmi, dirigere e

talvolta ravviare alla

porre la verità de'

meta disparati

fatti alle

voleri, op-

partigiane menzogne,

conciliare all'indipendenza e alla libertà d'Italia

Purg.

1

VI,

85-87.

Re Vittorio Emanuele al Parlamento, de' 10 gennaio 1859. Vedi a pag. 142 del libro II risorgimento d'Italia narrato dai Principi di Casa Savoia e dal Parlamento (1848 2

Discorso del

1878). Firenze, G. Barbèra, 1888.

Discorso del

3

Re

al

Parlamento, de' 18 febbraio 1861

;

a

pag. 183-185 del citato libro. *

1861

Indirizzo della ;

Camera dei Deputati

a pag. 188-89 del

cit.

libro.

al

Re, de' 13 marzo

UBALDINO PERUZZI

288

simpatie della vecchia Europa diffidente.

le

E

in

questo lavorio complesso e malagevole, che accompagnò segreto e fedele Tetà eroica del risor-

gimento italiano;

questo combattimento prò

in

non meno meritorio nò meno

'patria^

quelli agitati e vinti sui

parte che sostenne

campi

di

;

la

ambasciatore to-

Peruzzi,

il

glorioso di

battaglia

scano a Parigi, può misurarsi dalla importanza, que' dì capitale, dell'ufficio in quella città; là,

in

dove la mano che a Villafranca aveva fermate armi liberatrici, sospesa ora tra i vincitori e

le i

pareva quasi divietare a

vinti,

vittoria

della

mente

alla

quale

Può

guidati.

renze inviò pel

mondo

fin

quella leggenda, per la quale

Ma

i

frutti

gagliarda-

che Fi-

de' tanti

da quando se ne creava

da Dante ebbe a chiamare elemento.



che Ubaldino Peruzzi

dirsi

r ultimo ambasciatore

sia stato

quelli

aveva

li

questa volta

il

Papa condannata

Fiorentini

i

il

quinto

orator fiorentino pa-

l'

trocinava, con quelli di Firenze, gl'interessi e diritto

parole

1'

di

questa tempra, «

Ah

quand on regarde

« lafranca et

de Zurich

ne' quali

si

!

tentava

)>

:

qu'on est

^

rannide del 1815, ^

Vedi a pag. 440,

harom Bettino

egli

fier d'étre

Traités de Vil-

les

e contro quei trat-

per

riordire la tela sfilaccicata del

del

orator fiorentino

in petto, verso l'oltrapotenza straniera,

« Italien,

tati,

questa volta

d'Italia:

serbava

il

l'

ultima

di

di ti-

combatteva risolutamente,

voi. Ili, delle cit. Lettere e

Eicasoli.

volta

gran patto

Documenti

UBALDINO PERUZZI con ardore

grande causa,

col sentimento della

quale

era posta Firenze

s'

mondo

civile ch'ella

fabile sorriso

da

statista,

alla testa della

Firenze nostra, che

;

secoli irradiava

quella

delle

l'Appennino ormai più non tutela de' più eletti tra

con

al

l'inef-

avea raccolto dalla pro-

dell'arte,

pria storia e da

il

di

memorabili anni, più cara che mai

quei

in

con sagacia

patriota,

di

289

suoi

i

città

«partiva», figli

che

sorelle

e alla

avea confidato,

che dentro la sacra cerchia dell'Alpi e

diritto

del mare era per congiungere e costituire saldamente la famiglia italiana. « Il cuore d' Italia, a

questi giorni batte a Firenze »

vere di

il

utili

:

cosi

potè scri-

Peruzzi in un libretto, che, fecondo allora efietti

per la politica italiana ed europea,

conserva anch'oggi,



per la sostanza e

non mediocre valore

la forma,

isterico.

per



La To-

scane et ses Grands-ducs Autrtchiens, dettato da a Parigi nel

lui

nome d'autore,^

1859 ed in

padroneggiava

egli

studi

gli

e

ivi

pubblicato

senza

medesima lingua che da quando avea fatti colà

quella fin

conseguito

il

diploma nella Scuola

un riassunto storico, un memorandum diplomatico, e un appello alla pubdelle miniere, è insieme

coscienza;

blica

aspetti,

e

un lavoro

sotto di

ciascuno di questi tre

squisita

fattura.

In

esso

r ambasciatore toscano, dopo tracciata con brevi

ma

pittoresche linee la mutazione di stato del

^

Paris,

Del.

Dentu.

Lungo



Vedi a pag. 141. 19

27

UBALDINO PERUZZI

290 aprile

,

denunzia subito « V abuso

« grandi

Potenze

matosi su Firenze

a'

forza

di

danni del popolo xvi

dal

delle

consu-

»,

xviii secolo

al

da

;

Carlo V, nel colmo della imperiale potenza,

al

travagliarsi di questa per entro alla guerreggiata

successione fosse da

di

Carlo VI: espone

Casa d'Austria

come

sfruttato

ne'

tale

abuso

piìi

larghi

termini, e contro la fede stessa dei trattati, fino all'assoluto

assorbimento della indipendenza del

Granducato

:

dimostra come tale condizione

cose viziasse ab origine fra noi,

il

di

principato Lorenese

preponderando sinistramente alla sapienza Leopoldo I, e alle altre buone qua-

legislatrice di

sue e de' suoi successori, e rendesse quella

lità

dinastia sempre più straniera al paese,

più in esso, siccome in ogni altra parte si

diffondeva e

si

afforzava

quanto d' Italia,

sentimento nazio-

il

nale italiano: e dietro questa successione di narrati e descritti con

non minore

efficacia

fatti,

che so-

brietà di parole, conchiude, rapido, serrato, a di logica, senza

burbanzose declamazioni,

la energia di chi sente la propria

ne tollererebbe storia,

il

d'

una

di

vedersela calpestata, che la

diritto, la

pace e la sicurezza d'Europa,

per prima cosa,

Italia potente.

con queste

1

A

con

buona ragione

concordemente esigono l'indipendenza centrale,

ma

fìl

generose

pag. 148-60.

E

le

e

poi

la

dell'Italia

formazione

conchiusioni suggella

parole:

^

«

I

Ducati

e

le

UB ALDINO PERUZZI «

Legazioni hanno già più

« sotto le armi. ... «

perchè

«

Troppo a lungo

vi

« ormai tempo,

trentamila uomini

di

Ci vuol altro che protocolli,

siano restaurati

i

governi abbattuti....

ha registrato

diplomazia

la

danno

«fatti compiuti a

291

delle

che essa registri

nazioni; fatti

egli

è

compiuti a

«loro vantaggio». Signori, noi ripetiamo oggi queste parole dopo trent'anni di regno d'Italia;

dopo che la nostra Firenze, ricevuta dalla Torino la corona italiana, l'ha trasmessa tando

alla

che

città

Dante chiamavano

Fiorentini

i

« la loro nobile

Zurigo

Congresso della

,

che rivendicava

Toscana,

a

ma

sì la

»:

di

ma

datava de' 4

le

agosto 1859,

sull' aprirsi

esul-

de' tempi

madre

Ubaldino Peruzzi queste parole in

forte

quel

di

indipendenza

per impedirle, se avesse po-

grande patria

tuto, l'accessione alla

italica,

ma

per riconsegnarci, se avessimo lasciato fare, e

maggiore scherno)

sotto

(a

l'ombra profanata della

bandiera tricolore, riconsegnarci, indegni

di noi

medesimi, nelle mani degli stranieri, dei fuggiaschi, dei vinti.

Nella nuova

Italia,

che

egli

avea tanto coo-

perato a formare, fu deputato e ministro; deputato

di

Firenze, che

sempre

anche quando sopravvennero città:

gli i

rimase fedele,

tempi grossi per la

nel turbinare de' quali, però, la ingiusta e

sconsigliata

malevolenza

di

pochi non affievolì

~

UBALDINO PERUZZI

292

mai

memore

il

affetto

de' cittadini

presidenza (l'ultima pur

Fu

mij^liori. D

ministro dei Lavori pubblici nel 1861

troppo!)

la

sotto

,

Cammillo

di

Cavour, e sotto quella del successore che Firenze

ebbe la gloria mortale dall'

di

dare in Bettino Ricasoli all'im-

Non

piemontese.

statista

assumere quel portafoglio

lo

trattenne

conseguente

la

necessità di rinunziare all'antico e conveniente-

mente

suo

retribuito

di

ufficio

Strade ferrate toscane; perocché

direttore al

vava largo compenso nel poter italiano, attuare

i

tro-

ministro

egli,

generosi concetti pe' quali avea

vagheggiato diramazioni granducale verso

delle

danno

le altre

Toscana

di linee dalla

provincie della

comune

patria: ora erano le provincie meridionali, dalla

maravigliosa epopea garibaldina rivendicate all'

Italia,

chiedevano

che

d'

avvicinate

essere

e

agevolate a convivenza fraterna. Chiamato un'altra volta nei Consigli del Re,

per

le

cose del-

l'Interno, nel Ministero che

condusse e firmò la

Convenzione del settembre

1864,

presidente Minghetti e con gli

affrontò

col

co-

altri colleghi,

raggiosamente, la necessità, che

si

spostasse

il

centro della vita nazionale e dell'amministrazione,

trasferendo

il

polazioni, nò

segnatesi a

governo liberatore in mezzo alle poda questo conquistate, ne esse con-

lui,

sibbene

membra

medesimo corpo. Da questo ebbe ruzzi,

la

riunitesi

sua pagina dolorosa, incominciò

con

la

d'

fatto gravissimo,

caduta del Ministero tra

al

un

che Pe-

fratricidi

293

UBALDINO PERUZZI che

tumulti, quella parte della vita

meno

meritoria verso

il

non

fu,

la

paese, bensì la più tra-

vagliata.

Firenze divenne voto di

non per

d'Italia;

temè sagacemente

carico

bito,

capitale

che da quel glorioso, non però am-

lui,

danni alla

futuri

diletta città; e giudicò piiì valida a sopportarli, in

un avvenire più

scirle

men

quale tale

ufficio

solidare

benefici

i

meno prossimo,

maggior

e

da

contrastati

verso questa, fino

all'

effetti

dell'

dei doveri che

Ma

unità

ormai

compimento suo

assoluto

Roma, incombevano a ciascuna regione

penisola.

riu-

sorella Napoli; alla

poteva intanto affrettare e con-

T adempimento

nazionale, e

in

o

gravi, la

della

quando Firenze, nel cimento, a eventi la conduceva,

la forza degli

vocare l'opera de'suoi più valenti

cui

ebbe a

figliuoli;

in-

quando

Firenze, pure persistendo col suo Ricasoli nel mi-

rare

come a termine

essa intanto,

quale

fisso a il

Roma,

nobile

vecchi cronisti l'aveva chiamata,

Roma

accettò d'esser

orgoglio

«una

de' suoi

piccola

quando parve, per pochi anni, attuata r utopia luminosa di Dante, ^ d' una Corte rac»;

coglitrice

delle

italiche

membra,

nella quale

il

principe e la lingua d'Italia avessero seggio co-

mune, poiché Firenze raccoglieva ora quelle « membra disperse », aveva ora

di

fatto

di fatto

quel « principe », ospitava quella unità, non ce-

^

De

vul(j.

eloq.,

I,

xviii.

294

UBALDINO PERUZZI

ma

sarea

di

nazione, che F imperialista

nimo avea sentita

diffusa per le cittadinanze e

parlari d'Italia, e che poi nel

improntata

di fiorentino

della città

dove gl'Italiani

il

voto

d'

Ugo

magna-

Poema

i

s'era

gli

suggello; allora a capo sciogliendo

fatti liberi,

Foscolo, convenivano a trarre dai

gh

sepolcri de' grandi e de' forti

auspicii dell'av-

venire; allóra di Firenze capitale, portato grado

per grado dalla fiducia della cittadinanza, principal

cittadino,

anche prima che Sindaco, addi-

E

venne Ubaldino Peruzzi. agi' Itahani

onori

gli

per

molto

Firenze

opera sua fece degnamente

casa

di

che da ogni provincia della patria

si

facevano concittadini nostri: cosicché non è soverchio l'affermare che a dell'onore di quel voto,

debba gran parte

lui si

cui originale

il

una

con legittimo orgoglio in

si

delle sale di

mostra questo

nostro Palazzo, quel voto, dico, pel quale, nell'ul-

tima seduta del Parlamento dell'Arno, Firenze era

italiano

rive

sulle

unanimemente acclamata

benemerita della nazione.

Ma le

maggiori beneme-

renze del Peruzzi (possiam bene oggi chiamarle tali,

dopo che

gli

furono imputate crudelmente a

demeriti) incominciarono da stra,

allora accettò d'esserne

vette

quando

abbandonata a sé medesima il

Sindaco

da sé medesima attingere

tare quei danni, che se egli da

la città

(e

no-

solamente

effettivo),

do-

la forza a soppor-

buon

italiano

avea

preveduti e non deprecati, ora da buon fiorentino si

adoperò a distornare e combattere.

Da buon

295

UBALDINO PERUZZI fiorentino,

e

stampo

dello

da fiorentino di

i

stampo

antico

per le cui mani la

quelli,

artigiana diffondeva

dell'

suoi

commerci su

:

città

tutte le

piazze d'Europa e d'Oriente, e le dovizie di quel

commercio convertiva nianze perpetue propositi

in

civiltà.

di

non corrispose

monumenti e testimoChe se agli animosi

l'effetto, e

il

peso fu più

grave che non bastassero a sostenerlo se anche, in alcuna parte,

città,

^

peccò forse

di

ge-

come il Peruzzi in parlaaccusar se medesimo a difesa della

nerosa imprudenza,

mento

si

le forze;

volle

prevalsero

il

e,

cuore e

il

sentimento quan-

d'era tempo di procedere con altri criteri; rimane sempre un mirabile esempio quello che, per imlui, dette Firenze dopo 20 settembre del 1870; quando, non piiì capitale del Regno, continuò, in meno larga misura e dentro piìi modesta cerchia, ma con non mutati

pulso principalmente di il

intendimenti, la propria trasformazione: mediante la quale alle severe bellezze il

che

il

Medio Evo e

Rinascimento hanno impresso ne' suoi palagi,

nelle sue logge, nelle sue chiese, ne' tesori de' suoi

musei, delle gallerie, delle biblioteche, gessero le attrattive di

senza offesa

di

città

si

aggiun-

moderna, agevolando,,

quelle bellezze, gli ordinari

pubblica convivenza,

uffici

della privata

e

dendo

proprio seno agl'incanti della na-

ella

il

tura, che le distende

*

a' piedi

i

e

tappeti

dischiu-

del

suo

Nella seduta della Camera dei Deputati, de' 10 giugno 79.

UBALDINO PERUZZI

296

verde, la cinge tutt' intorno

conde

una

d'

colline, le piove da' gioghi

lavacri di salute e di

vita.

festa

di

fe-

dell'Appennino

che tutto veniva

Il

operandosi con tale risolutezza e gagliardia, da doversi ripetere quello che degli abbellimenti di

Atene per opera tarco

:

« nire

«

leggiamo

Pericle,

di

Plu-

in

laddove credeva ciascuno potersene ve-

con pena a capo in molte successioni e

« età d'uomini,

ebbero la lor compiuta perfezione

« dentro al tempo che durò l'autorità d'un solo « cittadino ».

^

Una

raccolta dai ge-

tradizione,

nealogisti, reca che alla costruzione

case

delle

dei Peruzzi, sulla estremità di quello che fu vo-

chiamare secondo cerchio, fossero adoperate

luto

mura appartenenti

le pietre delle

al

cerchio primo

antichissimo, cioè della primitiva Firenze romana, e che di queste stesse pietre fosse

murata

urbana, alla cui denominazione ne' tempi

Cacciaguida ruzzi.

Ben

tradizioni,

si

usava

il

cognome che

gli

d'

una

vali estendere, accresciutasi di

messer

i

suoi primi

indirizzare excelsius

Vita di Pericle,

i

xiii.

viali

tali

cerchie il

citta-

mura medie-

nuova benauspicata


dove

delle

animosi concetti,

dino che doveva di là dalle ultime

^

di

poi fu Pe-

era degno, che abitasse case di

che sul limitare

antiche maturasse

rente,

la porta

dalla valle fio-

fondatori

s'

accolsero,

che oggi la circondano

297

UBALDINO PERUZZI

come un immenso giardino;

uno de' più co-

e in

spicui e memorabili ripiani di quella verdeggiante

catena, là dove Michelangelo difese questa nobile

«in luogo aperto luminoso ed alto », Dante nel mondo eterno assegna stanza alle grandi idealità umane, piantare rinpatria,

come

quello che

novata nel bronzo la figura del David, simbolo immortale diritto

di gioventiì

e nella libertà.

e

di

Le

Michelangelo nel 75,

forza,

nel

fede

di

feste pel centenario di

distanti

dieci

di

anni

a

quelle del centenario di Dante, può dirsi .segnino

da quel decennio V effettivo ringiovanimento di ma singoiar Firenze nella vita nuova d' Italia :

vanto

uomo che oggi commemoriamo,

dell'

delle feste bonarrotiane siasi

è che

creduto poter con-

segnare alla durevolezza e alla preziosità de' metalli

un ricordo, che suona così « Firenze - nel Michelangelo - per Ubal:

« quarto centenario di « dino Peruzzi « vino

seppe mostrarsi degna del

aprile del 1889, un'altra

Peruzzi

al

r epigrafe «

,

nel « di

d'auspicata unità

che

lo

medaglia era presentata

« trigesimo libertà all'

di-

dopo, nel 27

artista». Quattordici anni

anniversario »

rivendicata Italia ».

E

così

Firenze,

a

quell'omaggio,

trovava fatto ormai vecchio,

piiì

che dagli

anni, dalle amarezze toccategli sul declinar della vita, l'

era

anche

ammenda, tarda ammenda,

la

addosso

ingratitudine cittadina aggravataglisi

tanto più impronta, quanto

al-

maggiore era stata

sua saldezza in quella che

presso

i

Romani

UBALDINO PERUZZI

298

somma benemerenza

era

non aver

civica,

dispe-

rato della patria.

Non quale

il

della patria,

cultori, tra

consegna. fede in

i

soldati piiì

E quando

né della

e

Peruzzi fu tra

i

e

devoti

valorosi e tenaci della

che senza romperle

credè,

una grande questione economica, non

avrebbe potuto rimanere con

compagni

di

parte

;

gli

quando,

l'unità italiana dai pericoli,

perte

Della

libertà.

più convinti

antichi amici e

assicurata

non pure

ormai

delle sco-

segrete inimicizie o delle teoriche ripu-

gnanze,

ma

anche delle generose impazienze, opinò

che r esercizio del governo

immutabile proposito

si

,

dal quale egli con

era ritirato per sempre,

potesse sperimentarsi alle mani di quanti da diversi

campi congiunga

il

giuramento prestato alla

patria ed al re; egli non esitò a proseguire,

non

curandosi se con amici e consorti o con avversari ed emuli, sulla via

che

gli

tracciava la co-

scienza, la

buona compagnia che 1' uom francheggia, r osbergo del sentirsi pura. ^

sotto

ma

buon viatore che ha sostenuto la sua fatica, che ha compito il suo corso, lo riconducevano pur sempre là Così

gli

stanchi suoi passi,

Inf. XXVIII,

116-17.

di

290

UBALDINO PERUZZI

donde giovanissimo si era partito: alla fede nella morale responsabilità, nelle iniziative personali, nei sentimenti generosi, che informa

da

lui,

cugino Bettino Ricasoli

Toscana ducevano pur sempre

tori

il

carteggio

studente a Parigi, tenuto col suo ;

i

due destinati guida-

all'italiana

della

degno

unità: lo ricon-

alla difesa e all'attuamento

su terreno politico di quei principii, per la cui diffusione negli ordini economici egli pur da' primi

anni della sua vita civile aveva cooperato nel-

l'Accademia dei Georgofili col Ridolfi, col Lambruschini, col Ricasoli, col Digny, col Capponi: e volgendosi indietro a riguardare di quella

vita le tante

e

tempi ne' quali

svariate

sì si

vicende,

sua

traverso

a

era in decennii consumata la

storia di secoli, egli

poteva

alle

amarezze

e

ai

disinganni trovare ampio conforto nelle generose

memoranda seduta

parole che in una

mento che

italiano

nome), « poter

« vere,

parlando

« sfera d'azione, « patria

«

Ricasoli (grande lode al Peruzzi^

debba spesso ripetere questo Bettino Ricasoli ebbe la gloria di pronun«Quegli il quale ha avuto la sorte di adempiere piiì generosamente il suo docompire il suo dovere in una più larga

di lui

ziare:^

il

del Parla-

si

d'onde una maggiore

ne venisse,

e l'abbia

utilità alla

veramente compito,

ha un dovere più grande ancora, quello, cioè,

1

Nella seduta de' 10 aprile 1861. Vedi a pag. 442,

delle citate Lettere e Documenti, ecc.

voi. V,

UBALDINO PERUZZI

300

«

che

Iddio

ringraziare

« di

abbia

gli

concesso

questo privilegio prezioso, che a pochi cilta-

« dini è dato, di poter dire

ho interamente compiuto

« tria,

La

consolazione di

debito mio!

il

durò assiduo in Firenze ed lo

ha veduto,

»

il

riposo inframmezzato

;

dall'adempimento de' pubblici doveri,

che

la pa-

sentimenti allietò

tali

riposo de' suoi ultimi anni

bene

Servii

:

agli estremi,

forze e della vita, prendere

può

si

in

Roma,

dire, delle

suo posto

il

per-

a' quali

Roma:

in

di

Se-

natore del Regno, giurare per l'ultima volta la

sua fede operosa per la quale

però

e

al

egli,

travagliò

Re

e alla patria; in Firenze,

pur sino

agli estremi,

nella legale costituzione della famiglia

r

alto

rha

seggio al quale su tutte

sollevata

il

si

ado-

specialmente perchè tenesse,

le

italiana,

nostre

città

genio de' suoi grandi antichi, da

Dante a Michelangelo, dal Petrarca al Machiavelli, da Leonardo a Galileo, il genio che negli ordini del pensiero e

dell' arte

anticipò

splendida agli occhi e nella coscienza del

A

l'unità della nostra nazione.

che sua

il

Peruzzi ebbe di Firenze

istancabile

Delle quali una quasi suggellò

tali

insigni

in

fece

mondo

questo concetto s'

ispirò

per tante istituzioni raccolse,

e

1'

opera

cittadine.

sua vecchiezza,

meriti

di

lui;

e

ed è

questa nostra: un'altra, a cui pure la memoria

UB ALDINO PERUZZI di

r

meriti

cotesti

301

congiunta,

strettamente

è

Superiore. Nel quale volle e seppe con

Istituto

energia tuttor giovanile ravvivare di

fu

Studio fiorentino, che nel

quell'antico

avrà comune

tradizioni

le

1921

sesto centenario della sua fonda-

il

zione con la morte di Dante; le tradizioni, la cui

rinnovazione nell'Istituto attuale dà

ai

due

patrizi

fiorentini, Cosimo Ridolfi e Ubaldino Peruzzi, che

a distanza

d'

un ventennio ne furono principal-

mente benemeriti, ragion d'essere comparati a quei loro nobilissimi antecessori, Niccolò da liz-

zano e Palla Strozzi, per

grande età

dell'

de' quali,

virtiì

Umanesimo,

il

nella

favore e la pro-

tezione della pubblica cultura non fu arte di stato

solamente per

le

ma anche

ambizioni medicee,

per coloro che, con più o

men

combattevano pure

in prò

della libertà. Piii av-

venturoso

antichi

videro

essi

di il

quelli

il

intenzioni,

rette

Peruzzi

:

perocché

sormontare della fortuna medicea

sulla cara libertà repubblicana, e lo Strozzi patì

nella

veneranda vecchiezza

tirio, di dieci in dieci

laddove e di

il

lungo lento mar;

Peruzzi ebbe nel trionfo della libertà,

italiana libertà,

il

tiche e alle traversie

meritato premio alle fa-

della

del suo riposo potè gustare, stri

il

anni rinnovatogli, dell'esilio

vita;

e

la

come pure a

buoni vecchi piaceva, nella

quiete

dolcezza que' no-

operosa

de' campi, fra le cure della villa e delle industrie

che servono a questa.

302

UBALDINO PERUZZI

La

sua

villa

avita

della

Torre

all'

Antella,

adagiata splendidamente sopr' una delle colline che dal pian

muovono con

di Ripoli

da

lenta ascen-

sommità piaVallombrosa e di Pratomagno; e propriamente sopra un fianco, adagiata, di quella stessa collina donde calando sione, intermezzate

vallicelle e

neggianti, verso le boscose giogaie

gli

Spagnuoli

assedio

all'

l'apparita della città

a'

di

salutavano

1530,

del

loro cupidi sguardi, gri-

« Signora Fiorenza, prepara

dando

tuoi broc-

i

che noi veniamo per comperarli a misura

cati,

di

picche »

di

ben diverse memorie,

^ ;

cotesta villa, di

ha ormai una storia memorie care, per

molti Italiani, e per molti altresì, e

che

stranieri

degli

nazioni

le

sperarlo)

a concorde

visitatori

del

civiltà

nostro paese.

piìi

i

insigni,

conciliate

(giovi

inviano benaccetti Storia di ospitalità

cordiale, di geniali conversazioni, di amichevoli ufìSci,

di

che ha congiunto per sempre,

tanti,

al

nome

di

Peruzzi; di questa

Ubaldino

gentildonna,

nel

cuore

quello

d'Emilia

nella

quale le

casalinghe e cittadine virtù delle antiche nostre

sono adornate da tanta e tanta finezza

di

mente



amabil cultura, da

e gentilezza

quante mai abbian fatta regina del circolo

vegni

1

di

piiì

sentire,

brillante

una dama moderna. Ne' piacevoli convilla, come già nelle sale del

di quella

Varchi, Stor.

fior.,

X, xl.

303

UBALDINO PERUZZI palazzo

loro

laboriosa

tempi della capitale e della

a' bei

trasformazione

di

Firenze,

Peruzzi

adempirono, con una verso

idealità

concordia

forti

di

coniugi

i

le più alte

che

affetti

solo

la

morte ha potuto spezzare, adempirono, per anni ed anni, quell'ufficio che la conversazione de^ paese dovrebbe: far conoscere

palagi in libero

uni agli altri

gli

rattere solleva il

quelli

all'

onore

che l'ingegno e di

il

ca-

servire comecchessia

paese; far pregiare questo a coloro, che

tor-

nandone ne riportano ad altri paesi un giudizio, che spesso non è giusto, perchè non bene informato.

L'ultimo atto della sua

il

suo, com'egli

testamento politico (né poteva esser più

disse,

degno),

fu,

20 settembre

nel

gurazione del monumento nel

vita,

centro

del

a

1890, la inau-

Vittorio

nostra Firenze, «

della

Emanuele

Rimanga

»

diss'egli ai Reali d'Italia in quel lieto giorno pre-

«

rimanga sempre dove maggiore è la frequenza dei cittadini, in mezzo ai più insigni monumenti che ricordano le grandezze dei nostri

«

maggiori,

senti «

« ora

«

ruderi dell'antica Firenze^ che

sui

cedono

il

campo

« Firenze italiana. »

pevano

« dai

vecchi

Firenze

alla

nuova, a

Parole e voti che proromcuori »

così

egli

stesso,

l'onorando veterano dell'Italia novella « dai vec« chi

cuori,

i

cui

giovanili

palpiti

e

il

pianto

« furono per la patria italiana serva e divisa, e

UBALDINO PERUZZI

304 « «

che ora, mercè la gloriosa iniziativa di Casa Savoia e l'opera dei grandi Italiani, la salutano

« unita e avviata

a

piìi alti destini ».

innanzi, gli scavi che ivi

messo

costruzioni avevano che, in caratteri

recava

non

avanzi

gli

d'

secoli

ti

dedicato,

vecchia

una

il

iscrizione

poi

fra

genio

romano genio,

genio,

che dopo diciassette

città,

le

dedicatoria

Firenze: genio colo-

di

dove

eri stato

prima

rovine della civiltà

rove-

ritraevi dal luogo,

il

luogo, lietamente, ora

d' Italia, della

grande madre, magna

sciato e sepolto

che

alla

Buon

« niae Florentiae »:

della nostra

nuove luce un marmo, le

posteriori al secondo secolo,

Genio della colonia

« al

Pochi mesi

facevano per

si

;

cedevi

parensy nelle sembianze del re guerriero

unifi-

catore, sorgeva sul terreno dove Firenze fu co-

lonia di

Ne

Roma.

sia lecito

ricordare,

medesimi noi avemmo il

l'

che

onore

in

di

quei giorni

accompagnare

venerando Presidente nostro nella reggia de' a fare doveroso omaggio per la Società

Pitti,

Dantesca, siccome a patroni,

ai

Sovrani

d'Italia,

e ai giovani Principi ne' quali l'Italia confida. Af-

franto visibilmente, Ubaldino Peruzzi pareva rin-

giovanire a questi gentili e solenni egli

la

uffici,

pe' quali

tornava ancora a rappresentar degnamente

sua -Firenze. Pur di quei giorni, inaugurò

monumento

il

Manicomio

di

e di civiltà,

promosso anche quello efficacemente

San

Salvi,

di

carità

UBALDINO PERUZZI da

lui;

che anche

vendicazione

grande trionfo della V educazione de' ciechi al

di un'altro

carità e della civiltà,

lavoro manuale

305

arti

alle

studi, la loro

agli

ri-

convivenza sociale, fu propu-

alla

gnatore, sin dagli anni suoi giovanili, per tutta la

E

vita.

alle

cure sue estreme

nostra appartengono sollecitare,

quelle

come Presidente

Ed in

i

poche settimane,

di

diato,

ora

si

aprano

della

Giunta

Vi-

di

nuovo inaugurazione lo ha

gilanza, al loro termine tuto Tecnico, alla cui

per la città

che egli spese nel

lavori del

Isti-

invi-

la morte.

al cittadino,

per tanti

titoli,

tante maniere, per tante fatiche durate e

af-

ben sostenuti dolori, benemerito, si aprano in Santa Croce le tombe degli avi suoi, nel glorioso tempio, le cui porte alla sua salma frontati disagi e

dischiude nazione. pietà

di

il

La

voto del

Comune

e la volontà della

cappella, edificata dalla magnificente

que' vecchi valenti,

lo

accolga, fra le

da Arnolfo, istoriate da Giotto, a riposare presso il padre che seppe educarlo alla patria. Sia vanto alla Società nostra, sia

pareti

inalzate

auspicio, che fu

il

uomo

meritevole di tomba siffatta

primo suo Presidente. Egli,

il

quale nel 75

volle che delle feste per Michelangelo

una

delle

stazioni fossero le case degli Alighieri; e parlando ai

convenuti Del Lungo

colà

augurò

si

formasse in

Italia 20

UBALDINO PERUZZI

306

« un' associazione dantesca, intesa a raccogliere « le «

memorie

no Poeta

che oggi

promuovere

e a

», a

esiste,

gli

studi del divi-

questa Società Dantesca Italiana,

ha legato

di quelle tradizioni

il

suo nome, coni' una

che accrescendo

alla

istitu-

zione che le raccoglie, e aggravando, la

somma

de' propri doveri,

danno

altresì la

curezza d'un fecondo avvenire.

forza e la

si-

PER UBALDINO PERUZZI nell'inaugurazione d'una 3IEM0RIA A LUI SULLA PIAZZA DELL'aNTELLA

Quando,

l'

11 SETTE3IBEE 1892. (*)

ormai compito un anno,

è

la

morte

Ubaldino Peruzzi fu lutto nazionale, un

di

(*)

Per opera

di

un Comitato, che

bre 1891, annunziava così

propri

i

dall' Antella, il

intendimenti:

«

illu-

30 otto-

Interpreti

unanimi desiderii degli abitanti del Comune di Bagno a in Comitato per procui sottoscritti si costituiscono rare un pubblico segno di onore e di affetto, che nell'Antella, presso la villa, ormai storica, dove Ubaldino Peruzzi e la sua degna consorte han ricevuto per anni e anni il fiore

€ di

« Ripoli, « « « «

degl'ingegni d'Italia e stranieri, attesti la riconoscenza degli

«

abitanti e nativi di queste

«

che,

ospiti

suoi,

le

campagne a lui care, e dei molti e le rammentano. Se la più

conobbero

un cittadino

«

alta onoranza che possa coronare la vita d'

«

Hano, la tumulazione in Santa Croce, impedire che

« e

i

vigneti

nostre

delle

noi

colline

desideriamo

che

ita-

gli olivi

ombreggino quella tomba nella

sua Antella egli ab-

«

venerata,

«

bia dai compaesani, dai campagnuoli, dagli amici, dagli

«

miratori,

«

buto di riverenza

«

verrà dopo noi,

«

linguaggio, degno dell'uomo in cui ricordo sarà stata posta Il

di

questo tanto

busto in

e d'aifetto.

quella

marmo

Andrea Baccetti.

pili raoclestO;

e

quasi domestico,

E crediamo

che,

tri-

anche a chi

memoria parlerà un nobile ed

e opera di Italo Vagnetti;

am-

il

alto ».

basamento,

308

UBALDINO PERUZZI

amico e coetaneo suo/ nel raccogliere le memorie che si congiungono a quel nome, augurò che gli olivi e i vigneti dell'Anstre

splendide

già sua delizia e cura,

tella,

ombreggiassero

il

luogo del suo riposo; che la donna del suo "cuore custodisse

quel

come

moria,

sepolcro,

devota alla sua me-

consolatrice

fu

della sua vita.

A

cotesto sepolcro, rimasto vuoto per cagione della

massima onoranza

cui possa

aspirare

italiano; a quella gentildonna,

cuore,

col

mandiamo un mesto

mentre

luto;

verdeggianti

sima

fra

i

floridi

dell' Antella,

che

qui

assiste

e reverente sa-

vigneti,

fra

gli

collochiamo,

olivi

degnis-

essere circondata da questi tradizionali

di

simboli di prosperità e di pace, civiltà,

cittadino

r effigie

dell'

di

uomo che

lavoro e di

entrò primo,

il

27 aprile del '59, sulla via dove un altro dei Grandi nostri, Bettino Ricasoli, era per signoreggiare

in

nome

d'Italia le sorti di Firenze e

Toscana, e sotto

della

gli

auspicii dell'unità na-

zionale chiudere gloriosamente quella storia gloriosa.

Oggi

dente

angolo

con libere onoranze, di terra

toscana,

in

si

questo

ri-

commemora

grande patria italica, d'Italia le squadre di tutte le nazioni, nella città di Colombo, rendono all'Italia omaggio fraterno. uno

de' costitutori

mentre

1

dinanzi

ai

della

Reali

Marco Tabarbini, Uhaldino Peruzzi;

logia, fase, de' 16 settembre. 1891.

nella

Nuova Anto-

UBALDINO PERUZZI Di ricordanze sole città,

anche

le

ma

giova

si

adornino

campagne.

E

questa

Ubaldino sorge come

rjnor

denominata

la villa

modestamente

ricordanza al

onde è da

borgo,

che

si-

sua propria sede

in

qui nel popoloso e industre tutti

benemeriti, non le

cittadini

ai

309

i

Peruzzi, antichi

cittadini della Firenze antichissima,

possedevano

tempo innanzi che al primo Catasto fioren1427 Bartolommeo di Verano Peruzzi denunziasse « una casa con colombaia, corte et » altri difici, posta nel popolo di San Giorgio « a Ruballa, luogo detto alla Torre ». La città, assai

tino del

che dal contado

ricevè, o attrasse, o a sé tra-

scinò, nei tempi

eroici del

e potenti

famiglie,

tempi più

miti,

(una d'esse zione,

gnorile

contado,

al

Peruzzi), a incremento

di

delle

in

coltiva-

ornamento nostre perpetuamente belle e

colline

nella

diede o rese

forti

V attività benefica di parecchie

ad alimento

conde cercò

i

Comune, tante

e

d'industrie, a

fe-

Ubaldino Peruzzi poi

convalli.

tranquillità

si-

della villa

ristoro alle

fatiche e ai travagli e alle amarezze della vita:

non che,

se

abitata da tali

all'Antella addivenne altresì

gno

padroni, la Torre

luogo di conve-

il

de' più eletti spiriti della nostra e delle altre

nazioni.

Questo marmo, adunque, a voi dell'And'onore nella beneauspicata storia

tella è titolo

nuova Italia; ed è buon tempo antico, lungo della

il

nome

del vostro

altresì il

villaggio

memoria

quale si

per

unisce

del

secoli

e

con-

UBALDINO PERUZZI

310

serta a quello che

hanno

Periizzi

i

nobilitato coi

fatti.

Anche da una delle r immagine veneranda per nascita,

ma

difesa a

uomo non

Venezia

l'Italia

leva

sovrana potenza egli, che avea

del bello, e la

Niccolò Tommaseo,

si

fiorentino

fiorentino V alto in-

Dante, e l'aver

di

sua più intima

d'

che fecero

gegno innamorato nell'idioma

colline fìesolane

che cadeva, l'aver

egli,

ricercata in Firenze, nella

e vivente idealità, l'Italia risorta;

ricercatala nella lingua di questo popolo, ispiratrice;

ciechi

sione

monumenti, che i vedevano ancora con la vi-

nella severa poesia de'

occhi di lui

dell'anima;

ricercata

l'estremo amplesso e

abbracciata con

e

come sacra

la terra d'Italia,

nel destinare le stanche sue ossa al camposanto di

Settignano, egli venuto a noi da quelle marine

dove l'insegna

adriatiche

di

San Marco fermò

con la branca del suo leone vestigia naturali d' italianità

Unisco,

che non o

cancellano.

si

cittadini,

questi

nomi

:

Antella e

Settignano, Firenze e Venezia, Ubaldino Peruzzi

Tommaseo e l' uomo di

e Niccolò

Firenze,

:

il

cittadino della vecchia

altra regione e stirpe, che

cittadino di Firenze volle morire;

polare, e di

la

il

democratico austero

:

il

patrizio po-

ministri, l'uno

Repubblica, l'altro del Regno, ambedue sotto

bandiera e

per la bandiera

ambedue, con antica semplicità,

d'Italia: devoti alla patria e al

dovere: ne' magistrati l'uno, nei pubblici

uffici,

p 311

UBALDINO PERUZZI

nei Parlamento; l'altro, con la meditazione, con la

penna, con l'opera, con

Ed sto,

l'esilio,

con l'esempio.

auguro, che da quella statua, da questo bu-

uno

sia

pensiero, uno l'affetto, uno

il

che sappiano trarne nire sta,

le

generazioni

il

il

culto,

cui avve-

non senza trepidanza, davanti a noi: ne auguro, l' amore operoso, non amor

imparino,

godereccio

ma

di fatica e di

terra italiana, che Dio riso

della

fortemente difenderla.

natura ci

e

ha

patimento, per questa

abbellita di tanto sor-

dell'arte,

perchè l'amarla

faccia fortemente servirla, onorarla^

w^

CARLO BELVIGLIERI

Nella vasta necropoli

non ancora

lapidi

cui

gnomi ormai

membra

sulle

tempo

co-

attestano

sparte al nostro capo

sorge, dal 12 giugno

monumento a Carlo

desto

Campo Verano,

ingiallite dal

di tutte le regioni italiche

la riunione delle

Roma,

di

(*)

un mo-

del 1886,

veronese,

Belviglieri

rapito nel suo cinquantanovesimo agli studi stoeh' egli giovò

rici,

coi libri.

I

suoi

Liceo hanno

reso

omaggio con

simo

dei professori Dalla

(*)

scuola e

efficacemente nella

colleghi alla

dell'

Università

memoria

e

del

di lui nobilis-

la eloquente e dotta parola

Vedova, Zambaldi,

Da\V Archivio Storico

Cigliutti:

Italiano, quarta serie,

^

tomo XIX

(1887), pag. 140-148. ^

della

Carlo Belviglieri. Commemorazione

R. Università

Romana

il

letta

nelV aula

da G. Dalla Vedova. Roma, tip. Pallotta, 18^5. è un elenco delle pubblicazioni del Belviglieri.

La Commemorazione

magna

giorno xxi giugno mdccclxxxv

letta dal prof. F.

A

pag. 32-33

Zambaldi

il

7 feb-

braio 1886 nella Scuola Superiore femminile, e le Parole inau-

CARLO BELVIGLIERI

314

sarebbe presunzione

quale

alla

volessi ag-

s' io

giungere. In quelle pagine potranno del

tori

dal

gli

estima-

nostro povero amico cercarne, ritratta

vivo, la imagine

vicende dei

cara, e nelle

modesto naa operoso passaggio di questo valentuomo, fra il 1826 e V 85, vedere specchiata qualche notabile condizione di vita italiana, dai tempi che preparavano la libertà, a questi

ne godranno

nerne

il

frutto

peso e avvisarne

sopravviverà

alla

i

pericoli.

ammirazione insegnare,

tore di libri alle cui

amor

dei

colleghi

suoi

sopravviverà nei molti,

ma

suo, per la scuola,

indagatrice e comprensiva,

egli

affidò

i

animo elevato

pili

lo

fu

del-

aue

nutriti;

dotti o, i

supremo resultati

d'una mente

giudizi retti

e

ap-

e sereno.

meglio de' suoi lavori sparsi e

per lo

opera

Non

pensati e ben

sicuri delle ricerche ed osservazioni

Il

che

affettuosa

all'

nell'

libri.

pagine, o fossero pei

propriati d' un

nome suo

11

gratitudine dei tanti

ebbero non dimenticabile maestro,

l'

che

degno, se sapranno soste-

d'

occasione,

scolastica, raccolse egli stesso in

un

gurali per una iscrizione onoraria nel R. Liceo E. Q. Visconti dette il 30 dicembre 1885 dal Preside prof. V. Cigliutti si ,

leggono a pag. 49-65 del libretto In morte di Carlo Beiviglieri, xx Maggio mdccclxxxv, pubblicato a V^erona, tip. Franchini, 1886, per cura del fratello dottor Giovanni.

Altre testimonianze di onore sono nell'opuscolo Monumento posto alla memoria del prof. C. B. a Campo Verano. Relazione piale del Comitato. Roma, Civelli, lc86 (con fototipia del mo-

numento).

,

315

CARLO BELVIGLIERI

volume

di Scritti storici^

^

a

indirizzati,

lungo

il

filo di

tigiani sistemi, tessute:

vigorose

e

soil

sintesi,

ne' confini de' fatti,

non

questi,

la

tendeva, ed erano

larghe

circoscritte però fedelmente e

e

suo ingegno e

il

tenore de' suoi studi. Quello questi

varietà

la

dezza dei quali caratterizza

de' vaporosi o par-

che mi sembrano es-

di

sere insigne esempio, e da servire altrui di modello imitabile, specialmente

Discorso sulle cause

il

che nel Medio Evo impedirono

l'

unificazione po-

Saggio sulla Repubblica dei Romani nel Medio Evo, Oggi prevalgono altri litica

d' Italia e

come accade,

principii, e,

Ed e

il

invero, che

poi

scuole

abbiano

nella

sintetici,

malagevolmente

storia

che sia stata studio

ottima

di critica, certe

quali cercare'

sarebbe

lo

politiche

abusato

esagerano.

si

nostro

del

procedimenti

dei

potrebbe negare; e

cosa tornare

de' fatti individui.

levare a cielo,

si

filosofismo del passato secolo,

il

diverse

le

volentieri

Ma

al

diligente

quando sentiamo

come esemplari

unici e assoluti

scarne e ossute monografie, nelle

un

alito

di

meditazione e d'affetto

stesso che chiedere

il

respiro ad

uno

1 Verona, Drucker e Tedeschi, 1881; in 16.o, di pag. 387. Contiene: Sulla efficacia morale della Storia. - Delle cause che

nel

medio evo impedirono l'unificazione polìtica d'Italia. -

Grecia nel 1821. - Dante a Verona. -

mani

nel

medio

evo.

vita,

le

La

opere,

i

- Cesare Balbo. - Caio Plinio Segeografiche. - La Rejyubhlica dei Ro-

tempi, di L. A. Muratori.

condo. - Sulle scojjerte

La

316

CARLO BELVIGLIERI

quando

scheletro;

assenza

tale

vita costitui-

di

sce merito scientifico; allorché, inneggiando l'analisi,

al-

giunge ad affermare che tutto Pedi-

della nostra storia, specialmente medievale,

fìzio

è

si

da

né da potervi por mano se non

costruirsi,

dopoché questo lavorio di minutaglie abbia avuto, quando, suo termine; allora è debito

chi sa poi

ricordarci che già da

un secolo

Lodo-

e mezzo,

vico Antonio Muratori « rese possibile la storia « nazionale, «

non tanto per

quanto per averne

stabilito

« noscenza critica dei fatti: « poetico

«

« lori «

di

«

Tito

di

lo

studio sulla co-

non come soggetto

da potersi

vestire

colle

Tacito, o lumeggiar coi co-

non ravvolgendoli in un la mente di

Livio;

fumoso idealismo, che ingombra

« nebbie, «

od oratorio,

forme scultorie

che diede alla luce,

ciò

tra le quali

ondeggiano figure che

si

assomigliano tutte; non scelti a spizzico, mu-

male accozzati, a conforto

tili,

di sistemi che,

« per

quanto ingegnosi, sono pur sempre

« dell'

uomo,

« dai quali

che

role,

io

ma

dei fatti nella

voce

parla la voce di Dio ». Queste trascrivo da

una

delle

piiì

scritture del Belviglieri,^ molto altresì

ci

degl' intendimenti e dei criterii a' quali

tenne nel professare L' opera

la

interezza,

loro

poi

le

pa-

efficaci

dicono egli

si

storiche discipline.

che ce

li

mostra praticamente comunicare

attuati, e lui stesso quasi nell' atto di ^

Dal Discorso

storici.

sul

Muratori

;

pag. 164-65 dei citati Scritti

CARLO BELVIGLIERI agli altri

bio le

molto eh'

il

sapeva, sono senza dub-

ei

Tavole sincrone e genealogiche di Storia

306

italiana dal

essere

tutte

in

scuole

nato

a quel libro,

sparmia agli

al 1870^

le

Le poche

colto Italiano.

che dovrebbe

libro

^

e

mani

alle

linee

da

lui

d'

ogni

premesse

sua scuola e che

nella

ri-

ogni lode di essa, espongono

altri

con mirabile lucidità e dirittezza

concetto che

il

informa, e attestano ampiamente F assennata

lo

dottrina e

la

consumata esperienza

latore. « Tutti riconoscono, » «

317

compi-

del

egli dice «

come

la

cognizione degli avvenimenti umani, delle loro

« relazioni,

loro

delle

cause

efficienti

ed occa-

remote e prossime, della loro dipenda certi generali principii, costituisca denza

« sionali, «

« essa sola quella scienza storica alla

guise

« varie

« morali. «

bene

Ma

si

è

taluni,

« noscerlo),

riducono

ancor fuori

col fatto

che

le

al

scienze d'

quale per politiche e

ogni dubbio (seb-

almeno, mostrino disco-

conseguimento

di

essa scienza

«

sono apparecchio necessario la contezza e

«

ricordanza precisa ed ordinata dei

«

tenere le quali non basta già lo studio

fatti:

la

a otdegli

ma richiedesi minuto e costante lavoro mente per ispogliare gli avvenimenti di

« storici, « della

« tutte le parti ce

aneddotiche ed accessorie, ridu-

cendoli alla espressione più semplice; vederne ^

Firenze, Successori

1885: in

4.",

di

pag.

Le Monnier, 1875;

101.

Sono

cinquanta

cronologiche, ventuna genealogiche.

e

Nuova ristampa,

tavole: ventinove

CARLO BELVIGLIERI

318

« la concatenazione;

coordinarne

non solo per di procedimento

e

ri-

ma

in

le serie,

« tenerli

atto di

memoria,

« virtìi

logico.

Ed appunto

« «

gran parte

« devesi in

« frutto

che

« storie,

la

tanti

riferire la scarsezza

del

traggono dalla lettura delle

poca o nessuna comprensione che

mostrano, non appena involgano mol-

« di esse

Le Tavole

« tiplicità di luoghi e di tempi.

hanno per iscopo

« senti....

306

«Italia dal

accaduti in

volgare fino al 1870,

dell'era

« riferendoli ed ordinandoli ai principali

a cui ne' secoli andati

« intorno

pre-

rendere evidente

di

« la successione dei fatti principali

«

alla

mancanza di questo lavoro, che alcuni sdegnano impazienti, altri fatuamente dispregiano,

si

centri,

svolse

mag-

giormente la vita politica della nostra nazione

« e

di

metterne in evidenza

« eventi

di quelli fra gli Stati esterni,

pur troppo per legge

« (e

di

;

sincronismo cogli

il

che ebbero

suprema numerose maggiore effi-

giustizia

« e per nostra follia furono molti) piiì « e

diuturne relazioni con noi e

« cacia sulla nostra storia. « giche, scelte

«

conoscenza

medesimo

ordinate a rendere

di storie parziali

inten-

precisa la

ed a chiarire par-

dinastiche, le quali,

« ticolarità

anche

lievi

in

non raro contengono la causa occasionaie, e porgono la spiegazione, di eventi gra-

« sé, «

e compilate col

sono

« dimento,

Le Tavole genealo-

di

« vissimi ».

dovranno,

Se

le

Tavole sincrone e genealogiche

in desiderabil

servigio

della

cultura

319

CARLO BELVIGLIERI nazionale, ritornar sotto

che

Belviglieri,

il

quale,

il

continuò a lavorarvi

cate,

fra le sue carte

Un

assai e mi-

in parte sul

Sommario

manuadell' Alt-

Storia della Grecia dai tempi remoti

di

conquista

sino alla

corredo

arricchire

edizione.

sostanzioso e ben proporzionato

letto (tracciato

meyer)

che

di

una seconda

gliorare

è

bene si sappia anche dopo pubbliintorno, ha lasciato

torchi, è

i

romana^

che ha pure

^

il

Tavole cronologiche e genealogiche,

di

da ricordarsi opportunamente dopo l'altra magdidattica del Belviglieri. Coerente

giore opera a'

suoi principii,

il

lettore

minute indicazioni

« e

narrazioni

« le

« detto di

avvertiva in questo

di

cose o di

particolareggiate

Cousin

Il

;

numerose

fatti, come memore del

Nella geografia e nella storia,

:

che importa è T insieme

« ciò

il

« procurai »

« di evitare tanto le troppo

».

Belviglieri tentò anche la storia d'arte: e

desiderio, del quale io posso rendere testimo-

nianza, di forbire

il

1814

d' Italia dal

dettato di quella sua Storia

al

1866, che Cesare Cantù

accolse nella Collana di Storie e

temporanee,

^

Memorie con-

mostra che della sua scienza

egli

sentiva le armonie col magistero universale del

pensare e dello scrivere,

ai lavoratori di

mestiere

ignote; lo dimostra, pur con le sue imperfezioni, 1

2

lano,

Firenze, Paggi, 1872; in I6.0, di pag. 304.

In sei volumi, dal

Corona

XXIV

e Caimi, 1867.

al

XXIX

di detta Collana;

Mi-

CARLO BELVIGLIERI

320

stessa, che fra le molte, troppe

r opera da per sé

forse e troppo vicine ai fatti, di

tunosa, credo

quella età for-

destinata a tener

io

revole ed utile.

E

questa

che

Notizia,

come valente non

luogo

prepose parole,

vi

uomo

un

di

ono-

le quali in

modesto

così

disdice fare quanto

posso

piiì

autocritica, meritano di essere testualmente, esse

pure,

«Ho

trascritte:

tentato di narrare

« accaduti in Itaha dal

1814

1861,

al

che dapprima intendesse arrestarsi

»

i

fatti

(sembra

alla procla-

mazione del Regno d'Italia, poi con un altro volume attinse la liberazione della sua cara Venezia) « nel qual tempo dalla dipendenza stradalla servitù civile, dalla divisione ter-

« niera,

« ritoriale, per propria virtù « suoi

nemici, unità,

« che, nel

volgere



per concetto

libertà,

e

nostra

patria

la

« stando

lo

e per insipienza de'

sguardo

per forma,

« in parte svolsero

il

venne conqui-

indipendenza. Confesso a' i

molti

scritti,

egregi

quali o in tutto od

medesimo tema,

Ma

sentii più

« volte

mancarmi

« forto

a perdurare, nel sentimento di patria

«

il

coraggio ....

neir amore alla storia.

« sato

del quanto

sventure

« glorie «

ancora e

«

conservare

gli

«i sanguinosi «

a

«

lunque

tutti,

utile

della

ricordare non solo

nazione,

non

ma

le

colpe

rinnovarli, e per

saviezza civile e colla virtù

colla frutti

della

vittoria:

utilissimo ai liberi. ella sia,

e

primo mi fece avvi-

Il

sia

errori, per

trovai con-

La

studio utile

verità poi, qua-

impone ad ogni

onesto,

che

CARLO BELVIGLIERI

321

prepotente bisogno di annunziarla,

«

la conosca,

«

«

come adempimento di un dovere .... Non dico di essere immune da amore e da odio amo

«

r

«

sua indipendenza, la sua unità; ne aborro po-

:

prosperità, la sua

sua

Italia, la

« liticamente

nemici.

i

«

farmi dissimulare

«

il

bene

.

«

troppo

.Del

.

il

il

la

Ma

non T amore valse a male, non l'odio a tacere

resto, figlio della rivoluzione,

con lealtà

« accetto

Ma

.

libertà,

il

perchè ricordo

presente,

passato, e perchè fido nell'avvenire ».

dell'avvenire, nell' ultima pagina dell' opera,

altre parole scriveva,

che a distanza

parecchi bisognerebbe fossero,

sono pur troppo, « torio

Emanuele

di

meno

anni ormai

di quello

opportune a ripetersi:

V Italia

diceva,

che

« Vit-

ma non

è fatta,

«

compiuta; espressione eh' ebbe plauso, come una speranza, come una promessa. Ma un altro significato, che forse non era nella mente del dicitore augusto, avevano quelle parole. Ciò che

«

manca

«

che non qualche lembo

« «

«

Italia è

all'

ben

di

maggior momento

di territorio...

.

Manca

« air Italia quello spirito dì operosità infaticabile,

quale possa trarre profitto da

« pel «

a

lei

« se

stessa,

« suoi «

natura

dalla

ma

« di

Stato;

cultura,

« veri,

tutti

i

doni

non per bastare a

per far che

le

sue industrie,

i

non soccombano al paragone grandi ed anche di qualche pic-

commerci,

con quelli dei

« colo

largiti,

che

Del Lungo

manca quella

servano

all'Italia

quella

gravità di studi di

norma

e

d'

diffusione

sani e se-

incremento 21

CARLO BELVIGLTERI

322 « alla sapienza « l'intelletto

pratica della vita, invigoriscano

senza inaridire

cambia

in religione

« tanto nel più « gistrato

coscienza

la

pasciuti o famelici,

la

nazione rimarrà sepolta

paga

moveranno per

di

una cultura

maggior parte nell'

ignoranza,

superficiale e vanitosa,

«dell'ignoranza peggiore; finché tra che

foga

non

di

«

« «

« «

« «

classi,

di

potere e

di

possedere,

1'

esempio

dell'

ed

il

ossequio alla legge

non parta costantemente da coloro che devono esserne esecutori e vindici, ed il popolo non sia tanto educato da rispettarle, anche quando possa infrangerle impunemente; finché la professione delle opinioni politiche non sia verace espressione del convincimento, e come tale con lealtà serbata o con ischiettezza mutata, non già un valore da trafficarsi a norma d' inte-

« resse; finché « dine,

«

godere,

curando o schernendo l'onesto

« giusto; finché

«

le

dicono calte ed elevate, predomini la

si

« cieca

«

dovere,

del

modesto artigiano come nel maE fino a che frotte

« lidi ed abbandonati; finché

«

manca

.;

mentre moltissimi campi stanno squal-

« le città,

« della

.

.

eccelso ....

piiì

« d' oziosi,

«

cuore.

educazione morale, che

« all'Italia quella salda «

il

il

umanità

petto,

patria

e

e Dio,

popolo, libertà ed or-

non

iscaldino

veramente

né cessino al tutto d' essere lustre di pur troppo

dovrassi ripe-

«

ciurmadori



tere con Vittorio

Emanuele: L'Italia è

«

ma

».

politici;

non compiuta

fatta,

323

CARLO BELVIGLIERI

Uno

anno

triste

e

Roma

nel

beneficenza,

nel

tenuto in di

effetto

delle inondazioni nel Veneto,

che lodarono

giornali,

i

ad

Rossini,

teatro

Verona nella

degli ultimi suoi scritti fu

storia e nell'arte^ discorso

1882:

simpatico oratore,

il

ne riferirono la conchiusione concettosa ed gante, col titolo

cuore pari gli

la il

d' italiano

Le

confessioni

tornava

ele-

Il

suo

alla città natale, e in

tempo ad antichi studi, che l'amor di questa aveva ispirati e fatti cari; poiché Verona e

sua iprovincia tiene, fra i lavori suoi notevoli, primo posto nell'ordine del tempo, come pub-

blicato,

lume

59 e il 60, a far parte del IV voGrande illustrazione del Lombardo

fra

il

della

Veneto diretta dal Cantù,

Cesare Balbo

^

teggiando, non mi ricordo felicemente, su questo

strata dal

dove né so quanto che del verbo dice

«

Verona

illu-

marchese Maffei non parergli guari che anch' egli volen-

« piti illustre ». Il Belviglieri, tieri

mot-

abbellirsi

illustrare fanno gli eruditi, «

deW Adige,

^

cercava

senza volerlo,

l'

arguzia,

con

s'

credo bensì

incontra,

questa

del

ma

Balbo,

modesta reverenza dichiara che

o:

lasciando

con al-

« l'immortale Maffei la gloria di avere illustrata «

Verona^

1

II

gli

parrà molto se

CajìHan Fracassa di

Roma

di lui

del 27

si

dirà che

novembre

;

V Aretta

e VAdige, di Verona, del 27 e del 28 novembre. 2

Di quel volume IV (Milano,

monografia veronese occupa la data 11 dicembre 1860.

le

Corona

pag.

e Calmi,

1859) la

289-679, e porta in fine

CARLO BELVIGLIERI

324

«non

E

oscurata».

l'abbia

sua monografia

la

è veramente, in quella importante Collezione,

una

degna della città, che «tempi dell'ingrandimento romano fino

a:

dai

ai

re-

delle più pregiate, e

«

contissimi » ebbe vicende ed uomini nella storia

osservabili e insigni. Fino anche in un tema municida quelle pagine, e pale, che si presta ad essere impicciolito da menti della patria

piccine,

italiana

programma di vedemmo aver vori

«

:

formula e applica

Belviglieri

il

studio e

il

metodo

informato

egli

quale

critico al

gli

altri

suo

il

suoi la-

Delle cose veronesi, con estensione varia,

«

partitamente, trattarono parecchi

«

sieme

«

piamo, nessuno. Per la qual cosa, se da molti

che intendesi qui

(ciò

fare),

:

di tutte in-

che noi sap-

potemmo aver lume ed appoggio,

«

egregi

((

rimaseci tuttavolta

ti

gliere, unire, ordinare, tanti materiali, a

«

del pregio

«

opera .... Delle cose generali quel tanto

scritti

il

difficile

compito

di sco-

norma

loro e dell'intendimento di questa di-

«

cemmo che

bastasse a legame delle particolari.

a

In queste

poi

«

luta concisione coli' interezza de' fatti, col nesso

«

che hanno fra loro, e con

«

scaturisce la parte ideale della storia, »

Vidi dell'

il

85, in

ci

studiammo concihare

Belviglieri

Roma,

1'

la

certi principii

vo-

onde

ultima volta nel maggio

pochi giorni prima che

ci

fosse

quando nulla sembrava minacciarne i preziosi. Però egli era, contro al suo solito,

rapito, e

giorni

malinconico e stanco: e

di

questa stanchezza mi

325

CARLO BELVIGLIERI incomodi

parlò, e d'

dosi ai sessanta sentiva

dell'insegnamento

aifatto, »

soggiunse, e

commosso

cert' di

gli

la

:

e

brillavano voce,

«

nobile

anima

a spegnersi

ma

bisogno

il

Era sempre

la scuola,

che accendevano

in quella

si

d'

spetta senza dubbio onorato

cultori della scienza storica:

i

erano

alle future

un fuoco, vicino solamente con la .vita. Perchè a

Carlo Belviglieri

luogo fra

occhi,

gli

scolastica che m'invi-

estreme faville

l'

ritrarmene

perchè a una

giovani, era la educazione di questi

sorti deir Italia diletta,

diminuire

di

ma non

ora del giorno, proverei sempre

sentire la campanella

tasse ad entrare». i

bisogno

il

le fatiche

e vibrava

e che avvicinan-

di salute,

ma

egli

fu soprattutto, e volle essere, educatore e maestro.

E

questo è a

lui titolo

d' altissima lode.

volte invero, con tanto fervore

namenti e provvedimenti la

Troppe

teorico di ordi-

scolastici, è poi nel fatto

scuola sacrificata alla scienza, e dimenticato

supremo scopo educativo e umano di quella, cosicché non sia consolante, quanto raro, spettacolo, questo d' un uomo, che, come insegnante e come libero cultore degli studi e come cittadino il

della patria risorta, volle tutto vivere nella scuola e per essa.

E

scuola intendeva

egli, la

dell'animo mediante l'erudizione

educazione

dell'intelletto.

LOUISA GRACE BARTOLINI

Louisa Grace, gini fiorentine,

del

nata

famiglia

nobilissima

(*)

1818 a Bristol

nel



irlandese che vantava ori-

morta a Pistoia

3

il

di

maggio

1865, passò in Italia gran parte della vita,

e di questa sua patria

seconda coltivò

e la poesia con rara felicità.

venne pubblicando

in

le lettere

brevi scritti ch'ella

I

giornali

e

riviste,

ovvero

in opuscoli miscellanei o in fogli volanti, le con-

ciliavano r affetto e la stima delle poche persone

che

li

conobbero, e facevano

e pregiato

il

nome

di

lei

cara

a quanti in Toscana s'occuparono di

lettere in quei tre lustri

dopo

il

1846, che molte

cose videro operarsi e prepararsi, e che se non

per profondità e pazienza

non so quale serena

{*;

Avvertimento

al

di

studi,

almeno per

e quasi presciente alacrità.

Lettore,

premesso

ai

Canti di

Roma

Macaulay e Poesie sulla schiavitù e Frammenti di E. W. LoNGFELLow tradotti in versi da Louisa Grace. Bartolini; Firenze, Successori Le Monnier, 1869. antica di T. B.

LOUISA GRACE BARTOLINI

328 fufrono tali

da aver poi dovuto presto, anche prima

d'invecchiare, rimpiangerli.

Non

dirò che la Louisa

sia uno de' personaggi più importanti di cotesto

periodo

delle

toscane:

lettere

un

lodarla, sarebbe,

modestia, che a

lei

che

un

che

piii

far torto a quella femminile

piacque più della fama. Questo

è bensì vero, che forse niuna persona eulta visitò quelli anni

in i

suoi ricordi

due righe

foglio di

qualche

E

tista.

nome di

dama

tutti,

vavano

la quale

Pistoia, il

non avesse

fra

della Grace, e nel porta-

presentazione a o di qualche

per parte

lei

letterato

od ar-

partendone, riportavano e conser-

piacevole

memoria

di

quella

elegante

casetta, del grazioso giardino, delle conversazioni serali

tempo

nella

del fare disinvolto a

biblioteca,

e signorile di

lei.

La Louisa

un

era tale, che

dopo averla conosciuta dappresso, dopo uditala recitar versi o toccare

il

piano, o vedutala trat-

tare i pennelli, l' idea che te ne rimaneva era pur sempre più d'una buona e amabile donna €he d' una letterata e d' una artista. Preziosa virtù, la

quale un savio legislatore di repubbliche

o letterarie e

civili

dovrebbe imporre

come prima condizione per aver

alle

donne,

facoltà di pro-

fessare gli studi.

Ma

dell'ingegno e degli

parlò non

uno

de' più

studi della

Louisa

brevemente, e con l'usata acutezza, illustri

fra gli amici di lei,

il

Car-

una raccolta di Pinose e Rime cui il vedovo marito Francesco Bartolini volle consa-

ducci, in

329

LOUISA GRACE BARTOLINI crata al proprio ed

all' altrui

dai manoscritti, che

il

dolore.

^

E quando

Bartolini con gelosa cura

conserva, sarà sceverata materia per un volume di

ristampandosi, accresciuto

Saggio

quel

originali,

scritti

essere

e

documenti, sopra

gli

potrà,

nuove osservazioni

di

confortato

e

critico

da maggior copia

di

che com-

medesimi

scritti

il volume. ^ Ponendo intanto a luce lunghe più e più corrette fra le traduzioni poetiche lasciate dalla Louisa, si rende buona

porranno

le

non alla meno notevole, degli studi suoi. Perocché V ufficio letterario a cui forse ella avrebbe avuta maggiore testimonianza ad una parte,

e

attitudine, e al quale, se le bastava la vita,

mostra

già dato rivolger

tare ciò

l'

di

volere

animo, parmi sarebbe stato

che per

lei

avea

più particolarmente d' interpre-

era nativo, a coloro la cui

come nativa parlava. Tra le cose che quel volume farà conoscere, sono alcuni roman-

lingua

imitati

zetti

lecito

dall' inglese,

dir così,

rabile che

l'

arte,

se

mi

è

del trapiantare, in ciò è più mi-

meno

vace e fedele

dove

quanto

apparisce, ed in

espressione

di

cose

la vi-

forestiere è

conciliata con l'osservanza al genio della lingua e della letteratura d'Italia.

1

Prose

e

2

Rime

e

Rime a ricordo Prose originali

di L. G. B.; Firenze, Cellini, 1866. e tradotte di

Lodisa Grace Bar-

tolini raccolte per cura di Francesco Bartolini; Firenze, coi tipi

Le Monnier, 1870.

A

pag. iv-lvii, Louisa Grace Bartolini,

incordi di Giosuè Carducci.

LOUIS A GRACE BARTOLINI

330 Il

Macaulay, che nella storia ha

poeta e F evidenza del pittore,

e

fuoco del

il

conserva la dignità e la serietà dello dell' erudito;

e

il

verso

potente

il

germanico e

il

indirizza

affetti, e

latino

degno rappresentante

^ ;

ed

il

il

ed insieme

intelletto

eloquente e abbondevole, un

scrittore

e

ispi-

santa meta del bene;

alla

Macaulay, lucido e solido fra

storico

Longfellow, che cerca la

razione poetica ne' più gentili il

poesia

nella

di

mezzo

Longfellow,

della giovane arte anglo-

americana, e interprete

a' suoi

concittadini

dili-

gentissimo delle letterature europee; dovean piacere alla Louisa, a questa irlandese che poetava

animo suo conciliava quelle delle due razze a lei care. Del Macaulay ella volgarizzò, prima e sola, eh' io sappia, i toscano, e nelle

Canti di

modo

doti

Roma

all'Italia

gnosamente

dell'

rivendicando

antica^

un

libro

in

certo

dove è ricostruita inge-

la vecchia storia della

grande

città

danno la mano a riempiere i vuoti che i monumenti letterari presentano alla critica. Dal Longfellow tradusse àeW Evangelina e del Canto d' Hiaioatha latina, e la erudizione

alcune parti,

piiì

e la poesia

si

per esercizio o per occasione

che con l'intendimento

di

compiere

il

lavoro;

frammenti deìTHiawatha per facile i vena od eleganza invoglino del rimanente; e sebbene e quello,

^

assai

lungo,

dell'

Evangelina^

H. Taink, Histoire de la Uttératuve anglaise.

in

molti

381

LOUISA GRACE BARTOLINI

non

luoghi,

tanto, forse, per artificio di

stile

e

leggiadria di numeri, quanto per fedeltà e sostenutezza, possa parer degno di venire accanto ad altre traduzioni

Ma

poemetto. sione,

meritamente lodate del bellissimo

tutte,

ed alcune

italiane le Poesie

fece

tosi versi d'

piiì d'

sulla

mo'

volle premessi, a

alle quali

in

una ver-

Schiavitù,

d' epigrafe, pie-

un antico poeta inglese, Massinger,

quasi raccogliendo da quella letteratura varie e

contro la

disperse voci di protesta

umane

delle

piìi

atroce

ingiustizie.

Se a nessuno converrebbe essere a un tempo

meno

editore e critico d' un' opera nuova, molto

a

me

di

queste traduzioni.

E vano

sarebbe, con

qualche osservazioncella su' metri non felicemente appropriati e sopra

i

forse

tutti

caratteri dello

stile

poetico della traduttrice, preoccupare l'animo

e

giudizio de' lettori. A' quali però

il

non voglio un autorevole giudice di verso italiano sorta lavori, il cav. Andrea Maffei, letto,

tacere che e di tal

a mia istanza,

lodando

« lo

il

canto sopra Orazio^ mi scriveva questa valorosa donna; non

stile di

ma

«

contorto ne affaticato,

«

gante ; » e ripensava con maraviglia, eh'

«

non ebbe succhiato

Non

lucido, preciso, ele-

col latte la lingua d'Italia».

dirò se questo pensiero debba,

giudizio

si

« essa

qualunque

rechi del libretto, crescere la misura

censure; né se, oltre la

delle lodi e

temperar

maraviglia,

debbano traduzioni

le

italiane

straniera ispirarci un po' di gratitudine.

d'

Ben

una con-

332 fesso

LOUISA GRACE BARTOLINI volentieri che a me,

raccogliendo

coleste

pagine da' manoscritti della Louisa, pareva non tanto

di

adempiere

il

mio buon

desiderio del

amico Francesco Bartolini e

di

lei

stessa,

che

poco innanzi la morte preparava questa pubblicazione, quanto di sodisfare, così com'io poteva,

un debito

del nostro paese verso

volle nostri fetti

il

una donna che

suo ingegno e V animo,

e gli scritti.

i

suoi af-

RAFFAELLO MAZZANTI

la

(*)

Sulla tomba d' un mio caro parente chiedono mia parola la Pia Associazione degli alunni

del già Istituto

Dirò

le virtù

agrario di Meleto e la vedova.

dell'ingegno e dell'animo

faello Mazzanti,

modesta sua alcuni

vita;

caratteri

cultura

in

avviavano quant' anni

brevemente, come modesta,

notevoli

della

Toscana, quali agli fa,

uffici

prima

ma

del

esse

viver

si

di

Raf-

addice alla

che pur ritrae società e

della

erano, e quali civile,

un

cin-

de' nuovi tempi.

Nato nel 1815 nel Valdarno d' Empoli, da come siamo parecchi della borghesia operante oggi nelle città nostre, prima

famiglia campagnola,

occasione a far studiare

ebbero

ranza

i

suoi,

di farne

il

giovinetto ingegnoso

come allora accadeva, dalla speun prete. Ma al sollevarsi del-

l'ingegno dalle umili condizioni della vita, altre

(*)

Ricordo pubblicato nel novembre del 1891 dalla Fia As-

sociazione degli Alunni del già Istituto agrario di Meleto.

RAFFAELLO MAZZANTI

334

mutata disposizione della cir avvenire d' un giovane meno aveva

vie dischiudeva la viltà;

e

ormai da chiedere

privilegi

ai

dello

abbraccerebbe, che non alle proprie forze

qualunque quello stato domestiche,

ambizioni

che

stato

di lui,

Quindi coteste

si

fosse.

che

in

altri

tempi

spesso

anzi

addirittura

erano state innocenti, colpevoli, conservavano

vantaggio

il

ad

non

eccitare

di

mediante

parenti

e

studi,

quali poi erano liberamente rivolti verso

i

giovinetti

inalzarsi

gli

quella professione di vita che la natura, non

studi

larghi che a prima giunta

piti

derebbe;

Ed

fosse per consigliare.

losco interesse,

non

si cre-

a molte cose non

sebbene

perchè,

il

erano

si

distendessero, avevano nel latino, cioè nella con-

versazione

grandi

pensiero

col

di

scrittori

che

cultura,

Roma,

scuole

le

col

e

sentimento

quel fondo di

speciali

de'

umana

danno;

non

le

scuole, dico, tagliate com'

un

questo

condannato, già prima

di quell'esercizio,

ad

eh' e' nasca,

essere,

vestito al dosso di

nonostante la scuola,

rimaner sempre mestiere. Così quando

il

e

mar-

chese Cosimo Ridolfi, cercando un maestro pel

suo

agrario, rivolse gli occhi

Istituto

giovine Mazzanti,

roco

della

questi aveva,

Tinaia, poi da uno

chiotti, poi nelle

zio

prete

deva

pe' suoi

il

Pic-

scuole comunali d'Empoli, im-

non per l'appunto quel po' Storia che il marchese agronomo

parato, forse liano e di

verso

prima dal par-

alunni,

ma

traducendo

d'Itachie-

Virgilio

EAFFAELLO MA ZZANTI aveva dischiuso l'animo

335

alle impressioni

quel

di

ha fondamento nel vero, a quella apforme ritratto, ha da certi libri, ma non la insegna il

bello che

prensione del buono sotto belle

che

si

maestro. Dell' Istituto

anche

Meleto, nel quale, del resto,

di

al latino (per la

classe dei possidenti)

si

era trovato suo luogo, ha scritto nella biografìa del Ridolfì

il

Lambruschini:

da ogni

« collegio dissimile

di

^

« quel rusticano

altro, e

meglio d'ogni

« accolti e «

voleano

i

figli

de' possidenti e

divenire

erano

quale

« altro ordinato e fruttuoso,.... nel i

amministratori »

giovani che :

« tutti

e

dovevano studiare, e tutti lavorare... Il Ridolfì, « direttore e primo maestro, era il padre; e, ve« ramente consorte di lui in ogni cosa, la mo« glie sua era della numerosa famiglia la ma« dre ». In quello e nell'Istituto che il Lambruschini stesso aveva a San Gerbone presso Figline, e dal quale usciva la Guida deW educa«

iore,

«gli alunni

dell'uno e dell'altro

«

vano un giornale, e

«

famiglie

lo

scambiavano. Erano due

ma

divise di luogo,

« di

pensiero e d'affetto; in

« al

cospetto

«

delle

grandi

parava a meditare, a

giunge

^

il

Elogi

125 e segg.

degno biografo,

e

scrive-

ambedue opere

fare, «

quali,

le

di Dio,

ad amare

che

Biografie', Firenze, Succ.

insieme

viventi

l'Istituto

s'

».

di

im-

Sog-

Me-

Le Monniei*; 1872; pag.

RAFFAELLO MAZZANTI

33G ((

leto

non era soltanto una scuola per

«

che

vi

« reso

erano raccolti; scuola per

le

sei

37

« dal

Da

alunni averlo

agrarie che vi

riunioni

53.

al

gli

tutti si

tennero

Toscana

tutte le parti della

accorreva là per vedere e per apprendere.

« si

«

Ogni cosa era

«

chiarata con

rispondeva,

« si

i

dubbi

erano

chiariti, le

congiungeva più che mai

« vito

di-

obie-

animi aperti

gli

ammirazione, e chiudeva la villereccia

A

« sta. »

siffatta

opera

altri

giovane in sui venticinqu' anni,

e la fiducia,

fe-

educativa,

d' istruzione

da tale uomo, fu chiamato con tori,

cosa

domande

Alle

discorsi.

accolte ed esaminate; e un allegro con-

« zioni

« air

conoscere, ogni

fatta

familiari

il

collabora-

Mazzanti

:

della quale era onorato, fu da lui

corrisposta e ricambiata per modo, che può dirsi

averlo

il

Ridolfì fin d'allora

piuttosto

ricevuto,

che nella scuola, nella famiglia sua propria.

E

sono parole del buon marchese, da una stu-

già,

penda sua

lettera, queste,

poli e collaboratori di

che

«

giovani,

«

mia famiglia

a proposito de' disce-

Meleto

ormai non ».

La

lettera

:

«

.

.

.

distinguo ^

è

.

carissimi piìi

dalla

da Meleto^

il

9

febbraio 1842, a Giampietro Vieusseux, nel chiu-

Si legge, insieme coi Ricordi (notevolissimo documento,

1

ancor

essi,

Meleto

a'

morale

e didattico)

del

Direttore

dell' Istituto

di

suoi alunni, datati del 28 Dicembre 1842, a p. 68-71

mar-

d'un

libretto meritevole d'essere conosciuto da molti: Del

chese

Cosimo Bidolfi e del suo Istituto agrario di Meleto, Brevi di Cesare Taruffi; Firenze, Barbèra, 1887.

cenili

337

EAFFAELLO MAZZANTI dere T Istituto, dopo otto anni,

compiuta

educazione

i'

durante

in esso,

agraria de' suoi alunni,

e dopo avere ottenuta l'istituzione d'un pubblico insegnamento d'Agraria e Pastorizia nelP Uni-

A

versità di Pisa. guitò

il

Pisa

il

nostro

marchese Cosimo, come e con

gliuoli di lui:

con quanta fede,

si

Raffaello se-

istitutore dg'

cuore, con che

qual

fi-

zelo,

facesse loro nella vita e

isti-

tutore e compagno, lo dicono gli affettuosi versi, pe' quali,

loro

alle

primavera del 1865,

nella

egli

proprie lacrime, sulle ossa

le

recentemente

composte,

univa di

lui,

com' aveva desiderato,

nel pubblico oratorio di Santa Croce a Meleto

:

versi proprio di figliuolo, e pure che interpreta-

d'una schiera numerosa

vano

l'affetto

ficati

paternamente da quell'insigne gentiluomo:

di

Mosser piangendo a queste sacre soglie, Dov' è r urna pietosa, Che il tesor delle care ossa raccoglie,

E

la baciaron

E

la

come santa

cosa.

prece de' morti

Sale, col pianto de' tuoi

Questa voce

Come

di

figli,

al

cielo..

duolo e di lamento,

dolente squilla.

Scorre la valle di Meleto, e lento S'alza un canto lugubre in ogni villa,

Che lacrime

distilla

Torna a veder questo tuo Questi Del.

Lungo

fior,

loco eletto,

queste fronde.

bene-

338

RAFFAELLO MAZZANTI

E

queste balze, che con tanto affetto

Coltivasti, e cangiasti in liete sponde.

Qui ogni albero risponde Al tuo nome adorato;

Qui Il

bosco,

il

Parlan di

Prega

E

di te qui l'aura è piena.

te,

un amplesso

in

animo buono

altro che

varie

lui,

non

bizioncelle letterarie

non

figli tuoi.

i

come

versi dettava egli così

altri

dall'

buoni; ed erano per

fetti

benigno a noi,

sia

a te d'intorno

Questi ed

uscivano

amena,

prato,

il

Signor che

il

tutti

Raccolga

gli

colle e questa valle

il

ruscelletto,

si

e facile agli af-

cbe

una testimonianza,

contingenze

am-

alle fatue

lasciò andare, quasi

della vita,

la quale, nelle

compiaceva

si

rendere a sé medesimo, della gentilezza

di

di

sen-

timenti che venne conservando sino a' tardi anni

immutata mostrano

e giovanile

ingegno,

e

altresì la felice

modesto suo tificare

pur sempre.

la

buona

Ma

que' versi

disposizione

istituzione

del

suo

letteraria nel

tirocinio ricevuta e saputa far frut-

sanamente.

E

della

poesìa

come

della

musica: destinate l'una

e l'altra ad allietare comunicano a più largo persone, che non sia di altre arti del

l'umano consorzio,

si

numero di bello; come più a mano naturale »

^

^

di tutti,

sono la parola ed

Dante, Farad, xxvi, 130.

il

perchè

suono.

E

«

opera

purché

339

RAFFAELLO MAZZANTI il

dilettante

stro,

non

si

non pretenda

passare per mae-

di

atteggi a ispirato,

verseggiare

del

per diporto non faccia la professione della vita, sottraendo questa

doveri e agli

ai

servigi

utili

può con lode raccogliere qualche fronda poetica anche sulla tomba di uomo non letterato. Soavi imagini di donna, della convivenza

le

speranze

sociale;

dell'

si

avvenire

e

malinconie

le

del

passato, religione e patria, qualche fantasia ro-

mantica

qualche ottava rima nate fra pagina

e pagina

di

nozze

lettura

amici,

di

Berchet o del Grossi,

del

una

una tomba, un ono-

culla,

mastico, le dolcezze domestiche,

ha dimorato, della

vita

gli

uffici

ornava

tenuti: queste ricordanze

agevoli e affettuosi.

di versi

Sul quadernetto che

li

paesi dov'egli

i

raccoglie, anche l'antica

iscrizione sibt et musis sarebbe, per le intenzioni

superba troppo:

di lui, il

dappoiché musa sua fu

suo cuore; cuore disposto a quanto

l'umana

non

lo intor-

natura, se le tempeste

bidano, ha di

Mazzanti, fatto

Il

fattore

della

vita

gentile e di buono.

pili

all' illustre

conoscere

fisico

Carlo

de' primi ufficiali che ebbe in

Matteucci,

Toscana

mondiale istituzione del Telegrafo carriera,

dov' entrò

corse onoratamente città

parecchie,

:

la

e di

fu

grande quella

apprendista nel 1848, peri

gradi sino

prima

Lucca, Livorno, Firenze, i

suo bene-

dal

nel poi,

destini d'Italia, in Firenze

ai

più alti e in

Granducato,

Pisa,

mutati felicemente stessa

e.

Direttore

RAFFAELLO MAZZANTI

340

de' respettivi compartimenti, in Bari, in in

Napoli, e novamente in Firenze,

nuta neirSO la pensione

non di

di riposo,

Palermo,

dove, otte-

sopravvisse

due anni. Che dalle cure d'istitutore

interi

giovani egli passasse a



preparazione di

coscienziosa

diverso ufficio con

ne è bella

studi,

che nel 1861, essendo Segretario della Direzione in Pisa, ebbe, e sostenne

prova questo

fatto:

con sodisfazione l'incarico

Matteucci per primo,

di tutti, del

d'un corso teorico e pratico

di

Tele-

grafìa nel Gabinetto di Fisica in quella Università.

E quando

promozioni, accompagnate da

le

quei segni di onorificenza che hanno

valore se

susseguono al merito con tardo passo, lo ebber condotto

ai

maggiori

uffici di

quella

non agevole

amministrazione, seppe in essi conciliare le quasuperiore autorevole con le altre di amo-

lità di

revol

compagno

de' propri

e

doveri,

aiutatore

che

adempimento uguale ai mag-

nell'

incombe

giori ed ai sottoposti.

Benvoluto dai

Ridolfì

com' uno

di

casa, e

specialmente da quella gentildonna egregia che

marchesa Luisa, la quale egli ebbe in luogo di madre; avvezzo ad amare e venerare per sua quella patriarcale famiglia; Raffaello non sentì il bisogno d' averne una propria, se non quando il

fu la

pubblico servizio lo allontanò di molto dalla

dove questi telli,

e

affetti,

geniali

e

l'

amicizie,

amore vivissimo si

città,

pe' fra-

alimentavano nella

giornaliera consuetudine. Allora ebbe la fortuna

RAFFAELLO MAZZANTI

341

d'incontrare un'anima, nella quale la gentilezza

ammendavano

e nobiltà del sentire

la

disegua-

glianza dell'età; e con essa ha vissuto

chiuso

riposatamente,

gli

anni

felici,

e

declinanti della

Per opera di quella sua cara, e compagni suoi di Meleto, nel Camposanto della Misericordia, a Pinti, una lapida porta scolpite le buone ed espressive sembianze di lui, e queste non mendaci parole:

vita laboriosa.

de' vecchi

e fidi

RAFFAELLO MAZZANTI M.

N.

A LIMITE

IN

FIRENZE

IL

XV NOVEMBRE MDCCCXV

IL XII

GIUGNO MDOCCXCI

CHIAMATO DAL MARCHESE COSIMO RIDOLFI A INSEGNAR LETTERE E STORIA nell'istituto AGRARIO DI MELETO INCOMINCIÒ SOTTO QUE' PATERNI AUSPICII DEGNAMENTE LA SUA CARRIERA CHE PROSEGUI PRECETTORE E QUASI FRATELLO DE' FIGLI DI LUI POI NEL SERVIZIO De' TELEGRAFI DELLO STATO GIUNGENDO SINO AI GRADI MAGGIORI MENTE ADORNA DI UMANI STUDI ANIMO GENTILE E PIO APERTO E PRONTO AL BELLO E AL BUONO

DA VOLERGLI BENE CHIUNQUE MA PIÙ

IL

CONOBBE

DI TUTTI LA MOGLIE AMATISSIMA

SILVIA SOTTILI

NEL CUI AFFETTO SUL DECLINAR DELLA VITA GLI RIFIORÌ QUELLA GIOVINEZZA DEL CUORE CHE È NEL MONDO IL MIGLIOR PREMIO DELLA VIRTÙ

CESARE FEDERICI «

Mi

sia

lecito,

nome

in

della

dell'amicizia,

gratitudine, e del vincolo di studi con quel va-

lentuomo,

che

coltivò

delle lettere,

studi

anche gli mio compianto

squisitamente

aggiungere

il

onorata memoria del nostro collega consi-^

alla

Federici.

glier

Egli

appartiene

quella schiera di medici

insigni

degnamente a (basti

il

ricor-

dare Puccinotti e Bufalini) che la scuola fioren^ tina

ha avuto

sime regioni

in questo

d' Italia, le

Medici che furono anche

esempio

di

secolo da due nobilis-

Marche filosofi e

Romagna. letterati, dando

e la

quella unione tra le varie parti del

sapere, esempio di quelle armonie fra scienza ed arte, intelletto

e sentimento, la cui disgiunzione

di tempi non lieti. L'annunzio doloroso della sua morte mi ha ricordato, e fatto riprendere in mano, alcune

è

pur troppo segno

(*)

Parole dette nel Consiglio comunale di Firenze, adu-

nanza pubblica de' 30 maggio

1892, e pubblicate negli

AttU

344

CESARE FEDERICI

sue notabili

come

possono

che

pagine,

considerarsi

testamento dello scienziato e del mae-

il

stro alla gioventù nostra. Intendo dire della pro-

lusione agli studi, che egli lesse, non sono an-

cora

due anni, con

massima di G. B. ralista,

E

Sopra una Commento di un natu-

questo

VicOj

quest'aula,

in

onorato de' suffragi degli

voce autorevole

di

di scrittore, in

meno

lano non

dacché

dove,

mi par

scienziato,

di

egli

fu

risonò la sua

elettori,

consigliere,

ripetuta la sua parola

e

titolo:

alcune sentenze

bello sia

di

filosofo

quali rive-

le

l'altezza dell'ingegno che la no-

biltà dell'animo suo.

d'

discorso

quel

In

una massima

facendosi

egli,

grande

del

interprete

napoletano,

filosofo

studiava la vita morale dell'uomo con della

moderna

il

lume

fisiologia: la vita dell'uomo, nelle

relazioni sue con sé stesso,

co' suoi simili,

con

la famiglia, con la patria, con Dio.

Rispetto alle relazioni con sé medesimo, egli

diceva: «Noi dobbiamo custodirci un patrimonio

meno caro

« non

« stessa:

il

ricchezze

delle

patrimonio

delle

della

vita

opinioni, dei

con-

« vincimenti, delle speranze, che « fatica e «

mondani

«

piti

non va soggetto ».

tanto

« pronti nelle

scriveva:

acquista con

si

alla fortuna de' beni

Della famiglia afferma « che quanto

nella casa saranno

« fette,

e

« Il

meglio virtù

stretti

vincoli di af-

i

cresceranno cittadine ».

E

i

giovani

e

della patria

sentimento della patria comprende

345

CESARE FEDERICI

« quanto è di terra e di mare, di città e di bor-

mano, guarcomprende pure la

« gate, di bellezze naturali e fatte a « date entro

«

comune

«

arti,

«

si

confini; e

certi

salvezza,

libertà,

la

gloria

nelle lettere e nelle scienze....

La

nelle

patria

estende a tutto quello che in un paese tro-

« vasi

entro

cerchia

la

di

« monti, e a tutto quello «

la

r ingegno

« patria

« della

mari, di fiumi e di

che produce Parte e

un popolo. Sente amore per la si adopra a conservarle il tesoro

di

chi

sua grandezza, o a procurarle

quei be-

« nefizi che la natura o la violenza le disdissero « chi tiene in pregio le vìrtìi e « passati.

Noi finora non

ci

il

macchiammo

« cato d'ingratitudine; e ciò fa

;

valore dei tradel pec-

sperar bene della

generazione. In breve corso di anni

« presente

massimo d'ogni bene, «la libertà esteriore ed interna, e stringersi ad « unità. Quegli uomini che operarono un tale « l'Italia potè ricuperare

« prodigio, « ci «

«

eroi,

fuggiti dal nostro

cercammo

e

di

sguardo,

onorarli

con

monumenti in cento città, sebbene un monumento sol esso degno della gloria loro sieno

« le Alpi «

appena

parvero

il

tornate a guardia del bel paese, e

mare che

ci

si

il

volge intorno solcato e difeso

« dall'armata nostra ». Del sentimento religioso

scrive

che

«

dove termina la scienza comincia

« la religione » «

si

;

che « se dalle regioni della fede

trascorre entro

il

dominio della scienza, per

« tiranneggiare la libertà del pensiero e coartare

CESARE FEDERICI

346 « le vie

della ricerca, allora

« zione,

mostro abbominevole,

«

crea la supersti-

E

congiungendo

conda

tempi più

i

in

« carceri e

cui

« le

differenze,

La

compone

mente

Queste parole

Comune

sentimenti

sinceri e

alle

dell'illustre pensatore, del

caro

ai

del suo cuore.

di

Fiorentino,

autentica del pensiero di peto, all'altezza

animi, e schiude la

gli

mi onoro

collega nostro, io

le

libertà ragionevole

rasserena

cuore

aprì

pensiero

convinzioni profonde ».

l'aula del

d'incredulità furono

il

«

il

gloriosa e fé-

roghi, per legare

i

«

e

sentimenti

Inquisizione infuriando

l'

accese

« e disperderlo.

fertili

piiì

di

quella delle perse-

di virtù cristiane fu

« cuzioni: « quelli

«L'età

».

con quelli su-

ogni ordine

e di idee, conchiudeva:

mondo

il

principii

tali

in

quale di tanto-

il

pianto e di tante miserie empì

premi della libertà «

si

della

lui,

ripetere qui nel-

come testimonianza come omaggio, ri-

sua mente, alla

nobiltà

PAOLO MATTEINI

(*)

Con questo ricordo d'un virtuoso giovane, morto a ventitré anni, vogliono gli amici suoi, dopo avere a

lui

reso l'ultimo segno d'affetto e

d'onoranza accompagnandolo alla tomba in San

Monte, dare alla madre vedova e

Miniato

al

fratello

un conforto non piccolo

come

:

al

mostrar loro

ventitré anni a quella egregia indole sian

bastati,

perchè molto fosse

di lui

sperato in vita,

molto nella morte compianto. il 26 di novembre 1837 in LiBartolommeo Matteini nobile pistoiese primi Cammilla Uccelli cortonese. Passò

Paolo nacque vorno, e di

di

i

anni col padre,

il

che tenne,

in

in Firenze,

dove

quale nelle armi meritò

Pisa, gli

nell'

Elba,

mancò

in

i

gradi

Lucca,

poi

nel cinquantasette,

mentr' egli in Siena dava opera allo studio delle leggi. Quivi

(*)

due anni dopo, men che

riaprile

G. Barbèra, 1861.

MDCCCLXI. A

Ire

innanzi

Paolo Matteini. Firenze, tip.

PAOLO MATTEINI

348 di

morire, conseguiva

sta

adorna

vita,

di

onori della laurea. Que-

gli

gentili costumi, di

lettere, di virtiì sincere e

eleganti

modeste; a molti amici

carissima, alla famigliuola speranza unica e be-

naugurata;

mdccclxi, dalla

la sera del vi aprile

malattia polmonare, con cui due mesi ebbe combattuto, fu spenta.

Lo

morte

impedì

prova degli studi

suoi,

a giovani suole,

di

pubblicamente

dare

dal

ne a Lui piacque, come

produrre acerbi

frutti

che

Ma

noi,

sconcian l'albero e guastano la coltura.

sua modestia,

cui l'amicizia die diritti sopra la

dobbiamo oggi rendergliene quella lode, che pareva potesse egli medesimo promettersi. A chi conobbe la ben proporzionata tempera dell'ingegno suo, non parrà fuori del vero, se dirò aver egli posto nelle scienze legali quell'amore

con che nella verde età e in

queste portato

attende alle lettere,

si

che dalle leggi sa attingere cade,

credè

che

la semplicità

la severità e

ivi

anco

chi, si

non

schietta e profonda poesia. Perciò giuridici volle al largo ciali

applicati, e delle

campo lettere

principale fosse la politica tori nostri

ebbe Dante

agevole

mente; fra

i

traduceva; fra

rinvenire i

principii

delle scienze so-

desiderò che fine

utilità.

Fra

gli scrit-

reverenza,

memoria, cosicché

ripeterne

Latini Tacito, i

e

in singoiar

se lo era impresso nella .tornasse

affatto ar-

possa

i

e gli

versi

opportuna-

e per

esercizio lo

Tedeschi (nella qual lingua fu

349

PAOLO MATTEINI

versatissimo, e alcuni amici lo ebbero precettore

amorevole) lo Schiller, del quale fra

le altre cose,

un

voltò in franchi e nitidi sciolti la Semele: e a

che

libretto

si

stampava

in

Livorno mandò, pre-

gato, un saggio del suo lavoro. gieri studi

chi consideri in

!

Non

scarsi



leg-

quanto picciol tempo

passarono; ahi ben conviene il dire, passarono! inutilmente, senza il dolce premio della pubblica

A

lode.

guadagnarti la lode degli amici Paolo,

vano,

Con quale amore

tilezza dell'anima tua. le

sventure

scenti ti

patria

della

libertà

basta-

soavi costumi e la gen-

tuoi

i

compiante e

tu abbi le

rina-

dolendoti pure che non

salutate,

fosse dato aiutarne col braccio le lotte; con

quale

alle

cure e

benefìzi

ai

della

famiglia

sposto; con quale le fatiche nostre, che

vamo compagno fitto

nel cuore.

dilettissimo,



consolate,

ci

ri-

avesta

senza lacrime possiamo leg-

gere l'ultima pagina

di

quel libricciuolo dove

i

non erano

i

segreti tuoi deponevi:

tuoi segreti

miseri vaniloqui!, con

cui la

moderna gioventù

canta salmi alla propria superbia; la famiglia, l'amicizia, le letture, ai tuoi

ti

ma

la patria,

davan soggetto

più cari ricordi. In quella ultima pagina,

scritta, quasi fra

il

tempo

e l'eternità, dieci giorni

innanzi la morte, nella breve e ingannevole tre-

gua che

il

nella vita

morbo che

giovane corpo;

ti

ti

concesse; piena di speranza

fuggiva, senza l'avvertisse

di fiducia in Dìo,

il

che all'anima

cristiana s'avvicinava; tornasti col pensiero agli

PAOLO MATTEINI

350 amici.

E

rendevi loro

grazie

t'aveano mostrato nella

per

malattia;

l'affetto

che

prima però,

cura di quelV angelo di mia madre, che non potrò mai giungere a ricompensare neppure nella minima parte. scrivevi, all' impareggiabile

Nella religione, fermamente creduta e amata

per tutta

la

vita,

trovò

della fede e dell'amore,

Paolo, premio

una tranquilla

degno e placi-

dissima morte. Ciò sentì bene Egli, che nel penultimo de' suoi giorni, volgendosi a chi lo assisteva, pronunziò queste parole solenni: di' agli

amici che credano. Le quali, a chi non

le rac-

come eredità, potrebbe venir tempo che pesassero come un rimorso. cogliesse

186L

CARLO POERIO

Una nieri,

generazione

gloriosa

ricordo

all' Italia

monianza ed esempio

(*)

d' esuli

e

prigio-

di dolori ineffabili, testidi

severe virtù, va

guandosi da' nostri occhi. Questi uomini,

dile-

le cui

malinconiche figure spirano vita e patimento nel libro

immortale del Pellico,

un' altra

età,

rimasti

qui

li

diresti avanzi di

per insegnare a noi

giovani, serbati a' benefizi del loro martirio, che la

amava anche quando ciò non era né premiato né pagato, si amava ne' peamava negli si amava nella rovina, si

patria

lodato ricoli,

ergastoli.

si

Di questi uomini poco resta: parte

dentro sfigurato Carlo Poerio

;

il

vita politica, e là

più, rapito

da morte. Anche

!

Quando a Torino,

Parlamento che detto delle prime annessioni, cadde parola lega del Governo borbonico, da lui chiesta,

(*)

fu

nuova

travolto ne' torbidi della

nel

Nella Nuova Antologia,

fase,

di

maggio 1867.

fu di

col

352

CARLO POERIO

Regno

nascente, bastò

scorso,

ma

la voce

il

a

risposta,

nome

non un

di-

del Poerio. Egli se-

deva deputato d' un collegio toscano. Era venuto in Piemonte dall' Inghilterra; in Inghilterra trafugato con altri, mentre dalle galere napoletane, dopo otto anni di ferri, lo deportavano in America. Il nome Poerio suonò in codesta assemblea di mezza Italia quel che oggi il presidente del Parlamento italiano, annunciando questo

nuovo

lutto della nazione, formulò: martirio

delle provinole meridionali. Fratello di Carlo era

Alessandro, poeta e soldato per Venezia, e per

Venezia morto

:

padre, un de' più eloquenti giu-

99

reconsulti napoletani, oratore della libertà nel e nel 21, carcerato in

gliuoli,

E

esilio.

Poerio furono

due

ben

volte, poi cacciato co'

carcerazioni

le

di

fi-

Carlo

quattro, fino all'ultima

del

48 era nella sua Napoli deputato e finì con la galera. Egli aveva raccolte con religione le tradizioni domestiche Chi scrivesse le memorie di quelle carceri napoletane, quanta traccia troverebbe pel triste 1849

(nel

ministro) la quale

!

sentiero, segnata dall'eroica famiglia che nel ba-

rone Carlo

riamo

un

degnamente libro

di

tali

spenge! Noi augu-

si

memorie,

monumento degno, innanzi a al

quale

decretano

fratellevole

gara

onori

d'uffici

ultime imagini

d'

che

sarebbe

a quest'

Parlamento

materni,

uomo e,

in

Napoli e Fi-

commosso serbiamo queun passato, non lontano

renze. Intanto nel cuore ste

il

tutti,

353

CARLO POERIO no,

ma

a cui

ci

sentiamo già vecchi: che è vec-

chiaia dove non

si

ha vigoria

negazione, concordia, onestà, fede. costanza, la virtù modesta,

an-

di propositi,

La

amore

di

rassegnata sacrifizio,

fermezza eguale a osare e patire, a disprezzare, a perdonare, quella là era, quella torni sere, sugli esempi

di

chi

ad

es-

muore compianto,

nostra giovinezza.

1867.

Del Lungo

25

la

ISCEIZIONI

In Santa Croce di Firenze.

intitolato al

Questo marmo nome di Benedetto Varchi

in secolo letteratissimo

letterato di universale autorità

in corte

medicea

scrittore di libera istoria

ammendi tempo

e la incuria degli uomini rimase vuoto d'effetto il concorde proposito de' municij)ii di Firenze e di Montevarchi che" le ossa di lui dopo cccv anni dalla tumulazione inutilmente cercarono nella chiesa di Santa Maria degli Angioli

le ingiurie del

per

le quali

per trasferirle in questa sacra alla croce di Cristo e alle glorie

d'' Italia.

MDCCCLXXI

356

ISCRIZIONI Nel chiostro che fu di

Maria

S.

degli Angioli, in Firenze.

Lapides adiacentes qvos legis nominibvs inscriptos .

.

.

.

Benedicti Yarcliii .

hìstorici

philologi

.

.

praeclarissimi

Didaci lohannis Ramirez de Montalvo Antonii Ramirez de Montalvo Ivliae Pervzziae Philipp© Ramirez de Montalvo conivgis .

.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

secvndis nvptiis .

Ramiri Stanislai Bianchii Ambrosii Soldanii et Mavri Ceccherinii monachorvm camaldvlensium itemque monumentum Hieronymi Minvccii hvic parieti adfixvm Praefectvs Nosocomii maioris ad Mariae Novae ab aede continenti Mariae Sanctae ab Angelis .

.

.

.

.

.

.

.

.

.

pristinis

.

.

.

.

.

.

.

bibliothecae vsvm conversa cvivsque sepvlcri locis indice adposito

in '

.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

.

anno mTdTcccTlxxI hvc transferri cvravit .

.

.

II.

In Santa Croce di Firenze.

il

A Napoleone III vin febbraio mdccclxxui trigesimo dalla sua morte procurava in questo tempio di

solenni esequie

amor

patrio di cittadini ricordevoli

che da

lui guidati

gli eserciti francesi

associarono

armi le proprie per adempiere con la libertà d'Italia i disegni della Provvidenza alle italiane

357

ISCRIZIONI

III.

In Santa Croce di Firenze.

Cammillo Benso di Cavour ebbe in questo tempio solennità di funerali dai cittadini di Firenze

auspice

Comune

il

giugno MDCCCLXII primo anniversario dell'acerba sua morte il

dì VI

agi' Italiani

che fra

acerbissima

restitutori della nazione

i

lui

riconoscono

per altezza di mente

maestro

IV. JPer

le

solenni esequie in Santa Croce,

il

dì 7

maggio 187é.

All'anima cristiana di

Niccolò

Tommaseo

dalmata le

dall'

genti italiane

un mare

unite nel dolore della

all'

altro

comune sventura

e nella religione di quelli affetti

pe' quali egli in prò d' Italia

scrisse operò pati

pregano pace da Dio in questa chiesa

dove tanto tesoro di grandi

memorie

Firenze

all'

e di speranze immortali Italia custodisce

358

ISCRIZIONI

V. Xella sala del Consiglio comunale in Grosseto,

Questa del

effigie

comm. Alessandro

Marietti fiorentina

posero gli abitanti della

Maremma

toscana

grati all'architetto e idraulico insigne

che per XXX anni fino al mdccclix direttore del bonificamento i

provvidi intendimenti del principe volle e seppe mettere in atto

con animo pari all'ingegno.

MDCCCLXXIV

VI. In Montepulciano.

Angelo

di

Benedetto Ambrogini

in queste case

che poi dal mutato cognome della famiglia si

dissero de' Cini

vide la luce vi passò tra pericoli la fanciullezza e fatto orfano

da crudeli nemici

giovinetto e povero le lasciava

per rivederle famoso col nome di Poliziano sotto il quale salutato innovatore della toscana poesia all'Italia e degli umani studi alla universale civiltà lo festeggiammo con solenne commemorazione noi suoi concittadini nel luglio dell' anno

mdccclxxv

ccccxxi° dalla nascita

359

ISCRIZIONI

VII. Per

le

solenni esequie in Santa Croce,

il

dì 9 febbraio 1878»

Nel tempio ove all'ombra della Croce Firenze serba accolte l'itale glorie pace prega Italia da Dio all'anima del suo primo re

Emanuele

Vittorio

VIII. In Montopoli. Sulla porta della chiesa.

A

Dio delle anime redentore

inalzano preci e supplicazioni gli abitanti di

Montopoli

anima di Vittorio Emanuele II primo e glorioso re d' Italia per

1'

nelle solenni esequie

Comune

che decretate dal il

di xxi-^

si

celebrano

da quello alla nazione infausta della sua morte Sulla facciata del Municipio.

municipio di Montopoli che nel di xxx gennaio MDCCCLXXvni fé' celebrare solenni esequie all' anima del primo re d' Italia Il

Vittorio volle che

il

fatto e

Emanuele i

II

sentimenti de' cittadini

avessero durevole testimonianza accanto a quella degl'italici plebisciti pe' quali nel

nome

del

Re

liberatore

fu costituita una e potente la patria

360

ISCRIZIONI IX. In Castiglione della Pescaia. Sulla facciata del Municipio.

I

nomi

gloriosi di

re Vittorio

Emanuele

Cammillo Cavour Giuseppe Garibaldi restitutori della nazione italiana

scrive in

memoria

e

onoranza

volenteroso interprete

il

del sentimento popolare Municipio di Castiglione della Pescaia nell'

anno

estremo di vita al Solitario di Caprera MDCCCLXXXII

X.

Questa effigie del capitano Andrea De Benedictis uno degli eroi dell'esercito d'Affrica che nelle strette di Dogali rinnovarono i miracoli dell'antico valore è offerta

dai portalettere di Firenze al fratello di lui «cav.

Giovan Batista direttore provinciale perchè a quella gloriosa si

accompagni

un

nell'

e sacra

delle poste

memoria

animo suo

ricordo

della reverente affezione de' suoi dipendenti

XI. Sulla facciata del palazzo Corsini in Firenze.

Che qui ebbero

i

Compagni

le

case

demolite alla fine del secolo xvii

per dare luogo al palagio dei Corsini

degno

è si ricordi

361

ISCRIZIONI perchè in esse

Dino Compagni terzo gonfaloniere della Repubblica con cuore di cittadino e

mente

d' istorico

descrisse dal vero

tempi suoi

i

Dante

e di

XII. Per una pergamena.

Montevarchi v agosto MDCCCLXXXvni. Al prode generale Manfredo Cagni Montevarchi che si onora d'averlo avuto ospite comandante il campo del 1888 dice addio con desiderio .

e gli ricorda

che dove pongono la bandiera i soldati d'Italia ivi batte più forte il cuore della nazione e di aifetto profondo tra esercito e popolo nel

nome

del

Re

ravvivano le memorie si alimentano le speranze per le quali è santa cosa la patria si

XIII. Per una medaglia commemorativa.

xxvii aprile mdccclxxxix

trigesimo anniversario a Firenze di libertà rivendicata

che fu auspicio d'unità all'

(*)

Fu

Italia

invece incisa la seguente: xxvii aprile mdccclxxxix di libertà rivendicata a Firenze

d'auspicata unità all'Italia trigesimo anniversario

(*)

''^62

ISCRIZIONI

XIV. In Prato.

mdcccxc

XII febbraio

Perchè di bene feconda è la ricordanza dei cittadini i

quali con virtuose opere hanno onorato la terra nativa e la patria italiana il

Comune il nome

vuole che

nelle lettere e negli studi storici insigne di

Cesare Guasti sia scritto sulla casa dov' egli nacque il

di IV di settembre del

MDCCCXxn

XY. Per

le

solenni esequie in Montevarchi,

il

dì 12 febbraio 1890.

Sulla porta della chiesa

A

Dio

giusto giudice e retributore

preghiere di cuori italiani per l'anima in Cristo di

Gesù

Amedeo

di

fiduciosa

Savoia

delle sante battaglie d'indipendenza soldato valoroso

nella reggia nativa principe e cittadino esemplare nella straniera sovrano leale generoso

magnanimo

fedele sempre al dovere

onor di sua stirpe della quale

il

lutto è lutto della patria

Ai

lati del

Figliuolo del

tumulo

Re

liberatore

crebbe alle speranze d'Italia ne le deluse

363

ISCRIZIONI Custoza confermò nei Reali d' Italia il battesimo di valore che Novara Balestro San Martino avevano impresso

Chiamato

al trono di Carlo

V

ne discese quando alla corona del re senti mancare la concordia del popolo L'ultimo suo pensiero ai figliuoli e all' esercito

in

un medesimo

affetto accoglieva

la famiglia e la patria

XVI. Per una medaglia.

Amedeo di Savoia Duca d'Aosta 1845-1890

Ai congiunti destini della stirpe e della patria

fedelmente servì principe soldato re cavaliere

degno

figlio del liberatore d'Italia

XVII. Pel monumento a Daniele Manin, in Firenze.

A Daniele Manin nella ospitale Firenze i Veneti fraternamente memori

364

ISCRIZIONI degli anni che precedettero

quello di liberazione

MDCCCLXVI

La

resistenza a ogni costo

contro lo straniero oppressore

nome

di Dio e del Popolo Venezia affidava al suo Presidente

decretata in

Manin Esule le sue virtù

onorò con

nel cospetto degli stranieri le

sventure e il nome della patria che si preparava a risorgere

ed esser

l'Italia

Fedele alla sua bandiera d'indipendenza e unificazione repubblicano virtuoso volle promosse raccomandò morendo 1'

unità

d' Italia

con Vittorio Emanuele re

XVIII. Kel chiostro che fu di

la Società di

S. Sfarla degli Angioli, in Firenze.

xxvii aprile mdcccxc. Nel vigesimo anniversario dalla sua fondazione mutua beneficenza ed onoranza funebre fra

i

comjjonenti

il

servizio

de' rr. spedali riuniti

con

ricordava benemeriti dovuta

la gratitudine ai il

cav. dott.

Anton Luigi Reali

3G5

ISCRIZIONI che

le

infermerie degli uomini di questo arcispedale

ebbero direttore

primo presidente

e la Società

e autore principalissimo

che agii uffici di pietà verso i trapassati si aggiungesse la provvidente assistenza per la quale sono agevolate e confortate le necessità della vita

fraternamente

ai congiunti

nella santità del lavoro

Presidente della Società

Antonio Bernardi della Rosa

XIX. Pel giubileo artistico di Giuseppe Verdi. {Nell'Albo offertogli dal Comitato universitario di Genova).

Giuseppe Verdi

mantenne

all'

Italia

nei giorni estremi di sua indegna servitù

una per

delle glorie

le quali

dominava ancora

il

nome

italiano

sulle nazioni civili

;

Egli che in quell'arte della quale Rossini fu

Bellini

il

il

Dante

Petrarca

raccolse entro se

come già

ma le

il

Donizzetti

con potenza non superata

dovizie fantastiche e gli splendori dell'Ariosto la intima elegiaca soavità del Tasso.

Italia

rinnovasti

il

madre

quatuorvirato immortale

nell'arte divina il

cui linguaggio

ha presso tutte le genti il medesimo idioma

^^^

ISCRIZIONI

XX. In Firenze.

All'Istituto Tecnico

che

lo

Stato e la Provincia

vollero avesse da Galileo

il

nome

e gii auspicii

questa nuova sede edificò

il

Comune

Governo del Re v'inaugurava le lezioni il XXIX ottobre del mdcccxci Governo Provincia e Comune concordi nell'intento che anche da queste scuole e

il

Firenze

onorando

le

sue tradizioni

contribuisca scienza operosa benefica ai destini della patria italiana

XXI. In Firenze.

MDCCCLXXXIV - MDCCCXCI. Alla memoria e nel

nome

di

Anna Meyer nata Fitz-Gerald fece costruire

questo asilo di carità per il *

i

comm. Giovanni Meyer

bambini malati di Pietroburgo

cittadino italiano

marchese di Montagliari consacrando in un' opera d' affetto

materno

le virtù di quella gentile

che gii fu buona e cara compagna della vita. Il consiglio d'amministrazione del r. arcispedale di Santa Maria Nuova scrive su questo marmo la gratitudine dei concittadini

che

si

perpetuerà

fra le lacrime consolate di molte

povere madri

367

ISCRIZIONI

XXII. Nella Biblioteca Medicea Laurenziana.

Qui ampliata la sede della biblioteca nel MDCCCxci

ebbero propria stanza i codici che migrati già d'Italia

quando

le

spoglie dell'antica nostra grandezza

brame degli

allettavano più agevolmente le

stranieri

tornarono dal castello di

Ashburnham

alla patria reintegrata

decretandone l'acquisto il Governo del Re con la legge de' xxi luglio MDCCCLXXxrv'

XXIII. In Santa Croce di Firenze. Sulla porta della chiesa,

di

il

27 aprile 1892.

Nel tempio che alle glorie d'Italia preparavano gli antichi Fiorentini

Ub aldino

Peruzzi

ha onoranza d'esequie per decreto del

Comune

e pel compianto della nazione

solenni Sulla sepoltura

XXVII aprile mdcccxcii Ubaldino Peruzzi

per voto del

che

il

Parlamento

Comune

e la

Maestà del Re

fecero legge

qui ha sepoltura

368

ISCRIZIONI

XXIV. Nel castello di San Gimignanello, in provincia di Siena.

Questo castello dai Guidini che per due secoli ne furono signori legato insieme col nome nel 1740 ai Sansedoni feudo dei conti della Scialenga nel secolo nel xni'^ sottomesso al Comune Senese combattuto dai Fiorentini nel 1234

xi<*

è di storia italiana

ricordevole

monumento

XXV. Pel centenario colombiano 1892. {Nell'Albo di onoranze internazionali a Cristoforo Colombo).

Nel secolo in clie l'Italia

restituiva alla civiltà universale

mondo

le sepolte reliquie del

antico

Colombo scopriva il nuovo

Cristoforo

divinava e

ma

non per

l'Italia

sua

già minante in servitù e le catene

grande Ammiraglio volle seco nel sepolcro furono anche simbolo di quelle che per più di tre secoli hanno aggravata la patria degna oggi finalmente che

il

espiate le colpe con lunghi dolori di

commemorare sotto

i

i

suoi grandi

santi auspicii

della libertà e dell'unità di nazione

369

ISCRIZIONI

XXVI. In Firenze, Via Maggio.

Giovacchino Taddei samminiatese chiraico di

fama universale

professore in Santa Maria

Nuova

Senatore del Regno abitò per lunghi anni questa casa sulla quale nel 1892 centenario della sua nascita il Comune di Firenze e l'Associazione Chimico-farmaceutica fiorentina scrivono il nome di lui che dalla cattedra nei libri con l'esercizio della professione servi la scienza e l'umanità

animoso e integerrimo meritò gli onori della patria italiana e cittadino

con l'aver partecipati i travagli e i pericoli del suo rivendicarsi a libertà di nazione

XXVII. In Firenze^ nel Palazzo nel Potestà.

Luigi Carrand francese che e al

Comune

morendo

il

amò

l'Italia

di Firenze

21 settembre 1888 lasciò

questi tesori d'antichità

conquista cura ed amore di tutta la sua vita

ha

in mezzo ad essi testimonianza

di gratitudine cittadina

Del Lungo

^"70

ISCRIZIONI

In Palazzo Vecchio.

Luigi Carrand munifico donatore al

Comune

di Firenze

della collezione antiquaria

che perpetua l'onorato suo nome nel Palagio del Potestà ha in questo de' Priori ricordanza di gratitudine cittadina al francese che amò l'Italia

sagace raccoglitore che del suo retaggio più caro

al dotto e

volle erede Firenze

I.

A

Matteo Pierotti

a cui la schietta religione la carità costante della patria

l'amore operoso degli uomini meritarono dai concittadini l'onore di seder deputato

nel

memorando parlamento toscano del MDCCCLIX pongono questo ricordo

moglie Anna Giovanni Vincenzo e Luigi pregando da Dio pace alla cara anima che li educava a virtù con l'efficacia dell' esempio. la

e

i

Ma

figliuoli

una pietra non dice

il

il

loro dolore

Mori a LVii anni maggio MDCdCLXi

IX

ir.

A Francesco di Vincenzo Tiezzi morto nel xlix" anno il xvn agosto mdccclxiv questa memoria pone la sua famiglia Caterina e i figliuoli Olinto Augusto Carolina Alduina a cui lasciava l'esempio d'una vita onesta operosa tranquilla e

il

frutto di costanti fatiche

durate sui dolci campi nativi

372

ISCRIZIONI

ITI.

Sposa e madre rapita ahimè di XLViii anni in XIII giorni

il

xxvn

ottobre mdccclxvi

a noi poveri figliuoli

Enrico Pietro Alberto Eugenia Gherardo Francesco Pia a me Tito Cangini vissuto in te felicissimo xxx anni

madre nostra mia manda dal cielo alla una

diletta

Fanny

famiglia desolata

delle virtù,

esempio troppo raro sulla terra rassegnazione cristiana a dolore senza nome di che fosti

IV.

Qui accanto

alle

ossa della madre diletta

composte le sue Enrico Gangini morto in su' xxxii anni a Livorno il xxvn luglio mdccclxix. Agli studi giuridici che coronò con l'avvocatura volle

e a quelli della storia che furono e ai pubblici uffizi che tenne

i

suoi propri

con lode

nel Ministero dell' Istruzione e nell'

insegnamento

liceale

consacrò ahi forse con troppo zelo la

sua operosa

e taciturna giovinezza.

Povero Enrico

Non rimanere che

la

e

!

di te a' tuoi cari

memoria tua benedetta i

tuoi manoscritti

testimoni di tante fatiche e di tanta modestia

O

Enrico de' santi affetti dell'anima tua Dio la patria la famiglia gli studi

!

373

ISCRIZIONI tu godi ora in quello che tutti gli spogliati dell'umano dolore

altri

comprende

V.

A Zelinda Banti madrefamiglia esemplare benefattrice de' suoi

mancata al loro affetto riconoscente il XV dicembre MDCCCLXxni nell'età di lviii anni le figlie

Diomira Cini che

il

nome

e Zaira Tiezzi

di lei

nelle famiglie proprie invocano

siccome auspicio d'ogni virtù

VI.

A

Fortunato Banti

cittadino onesto padrefamiglia coscienzioso

il

morto a lix anni mdccclxxiv

xviii gennaio

questa tomba disposero piangendo e adornarono le figlie

Diomira Cini

presso

le

alla quale in si lo

e Zaira Tiezzi

ossa di colei

breve termine

ricongiunse la morte

VII.

Anna Taglialagamba moglie di Francesco Bruni nel dare alla luce la sua terza creatura il XXV agosto MDCCCLXXIV suo xxxm^ fu rapita all'amore del marito e de' congiunti all'affetto de' fanciulli

374

ISCRIZIONI essa con la vecchia zia Caterina

via

comune scuola

nella

educati maternamente e all'avvenire de' figlioletti suoi

Elena Umberto e

nella quale

il

Anna nome

della

madre

dolorosamente si rinnova pegno e augurio di benedizione per la desolata famiglia

Vili.

All'anima tua d'angelo

nostre preghiere

le

e sulle tue ossa

o Cecchino il

pianto di noi poveri genitori

Olinto Tiezzi e Zaira Banti che tanto godemmo tanto sperammo della tua indole buona e del pronto ingegno ne' pochi anni che fosti di questo mondo dal di 24 dicembre 1868 al di 27 ottobre 1875

IX.

di vita

Settanta anni innocente pia laboriosa

tutta per altri nulla per se

furono sino al XXII

maggio ìidccci.xxxv

passaggio mortale Marchi dal MDCCCLXiv vedova di Francesco Tiezzi di Foiano in ogni condizione madrefamigiia esemplare il

di Caterina

375

ISCRIZIONI

X. Gino delizia dei genitori

dottor Tito e Laurentina Barlacchi e corona delle loro speranze

rapito in brev'ora da crudel

volava

morbo

al cielo

da due altri angioletti fratello aspettato XXX giugno del quinto anno di sua vita MDCCCLXXVI.

il

O figliuolo o fratellino nostro com' è deserta senza te la tua casa

!

XI.

Nel il

cielo

dove ascesi angelo

di stesso che

un mio

fratellino

scendeva a voi per voi mamma e babbo mio prego il Signore. Questa voce da questa tomba

dove giace il corpicciuolo della nostra Norina si accompagna al pianto di noi poveri genitori Andrea Nasini e Matilde Niderosfc clie la

perdemmo

appena il

cosi cara e graziosa

due anni e mezzo XVl luglio MDCCCLXXVI di

XII. Sulla

tomba di

Elena Mariani vedova A ni chini morta a trent'anni il xxvii gennaio MDCCCLXXvn noi povere orfane

Eduvige e Gemma chiediamo a Dio per la madre nostra

376

ISCRIZIONI la

pace che

il

'mondo

le

negò

e per noi

che

ci faccia

le

degne d'imitare

sue cristiane

virtù.

XIII.

Carolina Dazzi vedova

Stumm

mite e schietto animo pronto ingegno cuore buono cercò nella famiglia nella religione nella carità conforto alle gioie perdute di brevi nozze e in questi conforti

che meritamente Dio rasserenò

le

le

concesse

ore della morte angosciosa

incontrata con cristiana pietà

XV aprile del mdccclxxvii suo quarantacinquesimo. Questo marmo non dice tutto il compianto della famiglia e degli amici il

di

il

desiderio

XIV. Ossa di Antonio Girelli morto a xvn anni il in maggio mdccclxxi trasferite accanto a quelle

della

madre amatissima

che in lui buono e studioso pose tanta speranza oh Dio si presto dispersa

di il

Beatrice Girelli nata Baldini persona d' animo d' ingegno eletta VI dicembre mdccclxxvii suo xlvi" ricongiunta col qui ha con esso

il

figlio

sepolcro

377

ISCRIZIONI

XV. Pace nel Signore all'anima

comm. Carlo Ghinozzi il iv novembre mdcccxi m. in Firenze il xv dicembre MDCCCLXXvn discepolo prediletto e successore degno del prof.

n. in

Forlimpopoli

di Maurizio Bufalini

medica insegnamento gli meritamente lodato

nella cattedra di clinica

per

la pratica dell' arte

l'

scritti

natura schietta affettuosa integerrima dalla patria che amò con fede dalla famiglia dagli amici desideratissimo

XVI. Guido Bini dottore in medicina e chirurgia

da lunghi

e severi studi

negli ospedali di Firenze di Parigi

preparato all'esercizio dell'arte sua e in sul primo cominciare di quello

inopinatamente rapito speranze della famiglia della scienza della patria d' ingegno e d' animo in bella armonia temperati

alle

cosi che

amor

del vero e alto senso di rettitudine

fossero in lui

un

solo e nobilissimo affetto

amico esemplare medico condotto prescelto fra quasi cento a Figline di Valdarno e colà dopo appena un mese morto a xxvn anni e lv giorni il xxvi novembre mdccclxxvii morto nelle braccia nostre Francesco Bini e Virginia Nespoli

figliuolo fratello discepolo

genitori ora infelicissimi

378

ISCKIZIONI che da te o Guido invocati nell'agonia qui accanto a te

abbiam disposto e presso di te

il

nostro sepolcro

chiediamo a Dio pace

XVII. Emilia Compagni nata de' conti Chimelli negli affetti e nei dolori della famiglia

con pio animo curante più che di sé

e d' altrui

trascorse la vita

che il

di

le cessò

a lxvii anni

XXX ottobre mdccclxxix

fra

il

rimpianto de' suoi.

Questo ricordo posero il

marito

il

fratello la figlia e

il

genero

XVIII. Valente Panerai morto a lxxxii anni nel mdccclxxix pio benefico coscienzioso nobilitò l'esercizio d'umili industrie

con l'operosa onestà con la forza del volere col vivo affetto per la famiglia la quale da lui ebbe civile educazione ed ora consacra in questo marmo il

proprio dolore e la gratitudine

verso

il

padre e l'avo

desideratissimo

XIX. Al canonico Luigi Goracci di Foiano della Chiana

379

ISCRIZIONI Priore di Santa Cecilia alla Pace e professore di retorica lodatissimo

poi proposto di Laterina

dove morì a lxxv anni

il

ix

marzo MDCCCLXXXin

dottore e protonotario apostolico rettore del collegio di Castiglion Fiorentino in divinità e nelle classiche lettere

fondatamente enidito e di latine e italiane eleganze

maestro

intelletto gagliardo e geniale

animo pio integro benevolo che dal pergamo e dalla cattedra e nel silenzio di studi operosi

onorò servi la chiesa la letteratura la patria lasciando monumento del proprio ingegno forbite scritture nell'uno e nell'altro idioma e versioni poetiche dal profano e dal sacro

degne

de'

tempi migliori

questo marmo nel primo anniversario dalla morte gli eredi riconoscenti

XX. Che abbia

in

la sorella la

Dio pace cognata

la zia dilettissima

Carolina Nideròst

pregano Matilde e Andrea Nasini e

i

loro figliuoli

al cui affetto riconoscente

questa cara compagna di vita questa pei nipotini seconda madre fu tolta in brevi giorni il

di soli XLiii anni in aprile mdccclxxxiv

380

ISCRIZIONI

XXI.

Sulla

tomba

del dottore Tito Barlacchi

Figline di Valdarno nel mdcccxxxiii

n. in

m.

il

IV agosto

MDCCCLXXvni

in Firenze

dove per xxn anni esercitò l'arte della medicina con mente e cuore esemplari con onore e plauso della scienza la moglie Laurentina Ristori e

figli

i

superstiti Arturo e Ida

e la famiglia

paterna piangono affetti e speranze sostegno e vanto nell'acerba sua morte miseramente perduti

XX IL

n. in

Salerno

Al comm. ing. Enrico Pellegrino 1' 11 giugno 1825 m. in Roma il 22 gennaio 1884 ispettore generale dei telegrafi il

quale onorò

l'alto ufficio

esercitandolo con zelo pari al valore della mente e alla nobiltà dell'animo

e con quella sicurezza che viene dal molto studiare e sapere la i

moglie Carolina Carosini

parenti gli amici

unanimi nell'amarlo p. q.

i

e nel

m.

colleglli

rimpiangerlo

ISCRIZIONI

XXIIL Ida Landi nata Chiostri morta a f l anni il vn marzo mdccclxxxv buona e gentile creatura che visse d'amore per la famiglia di carità verso

il

prossimo

pia benefica

pensosa più d'altrui che di se stessa forte alla sventura e al patire dal marito avv. Giovan Batista dai figliuoli

Emma

e Attilio

dal cognato Carlo

compianta e desiderata marmo non dica

troppo più che questo

XXIV.

A

Carlo Belviglieri

nato in Verona

il

xn settembre mdcccxxvi

delle storiche discipline

in più scuole d'Italia e nei libri

benemerito dovere

alla patria e al

in ogni condizione di vita

con severa coscienza Dio e nel bene saldissima operosamente devoto

e fede in

d'

animo affettuoso schietto sereno

nella Università

Romana

nel Liceo E. Q. Visconti

e nella Scuola superiore femminile

gli

insegnante non dimenticabile i colleghi i discepoli la famiglia

amici

sul terreno dal

Comune per onoranza concesso posero

il

un anno dalla morte XX maggio mdccclxxxvi

381

382

ISCRIZIONI

XXV. Memoria

domestico e cittadino compianto Giovanni Procacci (*) nato il 4 agosto 1836 morto il 18 maggio 1887

di

al cav.

che prima nelP esercizio forense poi nell' insegnamento

come professore

nel Liceo e Direttore nel Ginnasio della sua Pistoia

servi

sempre

utile e operoso cittadino la patria

amata da

la patria italiana

voluta

lui e

(*) Alla memoria di questo mio carissimo consacro altresì, qui soggiungendole, alcune parole che non mi resse il cuore di pronunziare dinanzi alla bara:

Io porto qui al tuo feretro, o mio Giovanni, il saluto, le lacrime, l'estremo addio, di quanti con te fummo giovani e con te negli stud ci preparammo a vivere la vita nuova d'Italia; dell'Italia, che in quei tristi e pur belli anni, belli di poesia santa e severa, anni di ansietà e di speranze, fu la donna del cuor nostro, il supremo desiderio dell'anima. e questo alto amore della giovinezza tu non rompesti mai fede r amasti, la patria, nel modo più degno e come i nostri buoni antichi facevano, lavorando. E tutta la vita tua rende testimonianza alle parole che tu scrivesti per i tuoi poveri figliuoli, e che essi certo si scolpiranno nel cuore Sien forti e buoni abbian la patria e Dio

A

:

:

:

Non

Ora r

il

premio che

sulle labbra, ti

ma

nel cor profondo.

serbava, nelle dolcezze della degna famiglia, nel-

affetto reverente della tua

all'improvviso, da morte.

E

cara noi

città,

la

vecchiaia,

qui, dinanzi

al

ti

è tolto cosi,

tuo corpo

esanime,

quasi non credendo a noi stessi, ci prostriamo sopraffatti dal dolore. Non si chiedono dinanzi a un cadavere lunghe parole a chi amò!

non si chiedono alle persone di famiglia; ed io ti ho amato, o mio Giovanni, d'amore fraterno. Altri dica del tuo ingegno, del cuor tuo; della tua prosa e del tuo verso, eleganti, gagliardi, incisivi; pieni di pensiero, d'affetto, di verità; sonanti di toscane, d' italiane, armonie: il rimpiangere l'opera tua d'insegnante e di cittame, accorso qui con 1' anima percossa e straziata, non è possibile che il dirti Addio Addio, in nome dei tanti amici lontani, che da molte parti d'Italia, all'annunzio della tua morte, piangeranno con noi

a' tuoi concittadini,

dino,

A

!

!

383

ISCRIZIONI anche quando

ciò

non era senza pericolo

artefice di prosa e di verso

toscanamente italiani pensato acume anima entusiastica d'ogni bella e buona cosa che a' figliuoli lasciò scritto ne' libri suoi e nella sua vita « Abbian la patria e Dio « non sulle labbra ma nel cor profondo » critico di

XXVI. Zaira Banti pisana

sposa

e

(*)

madre virtuosissima

seco nella tomba

che

(*) D'

le sì

una moglie,

d'

aperse quasi improvvisa

una madre, egualmente esemplare, mancata

nel fiore degli anni e della domestica operosità,

nominando Zaira Banti, che

Olinto

l'avv.

si

ricorda e

Tiezzi e

si

piange,

figliuoli

i

hanno

perduta quasi a un tratto la sera di lunedi 4 luglio. Donna di forte e schietta tempera, come quelle di generazioni più gagliarde e più sane, uè altro che per essa visse la eir era tutta, e tutto, per la famiglia vita breve e troppe volte provata dalla sventura. Se a chi la conobbe, e ne pregiò l'animo buono ed efficacemente virtuoso, pare un sogno che, così fiorente di salute e d'energia, ella sia morta; si pensi che fantasmi di dolore e che strazio di lacrime abbia cotesto, che pur troppo non è sogno, per la desolata atterrita famiglia; per le figliuole giovinette, le per gli altri figU, quali hanno perduta la scorta più .fidata e. sicura cui la tenera età non salva dal sentire una tal morte per il padre infelicissimo di questi orfani, che è colpito nel fondo dell'anima, quando r amore e le cure di Lei erano il farmaco più potente e benefico a riaversi da una lunga e pertinace infermità. Oh povero nostro amico, oh sorrisi la vita umana tracome rapida e più fra il pianto che fra scorre Vent' anni fa, le gioia delle nozze, le speranze, la balda sicuOggi quali acerbe memorie quale sconforto rezza dell' avvenire quante trepidazioni e quante tombe E tu su questa, la più lacrimabile, declini il capo che incanutisce e a Dio, che solo è tua forza e de' vostri figliuoli, ripeti l'antico, 1' eterno lamento dell' uomo « Che farò io ? « Se parlerò, non poserà il mio dolore; e se tacerò, non si partirà ;

;

;

i

1

!

!

,

!

!

!

;

:

«

da

me

».

384

ISCRIZIONI a XLi anno

mdccclxxxvh

iv di luglio

il

avrebbe portato ogni affetto ogni speranza ogni gioia del marito avv. Olinto Tiezzi delle giovinette figliuole

bambini dell'umano dolore e delle promesse celesti non confortasse non affidasse de' suoi

se il.j)ensiero

la desolata famiglia

XXVII. Olinto Tiezzi

Foiano della Chiana

di

giureconsulto valente

ingegno eultissimo animo buono lasciò ai figliuoli

poco innanzi orbati della madre esempio di vita laboriosa e di fermezza ne' suoi principii confortò di sj)eranze immortali il

lento patire

nel quale la sua vita

a il

soli

si

estinse

cinquanta anni

XXIV di gennaio del mdocclxxxix

XXVIII. I

gennaio mdcccxc

Larga eredità

d' affetti

nella famiglia e nella cittadinanza lascia il

morendo a trentanove anni cav. Giorgio Yalensin

mite d'animo caldo

di

mente generoso d'idee

zelante e benefico promotore di cose utili

con lode operoso nei Consigli del musicista gentile

Comune

385

ISCRIZIONI di alacrità al

buono ed

al bello

nobilissimo esempio

che la vedova

Emma

Lumbroso

raccomanda piangendo figliuoli Guido e Maria Luisa

ai

XXIX. In Montevarchi. {Sulla porta della chiesa)

Alla chiesa

dove

vostro proposto Natale Battagli per voi con affetto fraterno pregava il padre comune il

venite a rendere o Montevarchini

fraterne preghiere santificate dal

memore pianto

della riconoscenza

'

Intorno al tumulo, {di

faccia

all' altare)

Sacerdote di Cristo alla

sua legge

d'

amore

ordinò la vita

breve

di

anni copiosa di opere buone

{dai lati)

Sventure da soccorrere dolori da consolare offese da perdonare trovarono il cuore di lui sempre il medesimo

Dei>

Lungo

386

ISCRIZIONI Prete e cittadino invocò dal regno della giustizia e del vero

benedizione ed aiuto alle sante libertà della patria italiana

faccia alla porta)

{di

La memoria sua in benedizione il suo nome vincolo di carità religiosa e civile

nel popolo che fu sua famiglia

XXX.



Il canonico Natale Battagli Proposto della Collegiata di San Lorenzo dal suo popolo che di lui pastore e cittadino sperimentò in più modi l' animo buono la virtù operosa

la

mente

eletta

ebbe compianto unanime morendo a li anni il

XV

di

maggio

del

mdcccxc

e dal fratello cav. Emilio

questo ricordo di affetto

XXXI.

A

Giacomo Betti

guardia campestre che l'intrepido zelo del suo dovere pagò con la vita questa memoria del triste giorno 13 novembre 1890 pone il

marchese Niccolò Ridolfì

387

ISCRIZIONI

xxxn. Nel Camposanto della Misericordia^ in Firenze.

(*)

A Cesare Guasti

che della storia e della lingua d'Italia benemerito negli Archivi Toscani e nell'Accademia della Crusca e la forma della mente e del cuore improntò in pagine mirabili per ispirata toscanità squisitezza di concetti potenza a sollevarsi verso le idealità supreme alle quali Dio fece e dispose lo spirito

umano questo ricordo colleghi e gli amici

i

posero nel terzo anno dalla morte

MDCCCXCII

XXXIII. Gaetano Bianchi pittore fiorentino n.

xxviii febbraio mdcccxix

il

m. senti

mdcccxcii magistero degli antichi

l'viii aprile il

comm. Cesare Guasti

(*)

Prato Firenze

n. in

m.

in

il il

iv febbraio mdcccxxii xii febbraio

mdccclxxxix

ascritto alia ven. Arciconfraternita della Misericordia

giornante buonavoglia il

V novembre mdccclxix

Porteremo alla tua tomba o padre preghiera rivolgeremo la speranza immortale la nostra

ma

al cielo

388

ISCRIZIONI

come e nel restituirne

fosse 1'

tanto benemerito

un

di loro

opere con dell'

mano

d'

autore

arte e della patria

quanto più gravi ad esse dal malcustodito e dal guasto

vengono danno

e

vergogna:

antico anche nella semplicità del costume e nella bontà dell'

visse tutta per

1'

animo arte

integra e modesta la vita

rimpianto dalla figlia Elettra e dal genero Giuseppe Conti che gli posero questa memoria

EICORDANZE NAZIONALI

CONFRONTI E SPERANZE «

Rinnovare e onore

a

«

rata,

a

della città. »

rifare la nostra

Dio, di Maria,

di

(*)

Santa Repa-

Comune,

del

Queste semplici parole segnano

1294 l'incominciare dell'opera, compimento è oggi in Firenze una festa

nei Consigli del il

cui

di

tutto

il

mondo

civile.

Parole semplici, e

fatti

grandi: ispirazioni schiette e dal cuore, e monu-

menti per l'eternità. Così que' nostri vecchi, cari e gloriosi.

Così

avemmo Santa Maria

del Fiore.

Quattrocent'anni dopo, tanta semplicità non

sembra più

possibile,



si

concepisce l'operare

come nelle arti non basta più la espressione,

disgiunto da strepitose parole: del bello figurato,

ma

vuole la ostentazione,



nel verso e nella prosa,

(*)

'NeWAlbo d'arte

e

il

del

sentimento; e

pensiero è destinato.

letteratura: Santa

Maria

del Fiore.

Firenze, Ricordo del maggio 1887 (scoprendosi la facciata del

Duomo).

.

390

EICORDANZE NAZIONALI

innanzi tutto, a sonare e romoreggiare.

E

allora

un erudito non dubita di profferir come autentiche, e da quelli uomini del Dugento parlate e scritte,

« per esordio »

« fabbrica

>>,

« intraprender le cose del

« la gran non doversi

decretare

nel

magnifiche

le

frasi

a

Comune, se il concetto ad un cuore, che

«

non

«

vien fatto grandissimo,

«

l'animo di più cittadini uniti insieme in un sol

è di farle corrispondenti

perchè composto dal-

« volere »

A'

dì nostri, se la critica restituisce la verità

per

delle cose, lo fa ella

informa troppo spesso

anche il

piiì

l'acre

sue

le

diffidenza

sentenze,

talvolta

presto che le sue indagini? o perchè

senno della vecchiezza

la ingenuità

ci

abbia fatto ritrovare

serena degli anni giovanili; e l'orec-

chio nostro, stanco de' fragori superbi, le naturali

che

armonie fra

la parola decente e

il

ricerchi

sentimento profondo e

composta?

In questi giorni benaugurati e solenni, l'ani-

mo

si

apre volentieri a sperare

a Dio che

confermino

i

fatti

tali

meglio. Piaccia

sempre, come oggi, e la parola

speranze

Firenze, nel

il

maggio

!

dell'

87.

RICORDANZE NAZIONALI

391

PER FRANCESCO PETRARCA Agl'Italiani

Per

quanta

tutta

genti del

(*)

Po

alle

è terra italiana, dalle sor-

costiere Adriatiche, dalle balze

Trentine alla marina

di

a'

due mari d'Italia;

case, la

ma

libere,

memoria

i

nostri fiumi corrono

i

circondò

diroccati

castelli

dei nostri

dove

sulle verdi colline,

Comune

braccio potente del

ubertose

Sicilia; nelle

pianure, traverso alle quali

dal popolo;

Grandi irraggia della pro-

come

pria luce cosi le città gloriose,

borgate de' loro antichi contadi.

Da

le

oscure

quelle me-

morie, finché è durata l'oppressione straniera,

alimentarono care,

il

il

umili

di

si

sentimento della libertà da rivendi-

la coscienza di nazione,

il

concetto d'una

che fosse Italia politica, com'era Italia nella storia del pensiero, nelle manifestazioni immortali dell'arte.

ni di

Quelle memorie sono state bandiera

combattimento

nel reintegrato

dino verso

di

;

diritto

sono

nazionale.

esse preparò

alla luce del sole, ha,

a'

gior-

titolo di nobiltà oggi,,

i

11

culto citta-

nuovi tempi: oggi^

senza discordanza

di

opi-

nioni o di parti, gli onori del trionfo.

Onori nazionali, se

al

domestico aifetto d'una

piccola cittadinanza risponda

il

gran cuore d'Ita-

(*) Manifesto del Comitato per le onoranze e la erezione di un busto a F. Petrarca in Incisa di Valdarno: marzo 1892.

3U2 lia.

RICORDANZE NAZIONALI

E

questo

chiedono

oggi

agli

Italiani

altri

gl'Italiani dell'Incisa in Valdarno, terra d'origine

Francesco Petrarca,

di

« dolce nido »

chiama, con linguaggio

Poeta laureato,

il

(come

la

popolana semplicità,

di

cortigiano corteggiato esso

il

« dolce nido de' suoi

stesso dai Principi)

primi

« anni, paese de' suoi buoni vecchi, gente sveglia

« sebbene senza lettere, specchiata ancorché senza « titoli

e

renze, che

memorie d'antenati il

».

da Fi-

L'esilio

padre suo ser Petracco ebbe comune

€on Dante e con Parte Bianca, la quale difendeva l'indipendenza della Repubblica contro le cupidigie degli Angioini e della Corte di

Roma,

dette ad Arezzo la gloria della sua nascita, l'

Incisa quella che «

al-

campicelli di casa sua »

i

fossero asilo all'infanzia di lui travagliata. Se la vita venturosa e l'ingegno lo portarono poi tanto

lontano e tant'alto, riore

l'

Valdarno supe-

scritto

lo

nome suo;

del

sulle pareti

di

genio del

l'Incisa

lo

della casa che fu de' suoi

sangue ha consacrato nella chiesa dove pregali

avi e di lui fanciullo

suo;

il

hanno conservato, anche come

luogo, la ricordanza

ha

Incisa e

e de' discesi

suo popolo; chiede oggi che pisca ella sulla

Municipii

che

piazza nel

di

nome

Italia

dal

madre

questo, uno

santo

di

lei

lo scol-

de' mille

sono la

Patria.

Francesco Petrarca

è della

patria italiana,

sopra qualunque altro forse de' grandi antichi, il

poeta che secondo la coscienza della moderna

393

RICORDANZE NAZIONALI possiamo

civiltà

meglio

pittore,

liano;

dir nazionale.

il

poeta che quella realtà oggettiva rispec-

chia nella mente

camente, e dentro

sono

lo scultore,

Dante è il solenne del Medio Evo ita-

gli

la

fremono. L'

le visioni

dello spirito,

hanno

capace, e la plasma fantasti-

spira

le

che

dove

passione che

vita e la

Italia,

il

Papato, T Impero,

Poeta reduce dal mondo

il

« le

muse

e l'alto

ingegno

»

trasumanandolo, «ridice» può chi di lassìi discende ». Il Petrarca, poeta sempre dell'amore, lo è anche

lo

quanto

sollevato

« sa e

dell'amor di patria. t'altro

che

il

La

calunnia ch'egli sia nien-

cantore de' begli occhi di

madonna

Laura, e delle «chiare fresche e dolci acque», sfatata dalla

moderna

critica,

più; restando bensì nel

non

si

ripete

ormai

Canzoniere amoroso

manifestazione forse più efficace, che mai

si

la

avesse,

delle potenze di nostra lingua a significare nella

loro intima essenza

i

segreti dell'umano

affetto;

l'atteggiamento forse più squisito, che l'arte abbia

mai dato a questa musica del parlar toscano, che lungo le rive del nostro Arno si tramanda perpetua sulle labbra del popolo. Poeta e pensatore nazionale,

il

Petrarca sente nel proprio cuore la

romanità d'Italia; e nel nome augusto della cui antica letteratura

mondo

civile,

nel

nome

di

si

di

Roma,

fa restauratore al

Roma

e delle idealità

il Medio Evo vagheggia in quel nome, egli argomenta detergere dalle loro macchie i due massimi poteri, che pur da quella, l'uno a gara

che si

394

RICORDANZE NAZIONALI

dell'altro, s'intitolano:

ma

vorrebbe saldare

piaghe mortali

corpo »

d' « Italia

che

cui

di

Roma

sua»,

ciascun

le


»

del « bel

è « capo », del hoì

corpo

dell'Italia di fatto, della terra

noi « tocca »

di

«madre benigna

tempo,

altresì, e in pari

e

nascendo, e che

pia» ha, accolto nel suo grem-

bo « l'uno e l'altro nostro parente

».

Fu

lui

che

già da più di cinque secoli, al « bel paese, ch'Ap-

pennin parte,

il

mar circonda

e l'Alpe », afflitto

allora e insanguinato dalle discordie de' e

de' Signori,

paesana e

più tardi funestato

poderosa immagine,

naturali

i

servitù

con quella semplice

e straniera, segnò,

secolo che or

dalla

Comuni

confini.

Ma

il

volge al suo termine, può lieta-

mente ripetere quei

oggi che essi sono

versi,

qualche cosa più che una perifrasi geografica.

Un opera

ricordo di Francesco di

nel paese

dove

egli

quanti più

si

possa

Petrarca, che, per Italiani,

sia posto

donde ebbe origine la sua famiglia, e la prima sua stanza, sarà monumento con la virtù de' quali,

de' pensieri e degli

affetti,

Laura più possente,

trionfatrice della morte, che

Dio divietò

alle nazioni,

Incisa di Valdarno,

è risorta l'Italia.

marzo 1892.

RICORDANZE NAZIONALI

395

PEL MONUMENTO A VITTORIO EMANUELE IN PISA

Ai due capi della ghibelline, stanno

rigo VII, e

primo

Re

il

(*)

città dalle

degnamente

monumento a

d'Italia.

grandi memorie

la

tomba di ArEmanuele,

Vittorio

Arrigo, l'Imperatore giusto,

non partigiano, messo dì Dio ad ancidere curialità

Romana

fornicante coi. venturieri d'ol-

tralpe, porta seco nel la

magnanima

Camposanto

sprigiona

secoli di colpe e d'espia-

Re Galantuomo, e da quella tomba e dal Sacro Poema non piiì imperiale e ghibellino, ma na-

impugna

il diritto,

della sua Pisa

visione italica di Dante. Vittorio

Emanuele, dopo cinque zione,

la sozza

la

spada

di

zionale, dell'odierna Italia nostra: dell'Italia fan-

tasiata da Mazzini, concepita da Cavour, propu-

gnata da Garibaldi;

l'Italia degl'Italiani.

Firenze, nell'agosto 1892.

(*)

Nell'Albo Pisa al Padre della patria. Pisa, Ciro Valenti,

20 settembre 1&92.

396

RICORDANZE NAZIONALI

PEL TERZO CENTENARIO CATTEDRATICO DI GALILEO IN PADOVA (*)

Con l'animo commosso da questa

italica, anzi

universale, solennità della scienza, e pei ricordi gloriosi che

in

quesf aula da secoli veneranda

sono oggi evocati, adempio V

alto

mandato, del

quale sento tutto, quanto è grave, l'onore: porto alla Università e alla città di

Padova

il

fraterno

saluto della città di Firenze. Il

fu

saluto della patria di

una

Dante

sua parte; una

delle ospitali all'esilio di

di quelle

alla città che

che fraternamente accolsero quei pro-

confortarono quei colpiti nel difendere la

scritti,

democrazia fiorentina dalla violenza faziosa della Curia

Roma

di

e del Guelfìsmo oltramontano.

Il

saluto a Padova, della città dalla quale veniva Giotto, e nella Cappella degli Scrovegni allego-

rizzava col pennello innovatore della vita

umana, che

il

figurava nell'immortale

il

bene e

il

male

Poeta delle cose eterne

Commedia: ne veniva

Donatello, e nelle forme semplici e gagliarde d'un

valoroso condottiero italiano scolpiva la forza

di

quella Repubblica, che per tanti secoli portò sulle

sue navi, con la bandiera

(*) Il

a

nome

7

del

di

San Marco, onorato

dicembre 1892, nell'Aula magna dell'Università,

Comune

di Firenze.

^97

RICORDANZE NAZIONALI e temuto

il

d'ebbe

i

«

nome

saluto della città on-

d' Italia. Il

cari parenti e l'idioma »

Poeta delle

il

cose alte e gentili, che doveva nella quiete lu-

minosa dei

ma

colli

Euganei consegnare a Dio

affaticata dalle visioni dell'antica

italiana e dalle ansietà tormentose

spicato Rinascimento.

Il

l'ani-

grandezza

del

suo au-

saluto di Firenze a Pa-

dova, nel terzo centenario cattedratico padovano di

Galileo.

Delle tre città nostre, Pisa, Firenze e Padova, fra le quali

tuale del

si

divise la vita

sommo

filosofo

(la

e

l'opera intellet-

Roma

de' Barberini

v'incombe sopra come un destino), Firenze ha della vita le pagine dolorose, la catastrofe tragica.

E

in quel processo, nefasto nella storia della

dovè Galileo pur troppo rammaricarsi di aver volontariamente cessato d'essere il Lettore civiltà,

di

di

un libero Studio per diventare il Matematico un principe; pentirsi d'aver fatto improvvido

getto della protezione di quella Repubblica, che

ben sapeva, quand'era rilmente ne' suoi

il

moménto, difendere

filosofi e ne'

dello Stato e della libertà;

quel divino perseguitato,

suoi teologi

vi-

i

diritti

dovè più d'una

volta,

ricordare la sua Pa-

dova.

Dinanzi alla tomba, adunque, che nell'austera

Santa Croce racchiude

come

sulla

le

ossa sue travagliate,

verdeggiante collina d'Arcetri dove

aleggiano le ricordanze della sua indegna relegazione,

si

ripensa a

Padova con dolorosa

gra-

398

RICORDANZE NAZIONALI

titudine, la quale per Firenze è sentimento altresì di

rammarico; e

pure per una colpa da do-

sia

verne piuttosto accagionare la pi

che propriamente la

sin d'allora che

città,

infelicità dei tem-

la quale

si

gloriò

anche quel grande nome italiano

fosse fiorentino.

Ma

nessun omaggio

piìi

degno

di Galileo,



più lieto e fausto alla civiltà universale, potrem-

mo

noi

oggi

recare

che questo,

il

quale

a

commemorazione,

tanta

io v' invito,

o Signori, a ren-

dere solenne col vostro assenso sieme, che

Padova

sono, città

illustri

del

mare

del

Re

e

delle

prode e

e Firenze,

come quante

Alpi, tutte,

sotto gli

i

le

esul-

colpe e l'am-

destini, nel

nome

pel

Grandi nostri meditarono, immaginarono,

operarono, morti

auspici!

accomunano oggimai

leale,

menda, memorie, speranze, i

altre

o umili borgate, nella cerchia

tanze e dolori, glorie e sventure,

quale

rallegrarci in-

:

soffersero

;

nostri-martiri e

nel i

augusto e santo d'Italia.

nome

pel quale son

nostri soldati; nel

nome

RICORDANZE NAZIONALI

399

NELLE NOZZE D'ARGENTO DEL RE E DELLA REGINA D' ITALIA 22 APRILE 1893

(*)

Maestà,

La

città di Firenze,

che noi abbiamo l'onore

di

rappresentare, non potrebbe a più cara memoria

congiungere l'anniversario argenteo delle vostre benauspicate nozze, che a quella, sempre viva fra noi, del vostro giungere, giovani sposi, nella

reggia de'

Pitti, in

fiorentino,

altero,

in

quelli

anni,

della

Corona

che affidatagli dalla nazione egli custo-

d'Italia,

diva

me^zo all'esultanza del popolo

gloriosi finali destini.

ai

Allora quella corona cingeva l'augusta fronte del

Re

trice

liberatore, che con la

del

italico

diritto

madre Roma: oggi

Roma

la

spada propugna-

accennava

corona

da Voi, Re prode e

alla

d'Italia,

leale,

grande cinta in

da Voi, graziosa

Signora nostra, su Voi raccoglie l'amore riconoscente e devoto della nazione rivendicata a sé stessa.

Firenze saluta

oggi nella domestica

felicità

dei Sovrani d' Italia l'adempimento de' voti, for-

mando un solo

(*)

i

come sempre, in Patria. Con eguale

quali congiunse, allora affetto

Dettato pel

il

Re

Comune

e la

di Firenze.

KICORDANZE NAZIONALI

400

concordia, un solo affetto sono per Voi la Patria e la Famiglia: e

il

che rinnovaste nel

nome

di Vittorio

figlio vostro,

sacra memoria e una

lieta

Emanuele,

è all'Italia

Questi ricordi e queste speranze, che di

Umberto

e di Margherita, dischiuso

bontà, vuole sopravvivano

opere

di

una

promessa.

ai

il

cuore

ad ogni

festeggiamenti, in

beneticenza consolatrice; questi ricordi

e speranze, che, dalla vostra carità per tal

consacrati,

adducono

alla casa del

Re

la

unanime

dizione di Dio; Firenze vostra,

modo bene-

nel re-

verirvi e nell'amarvi, circonda coi fiori del ven-

ticinquesimo aprile. Firenze,

22

aprile 1893.

Delle Maestà Vostre

Devotissimi (-firmati

FINE

il

Sindaco

e la

Giunta)

INDICE

A

PiETBO Dazzi

Pag.

V

PAGINE LETTERARIE Il

Parinì nella storia del pensiero italiano

1

Diporto dantesco

47

Ritratti fiorentini

91

Divagazioni grammaticali, in proposito degli « irrevocati dì » neìV Adelchi

Sapavamcelo

:

129

divagazioni storiche

147

RICORDI Cesare Guasti Ubaldino Peruzzi

177

275 313

Carlo Belviglieri

Louisa Grace Bartolini Raffaello Mazzanti Cesare Federici Paolo Matteini

327

Carlo Poerio

351

Iscrizioni

333 343 347

355-388

Ricordanze Nazionali. Confronti e speranze (maggio 1887) Per Francesco Petrarca

389 391

Pel monumento a Vittorio Emanuele in Pisa (20 settembre 1892) 395 Pel terzo Centenario cattedratico di Galileo in Padova (dicembre 1892) 396 Per le Nozze d'argento del Re e della Regina d'Italia 399 .

PQ 4026 L8

Lungo, Isidoro del Pagine letterarie e ricordi

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